Fiamma Nirenstein Blog

Il Giornale

L'autodistruzione dei palestinesi

domenica 17 giugno 2007 Il Giornale 0 commenti
I palestinesi sono di nuovo riusciti ad autodistruggersi, a rendere impossibile la soddisfazione delle loro richieste: così è stato per 60 anni di rifiuto ad ogni soluzione di compromesso, così è di nuovo oggi con l’avvento al potere dell’integralismo islamico a Gaza, con la debolezza del nuovo governo di Fatah. Il terrore di Arafat era di morire nell’irrilevanza, ieri la sua casa è stata saccheggiata a Gaza da giovani mascherati che non sanno quasi nulla del rais ma tutto sul compito storico di distruggere Israele per restituire la terra all’Ummah dei credenti, e di battere i non credenti e gli apostati in tutto il mondo, con l’aiuto di Dio e dell’Iran, che adesso può contare su due confini con Israele, in Libano e a Gaza. Tentiamo, forti solo di un pessimismo che in questi anni si è sempre provato sensato, di rispondere alle domande poste più frequentemente in questi giorni. Hamas ha vinto del tutto? Perché così rapidamente? Hamas ha vinto in modo devastante, la radicalità dell’evento si è mostrata tutta quando Hamas - dopo aver giustiziato, terrorizzato, messo in fuga i concittadini che con grandi bagagli cercano di fuggire dal passaggio di Erez verso Israele a migliaia - ha innalzato la bandiera verde dell’Islam sugli uffici di Fatah al posto della bandiera palestinese. La fuga verso l’Egitto di tutti i capi di Fatah, persino di Mahmoud Dahlan, ha privato di ordini i 40mila armati di Abu Mazen di stanza a Gaza. Hamas ha distrutto il nemico rapidamente con enorme spargimento di sangue, omicidi che hanno coinvolto donne e bambini, fucilazioni a sangue freddo, bombardamenti di ospedali e moschee, e Fatah, che ha anch’essa defenestrato e ucciso a sangue freddo, pure è stata debole nella risposta. La gente non era con lei, Abu Mazen non aveva saputo in questi mesi convincere che le sue bande corrotte e crudeli avrebbero portato qualcosa di buono ai palestinesi, anche se i suoi toni moderati promettevano un domani migliore e la pace con Israele. Il declino di Fatah iniziò con la morte di Arafat nel 2004. Hamas vinse le elezioni nel gennaio 2006 perché i leader di Fatah si erano comportati come una banda di potere violenta e disonesta, e perché la linea dell’integralismo islamico rampante era sempre più eccitante, e forte di alleanze e aiuti internazionali. Lo sgombero israeliano da Gaza ha esaltato Hamas. Le masse palestinesi si sono guardate bene dal correre in aiuto di un potere che considerano una mela marcia, quello di Abu Mazen. Molti leader di Hamas ora dichiarano l’intenzione di sciogliere l’Olp secolare e peccaminoso.
Anche nella West Bank Hamas può vincere? Certamente la forza di Fatah in quelle zone e la presenza dell’esercito israeliano nelle vicinanze delle città rendono molto meno facile il compito di Hamas; Israele è paradossalmente l’unica forza della causa nazionale palestinese oggi. Ma la popolarità di Hamas è in crescita anche nella West Bank, dove vinse le elezioni in molte città. La gente disgustata da Fatah potrebbe scegliere Hamas o cedergli in una guerra che già in queste ore a Nablus e a Ramallah sta facendo morti e feriti.
Che cosa significa, che i palestinesi hanno concluso per sempre la loro marcia verso lo Stato indipendente? Al momento l’appuntamento sembra rimandato. Oggi abbiamo di fatto al sud un mini Stato terrorista e integralista collegato all’Iran, che è il grande sponsor economico e ideologico (benché sciita) di tutta l’operazione, e una fragile entità nazionalista impegnata in lotte interne nella West Bank. Difficile immaginare seri colloqui, anche se Abu Mazen resterà l’interlocutore di Israele.
Qual è il disegno di Hamas? Il suo piano va oltre Israele. Hamas si sente oggi cruciale nello scontro fra quello che reputa il vero Islam e il mondo occidentale peccatore. Khaled Mashaal intende inaugurare la seconda era della storia palestinese dopo quella di Arafat, un’era in cui l’Islam conquisterà il mondo, forte di un’alleanza momentanea formata da sunniti e sciiti contro l’Occidente. Mashaal, il vero capo di Hamas, da Damasco è in costante contatto con la Siria, gli iraniani, gli Hezbollah. Anche Al Qaida giuoca nella West Bank un grande ruolo, come ripetono gli egiziani. E, al vertice che l’Arabia Saudita promosse alla Mecca a febbraio fra Fatah e Hamas, di fatto Hamas uscì avendo imposto al cosiddetto fronte moderato la sua politica: ottenne denaro e accordi senza rinunciare né ai suoi piani né alla pioggia di kassam su Israele. Mashaal vuole distruggere ogni residuo di atteggiamento occidentale e democratico fra i palestinesi, fare del suo popolo, forte di una grande alleanza, un mini Iran sunnita devoto alla distruzione di Israele e al predominio messianico sul mondo ebraico e cristiano, che disprezza.
Ci sarà presto una guerra? Non è detto: può darsi che Mashaal ora intenda costruire bene la sua forza militare a Gaza e conquistare la West Bank sull’onda della paura e del rispetto indotti nei cittadini di Ramallah, Betlemme ecc., e della sfiducia nella forza imbelle di Fatah. Hamas probabilmente sta anche calcolando come evitare che Egitto e Giordania non si trasformino in nemici attivi.
Cosa faranno i Paesi Arabi nella nuova situazione? I Paesi Arabi moderati sono tutt’altro che contenti. Gli egiziani sanno che i loro Fratelli Musulmani sono eccitati dalla nuova situazione... È una vittoria dell’«asse del male». E quindi i moderati finalmente agiranno? L’Egitto chiuderà alle armi e ai terroristi il cosiddetto «sentiero di Filadelfia» fra Gaza e Egitto, attraverso il quale passano tutte le risorse belliche di Hamas? È possibile che l’Egitto si occupi di Gaza e la Giordania della West Bank. Che si riapra una prospettiva di confederazione palestinese (di Fatah) giordana. Si può opinare che i Paesi arabi ora si decidano a impegnarsi per disinnescare la bomba Hamas. Per trovare una soluzione fra le due parti, bloccare il terrorismo rampante e un’esplosione generale, la Lega Araba, con Egitto e Giordania in prima fila, potrebbero decidersi a fare qualcosa; Mubarak dovrebbe bloccare l’afflusso di armi in Egitto. Bisognerà anche guardare a che cosa farà la Siria, che teme il processo per l’asassinio di Rafik Hariri, è legata a doppio filo all’Iran, è la porta di passaggio del terrorismo in Irak. Israele interverrà nelle faccende Palestinesi? Se ne terrà fuori più a lungo che può, anche se ambedue le parti, sia Hamas per galvanizzare i palestinesi intorno a sé, sia Fatah per stabilire uno scudo di fronte all’integralismo islamico, cercheranno di coinvolgerla. È probabile un’ondata di attacchi terroristi. Potremo certo vedere una politica israeliana nettamente diversa verso l’una e l’altra parte, può darsi che Israele riesca a fare accordi chiari con Abu Mazen: George Bush, nell’incontro di domani a Washington con Ehud Olmert, glielo chiederà. Gli chiederà anche di fornire come sempre a Gaza elettricità, latte, medicine, aiuto medico... e di seguitare nonostante tutto a sostenere Abu Mazen, aprire check point, versare i fondi delle tasse... Olmert lo farà, in cambio di un forte impegno americano sull’Iran, il vero grande problema di tutti in Medio Oriente e nel mondo.
Cosa possiamo sperare? Speriamo che ora l’Europa non si rimetta a dire che bisogna parlare con Hamas, dato che proprio il suo atteggiamento disponibile, tentennante, impaurito, ha portato insieme ad altri fattori al disastro attuale. Sarebbe bello anche che non si seguitasse razzisticamente a ignorare le atrocità commesse in questi giorni negli scontri fra i palestinesi, come se fosse legittimo ammazzarsi fra arabi. Una forza di pace può aiutare? Solo se è disposta a prendere le armi contro Hamas che ha già dichiarato la sua radicale ostilità all’idea. Se si guarda all’Unifil, ormai gli Hezbollah sono riarmati di tutto punto e pronti alla guerra: una forza di pace ha ed avrà sempre difficoltà a fronteggiare una forza terrorista e senza scrupoli. E Hamas lo è.

Quando smascherai il passato di Waldheim

venerdì 15 giugno 2007 Il Giornale 0 commenti
L’ufficio viennese del cacciatore di nazisti Simon Wiesenthal era piccolo, disordinato, carte dappertutto. Di Kurt Waldheim, allora misterioso presidente austriaco in odore di passato nazista, Simon, che mi aveva concesso svariate interviste, parlava, certo, come di un personaggio con un passato controverso; tuttavia Wiesenthal aveva dichiarato pubblicamente che il presidente non era stato nazista, né un criminale di guerra. Silvana Origlia però, non era d’accordo. La giovane, una donna intensa dai capelli ricci e scuri, esperta di antisemitismo, intenta a una personale lotta col passato nazista dell’Austria, già dall’83 lavorava con Wiesenthal, che adorava, e aveva in mano le prove. La incontrai nell’ufficio mentre classificava le carte dei nazisti cui Simon dava la caccia, era il lavoro del suo cuore e della sua vita, le accuse che più tardi le sono piovute addosso di aver tradito Wiesenthal l’hanno ferita come pugnalate, ancora di più del fatto di restare senza lavoro e senza gli antichi amici. Con mio stupore scoprii subito che parlava bene italiano. Presto diventammo amiche, e dopo molte imprese giornalistiche comuni, Silvana mi dette appuntamento fuori dall’ufficio perché oltre alla devozione per Wiesenthal, più forte in lei era una passione per la giustizia che non poteva essere tacitata. Silvana di nascosto mi mostrò una lettera e tre documenti diretti a Wiesenthal dallo storico inglese Gerald Fleming a causa delle quali, dopo molte verifiche e expertise promosse dalla direzione del mio giornale, potei pubblicare nell’ottobre dell’87 su Epoca un indizio decisivo su Waldheim. La commissione di sei storici incaricati nell’88 di stabilire le responsabilità dell’allora nono Presidente austriaco che pure aveva, si disse, un atteggiamento molto morbido verso l’ex segretario dell’Onu, dovette dichiarare che, persino se non aveva le prove che Waldheim avesse «personalmente» commesso crimini di guerra, pure «era stato in diretta prossimità con azioni criminali». Fu certamente grazie al coraggio di Silvana Origlia, e all’accuratezza con cui Alberto Statera e Nini Briglia, allora direttori di Epoca , verificarono con noi le prove che portammo loro, che fu fatta luce sulla figura di Kurt Waldheim, morto ieri a Vienna a 88 anni dopo un cursus honorum sfacciato e controverso, carico delle ombre della sua appartenenza e del suo ruolo nell’esercito tedesco. Era difficile pensare che Waldheim non sapesse delle atrocità commesse dal suo comandante, il generale Lohr che fu condannato a morte e impiccato per crimini di guerra nel 1947. È di quel periodo la deportazione da Salonicco di 40mila ebrei, e la negazione di Waldheim di qualsiasi conoscenza del fatto risultava già molto debole. Si parlò allora anche delle prove della partecipazione organizzativa di Waldheim alla deportazione dalla stazione di Atene di migliaia di soldati italiani. Insieme con Silvana ci eravamo avventurate in parecchie storie di cui si trova traccia su Epoca e più tardi sull’Espresso; ci infiltrammo presso un boss neonazista, Burger, che viveva in una casetta bianca nel verde austriaco e che ci offrì panna e bomboloni descrivendoci le sue sinistre gesta. Scovammo in un ospizio per vecchi il boia di Marzabotto Walter Reder in mezzo alla neve, e i cani lupi ci rincorsero. Waldheim l’avevamo già conosciuto insieme in una nostra pazzesca incursione dentro il Palazzo Hofburg, senza permesso, per un’intervista alla vigilia di una sua famosa e controversa visita al Papa, nel 1987. Waldheim, solo nelle sale dorate, ci ricevette e ci parlò, cerimonioso e melanconico; i nostri sospetti su di lui si rafforzarono anche per il tono delle sue risposte. Dopo qualche mese, ecco la lettere di Fleming, che provano con tre documenti allegati un ruolo serio durante il servizio militare e un crimine di guerra. Dal ’72 all’82, Waldheim, dopo U Thant, era diventato segretario generale delle Nazioni Unite; durante il suo mandato le più estreme risoluzioni antiisraeliane furono votate; svariate strutture fisse dedicate alla causa palestinese furono istituzionalizzate in misura sporporzionata rispetto a qualsiasi altra nuova struttura; soprattutto la infame risoluzione «sionismo eguale razzismo» nel novembre del ’75... Molti parlavano di un ricatto in corso che inchiodava Waldheim alla politica filoaraba. Quando Kurt Waldheim diventò presidente, Wiesenthal fu più volte richiesto di dare il suo autorevole parere sull’individuo e di specificare se si trattava di un criminale nazista o no, ma si tirò indietro. «Per caso - racconta Silvana - senza intenzione, mi trovai per le mani la lettera di Fleming che diceva: “Caro signor Wiesenthal, oggi le invio alcuni reperti che ho trovato compiendo un’indagine sul ruolo del comandante della Prinz Eugen, si tratta solo di frammenti... riguardanti le comunicazioni tra l’IC AO (O3) del Gruppo armata E (ne faceva parte Waldheim ndr) e dell’IC/AO/03 presso il comandante supremo sudest... non c’è bisogno che io le dia ulteriori chiarimenti... dalle carte risulta con la massima chiarezza che in base all’ordine del Führer è stato praticato l’assassinio (sottolineato in rosso). Che queste carte non si trovino solo in mio possesso, io lo temo. Per quanto mi riguarda, però, non ho nessuna intenzione di renderle pubbliche”». Waldheim, si vede dai documenti, chiedeva di poter attuare la «sonderbehandlung» (fucilazione) di tre prigionieri tutti in divisa, un marinaio greco e due soldati britannici. Urgesi decisione, si chiudeva il dispaccio. Wiesenthal non volle parlare: probabilmente lo preoccupava prendere posizione contro un presidente del suo Paese e temeva forse una reazione antisemita dei suoi concittadini. Da vecchia star offesa, condannò più volte in pubblico il mio articolo e punì Silvana con un ostracismo che essa ha pagato per molti anni, anche se lo scopo del nostro lavoro non era stato certo quello di prendercela con lui, ma di denunciare Waldheim. A Roma giunsero molti giornalisti da tutto il mondo per sentire me e Silvana raccontare come tutti i sospetti puntatisi su Waldheim avevano trovato finalmente delle pezze d’appoggio.

Si sono fermati a Joan Baez

domenica 10 giugno 2007 Il Giornale 0 commenti
Chi partecipa dei beni morali e materiali dell’Occidente, certo ne ricava innumerevoli vantaggi, ma deve pur pagare qualche prezzo. Se il capo del governo italiano e George Bush usano soprattutto gli aggettivi «amichevole, condiviso, interessante» descrivendo il loro incontro, la piazza che chiama «criminale di guerra» il presidente americano non è contenta. E poiché è la stessa piazza che appartiene ad alcuni dei partiti della maggioranza, essa diserta quei partiti, e loro, domani reagiranno tentando di riconquistarla: i guai che si prospettano per il governo sono evidenti. Perché, se addirittura quella piazza è vuota perché i militanti dei partiti di estrema sinistra al governo si sentono rappresentati solo se vanno a marciare con Casarini, allora vuol dire che qualcosa è andato del tutto fuori controllo. Difficile beccarsi un abbraccio da Bush e contentare tutti quando il messaggio fondamentale del governo sulle cose israeliane, come su quelle irachene, come su quelle afghane è sempre stato sostanzialmente contro la politica americana. Ieri Piazza del Popolo era vuota e, mi si permetta, patetica. La denuncia dei guai di Cuba come causati dagli Stati Uniti, la causa palestinese rappresentata con la faccia di Arafat, la protesta contro Israele come «Stato di apartheid», i discorsi in piazza di una rappresentante di quell’Altra America alla Joan Baez che andava bene quando Giordano e Diliberto erano piccoli, erano simili alle lamentazioni capricciose di un bambino piccolo che grida contro una mamma cattiva che l’ha picchiato, gli ha tolto la libertà, lo ha torturato. Là per là, passeggiando fra la poca gente intervenuta, si sentiva definire dai leader imbarazzati la fallita manifestazione: «soltanto un presidio» o «una scelta simbolica». Ma era visibile in trasparenza il disappunto, e quindi l’inconciliabilità del vestito blu di Prodi e di D’Alema col popolo in blue jeans della maggioranza, che ha snobbato i suoi propri leader rifiutando la loro foglia di fico, ovvero l’invito in piazza del Popolo. Essa ieri non è riuscita a coprire una piazza romana, tantomeno ha potuto colmare il vuoto, il buio culturale davvero eccessivo e imbarazzante e soprattutto funzionale a una visione del mondo irrealistica e dannosa: quella che scrive sui cartelli (nel corteo) «Bush uguale Hitler», o suggerisce (nella piazza e ovunque) il nesso Bush-guerra come se si trattasse di una malattia mentale del presidente americano, o anche il frutto di una incontrollabile volontà di dominazione. Come se l’11 Settembre non ci fosse mai stato, come se Al Qaida, Hezbollah, Hamas, il ruolo dell’Iran e della Siria nell’alimentazione del terrorismo internazionale e nel promuovere la jihad mondiale non esistessero, non fossero mai esistiti. Il vuoto di Piazza del Popolo sotto il sole, sull’acciottolato e sotto l’obelisco, mentre pochi presenti che battevano il piede al ritmo dei «Folk a Bestia», segnalava che non esiste una politica estera decente capace di metterci in salvo di fronte alla minaccia del terrorismo e degli Shihab di Ahmadinejad, seguitando al contempo a dare lo spazio che è stato dato all’antiamericanismo in questi mesi di governo. Esiste una sfilza di scemenze puntate proprio sulla figura di Bush che sono un autentico asset, un patrimonio utile a chi poi stabilisce politiche irrazionali: dalla ripetizione dell’idea che il Presidente sia stupido, o primitivo, od ottuso, o fondamentalista, o schiavista, alla deprecazione della guerra come fosse una sua scelta perversa, a una pretesa di suo comportamento paranoide circa il pericolo terrorista, a una tendenza dittatoriale che porta all’unilateralismo, fino alle teorie della cospirazione che sono state ripetute ad nauseam. A una a una tutte le accuse fatte a Bush producono conseguenze irrazionali ma concrete sul piano politico. Per esempio, l’idea dell’unilateralismo rianima una esangue concezione dell’Onu come madre dei diritti umani e di sensate scelte in politica internazionale, mentre la sua pochezza e la sua partigianeria sono ormai comprovate. L’idea che Bush sia il padre di tutte le guerre, e non il terrorismo, nutre la concezione errata che una guerra non possa mai essere giusta e che una guerra di difesa, come quella di Israele per esempio, sia comunque sbagliata. La sottovalutazione del terrorismo, poi, conduce al nostro disimpegno, giustificabile solo se ci si racconta la balla che l’Iraq e l’Afghanistan siano contro la presenza occidentale oggi e che per i popoli iracheno o afghano la democrazia sia inattingibile. Ma soprattutto, un abbraccio a Bush contraddice la verità della sua figura umana, quella di un presidente forte e molto convinto delle sue idee, un combattente della libertà che solo tre giorni or sono abbiamo visto ascoltare, a uno a uno, i dissidenti di 25 Paesi autoritari, dall’Arabia Saudita alla Bielorussia. Non è un caso che alla Cnn il portavoce di Putin abbia chiesto, a seguito delle polemiche sullo scudo spaziale, che non si parli più di quell’emendamento firmato da Jackson Vanick che, negli anni 80, promosso da Reagan, fu il motore che accese la corsa delle rivoluzioni anticomuniste. Questo emendamento collegava il commercio americano con la libertà di movimento nei Paesi socialisti. Bush è un tipo capace di mettere in moto questo meccanismo anche oggi, subito; uno che marcerebbe per la libertà del popolo, che so, siriano, se fosse un semplice cittadino, e che abbraccia i dissidenti sudanesi e iraniani in pubblico. Da noi, dire che Bush è scemo quindi, è necessario a una politica che non mette mai in discussione i dittatori iraniano, siriano, cubano, burmese. Bush, lo fa. E le piazze che ieri ho visto a Roma non lo fanno, non l’hanno mai fatto e, soprattutto, non lo sanno.

Diritti e libertà, Bush allo scontro frontale: "Russia e Cina deragliano dalla democrazia"

venerdì 8 giugno 2007 Il Giornale 0 commenti
Il presidente Usa replica duramente alle minacce di Putin in caso di attuazione del piano anti-missili. Dalla Casa Bianca atto d'accusa ai Paesi dove c'è tirannia e un abbraccio ai dissidenti Praga - Cambia dunque, veramente, il panorama internazionale, si scalda il clima delle relazioni Stati Uniti-Russia e anche quello Usa-Cina. Il presidente George Bush, sulla strada per il G8, non ha temuto ieri di rispondere da Praga, occhi negli occhi, a Vladimir Putin, che minaccia di puntare i suoi missili sulle città europee se va avanti il programma di scudo spaziale, e ha detto, nel corso di un discorso intenso, molto programmatico perché puntato su uno dei suoi temi preferiti, «democrazia e sicurezza»: «Putin ha deragliato dal processo di riforme democratiche che aveva cominciato ad allargare il potere del popolo in Urss». E sulla Cina ha aggiunto che essa pretende di procedere sulla via della modernizzazione economica, senza tuttavia andare avanti sulla strada del cambiamento politico. Ha detto queste cose riaffermando tuttavia che al G8 oggi l’America ha intenzione di parlare con tutti gli interlocutori, e che si può benissimo proseguire nel dialogo e nella collaborazione pur discutendo i propri dissensi. Ma lo dice in un contesto così carico di significati rispetto alle sue maggiori motivazioni, alla stessa identità che ha conferito al suo mandato e ad una vigilia così importante come quella del G8, che il suo discorso rimanda, noi che siamo nella sala del ministero degli Esteri, il Palazzo Czernin in cui nel 1948 il primo ministro democratico Jan Mazaryk fu defenestrato dai comunisti, all’intervento da poco conclusosi (Bush non c’era) del famoso campione di scacchi Garry Kasparov. Ormai Kasparov è il capo della nuova opposizione post-sovietica e ha detto: «Putin minaccia la vita dei giovani, distrugge la libertà di opinione e di stampa con un aggressivo apparato di sicurezza che non esita di fronte a nulla... Ha seguito i suoi istinti, trasformando la Russia in uno Stato di polizia». Le parole di Bush, inoltre, sono state pronunciate in un’occasione unica, ovvero in quello che possiamo considerare un autentico rilancio da parte del presidente della sua campagna di democratizzazione come scopo morale primario e arma acuminata contro il terrorismo. Oltretutto Bush ha parlato di fronte ai dissidenti di 27 Paesi convenuti insieme, invitati dal presidente Vaclav Havel, ex dissidente lui stesso, da Natan Sharansky, ex prigioniero di coscienza in Urss e poi ministro in Israele, e da José Maria Aznar. Un’occasione storica mai verificatasi precedentemente con nessun presidente americano. «Porre fine alla tirannia è il fine più meritevole della nostra epoca». Bush ha di fatto così abbracciato i dissidenti di tutte le latitudini, dalla Cina alla Siria a Cuba. Da lunedì sono riuniti eroi della libertà che hanno subito la prigione, la tortura, l’esilio e la morte dei loro cari, pensatori come l’iracheno Kanan Makiya, o il cinese Juming Liu, o il libanese Eli Khoury, o l’egiziano Saed Edin Ibrahim, o il palestinese Issam Abu Issa, o il siriano Farid Ghadri. Durante la parte del discorso dedicata a loro, li ha chiamati affettuosamente per nome, ricordando l’incarcerazione e la persecuzione del siriano Mamoud Homsy, ex membro del Parlamento, o di Rabia Khadir, una piccola donna cui il regime cinese, a causa delle sue idee, ha incarcerato ambedue i figli. Bush non si è dimenticato nessuno, ha parlato della Bielorussia, di Burma e moltissimo della giustezza della guerra in Irak. I dissidenti, nei due giorni passati e nella giornata di oggi, hanno lavorato e lavorano a un programma comune con cui cercare di impegnare il mondo libero al suo fianco concretamente. Intanto George Bush era lì con una visita ad hoc e una risposta a tutti i sostenitori dell’appeasement e delle teorie della stabilità ad ogni costo: «Non avremo mai né pace né tranquillità a fronte di un fanatismo aggressivo che produce terrorismo e schiavitù e che può essere battuto solo con la democrazia. Essa non si conquista certo in un giorno, è complessa e difficile, e spesso sanguinosa. Ma non abbandoneremo mai i combattenti della libertà e dei diritti umani. Essi ci hanno al loro fianco», ha sostanzialmente detto George Bush, che così parte per il G8 reggendo nelle sue mani due questioni controverse, quella della democratizzazione e della lotta al terrorismo, e quella dello scudo missilistico a cui, sempre da Praga, ha invitato la Russia ad essere partner.

Praga riunisce i dissidenti di tutto il mondo

venerdì 8 giugno 2007 Il Giornale 0 commenti
Un dato certo su una costellazione molto composita: credono in se stessi ma sperano forte anche nell’intervento concreto degli Stati Uniti. Dell’Europa non parlano molto. Un secondo dato certo, solo eroi, con storie da brivido e da lacrime, ricche di una vita degna di questo nome. E magari non sarà beata la terra che ne ha bisogno, ma beato chi ha incontrato come me a Praga i dissidenti pervenuti da tutto il mondo per i due giorni della conferenza su “Democrazia e sicurezza” indetta da due eroi più un politico coraggioso: Vaclav Havel, che vinse alla testa del popolo cecoslovacco la rivoluzione democratica nel 1989, Nathan Sharansky, refusenik rinchiuso per un decennio nelle carceri sovietiche, e Josè Maria Aznar. La conferenza, dice Vera Golobesky, che è la responsabile degli affari esteri del centro Shalem di Gerusalemme dove siede Sharansky, deve essere una pietra di riferimento, un punto di partenza che non si può ignorare: uomini solitari e in pericolo di vita, promuovendo la democrazia a casa loro, dalla Siria alla Bielorussia, a Burma, a Cuba, all’Arabia Saudita, promuovono anche la nostra sicurezza. Sharansky l’ha scritto e Bush l’ha compreso: una democrazia non attacca un’altra democrazia. Loro fanno tanto per noi: vediamo cosa siamo in grado di fare per loro. Gli eroi intervenuti a Praga certamente, quando ieri sono tornati a casa o al loro esilio, hanno trovato condizioni di sicurezza ancora più delicate del solito. Il professore egiziano Saad Eddin Ibrahim, il più famoso fra i combattenti per i diritti umani nel mondo arabo, ha gli occhi brillanti e il sorriso sulle labbra: “Quando nel 2000 mi condannarono a sette anni e mi buttarono in carcere, ho deciso di sorridere sempre, per dimostrare ai tiranni che sono più forte di loro”. Farid Ghadri, giovane leader democratico siriano sicuro che sia giunto il tempo del cambio di regime degli Assad, sta per andare in visita addirittura in Israele, dove parlerà alla Knesset: "Gli israeliani non devono parlare con i dittatori come Assad o, a suo tempo, Arafat, i democratici sono per Israele, la via per la pace". Sa che Gerusalemme è una meta davvero pericolosa: “Ma c’è stata una volta in cui ho capito cos’era la tirannia araba: quando in Arabia Saudita il muezzin chiamò alla preghiera, e il corpo dei guardiani della fede mi picchiò duro per strada perché non mi ero affrettato a piegarmi”. Farid spiega che il vero eroe a cui bisogna guardare è il piccolo gentleman con giacca e cravatta nera che non parla inglese, un deputato siriano ora rifugiato in Libano, dove pure vive nell’insicurezza a causa degli Hezbollah, e che ha passato anni di galera per aver tenuto al Parlamento discorsi sui diritti umani. Homsy ha buon seguito personale a Damasco e Bush l’ha indicato ad esempio nel suo discorso pubblico con una dissidente cinese. Dice: “La Siria è essenziale, è il nodo fra Iran, Hezbollah, terrorismo in Iraq, pace in Israele”. Anche gli iraniani ripetono che dobbiamo muoverci, che lo si faccia per noi stessi se non per loro, perché Ahmadinejad prepara la bomba atomica: sembra un bambino Amir Abbas Fakhravar, perché ha cominciato giovanissimo, da capo degli studenti a essere arrestato e torturato. E’ stato cinque anni in carcere. “La rivoluzione è pronta, qualcuno però deve schioccare le dita, aiutare, dare il segnale del cambio di regime”. L'Iraq è il problema di tutti, perché suggerisce tutte le difficoltà della democrazia anche dopo il cambio di regime. Ma è pieno di coraggio anche un grande uomo come il deputato Mithal Alalussi, perseguitato a suo tempo da Saddam, i cui due figli sono stati uccisi sotto i suoi occhi dopo un viaggio in Israele: "Gli iracheni ce la stanno mettendo tutta e guai se gli americani li abbandonderanno. E comunque, l'Iran è la chiave - spiega Alalussi - se qualcuno non fa qualcosa, siamo finiti". Ognuno merita un romanzo: i bielorussi, i burmensi, i latino americani. L'estremismo micidiale che aiuta le dittature è il nemico comune. Nessuno, dice l’intellettuale dissidente più famoso, Walid Fares, deve provarci con i dissidenti libanesi dicendo che gli Hezbollah sono un partito legale, o con le elezioni legali di Hamas, che non sono frutto di democrazia, ma di sfruttamento cinico delle sue vie, che in Sudan le stragi sono frutto di scontri etnici. Tutti, per aiuto e giusto riconoscimento, guardano all’America, tutti chiedono di non trattare con i dittatori, tutti spiegano che sono loro il nuovo interlocutore storico per evitare anche la nostra rovina. Così ripetono anche i palestinesi Bassam Id, attivista dei diritti umani, e il bussinessman Issam Abu Issa. Deciso e duro, con la sua coda di cavallo e la sua vita internazionale, Eli Khouri, il giovane iniziatore della rivoluzione dei cedri, che vive tra Beirut e il mondo, spiega "l’sms è il primo strumento della rivoluzione democratica e anche un po’ di carta e una tipografia volenterosa, molto cuore e apertura mentale. Ma soprattutto, sostegno internazionale, quale che debba essere, costi il rischio che costa. E’ nel vostro interesse”

Io, ragazzina, ho combattuto

martedì 5 giugno 2007 Il Giornale 1 commento
Quando alle sette meno dieci il 5 di giugno 1967 la radio scandì «lenzuolo rosso», la parola d’ordine, e la Guerra dei Sei Giorni cominciò, mi trovavo al kibbutz Neot Mordechai in Alta Galilea, il Libano a sinistra, il Golan siriano a destra: ero una biondina di sinistra che la famiglia aveva spedito in Israele sperando tornasse un po’ più saggia. Nasser gridava ogni giorno la sua promessa di distruzione, ammassava truppe nel Sinai cacciando le forze Onu dopo aver chiuso il canale di Suez; dalla Siria si levavano Mig in volo sulle vigne in cui lavoravo in costume da bagno; noi volontari scavavamo trincee nel kibbutz, imparavamo il passo del leopardo sorreggendo un vecchio fucile. E mi sembrava un gioco. Niente era più lontano dell’idea della conquista dalla testa dei membri del kibbutz, dei cittadini di Kiriat Shmona che avevano incerottato le vetrine dei negozi per evitare che le bombe scaraventassero schegge taglienti. Si aspettava, mentre il rombo della minaccia di sterminio si faceva più forte. Quando la guerra scoppiò, oltre all’Egitto, la Siria e la Giordania, anche Sudan, Algeria, Irak, Mauritania, Yemen, si unirono alla compagnia. Le sirene suonarono, mi vestii ancora insaponata nella doccia, avevo il compito di portare i bambini nel rifugio, e lo feci per sei giorni. Alla quarta sirena già non correvo più, eseguivo i miei compiti, nel rifugio giocavamo e cantavamo. Lungo la strada orlata di eucalipti sul margine delle vigne, passavano i carri armati che si ammassavano al confine. I soldati erano come me, sessantottini, ragazzi, alcuni invitavano per scherzo noi ragazze che offrivamo loro da bere «Vieni a Damasco?»; solo uno mi fece un segnaccio con l’indice per dire che lui voleva andare a casa e non voleva la mia acqua. Quando Moshe Dayan, ministro della Difesa (Rabin era Capo di Stato Maggiore), parlò alla radio, chiesi che cosa dicesse (allora non sapevo l’ebraico) e qualcuno del kibbutz, pacifista anche lui, mi disse «Shtuiot», sciocchezze. Invece, era l’annuncio di una nuova epoca. Fino al 4 di giugno avevamo ascoltato alla radio l’annuncio dell’annichilimento d’Israele, stavolta sul serio; Nasser (e così gli altri Paesi Arabi, convinti dal 1948 di poter distruggere lo Stato ebraico, occidentale, democratico), mentre le sue strade si riempivano di caricature antisemite e di canzoni con il ritornello «sgozza sgozza», spiegò: «Intendiamo lanciare un assalto generale a Israele. Sarà guerra totale. Lo scopo basilare è la distruzione di Israele». Nasser ammassò nel Sinai 900 carri armati e130mila uomini, mentre Levi Eshkol, il premier israeliano, e Abba Eban, ministro degli Esteri, cercavano ogni via diplomatica per bloccare la guerra. Gli americani intimarono di non attaccare. Tirava aria di un secondo Olocausto. Nasser convinse anche re Hussein che non vi erano dubbi: Israele sarebbe morta. Contrariamente alla lectio dell’insistente scuola che vede nella guerra del 1967 un’aggressione israeliana e un’indebita appropriazione di territori altrui, Israele non ebbe altra scelta se non l’azione preventiva con cui distrusse a terra l’aviazione egiziana. Gli arabi avrebbero attaccato e distrutto, se Israele non avesse agito. Michael Oren, il più eminente studioso della Guerra dei Sei Giorni, dimostra che l’Egitto, la Giordania e la Siria avevano preparato dei piani di distruzione capillare dello Stato d’Israele. Amman aveva disegnato la deportazione e l’eliminazione della popolazione di intere città israeliane. E la presa di Gerusalemme, da 19 anni in mano giordana e chiusa nei luoghi di fede a cristiani ed ebrei, fu dovuta all’attacco che i giordani, alle dieci del 5 giugno, portarono a Gerusalemme ovest. Questo, nonostante Israele avesse chiesto direttamente a re Hussein di restare fuori dalla guerra. Anche la Siria attaccò subito. Israele fu costretta a combattere, anche se gli americani erano contrari e i francesi la tradirono: il risultato di quella guerra solitaria fu un allargamento territoriale frutto di autodifesa. E se oggi si suggerisce che la Ybris israeliana spinse a tenersi i territori, in realtà essi furono restituiti ogni volta che ve ne fu possibilità; la pace con l’Egitto nel ’77 costò il Sinai, con la Giordania nel ’94 l’Aravà. Con gli accordi di Oslo, Israele si ritirò nel ’95 da tutte le città israeliane e si sarebbe ritirata da quasi tutto il West Bank e persino da Gerusalemme se Arafat non avesse lanciato l’Intifada del terrore suicida. Dal Libano, che aveva occupato nel 1982, si ritirò senza contropartite nel 2000. Da Gaza nel 2005, unilateralmente. L’atteggiamento del mondo arabo invece è rimasto quello della conferenza di Khartum tenuta all’indomani della guerra: no alla trattativa, no all’accordo, no al riconoscimento di Israele. La Guerra dei Sei Giorni non ha creato un conflitto, che era già là dal 1948: il mito dei «territori» e dell’«occupazione » come causa scatenante di tutti i mali, ma tutti dimenticano il terrorismo e le guerre precedenti, ignorano volutamente che l’Urss giocò pesantemente sulla guerra dei Sei Giorni. Secondo il recente studio di Isabella Ginor e Gideon Remez, «i sovietici avevano preparato uno sbarco sulle spiagge di Israele e approntato l’attacco di bombardieri e di forze armate navali nuclearizzate». Il loro obiettivo era il reattore nucleare di Dimona, e il mezzo era la provocazione araba. Dopo l’imprevista vittoria di Israele, i sovietici furono quelli che all’Onu - scrive in un nuovo studio lo storico Joel Fish - imposero la condanna come condizione per qualsiasi cessate il fuoco. Da allora, le organizzazioni legate ai partiti dei lavoratori furono ipnotizzate da una campagna che dura tutt’oggi in maniera acritica e pretestuosa per disegnare Israele come aggressore e l’America come un burattinaio. In realtà l’Onu, combattuta, votò la risoluzione 242 che chiedeva a Israele di ritirarsi «da» e non «dai» territori in cambio della sicurezza. La Guerra dei Sei Giorni è stata l’inizio della consapevolezza araba del fatto che Israele non poteva essere spazzata via dalla mappa; è stata la definitiva territorializzazione, nel West Bank e a Gaza, dell’identità palestinese che non aveva mai avuto uno Stato proprio; anche per loro è stata un’opportunità storica; è stato l’inizio della discussione in Israele sulla importanza della profondità strategica del territorio, con la sinistra che la dichiarava nulla, e la destra che vi vedeva una indispensabile dimensione di salvezza, e della discussione fra Pace Adesso e Coloni. Alcuni vedono in questa guerra il momento in cui il fallimento del panarabismo arabo aprì la strada all’islamismo, altri lo identificano nella rivoluzione khomeinista e poi nella sconfitta russa in Afghanistan. Più di tutto, fu la fine del vissuto ebraico legato all’ansia per un incombente sterminio. Quando tornai a Firenze all’Università, dopo la guerra, i miei compagni studenti mi guardavano in modo diverso: non ero più la «loro» ebrea simbolo della lotta contro il nazifascismo, l’ebrea «ricurva» e sofferente della diaspora che piaceva a Natalia Ginzburg, quanto le dispiacevano i «sabre» forti e sfrontati. Non c’erano più pecore, non c’era più macello. Adesso c’era una democrazia che sapeva anche fare la guerra, un popolo bimillenario che voleva vivere nel presente. Ci misi anni a capire che ciò era accaduto sotto ai miei occhi.

Se Cambridge si scopre antisemita

venerdì 1 giugno 2007 Il Giornale 3 commenti
Ben prima di fondare nel 1948 lo Stato, gli ebrei fondarono l’Università: il Politecnico di Haifa nel 1924 e nel 1925, a Gerusalemme, la Hebrew University. Ambedue, con altri atenei israeliani, oggi si trovano nell’ambito dell’eccellenza. Ma questo non importa all’accademia inglese, accecata da un’ideologia di cui sarebbe andato fiero Sdanov. Il boicottaggio contro le università israeliane dell’associazione dei docenti universitari «lecturer» (Ucu, University and College Union) è un gesto di estremismo inaudito: i distinti docenti di Cambridge, secondo il voto di mercoledì, non andranno in Israele per studi e conferenze, non riceveranno professori e studenti israeliani, cancelleranno ogni programma di collaborazione con uno dei Paesi più ricchi di idee e di premi Nobel del mondo. L’Ucu rappresenta oltre 100mila docenti. Il voto è passato con 158 voti contro 99, in un’atmosfera di guerra e trionfo, con urla e accuse sanguinose («nazisti») agli studenti e ai professori israeliani che con un cartellone pregavano, gli illusi: «Parlate con l’accademia Israeliana». Intanto su Sderot piovevano i missili kassam, un bambino paralitico, colpito insieme ad altri due su un pulmino fra Sderot e Ashkelon, moriva all’ospedale; si sono levate urla di gioia per la mozione, come se sui professori si librasse lo spirito, come se il senso dell’impegno per i diritti stesse tutto nell’uccidere virtualmente, mettendone al bando la cultura, l’unico Stato democratico del Medio Oriente, come se la lotta per la libertà consistesse nel passaggio libero degli uomini di Hamas dai check point, nell’impedire a Israele di combattere l’attacco terroristico che non si ferma. Come se l’impegno trovasse valore nell’escludere dalla cultura europea gli ottimi studenti e professori dell’accademia di Gerusalemme e Tel Aviv, città a suo tempo bombardate da Saddam Hussein; come se fosse una medaglia al valore segregare l’università di Haifa, bombardata dagli hezbollah nella guerra di agosto; o Beer Sheba, città universitaria del Negev, nella zona di Sderot, la cui gente vive nel terrore dei missili di Hamas. Questo, anche dopo che Israele ha deciso, nonostante il bombardamento continuo, di non invadere Gaza ma di limitarsi a contrattacchi ai responsabili diretti e alle strutture. Ma che importa, la realtà di Israele è virtuale, non fattuale: Israele è oppressore anche se si limita a difendersi con la mano sinistra. E infatti in queste ore la Unison, il sindacato dei servizi pubblici del Regno Unito, sta considerando di votare nella conferenza annuale di metà giugno una proposta di boicottaggio generale a Israele. Bella impresa, unificante. La più grande federazione delle Trade Union sudafricane sta lanciando una campagna per il boicottaggio su tutti i beni israeliani e per rompere i rapporti diplomatici. Altre iniziative di boicottaggio si risvegliano in Europa, e ricordiamo che nel passato se ne sono avute anche negli atenei italiani. Pensiamoci un attimo: i docenti inglesi, che lamentano la violazione dei diritti civili da parte israeliana, se la sono mai presa con le università cinesi, dato che in quel Paese la pena di morte falcia i dissidenti, o che la Cina opprime il Tibet? Abbiamo mai sentito parlare di un boicottaggio contro l’università russa, dato che Putin ha liquidato migliaia di musulmani in Cecenia? I prof britannici hanno boicottato i siriani, che hanno soppresso le minoranze e che tengono in carcere l’opposizione? Come la mettiamo con le università di tutti i Paesi in cui le minoranze sono oppresse, torturate, incarcerate per le loro idee, in cui le donne sono segregate o picchiate, gli omosessuali soppressi, come nei territori palestinesi? Con i Paesi che opprimono le loro minoranze? Ce la si prende con un Paese dove niente di questo genere accade, i cui soldati si comportano in guerra secondo un codice morale certamente più severo, e alquanto, di quello dei soldati britannici o anche americani, che sparano solo se attaccati e per prevenire il prossimo attacco terrorista o missilistico. Perché gli accademici britannici non hanno boicottato l’Università di Nablus, An Naja, che organizzò una mostra fatta di pizza e sangue, con tanto di immagine esaltante del terrorista con maschera e cintura, sull’attentato della Pizzeria Sbarro di Gerusalemme, esplosa il 9 agosto del 2001, 15 morti, quasi tutti bambini, 130 feriti? Né è mai stata messa in mora l’università di Teheran dove i docenti e gli studenti vengono bollati da uno speciale comitato che controlla la fedeltà al regime attribuendo «stelle» che giunte a tre portano all’espulsione. Perché? Diciamolo una buona volta che si tratta dell’antisemitismo del nostro tempo, spinto avanti da una deprecabile condizione culturale in cui l’estremismo islamico più omicida è promosso a Londra, anche dal sindaco Ken Livingstone, a rango di cultura delle minoranze, in cui possono fiorire i terroristi come quelli del «tube» e degli autobus di Londonstan, in cui l’Europa perde l’anima. Uno studente arabo israeliano, Amal Hassan Shehadeh, dell’università di Bar Ilan, a Bournemouth dove si svolgeva la discussione, ha passato tutta la notte davanti all’edificio dell’assemblea cercando di spiegare a quei grandi combattenti dei diritti civili che il boicottaggio degli israeliani avrebbe incluso anche parecchi arabi. Ma quelli erano troppo intelligenti per capire.

Pregiudizi e silenzi di Amnesty

sabato 26 maggio 2007 Il Giornale 0 commenti
Anche il Foreign Office inglese ha protestato per i pregiudizi contenuti nel nuovo rapporto annuale di Amnesty International per il 2006, appena presentato a Londra. Che peccato: forse è venuta l’ora di osservare con sguardo meno estatico di quello che il mondo ha fatto fino ad oggi una Ong che è diventata ben più politica che umanitaria. Amnesty è la bibbia dei diritti umani; se Amnesty condanna, è come se i Dieci Comandamenti ti venissero sbattuti sul viso, e di fronte al mondo. Ogni sanzione morale internazionale diventa possibile e anzi probabile. Le condanne comminate da quella che forse è la più famosa fra le Ong sono la pietra di paragone della religione del nostro tempo. Ma il fatto, con tutto il rispetto personale per coloro che lavorano sul campo anche in situazioni pericolose, è che la fiaccola della giustizia è passata nelle mani di un’ideologia e di gruppi politici che ne hanno per lo più fatto uno strumento politico e non umanitario; la storia dei diritti umani dal dopoguerra ha avuto la disgrazia di sposare lo schieramento «antimperialista», quello «anticolonialista», quello «anticapitalista» credendo di allearsi così a un mondo di oppressi. Ma ne hanno fatto le spese proprio uno sguardo chiaro e obiettivo sulle prepotenze dei dittatori appartenenti alla parte «antimperialista» del mondo. Il principio di responsabilità è stato diluito fino a sparire quando si parla di Terzo Mondo, mentre è stato esasperato e frainteso per l’Occidente e portato al calor bianco per gli Usa e Israele. La fine della Guerra Fredda non ha migliorato la situazione. L’Economist scrive dunque che una organizzazione che dedica più pagine agli abusi contro i diritti umani in Inghilterra o in America che alla Bielorussia o all’Arabia Saudita non può sfuggire a un dubbioso riesame del suo ruolo. Su Israele, naturalmente avviene la danza rituale più selvaggia. Con il rapporto annuale del 2006 presentato mercoledì scorso, Amnesty condanna Israele e gli Hezbollah parimenti, e li accusa, a causa dei civili uccisi da Israele durante la guerra dell’agosto scorso, di essere ambedue responsabili di crimini di guerra. Amnesty attacca Israele anche per l’alto numero di morti palestinesi, 650, sostiene in maniera opinabile, nel 2006. È una accusa inaccettabile dal punto di vista del metodo, della morale e delle conseguenze strategiche nel tempo della guerra asimmetrica. Nel numero delle persone uccise da Israele e che vengono per la maggior parte classificate «civili», in realtà, in un mondo di guerriglia senza divisa, si parla anche di militanti, e purtroppo di popolazione che serve di supporto logistico e strategico, di scudi umani che sia Hezbollah che Hamas usano normalmente come vantaggio strategico fisso. Nel documentatissimo rapporto di 50 pagine di «Intelligence and Terrorism Information Center for Special Studies» (CSS) si trova minuta descrizione, arricchita da molte foto, in cui si scoprirà la capillarità e la sofisticazione con cui quasi ogni casa, moschea, garage dei villaggi sudlibanesi sia stata trasformata da Nasrallah in una struttura adibita alla guerra e da cui i lanciarazzi sparavano contro Kiriat Shmone o Haifa, sui civili israeliani. Ogni statuto della legge internazionale che governa la condotta in guerra è qui stato violato. Hamas agisce sullo stesso modello. I villaggi sciiti sono stati una base operativa arruolata, per amore o per forza, quasi completamente, così che l’unità Nasr (1000 operativi regolari) e le riserve (3000 circa) non hanno mai combattuto soli, ma con lo scudo dei villaggi. L’organizzazione ha dunque violato tutte le regole ed è palesemente «criminale di guerra»; Israele può avere compiuto errori, magari anche occasionali crimini. Ma che c’entra con la sistematica, prescelta violazione delle forze terroriste? A Roma si direbbe che il linguaggio di Amnesty è una «pecionata» ma sarebbe un giudizio benevolo. La confusione è fatta apposta. Mentre Israele ha combattuto in un teatro di guerra in cui l’alternativa è fra il lasciare colpire la propria gente e difendersi in una situazione che Nasrallah ha descritto così in un discorso dopo la guerra: «Come potrebbero gli Hezbollah ritirarsi dalla regione a sud del Litani? Vorrebbe dire il ritiro dei cittadini di Aita che hanno combattuto ad Aita; di Bint Jebeil che hanno combattuto a Bint Jebel; di al Khiam, di al Taibe; di Meiss... tutti i giovani che hanno combattuto in prima linea sono di là...». In secondo luogo: nel rapporto sul 2006 Amnesty condanna Israele, in base ai parametri usati dall’Ngo monitor presieduto da Gerald Steinberg, molto di più di quanto non condanni l’Iran, il Sudan, la Libia, la Siria, l’Egitto. Violatori seriali, mentre Israele è una democrazia in cui libertà d’opinione, legge e ordine sono la regola. «È ridicolo - dice Steinberg - pensare che durante l’anno Amnesty ha emesso 48 pubblicazioni di “azione urgente” su Israele, mentre ne ha dedicate 35 all’Iran, 2 all’Arabia Saudita, 7 alla Siria». Ma Amnesty, che era nata per difendere i prigionieri, non ha mai richiesto la liberazione dei due soldati israeliani rapiti dagli Hezbollah. Su Israele sembra posseduto da una confusione concettuale per cui lo Stato ebraico si è macchiato di violazioni dei diritti umani, 42 volte, e, che so, il Sudan 15; crimini di guerra: 46. Il Sudan: 21... Se si guarda a tutti i Paesi islamici, la fanno in gran parte franca o vengono sanzionati in maniera molto blanda, mentre gli americani sono anche loro una vittima rituale. Amnesty per spiegare le sue fonti fa riferimento a «testimoni visivi» la cui oggettività è tutt’altro che certificata. I ricercatori di un think tank dell’Università di Londra e del Conflict Analiys Resource Center hanno raggiunto le stesse conclusioni esaminando, a Bogotà, uno studio di Amnesty sui conflitti in Colombia: «L’approccio di Amnesty e di Human Rights Watch... include scelte di fonti opache... non specifica le fonti, usa definizioni non chiare, parametri erratici di spiegazione».

Olmert il debole rafforza Hamas

mercoledì 23 maggio 2007 Il Giornale 0 commenti
È incredibile quanto sia stata abile Hamas nel suo gioco, quanto veloce la realizzazione del suo programma e quanto significativo esso sia non solo nel conflitto arabo israeliano, ma per le strategie della jihad mondiale. Adesso, l’Egitto trema all’idea che la Fratellanza Musulmana locale possa seguire il suo esempio e tentare atroci stragi fratricide come quelle dei giorni scorsi a Gaza. L’Arabia Saudita si mangia le mani per avere creduto di poterlo piegare ai suoi disegni con aiuti e credito diplomatico in cambio di un accordo fasullo come quello della Mecca del 17 febbraio. Abu Mazen è ridotto in un angolo: se resta nel governo seguita a servire una linea contraria alla sua; se abbandona, lascia l’Autonomia e anche l’Olp nelle mani di Khaled Mashaal. In ogni caso, in gioco c’è una dinamica «macro», quella di una forza ultrareligiosa sunnita ma anche legata all’Iran, che batte sul campo una forza laica musulmana e intanto attacca il nemico sionista. Che ispirazione, ad esempio, anche per il Libano degli Hezbollah e di Fatah al Islam e simili! La figura stessa di Arafat come padre e miniera ideologica della causa palestinese può essere destinata alla sostituzione completa. Khaled Mashaal si vive come il nuovo Arafat che rappresenta l’idealtipo palestinese al tempo della jihad globale, che costruirà una Palestina simile a un piccolo Iran sunnita, in cui non si sente musica, non si legge altro che il Corano, saltano per aria le librerie e le scuole cristiane. Il processo naturalmente è insanguinato, dato che gli uomini di Fatah sono ben armati e allenati e hanno una migliore disciplina. Anche il Fatah in questi giorni ha ucciso e ferito senza guardare in faccia nessuno. Ma, a detta di molti osservatori, Hamas, che oltre ai gruppi terroristi ha messo in piedi una Guardia rivoluzionaria di una decina di migliaia di miliziani sul modello iraniano, ha combattuto meglio. Ha vinto sul campo quasi ovunque salvo ogni tanto trovarsi di fronte qualche attacco di predicatori nelle moschee, qualche gruppo infuriato che li maledice per aver spezzato l’unità palestinese. È accaduto a Khaled Mashaal venerdì scorso, quando è andato a pregare in Moschea a Damasco, la sede da cui mette in atto le sue grandi strategie. Ma le centinaia di palestinesi feriti e le decine di uccisi per le strade dell’Autonomia, oltre alle risposte degli F16 israeliani sulle strutture e i personaggi reponsabili della pioggia di missili kassam su Sderot, Hamas non li considera un problema suo: li vede come una conseguenza della volontà di Dio in una strategia che deve eliminare gli infedeli e gli apostati e conquistare all’Islam non solo Israele, o la regione, ma il mondo. L’odio interno viene fomentato fino al parossismo: un maggiorente di Hamas urlava domenica alla piazza chiamando alle armi, che gli uomini di Fatah sono traditori, delinquenti, infedeli, che non desiderano altro che «andare a Tel Aviv» a divertirsi, forti dei documenti da vip forniti loro da Israele che li ha corrotti e comprati. L’Olp è arrivato al capolinea, pensa Mashaal e, oltre ad Abu Mazen, pianifica, devono tremare Moubarak e re Abdallah di Giordania, mentre i sauditi si piegheranno a non comandare i sunniti rivoluzionari ma ad accettare un condominio di comodo con Ahmadinejad. Nuova strategia, che al momento tiene in scacco anche Israele. Olmert non può entrare con l’esercito a Gaza e bloccare i missili kassam che si abbattono sulla popolazione disperata neanche dopo che ieri una donna di 32 anni è stata uccisa. Se entra, crea uno schieramento compatto di sostegno interno a Hamas e uno sbarramento di biasimo internazionale. Se non entra, la gente sarà sempre più convinta, e vieppiù dopo la commissione Winograd, della inettitudine di un governo che lascia che una città di venticinquemila abitanti venga bombardata poco prima del prime time della Tv, così che alle venti le case semidistrutte e l’auto della povera Shiri Friedman possano essere mostrati fumanti.

Recensione al libro di Carlo Panella "Fascismo Islamico"

venerdì 18 maggio 2007 Il Giornale 3 commenti
Il libro di Carlo Panella “Fascismo Islamico” edito da Rizzoli, è un volumetto così denso di contenuti e di passione da creare nel lettore la certezza, quando chiuderà l’ultima pagina, che da quel momento la sua visione del terrorismo e dell’Islam non sarà più la stessa. Il terrorismo musulmano e anche gli errori che compiamo nell’affrontarlo sia concettualmente che in pratica, sono il centro di un coraggioso lavoro che l’autore svolge da molti anni: Panella è un giudice spietato e dotto della natura irriducibile dell’insorgenza islamista e della nostra paura di prenderne atto. Abbiamo paura dell’Islam, dice Panella, perché da quel mondo "ci viene scaraventata contro una marea di violenza”. E l’uomo occidentale non sa come affrontarla, non è adatto, per struttura ed ignoranza, a capire il problema. E il rischio di questo rifiuto è semplicemente la nostra distruzione, perché è questo lo scopo dell’attuale millenarismo islamista alla Ahmadinejad. Non solo, dice Panella, l’uomo occidentale non vuole rendersi conto della violenza di morte che promana dal mondo islamico, ma rifiuta tutte quelle violenze diffuse e continue, che, bene in vista, impressionano la nostra fragile psiche che cerca sempre benevolenza, sorrisi e approvazione: “sguardi di donne velate, bambini imbottiti di candelotti di dinamite di cartapesta, apostati condannati a morte, cortei violenti contro vignette, perentorie richieste al pontefice di scusarsi”. Tanto repugnante, dice Panella, è l’idea di dover fronteggiare la verità che il mondo islamico è fascista, anzi, nazista; tanto pauroso il pensare che questa ideologia è diffusa “non solo tra i terroristi di Al Qaeda, ma anche e soprattutto in Iran, in Libano, in Palestina, in Siria, in Iraq e in tanti altri paesi musulmani”che preferiamo giocarci la pelle piuttosto che vedere, proprio come fece l’Europa alla vigilia dello scatenarsi della guerra nazista contro le democrazie. Eppure siamo proprio di fronte a “un movimento con un’ideologia antisemita e totalitaria, con largo consenso di massa”. E Panella ce lo dimostra citando intellettuali, clerici, leader politici che hanno trascinato l’Islam verso la deriva violenta: chi vuole imparare, vi troverà un vero manuale. Il significato di ciò che leggiamo, Panella ce lo spiaga con una citazione di Umberto Eco: esiste un criterio universalmente valido per riconoscere “il fascismo, per sapere che da là non verrà altro che “il fascismo”, ed è il culto della morte”. Eppure, dice l’autore, Eco che ha capito così bene pure non si avventura nella critica dei suoi amici “progressisti, democratici, pacifisti, che invece di attaccare i fascisti, attaccano chi li combatte, come George Bush, gli USA, Israele”. Alla sinistra che brancola lontano dalla verità, Panella dedica parecchia analisi; così come alla malevolenza antisemita verso Israele, all’odio antioccidentale di cui è fatto oggetto da parte del mondo islamico il Paese degli ebrei proprio in quanto ebrei. Panella strappa il lettore dal mito della speranza di una facile pace ottenibile con la cessione di terre, e anche dalla leggenda di uno iato concettuale fra panarabismo e Islam. Le due passioni ideologiche sono fasi diverse dell’unico sogno revanscista del mondo mussulmano, e della sua vocazione autoritaria. E’ coraggioso Panella nella sua esplicitazione di ciò che ciascuno sa e nessuno dice. La prova di questo coraggio e dell’originalità del pensiero dell’autore è contenuta proprio nell’atteggiamento opposto di chi guida la nostra politica. Javier Solana, l’uomo che, per l’Unione Europea è da anni fra quelli che hanno creato il guazzabuglio concettuale più fuorviante che si possa immaginare, propagandando risoluzioni del conflitto Medio Orientale che invece ne procrastineranno all’infinito qualsiasi possibilità di progresso. Solana, dopo la vittoria di Hamas e le sue iterate promesse di distruzioni di Israele, non trova niente di meglio da dire, concettualmente disarmato e distrutto, che “Hamas non può voler distruggere Israele”. Per Solana, “non può” perché sarebbe “un abuso della religione”. Ah no? La risposta alla stolta esclamazione di Solana, Panella la dipana nelle sue duecento pagine di storia e di politica da cui si erge paurosa la consistenza non solo di Hamas, ma soprattutto dell’Iran di Ahmadinejad nella sua determinazione a uccidere e a distruggere sia Israele che tutto ciò che essa rappresenta ai loro occhi, ovvero la democrazia e i costumi occidentali, veri e propri abomini agli occhi della religione. Molto vivo e convincente è il parallelo fra il nazismo di Hitler, la sua negazione da parte dei testimoni del tempo, l’enorme importanza dell’antisemitismo nel definire l’utopia conquistatrice della rivoluzione nazionalsocialista e gli stessi tratti evidenti e pure negati nella questione islamica. Ben ricostruita la minuta e radicata strategia Iraniana e l’invincibilità, di fronte alle armi della diplomazia e della ragione occidentale dell’impostazione apocalittica della rivoluzione Khomeinista. Panella rintraccia nella storia della reazione islamica la risposta al predominio del mondo occidentale vittorioso, la speranza di una riscossa spirituale, le terribili conseguenze pratiche e culturali dell’isolamento e della cultura vittimistico-trionfalistica. Il vuoto tragico di cultura e di libri, l’antagonismo invincibile fra sette e paesi, l’inferiorità codificata della donna, insomma, la tragedia dell’Islam viene descritta come un buio psicologico in cui si creano le premesse idoelogiche e psicologiche del terrorismo, che non sente ragioni nè vuole “parlare” con noi. Panella, nelle conclusioni della sua disperante disamina, cerca un punto di svolta e lo trova nella predicazione di Papa Benedetto XVI, nella sua puntualizzazione di un terreno di confronto, quello, dice Panella, del rapporto fra fede e ragione. Perché “l’Islam fondamentalista si basa sulla concezione di un Dio trascendente e incomprensibile”, quello della scelta jihadista e dei kamikaze, e di un antisemitismo cui la Chiesa a lungo non ha saputo di dire di no, e che la teologia della liberazione ha seguitato a praticare sotto forma di cieca critica allo Stato d’Israele.
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