Fiamma Nirenstein Blog

Il Giornale

Il vizietto filo-arabo

giovedì 12 luglio 2007 Il Giornale 0 commenti
Quale invincibile cecità, quale peccato originale obnubila la sinistra quando si parla di questione mediorientale, per cui ogni apparente progresso viene subito vanificato da errori? Si tratta di perversione concettuale, o di cecità morale? Era sembrato sperabile, una volta ancora, che la visita di Prodi in Medio Oriente contenesse, sia pure in maniera limitata, una revisione degli errori storici della sinistra verso Israele e, insieme, di quelli sul terrorismo islamico. Non è così: e la delusione è tanto più cocente in quanto a causarla sono due personaggi in genere molto distanti fra loro quando si parla di politica estera, Massimo D’Alema e Piero Fassino, ambedue rappresentanti onorati della maggioranza. Ci tocca a trovarceli uniti uno, Massimo D’Alema, che chiede di alleggerire le sanzioni all’Iran e che in una lettera aperta a Tony Blair insiste con altri nove ministri della Comunità Europea di aprire a Hamas, e l’altro, al contrario di D’Alema, uno dei leader di sinistra più moderati in politica estera, che chiede di “sedersi a un tavolo con Hamas” anche se non riconosce Israele. In più D’Alema, siccome Prodi ha tenuta bassa la polemica togliendo ufficialità al gesto del suo ministro, lo ha ribadito polemicamente anche ieri. Si tratta di uno scandalo politico e concettuale. Politico, perché la cosa (col seguito piccato di D’Alema e Fassino immerso in una guerra di leadership) sa di ricerca di chiasso e di caccia al consenso verso i terreni dell’odio antisraeliano propri della sinistra estrema che decenza vorrebbe fosse abbandonato quanto prima e invece rifiorisce sempre: è da quando la Guerra Fredda dichiarò lo Stato degli Ebrei nemico pubblico, colonialista, imperialista, amico degli americani, che la sinistra ha abbracciato l’odio antisraeliano, ha sollecitato con la sua compiacenza il terrorismo, ha assolto il mondo arabo da ogni responsabilità facendo il suo fatale danno, ha bruciato in piazza le bandiere israeliane con quelle americane e aggredito Israele con accuse di criminalità internazionale mentre si costruiva, dall’Iran alla Siria agli Hezbollah a Hamas fino ad Al Qaida un vero esercito conquistatore, negazionista, antisemita, anticristiano. L’esortazione di Fassino e di D’Alema a parlare con Hamas indebolisce il già fragilissimo tentativo di creare un fronte moderato e delegittima Abu Mazen che rifiuta il contatto. Sul fronte interno, crea una imperdonabile lesione morale nel rapporto fra classe dirigente e il cittadino di un Paese democratico che faccia della libertà e dei diritti umani la propria bandiera. Che cosa insegna una simile esortazione se non tolleranza verso la violenza più inaudita? Se non negazione del rilievo strategico e soprattutto morale del terrorismo? Che cosa deve arrivare a fare un’entità politica per risultare infrequentabile all’Italia? Assediare case private e ucciderne gli abitanti sul posto? Uccidere col colpo in testa tre donne selezionate fra una massa di profughe di Gaza, scegliendole una sedicenne, una ventottenne e una settantatreenne dal mucchio? Gettare cittadini dal 16° piano? Assalire un ospedale a colpi di bazooka? Trascinare per strada il nemico e giustiziarlo sul posto alla presenza della propria famiglia? Giustiziare con un colpo alla testa bambini che vanno a scuola in macchina col proprio padre? Tagliare teste col coltello? Rapire innocenti? Hamas ha fatto tutto questo. Che cosa deve dire una forza politica per essere dichiarato incapace di intendere il linguaggio della mediazione? Dichiarare guerra totale all’Occidente? Promettere nella propria carta costitutiva lo sterminio degli ebrei? Negare la Shoah? Dichiarare reo tutto l’Occidente di empietà? Deve mandare in onda alla tv Topolino per ordinare ai bambini di farsi “shahid”, martiri per la gloria di Allah? Deve mandare madri incinte a farsi saltare per aria? Distruggere denaro e serre e investire milioni di dollari in violenza e odio, reclutare dentro le moschee nei campi estivi bambini per insegnare loro a usare cariche esplosive? Questo Hamas lo fa. Ed è onesto: il suo messaggio ripete chiara la determinazione a distruggere Israele, a conquistare all’Islam il mondo. Parlare con Hamas, cosa significa? Già ci si parla per arrivare a uno scambio di prigionieri che liberi Gilad Shalit a caro prezzo; ci si parla per consentire il passaggio di cibo, medicine, malati, beni necessari. Israele seguita a fornirgli elettricità, benzina, medicine, gas, altri beni, anche se ne riceve in cambio solo missili kassam. Che questo sia. Ma invitare all’accettazione di Hamas come interlocutore è inammissibile perché aumenta i rischi di guerra e terrore: Ahmadinejad, Hanje, Nasrallah, Assad, Bin Laden si sentiranno vieppiù sulla strada della vittoria. E questa nostra società a rischio di crescente violenza incrementerà la sua deriva, legittimerà qualsiasi cosa. Non lamentiamoci in futuro delle scelte di un giovane italiano che viene invitato a sedersi con chiunque.

Prodi da Olmert si ferma a metà strada

mercoledì 11 luglio 2007 Il Giornale 0 commenti

Il viaggio in Israele di Romano Prodi ha il sapore di una correzione di rotta, della presa di coscienza degli errori dal suo governo. Non tanto la linea, ma l'atteggiamento italiano verso Israele è apparso diverso, la visita di Prodi a Sderot ha segnalato l'acquisizione del punto teorico che Israele è un Paese aggredito, che «merita» la pace, e non che, semplicemente, «deve» la pace a qualcuno che, certo bene intenzionato, la accoglierebbe a braccia aperte consegnando in cambio un Medio Oriente sanato, come invece suggerisce molto spesso il ministro degli Esteri Massimo D'Alema, seguitando persino a immaginare che Hamas si placherebbe una volta ammesso, con tutto il suo odio integralista, alla tavola del consenso. Prodi in realtà ha emulato il governo precedente trasmettendo rispetto verso Gerusalemme, evitando di propalare la disapprovazione, il sospetto verso la politica israeliana, la criminalizzazione che è spesso traboccata dalle e nelle piazze italiane, specie al tempo della guerra del Libano, quando il governo accusò Israele di risposte eccessive agli hezbollah, e con gli hezbollah andò a braccetto. Che cosa è successo che ha indotto Prodi a virare? Innanzitutto, l'integralismo islamico si è mostrato senza veli per quello che è, una forza montante e minacciosa che ormai si avvale dell'asse Iran, Siria, Hezbollah e Hamas, con l'appoggio esterno, diremmo, di Al Qaida (ormai stabilitasi, come ha detto anche Abu Mazen, a Gaza) e altri gruppi. Le azioni di questo asse hanno un carattere pervasivo e mire tanto vaste da lasciare pochi dubbi che non si tratti affatto di un sottoprodotto del conflitto israelo-palestinese. Al contrario: Prodi sa ormai che la vittoria di Hamas a Gaza, con le atrocità di cui certamente sia Olmert che Abu Mazen gli hanno raccontato i terribili particolari, non è il prodotto dell'«occupazione», demonio onnipossente; il guaio più grande è l'esercito integralista che propone nuove sfide all'Occidente. Un alto ufficiale del Comando Sud ha detto a Prodi che circa 30 tonnellate di esplosivo e centinaia di missili antitank sono stati contrabbandati nella Striscia in un anno, che Hamas ha sviluppato una vera industria militare che produce Kassam e armi da fuoco in serie. Quando Prodi ha saputo che a Sderot sono piovuti in un anno 5000 missili e ha esclamato «Non è possibile vivere così», ha segnalato una verità che sfugge a gran parte della sinistra: Israele è un Paese attaccato che si difende. Così è stato anche con gli hezbollah, così con i palestinesi che nel corso di tutti questi anni hanno rifiutato ogni proposta dello Stato che di nuovo viene riproposto da Prodi («due Stati per due popoli») come soluzione. Ovvero: Prodi ha compiuto metà della strada che restituisce la verità del conflitto. L'altra metà è nella risposta strategica che le novità impongono, o almeno nel dubbio che le proposte odierne non siano consone alle novità. Abu Mazen deve sentire di essere messo alla prova: se desidera il compromesso, pure le brigate di Al Aqsa rifiutano la consegna delle armi e ripropongono la distruzione di Israele, e la popolazione ancora tentenna verso Hamas. La prova lo attende. Guardando alla natura dell'attacco a Israele, Prodi ha ben scorto la negazione della Shoah come nata nel «sonno della ragione» che combatte l'esistenza dello Stato ebraico, che sbandierata dall'Iran di Ahmadinejad e ripetuta dai suoi alleati e protetti ha una funzione direttamente politica. Anche qui, bisogna vedere se l'avere così fortemente denunciato la minaccia iraniana dalla sede appropriata, Gerusalemme, si svilupperà nella scelta, per esempio, di favorire sanzioni specificamente nazionali di banche e imprese, come è accaduto in altri Paesi. Infine: Prodi e Olmert, due leader la cui popolarità non è florida, si sono detti un po' ciò che ciascuno voleva sentirsi dire. Se la scelta dell'Unifil è stata ispirata a lodevoli criteri di pacificazione del confine sud del Libano, pure è altrettanto incontrovertibile che gli hezbollah si sono riarmati fino ai denti, che preparano una rivoluzione sciita-iraniana in Libano, che la Siria sobbolle una nuova guerra, che le armi sono passate dal confine siriano verso gli Hezbollah senza che nessuno fosse in grado di fermarle. Non è il caso di cantar vittoria, è il tempo invece dei dubbi, della cautela, della fantasia politica più innovativa. Olmert punta sulla visita di Condi Rice fra pochi giorni per cercare «un orizzonte per i palestinesi» tramite il rafforzamento di uno schieramento moderato, protettivo, rassicurante. Esso oggi, non esiste altro che nei sogni dei leader. Può funzionare solo le vecchie formule vengono rilette alla nera luce dell'odio che ha invaso il campo. Se Prodi lo vuole fare, sappia che «land for peace» può funzionare solo se si accompagna con la cocente sconfitta di chi sulla terra conquistata invece di scuole libere dalla propaganda della morte costruisce lanciamissili.

Libero il reporter della Bbc «Sepolto vivo per 114 giorni»

giovedì 5 luglio 2007 Il Giornale 0 commenti
Alan Johnston, il 45enne giornalista della Bbc è stato liberato dopo 114 giorni di cattività all’alba di ieri. L’ha rilasciato il gruppo integralista “Esercito dell’Islam” dopo giorni di durissima pressione da parte di Hamas. Pallido e affaticato, Johnston si è presentato ai giornalisti in compagnia del capo di Hamas Ismail Haniyeh, e ha dichiarato tutta la sua felicità, poi ha potuto parlare con la sua famiglia, e ha partecipato a una seconda conferenza stampa presso il consolato britannico a Gerusalemme. Il suo è stato un racconto dignitoso e drammatico: «Per me è stato come essere sepolto vivo - ha detto ricordando di essere stato detenuto a lungo in una stanza senza finestre -. Non c’è quasi stata violenza, ma sono spesso stati aspri e sgradevoli. Mi hanno minacciato di morte in modi diversi, erano pericolosi e imprevedibili». La liberazione di Johnston è un avvenimento molto felice. Per chi talora si trova al lavoro a Gaza e conosce l’imprevedibilità e il pericolo di quelle strade e di quella esplosiva formicolante vitalità ormai dominata dal potere islamista, il pensiero tragico del collega detenuto in una zona infestata dalla crudeltà di Hamas è stato per mesi un pensiero triste e minaccioso. Ma ora è bene decifrare il significato di questo evento, perché è esattamente il contrario di quello che Hamas ha voluto mettere in scena. Abbiamo visto alla conferenza stampa della mattina un Ismail Haniyeh (dopo lo scontro con Fatah, primo ministro della Gaza divenuta Hamastan) soddisfatto e sornione come un gatto col sorcio in bocca. Haniyeh ha messo in scena, vantandosi della propria “trattativa” con la fazione che deteneva Johnston, lo spettacolo della affidabilità del nuovo potere di Hamas a Gaza, lo show della sua capacità di mantenere l’ordine come esca per l’Occidente dopo il caos sotto il governo di Fatah; ha esibito ciò che talvolta si sente predicare da tutti i sostenitori dell’appeasement, ovvero la sostanziale preferibilità di un forte potere islamista come interlocutore rispetto a un potere moderato ma debole. Mutatis mutandis, è la differenza che corre fra l’Iran e i poteri sunniti moderati in Medio Oriente. Una parabola oltremodo interessante, che spiega meglio di tutti dall’interno Sofian Abu Zaide, ministro per i prigionieri del governo di Fatah: «Hamas ha generato e sostenuto nel suo seno gli uomini dei rapitori, dell’“Esercito Islamico” legato alla famiglia Dughmush, uno dei potenti clan della città di Gaza, padroni del quartiere di Zabre dove hanno sempre tenuto prigioniero Johnston. Estremisti che alzano un certo fumo parlando di Al Qaida, ma il nesso è Hamas. Tutti sapevano che Johnston era rinchiuso là, ma fino al momento che è parso strategico nessuno lo ha liberato per motivi umanitari. Hamas ha dato le armi alla fazione, Hamas l’ha fornita di denaro, Hamas le ha anche dato ordini fino a un certo punto, quando essa ha esagerato in autonomia. Hamas ha staccato decisamente la spina quando ha avuto bisogno di una riqualificazione agli occhi del mondo dopo aver spillato tanto sangue palestinese a Gaza. Ma è sempre col sangue e la libertà palestinese che oggi l’ordine che essi vantano viene pagato. E non ne uscirà niente di buono per nessuno se verrà dato credito a Hamas». Il gruppo dei rapitori si è nascosto dietro svariate sigle ideologiche, ma Hamas è rimasto sempre il suo interlocutore, la sua casa madre. E i rapimenti seguitano ad essere una sua arma: ne ha compiuto altri, ne pianifica ancora. Non solo: un anno fa la collaborazione fra questo gruppo e Hamas mise in atto il rapimento di Gilad Shalit, il soldato di leva israeliano rapito sul confine di Gaza, di cui si penhsa che sia nascosto dalla stessa gang, forse nello stesso quartiere. Ma per lui non è ancora il tempo della liberazione, se mai avverrà. Hamas lancia un piccolo amo per vedere se l’esca per l’Occidente è buona, e poi stabilirà un prezzo in prigionieri e altre misure che lo farà apparire un grande leader agli occhi dei palestinesi. Per far liberare Johnston sono occorse le maniere molto forti, alla moda di Gaza: il capofamiglia dei Dughmush, Mumtaz, ha fatto sapere che uno dei suoi figli Ahmed, di 28 anni, è stato rapito e ucciso sabato notte della settimana scorsa. Pochi giorni prima, Johnston era apparso in un video trasferito alla stampa con una cintura di tritolo alla vita mentre diceva di non tentare di liberarlo con la forza perché altrimenti sarebbe saltato per aria. Ma in Medio Oriente c’è un detto: quello che non si ottiene con la forza, si ottiene con più forza. Così è successo: Hamas ha circondato di armati la roccaforte dei Dughmush per 48 ore, anche i suoi hanno subito spari e ferite; pare che la minaccia, noncurante della cintura di Johnston, fosse semplicemente quella di eliminare tutto il clan, dice il cronista di Ha’aretz Avi Issacharov. E il clan allora si è piegato. I moderati sentono che l’Occidente tentenna. Ma tutti soffriranno, e per primi i palestinesi e gli arabi in genere, se questi ultimi verranno ritenuti da noi interlocutori plausibili. La loro sferza integralista si abbatterà per prima cosa sulle loro stesse popolazioni.

La sfida possibile di Blair

martedì 3 luglio 2007 Il Giornale 0 commenti
Tony Blair, certo già concentrato sulla sfida che lo attende, quella di riuscire a portare qualche speranza di pace al Medio Oriente come rappresentante e ambasciatore molto speciale del Quartetto, ha già avuto i primi segnali di quale è il rischio che corre: quello del grande elemosiniere di corte. Forse non ce ne siamo accorti, ma domenica si è mosso un treno che seguiteremo a seguire per un bel pezzo: Olmert ha fatto versare 118 milioni di dollari delle tasse di palestinesi (in tutto sono 600 milioni) a Abu Mazen, una gran massa di denaro comincia a muoversi verso Fatah, anche l’Europa ha sbloccato i fondi. È un semplice tentativo di rafforzamento di Fatah a fronte di Hamas che si accorda con la scelta di promuovere in Medio Oriente un’alleanza moderata contro l’integralismo islamico, l’odierna speranza di tutto il mondo. È per guidare uno sforzo immane e importantissimo, appare evidente, che un personaggio di così alto profilo come Tony Blair è stato nominato, con grandi benedizioni da parte degli Usa, a rappresentare il Quartetto in Medio Oriente. Naturalmente, Blair sta cercando di disegnare una strategia degna di questo nome, che non si fermi agli aiuti. Anche lui sa bene che Abu Mazen è debole, che la sua gente non lo ama perché è circondato, oltre che da moderati, anche da corrotti e terroristi. Tony Blair dunque deve andare oltre gli aiuti ai moderati, scavalcare la speranza zoppicante di Condi Rice di affrontare l’attacco islamista con un’alleanza sunnita, andare oltre l’illusione che il tema land for peace, buono solo per chi è laico e non religioso, risolva i problemi. Può farcela a disegnare una road map tutt’affatto diversa? Intanto, è molto positivo il fatto che egli sia Blair, che lo debba dunque a se stesso: ha solo 54 anni, deve ancora trovare la strada dei libri di storia, del grande achievement. Trovarlo proprio nel Medio Oriente sarebbe per lui la vera rivincita, date le tante critiche sull’Irak. Ha la fiducia delle parti? No, gli estremisti musulmani, da Hamas all’Iran, hanno già detto che Blair davvero non va, che la sua alleanza con Bush lo depriva di credibilità. Ma sanno anche, per esempio, che Blair ha più volte ripetuto una cosa che gli israeliani odiano sentir dire, ovvero che la radice del conflitto mediorientale è nello scontro israelo-palestinese. D’altra parte Israele l’ha perdonato, gli ha dedicato svariate esclamazioni di benvenuto, ha ben preso nota del fatto che si allontanò coraggiosamente dalle accuse durante la guerra del Libano di avere agito «sproporzionatamente»: ma ricorda che Blair fu fra le voci più insistenti per un cessate il fuoco precoce, non è un filo israeliano a tutti i costi. Però è un personaggio singolare: finora ogni inviato internazionale fuorché gli americani sono stati visti da Israele come critici implacabili e nemici possibili. Blair invece, benché non sia certo un neoconservatore, è un personaggio di principi saldi, di fede occidentale, sostenuto dagli Usa ma fedele solo a se stesso, genuinamente convinto, alla Churchill, che lo Stato degli ebrei è legittimo e indispensabile, che deve vivere e che è anche ammirevole (nessuno giurerebbe che Xavier Solana, per esempio, pensi lo stesso). Blair ha accettato perché pensa di farcela, e non va alla battaglia carico di tutti i soliti pregiudizi antisraeliani che impediscono alla fine una cosa molto importante: identificare i partner in giuoco senza farsi travolgere dal vittimismo-trionfalismo arabo e attribuire con autorità a ciascuno le sue responsabilità. Se Blair capirà le forze in campo, si guarderà bene dal lanciarsi all’aiuto cieco di Abu Mazen. Ma chiedere in cambio che egli smantelli le milizie armate, sarebbe di nuovo una perdita di tempo: le Brigate di Al Aqsa hanno già risposto picche alla richiesta di consegnare le armi in cambio di posti nelle strutture armate di Fatah. Quindi tutto ciò che Blair può chiedere a Abu Mazen è un consolidamento della democrazia, senza, per carità, elezioni anticipate in cui può vincere Hamas di nuovo. Può pretendere la modifica completa del sistema educativo, la libertà dei media, la promozione di personaggi al di sopra delle parti, può chiedere l’impiego trasparente del denaro con severi controlli, la promozione di gruppi sociali e culturali; può pretendere un atteggiamento completamente diverso verso i terroristi e anche l’apertura al dialogo con Israele, di un pubblico discorso diverso sullo Stato degli ebrei. Blair deve insomma tentare di cambiare il dischetto del «processo di pace» in Medio Oriente: land for peace non funziona già dai tempi di Arafat, egli deve riuscire a dichiararlo: è una realtà difficile da elaborare, il mercato delle idee non è florido, dato che è stato attuato da anni il blocco moralistico di ogni pensiero. Se lo fa, anche Israele dovrà muoversi e fidarsi: Blair può chiedere a Olmert di procedere con il denaro e l’aiuto umanitario e anche con lo sgombero degli outpost, può promuovere una politica di sblocco di posti di blocco dentro la West Bank senza obiettare invece, sia chiaro, ai controlli quando si tratta di entrare in Israele, dato che il pericolo è reale e terribile: ma i palestinesi devono poter godere di maggiore possibilità di movimento in Cisgiordania e verso i Paesi arabi, senza mettere gli israeliani in pericolo. Questo può essere un buon orizzonte per sperimentare autonomia e autogestione che portino, se sarà realistico avere un gruppo dirigente responsabile, allo Stato. È ipotizzabile anche che Blair debba cercare nuovi orizzonti verso la Giordania, perché anche se adesso il re Abdullah è molto sospettoso di ciò che la storia gli ha insegnato nei rapporti fra Hashemiti e palestinesi, pure oggi ha un forte bisogno di rafforzarsi a fronte del pericolo iraniano che lo colpisce tramite Siria e vie di comunicazione con l’Irak, mentre i palestinesi hanno disperato bisogno di un punto di riferimento vasto e autorevole. Un rinnovato rapporto fra i palestinesi e i giordani potrebbe certo aiutare. Blair ha la forza per impostare tutto di bel nuovo, ha soprattutto il dovere di non abbandonarsi a formule, a trucchi concettuali: i tempi sono nuovi, egli ha fortemente voluto un incarico difficile per misurarsi allo stremo, adesso lo faccia abbandonando ogni pregiudizio. Lo può.

Tolleranza pericolosa

sabato 30 giugno 2007 Il Giornale 0 commenti
Londonistan cerca di divorare Londra di nuovo. Nulla è ancora chiaro sul fallito attentato di Londra. Dunque, i fatti possono smentirci, ma lo scopo evidente di colpire il più largo numero possibile di cittadini, il tipo di preparazione (con esplosivo, chiodi, gas, benzina... la stessa sete di sangue dell’Irak), il prossimo anniversario dell’attentato del 7 di luglio, tutto fa pensare che l’estremismo islamico aggredisca di nuovo la Gran Bretagna. I colpevoli hanno lasciato dietro di sé molti indizi, Scotland Yard gli è addosso. Ma già possiamo vedere chiaro lo sfondo su cui la Mercedes si è riempita di tritolo, gas, chiodi: è quello della crescente minaccia del radicalismo islamico in Inghilterra, mentre un’acquiescenza mista di paura e di un malinteso senso dei diritti umani è diventata sempre più costitutiva dell’atteggiamento inglese. L’Inghilterra, come dice in un suo recente best seller sul tema Melanie Phillips, si è assoggettata a uno stato d’animo per cui, rinunciando alla propria cultura, si fa agnello sacrificale. Secondo le statistiche del 2006, fra il 40 e il 60 per cento dei musulmani vorrebbe che fosse stabilita la Sharia; un quarto ritiene che le bombe del 7 luglio (52 morti!) siano giustificate dalla guerra in Irak; metà pensa che l’attacco alle Twin Towers è stata opera di una cospirazione Israele-Usa; il 46 per cento pensa che la comunità ebraica «controlli coi massoni la polizia e i media»; il 37 per cento crede che «la comunità ebraica sia un bersaglio legittimo nella guerra per la giustizia in Medio Oriente». Queste opinioni non sono un vezzo antropologico e culturale: i servizi britannici si stanno occupando di 34 complotti terroristici accertati, mentre altri 70 casi sono attualmente investigati. Sono circa 1900 i terroristi sotto inchiesta per progetti di bombe. L’espansione è dovuta al successo del 7 luglio 2005; Dhiren Barot, in prigione per attentati con uso di veleno e materiali radioattivi, ha dichiarato che l’uso del terrorismo per la fede è giustificato dal fatto che funziona. Le descrizioni dei terroristi come vittime, immigrati emarginati, si scontra col fatto che gli stessi autori del 7 luglio erano stati tutti a scuola o all’università; il terrorista britannico del Mike's Place in Israele, era una persona integrata. Di fatto sono le seconde o terze generazioni tornate all’Islam che si fanatizzano in perfetto inglese: nell’agosto del 2006, dopo la guerra israelo-hezbollah, a Trafalgar Square li si poteva vedere mentre gridavano «Siamo tutti Hezbollah», mentre nel febbraio, durante le manifestazioni per le vignette su Maometto, innalzavano cartelloni con scritto «Europa pagherai, il tuo sterminio è iniziato» e «Europa è il cancro, l’Islam è la risposta». Tony Blair, nonostante il mondo politico sia terrorizzato di esser accusato di islamofobia, ha osato chiedere di integrarsi o di andarsene: ma la sua è stata una risposta episodica: la Sharia applicata in casa, la poligamia, i matrimoni prematuri (14 anni) e forzati sono ignorati, così come gli avvertimenti alla comunità musulmana delle indagini dell’intelligence (secondo la Phillips), e la nomina di noti radicali islamici come consulenti dello Stato. L’Inghilterra sceglie, specie l’intellighenzia liberal e la stampa, l’abbraccio per il vittimismo che fa da scudo all’estremismo. L’antisemitismo ne è un “byproduct”: il recente boicottaggio di Israele dei professori inglesi dell’Ucu (University College Union) mostra come gli islamisti abbiano saputo approfittare della cultura dei diritti umani per stravolgerla. La “cultura delle vittime”, paradigmaticamente, ha lasciato sfuggire in Somalia vestita con l’inviolabile burqa una donna islamica che invece era l’assassino maschio di un poliziotto. Ma alla fine bisogna scegliere: o la generosa liberalità che proibisce di sospettare di un burqa, o i terroristi all’opera. Se il partner multiculturale usa la nostra liberalità come veicolo del suo odio e vi scava un nascondiglio per la casamatta delle sue bombe, allora l’ospite che glielo lascia fare vellicandone la propaganda vittimista, è responsabile quanto lui.

La pornoguerra di Gaza

giovedì 28 giugno 2007 Il Giornale 0 commenti
Ieri alla guerra, che è sempre tragica, si è aggiunta la commedia, ma una commedia mortale, nello stile della guerra di Gaza. La possiamo chiamare sesso Fatah e Hamas. È venuta a galla gorgogliando, mentre nel mondo parallelo dello scontro israelo-palestinese si svolgeva una grossa operazione di attacco soprattutto alla Jihad islamica, con Hamas, l’organizzazione responsabile del lancio dei missili Kassam, nel corso della quale l’esercito israeliano ha ucciso dodici militanti quasi tutti della fazione, segnando di fatto l’inizio della gestione Barak del ministero della Difesa. Il quotidiano israeliano Maariv l’ha rivelata: anche se Fatah ha cercato di distruggere quanti più documenti possibili nei quartieri generali dei suoi apparati di sicurezza prima che gli uffici cadessero in mano ad Hamas, pare che i nuovi padroni di casa vi abbiano trovato, oltre ad armi e documenti di ogni genere, un vero tesoro in film, nei quali molti membri della leadership palestinese si esibiscono (immaginiamo a loro insaputa) in performance sessuali. Si tratta in gran parte di uomini sposati, che quindi contravvengono alle norme più sacre di una società patriarcale come quella palestinese. Fra le decine di personaggi che nei film si vedono in compagnia di ragazze molto giovani, c’è un ministro famosissimo di uno dei governi di Fatah, un alto ufficiale dei servizi segreti palestinesi sempre di Fatah, ma anche, per esempio, un uomo di punta di Hamas, quindi ultrareligioso, filmato mentre si intrattiene con una ragazza. Ambedue le parti sono dunque archiviate per essere fatte oggetto di ricatto dagli agenti che ormai hanno visto il loro prezioso bottino cadere in mano di Hamas. Pare anche, da documenti mostrati dalla televisione israeliana, che l’uomo abbia accettato di diventare un agente dei servizi e di dare loro informazioni su Hamas. I film sono stati girati nelle case, in alberghi e persino negli uffici dei protagonisti. Un dottore è stato ripreso in ospedale, ha raccontato una fonte dell’ala militare di Hamas, e ha specificato che le donne impiegate nella sporca operazione erano a volte «specialiste di alta classe come i loro destinatari, a volte provenienti dall’estero». La squallida rete di ricatti tessuta intorno a questa vicenda e portata alla luce soltanto perché qualcuno da Gaza si è deciso a passarla a un giornale israeliano, è ancora attiva e fa capire perché i membri di Fatah fuggiti da Gaza e rifugiati nella Cisgiordania sono relativamente quieti rispetto alle atrocità compiute a Gaza. Il solito membro di Hamas dice: «Non osano attaccarci perché sanno che cosa abbiamo. Temono che, se parlano, noi riveleremo i fatti loro». Ziad Abu Ziad, avvocato, giornalista, ex ministro per Gerusalemme di Fatah, è disgustato ma cerca di calmare le acque: «Abbiamo visto impensabili atrocità in questi giorni, questa è solo una storia di contorno, tutto il mondo ha i suoi scandali sessuali, Israele certo non dimentica quello di Netanyahu e quello recente del suo presidente della Repubblica». Vero. E tuttavia c’è un elemento importante e sconosciuto nell’accumularsi della quantità di storie di odio, di ricatto e di ferocia che emergono nel mondo palestinese in questi giorni: innanzitutto mostra la profondità e la pervasività della frattura fra le parti antagoniste, la determinazione a ferirsi con qualsiasi arma all’interno di quella che fino a poche settimane fa veniva considerata una collettività guidata da un senso di imprescindibile solidarietà. È la stessa identità palestinese intesa come la volontà di un popolo di fondare un futuro comune che in questo periodo mostra la corda, e questo scandalo sessuale non è un episodio di pura corruzione, è un’altra tessera del mosaico della frattura tra Hamas e Fatah. In secondo luogo, la vicenda dei video è un succedaneo di quelle atrocità, le defenestrazioni, le fucilazioni sommarie, le stragi di donne, gli attacchi agli ospedali cui abbiamo assistito nei sei giorni dello scontro a Gaza e che rendono difficile continuare a vedere i palestinesi come vittime, come oggetto di crudeli violazioni dei diritti umani. Tutti quelli che hanno visto nel mondo palestinese l’oggetto innocente di un crudele attacco, l’incarnazione del buono e del giusto contro la crudeltà del mondo occidentale, chi immaginava che il male palestinese fosse nell’occupazione, ha dovuto ricredersi.

Hamas, convitato di pietra a Sharm

mercoledì 27 giugno 2007 Il Giornale 0 commenti
Il summit di Sharm el Sheikh ha mostrato al mondo che esiste sì un fronte moderato, ma anche che la nascita di un Hamastan può diventare una tragedia, gettare una luce sinistra sulla causa palestinese proprio mentre si profila un’occasione di svolta per la pace. L’idea, al vertice, era di prospettare un futuro migliore per il fronte palestinese del buonsenso: una linea che convincesse i sostenitori dell’estremismo che vale la pena di abbandonare le sirene degli Hezbollah, della Siria, dell’Iran per tornare nella grande casa del consenso, capace di fornire benessere e onorabilità. Ma il convitato di pietra, Hamas, ha fatto risuonare la voce del padrone e ha svelato la fragilità della cerimonia di Sharm. Hamas, in tempo per le notizie del «prime time» in Israele, ha rubato il palcoscenico all’appassionato discorso del primo ministro israeliano Ehud Olmert. La voce rotta di Gilad Shalit, il soldato israeliano rapito un anno fa, è stata mandata in onda, registrata, dal secondo canale tv israeliano. È il primo segno di vita da un anno. In precedenza era stato diffuso il video con Alan Johnston, il giornalista della Bbc rapito a Gaza, che prega di non tentare blitz per liberarlo: «Salterei in aria con la cintura esplosiva che indosso». La realtà dei due rapiti ha offuscato le immagini sterilizzate - con fiori, mobili di design e aria condizionata - provenienti da Sharm. All’esterno delle stanze ovattate del vertice, a 45 gradi all’ombra, c’è il nemico, c’è l’integralismo islamico. Hamas, Hezbollah e Ahmadinejad che se la ride dei soliti summit di Sharm. Il rapito britannico per ricattare il mondo e il soldato israeliano prigioniero buttano all’aria il gioco di Olmert, ma contemporaneamente rafforzano la volontà che tutto, ma proprio tutto, deve essere fatto per riportare a casa i «bambini», come in Israele sono chiamati i giovani soldati. Nello Stato ebraico capita sovente, a causa della guerra continua, che i padri seppelliscano i figli. L’esercito è l’unica garanzia di sopravvivenza, e tutti ci vanno con partecipazione. Ma la società vuole garanzie che le Forze armate abbiano un sostegno totale, non importa a quale il prezzo. Olmert è rimasto incastrato di nuovo dalla rilevanza della sfida di Hamas e così gli altri. Era andato a Sharm per parlare con Fatah e con i Paesi moderati, aveva portato una lista di promesse: i dollari del debito, sperando che non diventino bottino di corrotti e di terroristi; l’apertura di check point in Cisgiordania, augurandosi che non si intensifichi il mai interrotto traffico di terroristi; la mano aperta tesa verso la proposta saudita; persino la promessa di non abbandonare Gaza al disastro umanitario. L’idea è rafforzare Abu Mazen, mostrare ai palestinesi e agli estremisti i vantaggi della pacificazione. Proprio mentre si svolgeva il vertice, Hamas ha bussato: altro che i 250 uomini di Fatah detenuti in Israele e dei quali Olmert ha promesso il rilascio. La cassetta di Gilad Shalit ha cambiato il giuoco. Da una parte l’ansia di chi chiede al governo: «Quanti altri ne consegneremo? Torneranno ad attaccare i nostri innocenti?»; dall’altra la pressione di chi vuole a ogni costo Shalit libero, subito. Si prospetta un altro di quegli scambi, già operati da Yitzhak Rabin, in cui migliaia di palestinesi incarcerati vengono rimessi in libertà per poi tornare in gran parte a svolgere attività terroristiche. Hamas è riapparso anche nel discorso di Mubarak, il quale solo un giorno prima lo aveva dichiarato fuori legge: a Sharm, il raìs ha riesumato l’auspicio di vedere rinascere un governo di unità nazionale. Strano? Non tanto se si pensa che l’Egitto è il primo, naturale responsabile storico di questa affamata porzione di terra, in cui ora regna una parte di quella Fratellanza islamica (tale è Hamas) che ha mostrato fino a che punto per creare uno Stato teocratico si può sgozzare, defenestrare, fare a pezzi esseri innocenti e lanciare missili su ospedali, uffici, case private.

Gaza, attenti agli abbagli

domenica 24 giugno 2007 Il Giornale 0 commenti
Arrivano gli ospiti: a Sharm el Sheikh domani in un summit al limite fra l’emergenza e l’incosistenza, il padrone di casa Hosni Mubarak si incontra con re Hussein di Giordania, altro leader del fronte moderato, con Abu Mazen, ormai Presidente della Cisgiordania, Fatahstan, da quando Gaza è nelle mani di Hamas, e Ehud Olmert, primo ministro israliano. Un summit d’emergenza, increscioso, pieno di problemi per tutti data la vittoria di Hamas a Gaza; incosistente, perché questa è la seconda grande crisi cucinata a Teheran e non nei Paesi Arabi, dopo quella del Libano dell’agosto 2006. Ognuno dei partecipanti sente che la circostanza è fatale. L’Egitto di Mubarak, che ieri ha lanciato una sua personale condanna definitiva contro Hamas, sente che il confine del Sinai con Gaza è ormai bollente perché i suoi Fratelli Mussulmani e Al Qaeda si aggiustano alla nuova battaglia per il Cairo; Abdullah ha nel sangue i geni della lotta che suo padre dovette affrontare contro i palestinesi di Arafat fino al Settembre Nero del 70, sa bene che i suoi cittadini sono per più del 70 per cento palestinesi, e che il terrorismo religioso internazionale gli ha già portato gli attentati di Amman; Abu Mazen, sconfitto a Gaza, gioca tutte le sue carte sull’aiuto internazionale e combatte nel bastione della West Bank l’ultima battaglia; Olmert, appena tornato da Washington, teme due guerre sul confine, Hamastan e Hezbollah, ma sulla scia della “visione dei due stati” di George Bush, intende appoggiare l’unico interlocutore all’orizzonte, Abu Mazen. Cosa può uscire fuori da Sharm? Certo una condanna di Hamas e il sostegno ad Abu Mazen. Ma, soprattutto, una consolazione di fronte a una situazione difficile politicamente e orribile dal punto di vista dei crimini cui abbiamo dovuto assistere, con tagli di testa, fucilazioni di donne, assalti agli ospedali. Abu Mazen può sanare la ferita politica e morale dei palestinesi? Gli Stati Arabi possono compiere azioni irrilevanti? Il prezzo anche solo per tentare è molto alto, e vorremmo porgere qualche sommessa raccomandazione alla nostra diplomazia europea: per favore, non cedete al solito vizio, non sorridete come se l’incontro fosse già in sè un risultato, come se fossimo di fronte a qualche adorato “processo di pace”. Non lo siamo; questo è il giorno dopo un altro sogno inutile, Hamas non solo non è mai stato, come qualcuno pensava, un possibile interlocutore, ma un’organizzazione malvagia e terrorista contro il suo stesso popolo. Numero due: concentratevi sull’indispensabile ruolo dell’Egitto nell’attuale crisi mediorentale. a Mubarak, che per il suo bene deve finalmente fermare il flusso delle armi dal Sinai a Gaza, suggerite di impegnarsi pubblicamente. Numero tre: spingete i partecipanti ad affrontare apertamente il tema Iran, così che Ahmadinejad avverta concretamente l’opposione araba moderata, perché dopo la seconda grande crisi che nasce nel Golfo Persico, la terza può comportare un’esplosione generale. Quattro: chiedete al re se pensa di rinfrescare, naturalmente d’accordo con Abu Mazen, una politica di responsabilità verso la West Bank; una confederazione oggi sarebbe una mano santa per i palestinesi e per tutto il mondo. Cinque: spiegate francamente a Abu Mazen che ci si aspetta da lui il disarmo delle milizie dei Tanzim, delle Brigate di Al Aqsa, degli altri gruppi illegali. Sì, sappiamo che l’ha già annunciato, e che già gli armati come Zacharia Zbedi da Jenin gli dicono che “ci saranno condizioni”. Bene: prima o poi anche Abu Mazen deve pur dare prova di esistere, e se non l’ha data combattendo contro Hamas, ora è la sua occasione di mostrarsi forte. Infine, e il numero sei è il più difficile fra tutti i suggerimenti, che gli europei cerchino di trattenere quel tic, quell’impulso vano per cui si fantastica che quante più concessioni Olmert porterà, quanto più grande sarà la borsa di denaro e lo smantellamento di check point con cui si presenterà, tanto meglio andranno le cose. Non è affatto così. Al contrario: i palestinesi hanno nel corso di questi anni goduto (forse sofferto) di una totale mancanza di richiesta di accountability; il flusso di denaro che li ha raggiunti è immenso; le occasioni avute per fondare lo Stato, molte. Adesso Olmert porterà circa mezzo miliardo di dollari in tasse che appartengono ai palestinesi, porterà la ripresa di contatti col governo di Fayyad se accetta le condizioni del Quartetto, porterà misure di libertà di movimento, l’interruzione della caccia ai terroristi operativi nella West Bank, l’accordo che gli americani forniscano armi a Abu Mazen. Beh, come consiglio numero sette, io consiglierei all’Europa di stupirci tutti e di frenare Olmert dicendogli: fai bene, ma verifica se Abu Mazen può a sua volta mantenere le promesse. E’ abbastanza forte? Lo vuole? Non dimenticare che alle elezioni scorse nelle città della West Bank, Hamas ha preso 30 seggi e Fatah soltanto 12. Ricordati che le armi fornite a Arafat dagli accordi Oslo, sono servite contro Israele. Ricordati che Fatah usa formule religiose per la sua lotta già dalla “Intifada delle Moschee”, che la sua laicità è parziale, che non ha mai detto chiaramente di rinunciare a distruggere Israele. Infine, non è affatto chiaro se la gente delusa dalla perdurante corruzione di Fatah, soggetta da anni a un lavaggio del cervello di stampo jihadista, sia pronta a seguire Abu Mazen. Occorre compiere piccoli passi, chiedere per ciascuno di essi una verifica da parte palestinese e dal fronte moderato: che finalmente si faccia vivo, difenda i palestinesi con realismo e consigli di concordia invece che infiammare gli animi all’odio, come sempre fanno i giornali, la tv, i film, i politici, gli intellettuali egiziani; capiscano che è il tempo di un fronte unito contro i vari Hamas, quali che siano. A Sharm el Scheikh non si andrà i costume da bagno, ma col velo.

La rivincita di Fatah

venerdì 22 giugno 2007 Il Giornale 0 commenti
La promessa di Abu Mazen di essere la risposta che il mondo cerca al disastro politico e umanitario di Hamas, giustifica l’enorme mobilitazione mondiale per aiutarlo a rafforzarsi? Vale il suo prossimo, incontro, domenica a Sharm el Sheich, certo promosso su ispirazione americana e europea, con Mubarak, con re Hussein, con Ehud Olmert? Vale la riapertura di credito totale cui si assiste in questi giorni, la pioggia di denaro che si prepara ad essere riversata su un Fatah screditato e battuto alle elezioni dal suo stesso popolo che lo ha accusato e lo accusa di corruzione e violenza? Cerchiamo qualche risposta in giro per Ramallah, la capitale della West Bank, la sede del governo di Abu Mazen. Cartelloni con le immagini benedicenti di Abu Mazen sovrapposte a quelle di Arafat, musica assordante dagli altoparlanti, un corteo di un paio di centinania di persone in testa al quale marciano giovani tanzim e attivisti con i capelli carichi di gommina, la kefia al collo, produttori instancabili di slogan in rima... in piazza Manar a Ramallah sembra quasi festa. I leoni di pietra devono essere stupiti, un clima così allegro in piena sciagura. Ma la gente va veloce per i suoi affari, e si assembla il rally pro Abu Mazen: “Credevo che fosse un corteo matrimoniale; un piccolo corteo” ridacchia un vecchio in galabja bianca e barba bianca, uno fra i pochi non rasati in tempo di guerra con Hamas. "Salutiamo Abu Mazen, oh Haniye go home"; "Quello vostro non è Islam, è strage organizzata"; "Oh Haniye o Mashal (i capi di Hamas ndr), stanotte vi risponderemo"; "Oh Abbas (Abu Mazen ndr) avanti, Gaza aspetta la liberazione". Marciano nelle strade intorno tornando a Manar gli attivisti dei due sessi, guidati da Ziad Abu Ein, alto e grosso, in giacca cravatta e baffi neri. Un mio amico giornalista palestinese, Khaled Abu Toameh, mi racconta sul posto che, il leader, oggi maggiorente di Fatah, nell’87 fu condannato per un attentato a Tiberiade e riconosciuto colpevole dell’assassinio di due israeliani. Poi è tornato libero con uno scambio, poi di nuovo dentro per altri crimini politici, poi di nuovo fuori in un altro scambio, adesso è un leader importante, circondato, e si vede mentre marcia con la cravatta e l’abito scuro in testa, da rispetto e riverenza. E’ un combattente, come molti altri leader della sua età, e per questo è diventato parte del gruppo dirigente. E’ uno rampante, mi dice l’amico, quelli cui oggi il mondo guarda sperando che riportino i palestinesi agli onori del mondo riaffermando la forza di Fatah dopo la perdita di Gaza. Lui conferma: “Siamo qui per rispondere alla chiamata del Presidente Abu Mazen contro i delinquenti di Hamas, per riprendere la battaglia per lo Stato Palestinese, per annunciare che anche a Gaza torneremo...”. Parla marciando sotto le bandiere della Autonomia “no, quelli di Hamas non sono la maggioranza anche nella West Bank, è la legge elettorale sbagliata che li ha fatti vincere le elezioni benchè avessero il 43 per cento soltanto. Noi siamo la legalità. Oggi, se andassimo a votare, vinceremmo noi che stiamo dalla parte della democrazia e del governo laico”. Fatah cerca di disegnare un’immagine rassicurante e forte per il popolo, e attraente per gli USA, l’Europa, Israele che hanno già dichiarato il loro grande speranzoso appoggio a Abu Mazen. Abu Mazen da parte sua è attivo come non mai e anche arrabbiato, denucia gli assassini che volevano ucciderlo, riunisce il nuovo governo, promette rifome, si impegna a smantellare tutte le milizie illegali. Ieri ha annunciato che i tanzim di Jenin e Nablus, persino quelli più duri come Zacaria Zbedi dovranno consegnare le armi. La gente sorride: “Fra il dire e il fare...a meno che non garantiscano a tutti un buon posto nella polizia di Stato, come è del resto possibile”. Da Gaza la sfida che giunge è quella dell’ordine, di cui i palestinesi sono affamati dopo decenni di corruzione della classe dirgente e di prepotenze delle milizie: la tv di Hamas manda in onda, e si vede in tutta la Cisgiordania, immagini pastorali, Gaza sul teleschermo sembra avere un paesaggio addirittura verde, strade in cui il traffico circola senza intoppi, la gente intervistata dice di sentirsi rassicurata e tranquilla senza i bulli miscredenti di Fatah. L’ordine regna a Gaza, le reti intrenazionali, noi abbiamo sentito Sky News, cominciano a suggerire che magari alla fine Gaza sarà più pulita, che deglutirà le sue lacrime di grande coccodrillo ancora sporco di sangue dopo aver sgozzato, fucilato sul posto, linciato, buttato dai piani alti un centinaio di persone per instaurare Hamastan, il regno dell’islamismo contro quello della corruzione. Crudeli che siano stati, e lo sono stati, tuttavia gli uomini del Fatah non sono giunti a tanto. I leader ci tengono a rimarcare la differenza: Naim Tubassi, il presidente dell’associazione stampa, vivace e pallido, con giacca e cravatta, trasmette la sua ansia con un eloquio preoccupato e veloce nel caldo della piazza: “Spero, spero che l’Europa e il mondo capiscano che solo Fatah può garantire la ragionevolezza, la ripresa del processo di pace; che Abu Mazen ora è più forte, è più determinato di prima perché ha capito cose che nessuno poteva immaginare, perché ha ottenuto il sostegno di tutti quelli che non vogliono l’Iran in casa...No, non mi fraintenda, noi useremo solo mezzi legali...Si, lo so, Fatah è accusata di corruzione, di prepotenza delle milizie. Ma ecco, stiamo smobilitando tutto ciò che non è legale...siamo contro il terrorismo...Riforme importanti bloccheranno la corruzione, cambieremo la classe dirigente”. Ci spera, ci crede, si vede che è sincero. Ma due squadre di persone interpellate ci appaiono significative. Fra gli attivisti un giovane alto dice chiaro e tondo: “Vogliamo Dahlan”. Dahlan? Proprio lui che è fuggito e non ha difeso Gaza? Che vive in un hotel a cinque stelle? “Si, lui: un ricambio, ma interno. Niente cambiamenti alla cieca. Dahlan è fuggito proprio perché la sua importanza lo faceva odiare troppo, lo condannava a morte...”. Dahlan, con la sua giacca da Fatah boss, la sua cravatta da Fatah regimental, i soldi, le armi, quarantenne che ha a che fare con il terrorismo ma che sa parlare con gli occidentali. Come Barghouti. Ha perso un round, può vincere lo scontro, dice il sostenitore. E semmai, che venga a stare a Ramallah; Gaza per un pò può cuocersi nel suo brodo. Certo i leader non parlano così: spiegano la laicità e la affidabilità democratica di Fatah. Ma la gente è chiara: dobbiamo rimettere in equilibrio Fatah, per il bene dei palestinesi, pensano alcuni; Fatah è quello che è, pensano, ma se gli aiuti del mondo saranno sufficienti, adesso per un pò vivremo meglio che con Hamas alla giugulare. Ma non sarà un guaio che si consideri Fatah collaborazionista di Israele e degli USA? La risposta è sorprendente: “No, che ci importa chi è lo sponsor ormai, dobbiamo salvarci e battere Hamas”. L’altro ambito di persone che abbiamo chiamato “squadra” è del tutto diverso. A voce bassa, ci dice quella che a noi pare una inquietante verità: “E’ un errore” suggerisce in buon inglese un uomo sui quaranta, appena tornato dagli USA a Ramallah “fare questa manifestazione, sollevare questo polverone, la gente non è con loro, dove vanno, cosa vogliono? Chi credono di incantare? Fatah non cambierà, se andrà alle elezioni Fatah può perdere anche nella West Bank come ha già perduto. Abu Mazen cerca di ottenere tutto il consenso palestinese nazionalista e l’aiuto internazionale, in cambio della solita vecchia politica stantia che al popolo non piace. Cosa voterei oggi? Hamas”. Ma Abu Mazen compie l’operazione contraria: vivacità, democrazia, laicismo, ordine e riforme, queste sono le sue parole d’ordine. “Il suo messaggio” dice l’americano “è che Fatah è la salvezza contro l’integralismo islamico, e suggerisce 'aiutateci, mandateci soldi e armi altrimenti è peggio anche per voi'... almeno, però, santo cielo, che per una volta gli chiedano i conti”.

Fini: «Teheran è la madre di tutti i pericoli»

mercoledì 20 giugno 2007 Il Giornale 0 commenti
Il leader di An a Gerusalemme: «Israele si aspetta dall’Europa scelte chiare. Non credo a un patto tra D’Alema e la Siria»
 
Sullo sfondo dello Stato d’Israele investito dal terremoto della nuova situazione a Gaza, mentre Olmert si incontra a Washington con Bush alla ricerca di qualche prospettiva per una situazione impossibile, Gianfranco Fini in visita a Gerusalemme non si tira indietro: «Ho incontrato sia il ministro degli Esteri Tzipi Livni sia il capo dell’opposizione Benjamin Netanyahu. C’è un punto importante su cui i due convergono e io sono d’accordo con loro. Ciò che è accaduto in questi giorni a Gaza con la vittoria di Hamas non è un problema che riguarda solo Israele. Se si vuole trovare la chiave di volta del pericolo di questo integralismo così aggressivo, non la si deve cercare in Cisgiordania, ma bisogna con lucidità spingere lo sguardo fino a Teheran. Le fila della destabilizzazione sono nelle mani dell’Iran, e questo richiede un’attenzione particolare da parte della comunità internazionale». Insomma, sia da Netanyahu sia dalla Livni, Fini ha raccolto un messaggio che da tempo viene lanciato da Israele verso l’Unione Europea. Fini la traduce in una sua aperta convinzione personale: «L’Italia è con la Germania il partner economico europeo più importante per l’Iran: dobbiamo sentirci impegnati a esercitare forti pressioni anche se può costarci dei sacrifici. Putroppo non ho molti segnali dal governo. Ma è urgente che l’Iran avverta una decisa pressione internazionale. Perché altrimenti manca davvero poco, forse 18 mesi appena, secondo gli esperti, perché la bomba atomica sia confezionata e pronta nelle mani di qualcuno che ripete continuamente la sua intenzione di distruggere Israele. E in secondo luogo per frenare l’attività iraniana sullo scenario dell’integralismo islamico rampante». Fini, poi, sceglie una linea di cauta e persino scettica speranza nell’immaginare che Abu Mazen sia la persona destinata a riportare il rapporto con i palestinesi alla normalità, ma vuole sperare insieme al resto del mondo che questo sia possibile: «Io penso che l’Europa e l’Italia debbano aiutare la Cisgiordania di Abu Mazen pretendendo delle precise contropartite in termini di affidabilità economica e di impegno per la pace». Fini ha anche piantato una foresta in memoria di un suo caro amico medico, Alberto Clivati, che fu il primo uomo di destra a visitare il museo dell’Olocausto, Yad Vashem, e aprì alla sua parte politica una complessa strada di amicizia con Israele. «Insieme a Straw sono stato il solo a precisare che non di “muro” si deve parlare, ma di barriera di difesa e sono stato fra coloro che ha lavorato perché Hamas fosse inserito nella lista europea dei gruppi terroristi». Insomma, un incontro avvenuto in un’intesa completa? «Ho solo voluto tuttavia precisare che secondo me la notizia uscita su Ha’aretz su D’Alema, che a sentire il giornale israeliano ha barattato la buona salute dei nostri soldati nell’Unifil con un consistente appoggio internazionale ad Assad, non risponde a realtà. Ho conosciuto Assad, immagino che, visto l’ostracismo americano e internazionale, possa aver chiesto aiuto a D’Alema e che D’Alema possa avere suggerito che l’aiuto verrà quando Assad garantirà la fine dei rifornimenti ai Hezbollah e il luogo a procedere per il tribunale sull’assassinio di Rafik Hariri. Non ce lo vedo D’Alema ad agire diversamente».
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