Fiamma Nirenstein Blog

Il Giornale

Marchio d’infamia per i prof dissidenti in Iran

mercoledì 11 aprile 2007 Il Giornale 0 commenti
Comincia nella stessa università dove il 16 dicembre dell’anno scorso Mahmoud Ahmadinejad, il presidente iraniano, fu fischiato, insultato, sfottuto dagli studenti, la persecuzione organizzata anche dei professori. Infatti da ora in poi anche loro verranno esaminati nel loro comportamento da una commissione che se non li troverà confacenti nel pensiero e nelle azioni alle norme islamiche della Repubblica, li marcherà prima con una stella, poi con due, poi con tre.La prima stella serve da ammonimento o a non rinnovo dell’incarico nel caso non si sia assunti con contratto a tempo indeterminato, la seconda comporterà la riduzione dei mezzi a disposizione per studi e ricerche, la terza porterà al licenziamento o al prepensionamento. Per gli studenti di molte università questa procedura è già in voga da tempo (anche se le punizioni sono ovviamente altre, fino all’espulsione): «stellato» si dice in slang giovanile per indicare uno studente indipendente e critico e quindi già marchiato.
In gennaio, nel corso di un’offensiva contro le teste calde democratiche delle Università, Mohammed Mehdi Zahedi, il ministro della Scienza, Ricerca e Tecnologia agli studenti dell’Università di Ahvaz annunciò che i postgraduati sarebbero stati segnati con una stella accanto ai loro nomi per motivi disciplinari. E aggiunse: «Allora, dovranno stare attenti che questo non si ripeta, o avranno dei problemi».
Un Paese come l’Iran khomeinista, e adesso ancora più estremo data la gestione di Amadinejad, non deve spiegare di quali problemi si tratta: gli arresti, le botte, le detenzioni per chi non è o non è ritenuto fedele al regime sono comuni e spaventose, a volte gestite dalle Guardie Rivoluzionarie, a volte dalle strutture repressive dello Stato. Il sistema delle stelle è diffuso da quando, raccontavamo, all’università di Amir Kabir, conosciuto come il vecchio Politecnico, Ahmadinejad, chiamatovi da una petizione firmata da 16mila universitari, cercò di domare la folla accademica. Ma gli studenti accolsero il presidente tenendo alla rovescia le sue foto e gridandogli «abbasso il dittatore». Da allora, è stata una pioggia di stelle, sono state chiuse organizzazioni studentesche come quella di Bu Ali Sina, sono stati ammoniti direttori di bollettini come quello dell’università di Shahrud, nella stessa università 11 studenti sono stati ammoniti, altri sospesi all’università Azad, altri a quella di Shiraz. Ma le università, rifugio dell’opposizone moderna, che cinque anni e mezzo fa con grandi sacrifici dettero vita a manifestazioni contro il regime finite nella repressione e nel sangue, seguitano ad essere la punta di un’opposizione crescente contro il Presidente. Il fatto che adesso il regime abbia deciso di stellare anche i professori ci parla di una insicurezza per altro già avvertita alla liberazione dei marinai britannici. «Anche in quella occasione - ci racconta Menashe Amir, un iraniano che vive in Israele e tramite il suo programma alla radio parla tutti i giorni con Teheran - la critica della gente è arrivata fino sui giornali che dicevano: “Se volevi compiere un atto di misericordia liberando gli inglesi, perché non lo hai fatto prima dell’ultimatum di Tony Blair? Forse, invece, hai avuto paura? E se avevano violato le acque territoriali perché non li hai processati? E se non le hanno violate, perché li hai rapiti creando il gran pasticcio?”». Un paio di settimane or sono il fratello di Alì Larjani (il capo della missione che negozia la questione nucleare), Mohammed Javad Larjani, che insegna fisica all’università, ha detto che «il presidente appare molto stanco, dovrebbe prendersi una vacanza» e il suo commento è stato ripreso da un membro del Parlamento, Khosh Chehreh, che ha ripetuto: «L’ho incontrato il 21 di marzo, l’ho visto molto stanco». Battute che richiedono molto coraggio. Come ieri ha richiesto coraggio per il Parlamento, racconta Amir, avviare l’orologio d’estate contro l’opinione del Presidente. Anche i commenti sul discorso tenuto sul nucleare sono delusi: «Non c’era niente di nuovo, e allora perché quella grande festa?» dicono gli iraniani.
La critica striscia, ma non è capace di produrre un cambiamento di regime, oberata di persecuzioni e minacce. L’unica strada è quella del cambio di regime, che è anche la sola per bloccare la costruzione delle strutture di arricchimento atomico. «Intanto - dice Amir - spingiamo perché la commissione per i diritti umani dell’Onu difenda gli studenti e i professori, e cerchiamo di finanziare il loro movimento».
Comincia nella stessa università dove il 16 dicembre dell’anno scorso Mahmoud Ahmadinejad, il presidente iraniano, fu fischiato, insultato, sfottuto dagli studenti, la persecuzione organizzata anche dei professori. Infatti da ora in poi anche loro verranno esaminati nel loro comportamento da una commissione che se non li troverà confacenti nel pensiero e nelle azioni alle norme islamiche della Repubblica, li marcherà prima con una stella, poi con due, poi con tre.La prima stella serve da ammonimento o a non rinnovo dell’incarico nel caso non si sia assunti con contratto a tempo indeterminato, la seconda comporterà la riduzione dei mezzi a disposizione per studi e ricerche, la terza porterà al licenziamento o al prepensionamento. Per gli studenti di molte università questa procedura è già in voga da tempo (anche se le punizioni sono ovviamente altre, fino all’espulsione): «stellato» si dice in slang giovanile per indicare uno studente indipendente e critico e quindi già marchiato. In gennaio, nel corso di un’offensiva contro le teste calde democratiche delle Università, Mohammed Mehdi Zahedi, il ministro della Scienza, Ricerca e Tecnologia agli studenti dell’Università di Ahvaz annunciò che i postgraduati sarebbero stati segnati con una stella accanto ai loro nomi per motivi disciplinari. E aggiunse: «Allora, dovranno stare attenti che questo non si ripeta, o avranno dei problemi». Un Paese come l’Iran khomeinista, e adesso ancora più estremo data la gestione di Amadinejad, non deve spiegare di quali problemi si tratta: gli arresti, le botte, le detenzioni per chi non è o non è ritenuto fedele al regime sono comuni e spaventose, a volte gestite dalle Guardie Rivoluzionarie, a volte dalle strutture repressive dello Stato. Il sistema delle stelle è diffuso da quando, raccontavamo, all’università di Amir Kabir, conosciuto come il vecchio Politecnico, Ahmadinejad, chiamatovi da una petizione firmata da 16mila universitari, cercò di domare la folla accademica. Ma gli studenti accolsero il presidente tenendo alla rovescia le sue foto e gridandogli «abbasso il dittatore». Da allora, è stata una pioggia di stelle, sono state chiuse organizzazioni studentesche come quella di Bu Ali Sina, sono stati ammoniti direttori di bollettini come quello dell’università di Shahrud, nella stessa università 11 studenti sono stati ammoniti, altri sospesi all’università Azad, altri a quella di Shiraz. Ma le università, rifugio dell’opposizone moderna, che cinque anni e mezzo fa con grandi sacrifici dettero vita a manifestazioni contro il regime finite nella repressione e nel sangue, seguitano ad essere la punta di un’opposizione crescente contro il Presidente. Il fatto che adesso il regime abbia deciso di stellare anche i professori ci parla di una insicurezza per altro già avvertita alla liberazione dei marinai britannici. «Anche in quella occasione - ci racconta Menashe Amir, un iraniano che vive in Israele e tramite il suo programma alla radio parla tutti i giorni con Teheran - la critica della gente è arrivata fino sui giornali che dicevano: “Se volevi compiere un atto di misericordia liberando gli inglesi, perché non lo hai fatto prima dell’ultimatum di Tony Blair? Forse, invece, hai avuto paura? E se avevano violato le acque territoriali perché non li hai processati? E se non le hanno violate, perché li hai rapiti creando il gran pasticcio?”». Un paio di settimane or sono il fratello di Alì Larjani (il capo della missione che negozia la questione nucleare), Mohammed Javad Larjani, che insegna fisica all’università, ha detto che «il presidente appare molto stanco, dovrebbe prendersi una vacanza» e il suo commento è stato ripreso da un membro del Parlamento, Khosh Chehreh, che ha ripetuto: «L’ho incontrato il 21 di marzo, l’ho visto molto stanco». Battute che richiedono molto coraggio. Come ieri ha richiesto coraggio per il Parlamento, racconta Amir, avviare l’orologio d’estate contro l’opinione del Presidente. Anche i commenti sul discorso tenuto sul nucleare sono delusi: «Non c’era niente di nuovo, e allora perché quella grande festa?» dicono gli iraniani. La critica striscia, ma non è capace di produrre un cambiamento di regime, oberata di persecuzioni e minacce. L’unica strada è quella del cambio di regime, che è anche la sola per bloccare la costruzione delle strutture di arricchimento atomico. «Intanto - dice Amir - spingiamo perché la commissione per i diritti umani dell’Onu difenda gli studenti e i professori, e cerchiamo di finanziare il loro movimento».

I visionari della pace

domenica 8 aprile 2007 Il Giornale 0 commenti
Basta unire i puntini e il disegno si mostra; appare una realtà conturbante ma indispensabile da guardare senza l’involucro concettuale dorato di questa Pasqua. Dentro l’uovo mediorientale c’è tutt’altro che il sorriso del gatto coi topi inglesi stampato sulla faccia di Ahmadinejad, tutt’altro che il «piano di pace» saudita, che la riducibilità della Siria, degli Hezbollah e di Hamas. C’è invece la politica occidentale che galleggia in trucioli sulla schiuma dell’ondata jihadista, abbagliata dalla speranza. Dunque, componiamo il disegno.
Portata a casa l’umiliazione dell’Occidente ottenuta con il rapimento e la liberazione-regalo per gli amici inglesi, Ahmadinejad torna alle cose serie: a Natanz, ha annunciato ieri, siamo in grado di produrre carburante nucleare «su scala industriale», ovvero abbiamo espanso il programma vietato dall’Onu con due risoluzioni del Consiglio di Sicurezza. «Entriamo nella fase della produzione di massa», ha comunicato il presidente iraniano, senza specificare il numero delle centrifughe che entrano in azione. Si parla di 3000 approntate a Natanz, un bel po’ di più delle 164 di cui si sapeva fino ad oggi, molto meno delle decine di migliaia atte a produrre la bomba atomica, cosa che secondo Amos Yadlin, capo dei servizi militari israeliani, non si realizzerà prima del 2010. La spalla nella parte del buono, il consueto Ali Larjani, capo negoziatore nucleare, ha detto che ora, forte delle sue centrifughe nuove, l’Iran potrà negoziare faccia a faccia con l’Occidente.
Domenica Hassan Nasrallah aveva annunciato che finché il Libano non è in grado di difendersi da solo, egli terrà gli Hezbollah in armi per difendere il Paese «contro gli attacchi di Israele». È la reazione dura a un incontro fra Nabih Berri, il presidente filosiriano del Parlamento, che tiene per la riforma che consentirebbe all’opposizione (ovvero agli Hezbollah) il diritto di veto, e Saad Hariri, che rappresenta all’incontro la coalizione governativa guidata da Fuad Seniora, e dice di no alle dimissioni e alle concessioni. L’incontro fallisce. Nasrallah quindi nel suo discorso dice che il Paese non è garantito e che Hezbollah lo difenderà. Già dal primo dicembre, il Segretario generale del movimento sciita ha lanciato manifestazioni e scontri di piazza per far dimettere Seniora minacciando una guerra civile come quella che ebbe luogo dal ’75 al ’90.
Attenzione: qui viene lo snodo. La settimana scorsa sembrava imminente una conferenza sponsorizzata dall’Arabia Saudita fra i leader libanesi antagonisti. Anzi, era stata annunciata. I sauditi vi avrebbero, sembrava, rinnovato i fasti dell’incontro della Mecca in cui avevano messo d’accordo Fatah (Abu Mazen) e Hamas per un governo di coalizione. Ma d’un tratto, Fuad Seniora, il Primo ministro antisiriano e antiraniano, nonostante le sue molte prudenze nei confronti degli Hezbollah, ha detto che per lui non va bene: il Paese deve trovare le sue soluzioni prima di andare dall’Arabia Saudita.
Che cosa è successo? Non aveva tutto da guadagnare Seniora da quella stessa Arabia Saudita moderata che aveva appena ripresentato a Ryad il suo «piano di pace» che gli americani, con qualche variazione, vedono come un possibile terreno di pacificazione fra Israele e i Palestinesi e di affermazione di quella coalizione sunnita moderata che deve costituire una diga contro l’egemonia sciita iraniana?
Secondo noi, il punto è che il prudente Seniora ha temuto proprio il bis di quello che era successo fra i palestinesi: i sauditi si sono infatti accorti alla Mecca che Hamas non poteva essere strappato all’Iran, che strappargli Hamas avrebbe molto irritato Teheran, che l’Iran ha una forte determinazione e potenza militare con cui trovare un terreno di dialogo. Così, il re Abdullah ha consentito un accordo in cui Hamas ha vinto conservando la condanna a morte dello Stato d’Israele e la scelta del terrorismo e imponendo queste condizioni a Abu Mazen, che pure la pensa diversamente. A Ryad poi, la proposta saudita di fatto proponeva non un accordo di pace, ma un terreno impossibile per Israele negando la risoluzione 242 dell’Onu con la richiesta del rientro nei confini del ’67, e riproponendo l’impossibile ritorno dei quasi 5 milioni di profughi. La proposta è stata accompagnata a Ryad da una minaccia di guerra inaspettata anche da Condy Rice che chiedeva modifiche senza ottenerle. A queste minacce si è unita la cancellazione di una cena di gala del re Abdullah alla Casa Bianca, che avrebbe dovuto aver luogo in questi giorni. È evidente che è intenzione dei sauditi occuparsi soprattutto dei propri rapporti con l’Iran, molto di più che non della pace. Un fronte moderato direttamente antagonista all’Iran come quello che sognano gli americani non sembra prendere dunque forma. L’appeasement si propone anche sul fronte arabo interno e, intanto, sarà una coincidenza?, una grande vendita di armi americane ai Sauditi e ad altri alleati del Golfo per ora non va avanti.
Nel frattempo, mentre Nancy Pelosi si è avventurata temerariamente in casa di Assad di Siria (che aveva fatto sapere che la proposta di Olmert per un incontro fra Israele e gli Stati Arabi non gli interessa) la Francia ha fatto circolare la bozza di un documento da presentare al Consiglio di Sicurezza che esprima preoccupazione e condanna per il passaggio illegale di armi attraverso il confine siriano-libanese. Di nuovo gli arsenali degli Hezbollah sono pieni di missili iraniani e occorre, dicono i francesi, autorizzare una nuova missione di verifica. L’Unifil non ha fermato gli Hezbollah, il Libano è a rischio, la Siria aiuta Nasrallah, gli iraniani lo ritengono un’arma strategica fondamentale.
Chi dunque immagina coalizioni di moderati, prospettive di pace all’orizzonte, chi immagina che i sunniti saranno il bastione dell’Occidente, che il loro piano di pace sia flessibile, che i Siriani cerchino la pace, che Hamas sarà Fatah e diventerà possibilista, che l’Iran tratterà sul nucleare e anche che Al Qaida sarà così gentile da tenere la testa bassa ancora per un po’, che la prossima conferenza di Sharm el Sheikh sull’Irak convinca l’Iran e la Siria a starsene fuori... devono tutti fare i conti con la forza saliente con cui il Medio Oriente ha a che fare oggi, la ventata jihadista cui anche i regimi sunniti devono pagare pegno e in cui l’Iran giuoca un ruolo indispensabile. Fin quando l’Arabia Saudita non deciderà di giocarsela in maniera più diretta considerando il pericolo iraniano incombente su tutto il Medio Oriente. Per noi, unendo i puntini, si vedono attentati e rapimenti su un fronte allargato, a meno che non lo si contenga con sanzioni, severità, decisione.

Guerra dei marinai senza vincitori

venerdì 6 aprile 2007 Il Giornale 0 commenti
Chi ha vinto fra Iran e Inghilterra? La risposta è: nessuno dei due. È stata solo una battaglia in una guerra in pieno svolgimento. Ahmadinejad non ha affatto convinto col suo show di graziosità piccolo borghesi che hanno celato per qualche minuto il consueto ghigno, con i regalini, i sorrisi. Si intravedeva in trasparenza la retromarcia in politica interna e lo svarione in politica internazionale.
Solo i media lo hanno assecondato nella sua interpretazione del Buono. Se certo c’è da rallegrarsi assai del ritorno dei soldati britannici alle loro famiglie dato quella che abbiamo imparato possa essere la sorte dei rapiti caduti in mano di fanatici religiosi, tuttavia episodi come quello appena conclusosi collocano l’Inghilterra in quella zona di understatement che non aiuta la guerra al terrorismo; Blair, certo «calmo e deciso», come si è complimentato da solo, pure ha saputo contrapporre a una impresentabile prepotenza, all’ennesimo sgarro di un personaggio pericoloso per il genere umano, poco più della tradizionale flemma britannica; un leader in prossima uscita non vuole mai concludere il mandato in modo imprudente, anche se un giorno dovrà forse accorgersi di aver mancato alla chiamata della storia. Blair poteva almeno parlare chiaro, almeno dopo la liberazione dei suoi uomini. Oltretutto la sua linea, quella della fermezza sulle concessioni, non regge data la liberazione di Jalal Sarafi, il «diplomatico» arrestato in Irak. E il fatto che l’Inghilterra non abbia chiesto scusa, ma abbia tuttavia promesso (se è vero) di evitare violazioni, è controverso, ma se l’ha fatto, questo è per Ahmadinejad, che divulga senza tregua una visione di un Occidente corrotto, flebile, vigliacco che sarà stroncato dall’Islam, un premio simbolico micidiale.
Anche i soldati inglesi giustamente compiaciuti di essere vivi, così proni, sorridenti e oranti, sinceramente grati a Ahmadinejad come può esserlo un bravo ragazzo inglese verso il suo salvatore, rivelavano col loro atteggiamento, col linguaggio del corpo, le parole in libertà, che mancava loro persino il training psicologico per comprendere almeno che un soldato occidentale ha oggi dei terribili nemici.
Quanto all’Iran, ha fatto il passo più lungo della gamba. Ahmadinejad ha lasciato, o ha comandato, che le Guardie Rivoluzionarie, a lui fedeli il giorno prima del voto al Consiglio di Sicurezza del 24 maggio, rapissero i quindici marinai nella acque dello Shatt el Arab. Per il presidente è stata una maniera di mettere in rapporto la determinazione a costruire il potere nucleare iraniano con la sua tempestosa, capricciosa e incontenibile determinazione a giuocare il ruolo del bullo del quartiere, quello che sullo scenario internazionale passa con uno spintone e non chiede il permesso a nessuno. Le Guardie, di cui fanno parte le unità Quds (Gerusalemme), dispongono di decine di migliaia di suicidi, gestiscono un vero esercito armato molto modernamente: le Unità agiscono in Irak e altrove in concerto con gli hezbollah e Hamas, volevano vendicarsi per l’operazione americana in Irak che a gennaio ridusse ai minimi termini il loro network cui appartengono anche i sei iraniani catturati a Irbil dagli americani. E, in secondo luogo, aiutavano così Ahmadinejad in un momento di gravi difficoltà interne; Rahim Safavi, capo delle Guardie, personalmente danneggiato dalla prima risoluzione dell’Onu 1737 che ne congela gli affari, inviso a Ali Larjani come a Hashemi Rafshanjani, non prevedeva di dovere concludere il rapimento così in fretta, ma pensava invece di stabilizzare la sua posizione anche rispetto all’Irak e al resto delle grandi operazioni in cui le Brigate Quds hanno le mani.
Ma mentre il mondo si schiera tutto contro i rapitori, più che la paura dell’Onu (su quello tutta la leadership è compatta: «faremo il nucleare comunque») gioca la consapevolezza che ormai agiscono sanzioni nascoste molto serie: più di cinquanta fra le banche e le istituzioni finanziarie più importanti del mondo hanno bloccato i loro rapporti con l’Iran impazzito di Ahmadinejad. Fra queste la Swiss Bank Ubs, la Germany Commerzbank, l’Hsbc di Londra. Molti grandi progetti sono a rischio, come quello con l’India per un grande piano di condotte di gas. L’industria petrolifera e del gas iraniane, ormai vecchie e distrutte, non trovano finanziamenti per il rinnovamento indispensabile. Se Ahmadinejad ha la mentalità messianica e l’assetto strategico della jihad e vuole sacrificare tutto alla venuta del Mahdi, non è lo stesso per chi teme, in Iran, che la politica del presidente stia per far franare il regime. E Khamenei non vuole, anche lui per fede messianica, che Ahmadinejad distrugga ciò che Khomeini ha costruito: il più grande e potente regime islamista sciita in fase di espansione strategica.Chi ha vinto fra Iran e Inghilterra? La risposta è: nessuno dei due. È stata solo una battaglia in una guerra in pieno svolgimento. Ahmadinejad non ha affatto convinto col suo show di graziosità piccolo borghesi che hanno celato per qualche minuto il consueto ghigno, con i regalini, i sorrisi. Si intravedeva in trasparenza la retromarcia in politica interna e lo svarione in politica internazionale.
Solo i media lo hanno assecondato nella sua interpretazione del Buono. Se certo c’è da rallegrarsi assai del ritorno dei soldati britannici alle loro famiglie dato quella che abbiamo imparato possa essere la sorte dei rapiti caduti in mano di fanatici religiosi, tuttavia episodi come quello appena conclusosi collocano l’Inghilterra in quella zona di understatement che non aiuta la guerra al terrorismo; Blair, certo «calmo e deciso», come si è complimentato da solo, pure ha saputo contrapporre a una impresentabile prepotenza, all’ennesimo sgarro di un personaggio pericoloso per il genere umano, poco più della tradizionale flemma britannica; un leader in prossima uscita non vuole mai concludere il mandato in modo imprudente, anche se un giorno dovrà forse accorgersi di aver mancato alla chiamata della storia. Blair poteva almeno parlare chiaro, almeno dopo la liberazione dei suoi uomini. Oltretutto la sua linea, quella della fermezza sulle concessioni, non regge data la liberazione di Jalal Sarafi, il «diplomatico» arrestato in Irak. E il fatto che l’Inghilterra non abbia chiesto scusa, ma abbia tuttavia promesso (se è vero) di evitare violazioni, è controverso, ma se l’ha fatto, questo è per Ahmadinejad, che divulga senza tregua una visione di un Occidente corrotto, flebile, vigliacco che sarà stroncato dall’Islam, un premio simbolico micidiale.
Anche i soldati inglesi giustamente compiaciuti di essere vivi, così proni, sorridenti e oranti, sinceramente grati a Ahmadinejad come può esserlo un bravo ragazzo inglese verso il suo salvatore, rivelavano col loro atteggiamento, col linguaggio del corpo, le parole in libertà, che mancava loro persino il training psicologico per comprendere almeno che un soldato occidentale ha oggi dei terribili nemici.
Quanto all’Iran, ha fatto il passo più lungo della gamba. Ahmadinejad ha lasciato, o ha comandato, che le Guardie Rivoluzionarie, a lui fedeli il giorno prima del voto al Consiglio di Sicurezza del 24 maggio, rapissero i quindici marinai nella acque dello Shatt el Arab. Per il presidente è stata una maniera di mettere in rapporto la determinazione a costruire il potere nucleare iraniano con la sua tempestosa, capricciosa e incontenibile determinazione a giuocare il ruolo del bullo del quartiere, quello che sullo scenario internazionale passa con uno spintone e non chiede il permesso a nessuno. Le Guardie, di cui fanno parte le unità Quds (Gerusalemme), dispongono di decine di migliaia di suicidi, gestiscono un vero esercito armato molto modernamente: le Unità agiscono in Irak e altrove in concerto con gli hezbollah e Hamas, volevano vendicarsi per l’operazione americana in Irak che a gennaio ridusse ai minimi termini il loro network cui appartengono anche i sei iraniani catturati a Irbil dagli americani. E, in secondo luogo, aiutavano così Ahmadinejad in un momento di gravi difficoltà interne; Rahim Safavi, capo delle Guardie, personalmente danneggiato dalla prima risoluzione dell’Onu 1737 che ne congela gli affari, inviso a Ali Larjani come a Hashemi Rafshanjani, non prevedeva di dovere concludere il rapimento così in fretta, ma pensava invece di stabilizzare la sua posizione anche rispetto all’Irak e al resto delle grandi operazioni in cui le Brigate Quds hanno le mani.
Ma mentre il mondo si schiera tutto contro i rapitori, più che la paura dell’Onu (su quello tutta la leadership è compatta: «faremo il nucleare comunque») gioca la consapevolezza che ormai agiscono sanzioni nascoste molto serie: più di cinquanta fra le banche e le istituzioni finanziarie più importanti del mondo hanno bloccato i loro rapporti con l’Iran impazzito di Ahmadinejad. Fra queste la Swiss Bank Ubs, la Germany Commerzbank, l’Hsbc di Londra. Molti grandi progetti sono a rischio, come quello con l’India per un grande piano di condotte di gas. L’industria petrolifera e del gas iraniane, ormai vecchie e distrutte, non trovano finanziamenti per il rinnovamento indispensabile. Se Ahmadinejad ha la mentalità messianica e l’assetto strategico della jihad e vuole sacrificare tutto alla venuta del Mahdi, non è lo stesso per chi teme, in Iran, che la politica del presidente stia per far franare il regime. E Khamenei non vuole, anche lui per fede messianica, che Ahmadinejad distrugga ciò che Khomeini ha costruito: il più grande e potente regime islamista sciita in fase di espansione strategica.

Trappola saudita

giovedì 29 marzo 2007 Il Giornale 0 commenti
Quattordici tazzine di caffè: tante ne ha dovute bere re Abdullah assiso sui tappetoni che ornano la sala di ricevimento a Riad per accogliere uno a uno gli ospiti del vertice arabo. Abbracci, baci, mancava solo Gheddafi che non ha mandato nemmeno un rappresentante. Non ti fidare, manda in sostanza a dire Gheddafi agli Usa (che sperano enormemente in un \asse sunnita contro Teheran), i sauditi non hanno affatto intenzione di pacificare il Medio Oriente, ma solo di compiere una grande iniziativa egemonica e di riqualificazione del loro fronte. Anche gli iraniani, naturalmente, che arabi non sono, mancano. Ma ci sono amici che sorvegliano anche per loro. In primo luogo la Siria, poi dietro le quinte Hezbollah e, molto in evidenza, gli uomini di Hamas, Ismail Haniyeh, il premier del nuovo governo palestinese, e Khaled Meshaal, il leader in esilio a Damasco, stratega delle alleanze internazionali, ambedue frequenti e premiati ospiti a Teheran. L’ambizione dei sauditi è imprimere al Medio Oriente una svolta tale per cui il presidente iraniano Ahmadinejad divenga un attore collaterale e Hamas possa esser riportata nel suo alveo naturale, quello sunnita. La proposta è quella di un rilancio del piano saudita del 2002, che proponeva il riconoscimento complessivo di Israele in cambio dei territori del ’67 e del ritorno dei profughi. Sui territori che secondo le risoluzioni dell’Onu devono essere trattati (si parla di “territori” e non “dei territori”) per la restituzione in cambio di sicurezza, Olmert sembra pronto a concessioni che non tengono conto di quanto è accaduto a Gaza, da dove, dopo lo sgombero dei coloni, invece che una benefica rugiada di pace, è arrivata sulle città israeliane una gragnuola di missili. Sui profughi Israele non può accettare il piano: la loro moltiplicazione da 600mila a 4 milioni, se impiantata in una nazione con 6 milioni di abitanti, di cui un milione e mezzo arabi, sarebbe la fine dello Stato ebraico. Ieri Amr Mussa, il segretario egiziano della Lega Araba il cui odio per Israele è da decenni una bandiera politica, ha detto che se Israele rifiuta, vuol dire che non vuole la pace. Ma la Lega sa benissimo che Israele non può suicidarsi. Da qui un piano segreto concepito da Condoleezza Rice: un summit di americani, sauditi e israeliani dovrebbe lanciare, sempre da Riad, una seconda puntata. I profughi che non vogliono tornare saranno compensati; chi sceglie di venire sarà risistemato sul territorio del prossimo Stato palestinese. A dirla così, sembra possibile. Ma Haniyeh e Meshaal (mentre la Jihad Islamica ha dichiarato che la guerra a Israele continua) hanno usato di nuovo una di quelle formule del genere «ibis redibis non morieris in bello», come la sibilla, che vuol dire “sì” e “no” a seconda di dove metti le virgole, ma aiuta moltissimo la propaganda di criminalizzazione di Israele. Hamas infatti invita il summit a non abbandonare mai il diritto dei profughi, ma prende una posizione paradossale: non abbiamo niente contro l’idea che Israele lasci i territori, ma di riconoscerlo e di dire un sì o un no al piano, non se ne parla. Abu Mazen vorrebbe invece arrivare a un compromesso? Al momento, sembra di sì. Ma per il futuro? A parte che anche lui ha recentemente ribadito il «diritto al ritorno», ma se ora avesse cambiato idea dovrebbe dirlo chiaramente. E se riconosce Israele, pure.
La Rice chiede a Israele di fare la prima mossa: forse Olmert accetterà a livello simbolico, dicono voci bene informate. Solo ieri ha fatto sgomberare l’insediamento di Homesh in Cisgiordania. Ma che possa portare il Paese, senza la contropartita del riconoscimento e della cessazione del terrore, ad abbandonare porzioni vaste di territorio per vederle diventare riserve del terrore come Gaza non sembra realistico.
Al vertice della Lega Araba, grande sponsor per il diritto al ritorno dei profughi palestinesi è stato Walid Muhallem, ministro degli Esteri siriano. Un po’ di polverone sull’altra grande questione in discussione, il Libano, e quindi sul ruolo della Siria. Il Libano è in bilico a causa dell’offensiva di Hezbollah e Damasco, che protegge i suoi interessi e quelli dell’Iran, usa e arma la mina vagante della guerriglia sciita. Ieri il premier libanese Fuad Siniora e il presidente Emile Lahoud, molto amico dei siriani, e quindi di Hezbollah, non si sono rivolti la parola. Anche il mondo arabo sente il lavorio filoiraniano di Damasco come una spina nel fianco. Al di là di Israele e dei palestinesi, ci sono grandi interessi interni da salvaguardare.
Gli appuntamenti bisettimanali che hanno fissato, su insistenza della Rice, Olmert e Abu Mazen fanno parte di un’operazione di make up più che di pace. Teheran esegue il proprio, mentre gioca come un gatto col topo e promette di liberare, magnanimo, la soldatessa rapita assieme agli altri 14 marinai britannici nel Golfo Persico. Di certo, i protagonisti del momento sono l’Arabia Saudita e l’Iran e non noi, che non abbiamo proposte né coraggio. L’Occidente è fuori controllo e da noi ha i colori della confusione sull’Afghanistan, che presto sarà un nuovo Irak.

L'insostenibile leggerezza antiamericana

sabato 24 marzo 2007 Il Giornale 0 commenti
Quello che colpisce del contrasto fra l’Italia e gli Usa, il riflesso di antiamericanismo che si riverbera intorno a tutta l’attuale vicenda afghana, è la leggerezza con cui viene gestita, la vanità con cui si è coperta di esclamazioni la fondamentale questione se, infine, si sia o meno alleati degli Usa. Almeno la Francia di Chirac, che antiamericana lo è ben più dell’Italia, lo ha detto spesso, e si è impegnata a darne prova quanto ha potuto; almeno Bettino Craxi ai tempi di Sigonella non ebbe nessuna remora a mostrare quanto fosse antiamericano, aggressivo, indifferente al terrorismo il suo dispiegamento di orgoglio nazionale. Piacque anzi proprio per questo; e c’è sempre una riserva di consenso italico popolare su cui puoi contare nell’allusione gagliarda, un po’ fascista, a un qualche nostro sorprendente colpo di tacco che lasci di sale quei boccaloni degli americani. Insomma, è un elemento tanto vano quanto strutturale quello che ci spinge a essere, di sguincio, antagonisti degli Stati Uniti, a desiderare di averli fregati e di fregarli e la pericolosità di questo atteggiamento è seria, è grave dopo l’undici di settembre perché sottende, oggi, una questione basilare su cui non siamo insieme: quella del terrorismo. Loro sono pronti a combatterlo con tutti i mezzi. Noi invece no. Loro pensano che la loro Nazione non deve, non può sottrarsi dal fardello di coniugare democrazia con guerra, responsabilità con autodifesa. Noi, invece, seguitiamo a ripetere che guerra è una parola che non si deve pronunciare se non per rifiutarla, un concetto obsoleto e sorpassato, un’oscenità di fronte al quale il cuore europeo deve gridare «orrore». Somiglia alla stupidità? Sì, molte volte.MaD’Alema non è stupido. Quindi non si può pensare davvero che sia credibile il suo stupore dei giorni scorsi per la reazione americana alla vicenda Mastrogiacomo. Noi siamo il Paese che si è fatto un vanto di lasciare l’Irak, dopo che i politici al governo non hanno tralasciato neppure un tv show per dichiarare quanti errori e quante crudeltà gli Usa vi abbiano commesso; siamo quelli che durante la guerra del Libano non hanno fatto che condannare Israele (eccessivo!! Mentre gli hezbollah sparavano i missili zelzal fino a Haifa e i kassam su Kiriat Shmone e i soldati Goldwasser e Regev, quelli di cui non c’importa niente, restavano, e fino ad oggi restano, rapiti in mani abituate a fare a pezzi altri esseri umani). Siamo quelli il cui ministro degli Esteri, però, è andato a braccetto con gli hezbollah, che sono un’organizzazione terroristica internazionale, integralisti antioccidentali conclamati; abbiamo volentieri incontrato Assad e poi anche Ahmadinejad (Prodi l’ha fatto), sempre con un sorriso di troppo, sempre pensando che bastasse agli Usa la possibilità di un futuro uso tattico della cortesia italica per riabilitarci ai loro occhi. Adesso telefoniamo (che si chiami Craxi il soggetto poco importa, è un vice ministro del governo italiano) a quell’Ismail Haniyeh per promettergli aiuto e lui se ne fa vanto, mentre gli Usa aspettano con l’Europa intera che vengano accettate le condizioni del Quartetto. E Haniyeh non è un signor nessunomail Primo Ministro dell’Autonomia Palestinese, nonché capo di Hamas, che non solo intende dichiaratamente distruggere Israele, ma con la tv, i libri di testo, la propaganda indecente che usa bambini, l’accumulo di armi iraniane a Gaza, dimostra la sua immarcescibile volontà di fare la guerra. Siamo un Paese che non sente repulsione per l’idea di sedersi con i talebani, che non sa che la pace certo «si fa con i nemici», ma solo se essi non ti considerano immondo e da eliminare in base a un’idea religiosa e non politica. Anche quando ce ne siamo andati dall’Irak, mentre la piazza esprimeva soddisfazione antiamericana, siamo stati così furbi da cercare di contrabbandare l’idea che gli americani fossero d’accordo. Ed è piaciuto agli americani anche il nostro rifiuto al vertice di Riga di ascoltare le richieste della Nato? Anche la sfilata di Vicenza è piaciuta agli Usa? Enon si capisce chiaramente che c’è un nesso fra il nostro balbettamento di fronte alla guerra al terrore, all’eventuale modifica dell’impegno e delle regole d’ingaggio in Afghanistan e le pesanti difficoltà della missione dell’Unifil sul confine libanese israeliano? C’eravamo andati per restituire sovranità all’esercito libanese e ci ritroviamo gli hezbollah già riarmati con missili iraniani provenienti dalla Siria, come prima, pronti a attaccare Israele. Questi dati misurano la nostra distanza dagli Usa, senza bisogno di parole: incerti sul terrorismo, esitanti sul nostro impegno, siamo antiamericani nei fatti, perché non siamo coinvinti che gli Usa vadano aiutati nella guerra contro il terrorismo. Non siamo nemmeno sicuri che il terrorismo si chiami così. Nonostante la legittimazione, sempre rivendicata, da parte di Onu e Nato, il teatro afghano si dimostra sempre di più un campo di battaglia simile all’Irak. Così, seminermi, non ci stiamo a far niente.

Finanziamenti pericolosi

martedì 20 marzo 2007 Il Giornale 0 commenti
Adesso che i palestinesi hanno avviato il loro governo di coalizione fra Fatah e Hamas, prima di decidere quale rapporto bisogna intrattenere con i suoi membri, due elementi vanno valutati a fondo: quello politico, ovvero a che cosa porterà la scelta di riconoscere o meno il nuovo esecutivo, e quello economico, ovvero a che cosa porterà dal punto di vista pratico un’eventuale ripresa dell’aiuto economico pieno e alla luce del sole ai palestinesi.
Naturalmente, lo scopo di fondo del Quartetto è quello di aiutare la pace in Medio Oriente, e quindi questo è il metro del giudizio complessivo. Mi sembra scapestrato e poco responsabile precipitarsi a pensare che l’accordo fra Hamas e Fatah vada oltre l’indubbio buon risultato di far diminuire lo scontro sanguinoso fra le due fazioni. Per ora non sono di quest’idea né gli Usa né l’Ue nel suo complesso, che dicono una cosa molto semplice: se il governo Abu Mazen-Hanyeh ha buone intenzioni, può accettare la richiesta del Quartetto di riconoscere lo Stato di Israele e cessare dal terrorismo. La Russia e la Norvegia (che ha già mandato il suo viceministro degli Esteri a incontrare Hanyeh) che non fanno parte dell’Unione Europea, fanno da battistrada, Italia, Spagna e Irlanda, che invece ne sono parte, cercano di tirare verso la riqualificazione del governo con Hamas. Ma a Hamas si volle dar credito quando vinse le elezioni nel dicembre del 2005, ed esso ha scelto tuttavia la via di uno stretto rapporto con Ahmadinejad, della feroce reiterata intenzione di distruggere Israele in base a principi religiosi, di fare di Gaza una rampa di lancio di missili kassam. Le linee antioccidentali estremiste e antisemite della sua carta di fondazione (basta darle un’occhiata su Internet per verificare quanto sto dicendo) sono identiche, Gaza liberata invece che in esperimento di indipendenza e responsabilità è divenuta una casamatta di missili e esplosivi, oltre che una caserma di milizie pronte alla guerra.
Il governo di Abu Mazen con Hamas nasce di fatto con la conferenza della Mecca di metà febbraio: qui i sauditi cercano, con un accordo compensato con ricchi finanziamenti, di riconquistare un po’ di egemonia sunnita a fronte dell’Iran che stringe accordi anche con Hamas, secondo le dichiarazioni orgogliose dei leader stessi dell’organizzazione integralista, e che tramite gli Hezbollah e la Siria domina le politiche mediorentali. I Sauditi sanno bene che il Quartetto richiede che il nuovo governo riconosca l’esistenza di Israele, ma Abu Mazen sente che Khaled Mashaal e Ismail Hanyeh, i capi di Hamas, sono più risoluti, più forti, più sostenuti dalla popolazione, e con molto sforzo trova lo spazio per i suoi ministri e per qualche frase ambigua che lascia intatta la linea del non riconoscimento. Intanto i sauditi lanciano, parlando con Israele, un’altra offensiva egemonica, quella della proposta di Beirut nel 2002. Arafat non vi andò perché era assediato alla Mukata, gli attentati terroristici impazzavano, e vi andarono invece Farouk Kaddumi e Sakher Habash, consigliere di Arafat, che approvarono il piano saudita perché conteneva la clausola del ritorno dei profughi, oggi 4milioni e 300mila persone, oltre alla promessa di riconoscere Israele se si fosse ritirato nei confini del ’67. «Uno Stato non accanto ma al posto di Israele» disse Kaddumi e Habash aggiunse che «il diritto al ritorno è il nostro trionfo perché significa la distruzione di Israele».
La formazione del governo di coalizione si è accompagnata al rilancio del piano saudita di cui si sta per discutere al summit arabo di Riad, e che Israele vorrebbe accettare purché fosse cambiato il punto del diritto al ritorno. Ma Hamas e Fatah su questo sono ben uniti, come Abu Mazen ha ribadito: al palato europeo questo appare meno estremista del proclama di Hanyeh nel giorno dell’insediamento di volere usare «qualsiasi forma di resistenza», ovvero, il terrorismo. Ma ambedue le intenzioni, quale che sia la ambigua posizione di Abu Mazen sul terrore, sono estremiste e distruttive per qualsiasi prospettiva di pace. In pratica, i due partner perseguono con strategia diverse lo stesso fine, quale che sia l’hudna (la tregua) che, poco realisticamente, potrebbe essere proclamata. I sauditi non avranno bisogno di cambiare il loro piano. Oltretutto i Paesi arabi come Siria e Libano dove vivono profughi palestinesi, conservati e moltiplicatisi senza cittadinanza al contrario di tutti gli altri profughi del mondo in una sorta di infelice riserva belligerante e sofferente (oltretutto fra Israele e Paesi arabi c’è stato un autentico scambio di popolazione, 700mila ebrei dai Paesi arabi, 700mila palestinesi verso i Paesi arabi) forse preferirebbero vederli sistemati altrove.
Dunque, governo palestinese e conferenza dei ministri degli Esteri della Lega Araba a Riad nel prossimo fine settimana nascono uno all’ombra dell’altro, ambedue con l’intenzione di creare fate morgane che non cambiano la sostanza delle cose; è chiaro che Israele non può accettare, e l’ha già detto, un piano che contiene la promessa della sua distruzione, anche se Abu Mazen chiede di parlare con lui e non con Hamas, che è più potente.
Israele, è stato titolato da molti giornali, rifiuta di collaborare con i palestinesi? La verità è che i palestinesi hanno rifiutato le basilari e modeste condizioni del Quartetto per potere riprendere un rapporto normale, e hanno scelto di nuovo di promettere morte a Israele. Quanto alla necessità dei palestinesi di essere aiutati a sopravvivere, essa ha tutto il nostro rispetto: ma se guardiamo le cifre dichiarate dall’ex ministro delle Finanze dell’Autonomia Samitr Abu Aisha, sembra che l’aiuto straniero dall’estero sia raddoppiato nel 2006: oltre ai 426 milioni di dollari dell’Unrwa, 720 milioni sarebbero stati donati direttamente ad Abu Mazen, mentre l’anno precedente sarebbero stati donati solo 350 milioni dollari. Quanto a Hamas, ha avuto i suoi donors per centinaia di milioni. Forse sono una goccia nel mare del bisogno di strutture e infrastrutture palestinesi, ma data la fioritura di armi a Gaza, certo la destinazione dei finanziamenti richiede un esame attento.

L'Europa corre un grande pericolo: piegarsi all'integralismo dell'Islam

mercoledì 28 febbraio 2007 Il Giornale 0 commenti
Il grande pericolo iraniano, e con esso la guerra fra sciiti e sunniti in Irak, potrebbe portare alla pace in Medio Oriente; Il presidente iraniano Ahmadinejad, se e quando avrà la bomba atomica, non esiterà a usarla e occorre aiutare subito l’opposizione: l’Europa, se non cambia strada, sarà sconfitta dall’Islam. Ironico ed elegante, very british nell’accento e nei modi, anche se ormai da tanti anni la sua patria d’elezione sono gli Stati Uniti, il professor Bernard Lewis, 90 anni, decine di testi fondamentali sul Medio Oriente, ci consegna in questa rara intervista (non ne ha concessa nessun’altra durante la sua permanenza di tre mesi in Medio Oriente) sul lungomare di Tel Aviv, dove ogni primavera passeggiamo insieme.
Professore, l’Arabia Saudita, che il 7 febbraio ha ottenuto l’accordo della Mecca fra Hamas e Fatah, è oggi il leader di un fronte con i Paesi del Golfo, l’Egitto e la Giordania che sembra deciso a contenere il potere di Ahmadinejad. È un’iniziativa di Paesi moderati contro l’estremismo islamico? O un capitolo della guerra fra sciiti e sunniti?
«Ciò che è legato all’Arabia Saudita non è di per sé “moderato”, anche se nel tempo breve può calmare la situazione. Ma l’Arabia Saudita è la culla e la custode del wahabismo, ovvero quel movimento religioso che nacque nel XVIII secolo quando l’Islam vide avanzare in Europa la Russia e l’Austria, gli ottomani seguitavano a ritirarsi e la Francia, l’Inghilterra, i Paesi Bassi creavano grandi imperi in Asia. Molti Paesi arabi si chiesero: “Perché l’Occidente ha migliori navi, migliori armi, migliori governi?”. Ebbero luogo riforme e modernizzazioni. Ma il wahabismo dette la risposta opposta: “Perdiamo perché abbiamo tradito il vero Islam, e dobbiamo ritrovarlo. Da allora questo movimento, che fonda madrasse da Amburgo a Chicago e diffonde intolleranza fra i cittadini musulmani del mondo, attacca soprattutto all’interno: agli infedeli spetta un trattamento stabilito dal Corano, ma per l’apostata è peggio. È condannato a morte. E gli sciiti, per i wahabiti, rappresentano i rinnegati per eccellenza. Gli sciiti di oggi, capeggiati da Ahmadinejad, sono di enorme disturbo per i Paesi sunniti».
Che cosa determina oggi la politica in Medio Oriente?
«La dinamica dei Paesi locali, che pesano ormai sull’Europa più di quanto l’Europa conti in Medio Oriente. Scusi, non vede che la Siria pesa di più in Francia di quanto la Francia pesi in Siria? E quindi sono ripartite le vecchie tendenze: espansionismo e guerra interna. In un primo tempo, gli arabi conquistarono l’Africa del nord, la Spagna, l’Italia meridionale... e furono poi ricacciati indietro; più tardi, i turchi conquistarono Costantinopoli, per due volte raggiunsero Vienna. Ora, siamo alla terza fase: metodo nuovo, diverso approccio».
Che vuole dire? Che l’attuale immigrazione è una nuova invasione?
«Non certo consciamente, non da parte degli immigrati in quanto tali. Ma comincia ad avere quell’effetto, a causa dell’estremismo islamico, e chi l’ha notato ha saputo mettere a frutto l’immigrazione per i suoi fini. Bin Laden è stato molto franco ed eloquente: “I sovietici e gli americani ci hanno a lungo tenuto in scacco. Ma dopo che in Afghanistan abbiamo distrutto l’impero sovietico, ci sarà facile avere a che fare con gli Usa”».
Gli islamici credono di poter vincere?
«Certamente. Nel frattempo, è tornato lo scontro interno. L’Iran è in rotta con gli Stati arabi sunniti. E i sauditi, il Bahrain, il Kuwait, vedono in questo un pericolo mortale. Laddove esistono rilevanti minoranze sciite, un pericolo mortale minaccia i regimi».
I palestinesi del Fatah quando si scontrano con Hamas gridano “sciiti” per offendere il nemico interno, ma là sono tutti sunniti, eppure stanno con l’Iran. In Egitto non ci sono sciiti...
«Fra i palestinesi conta chi è con loro contro Israele, il tema sciita è molto estraneo, è interessante che adesso lo usino come un’arma. Con i sauditi, siamo alla situazione in cui si trovò Sadat quando decise di fare la pace con Israele. Sadat aveva ereditato la presenza dei “consiglieri” inviati da Mosca e capì che per i sovietici l’Egitto era una colonia. Le loro aree militari erano vietate agli egiziani, spadroneggiavano a destra e a manca. Una delle tante volte in cui mi trovavo in Egitto, il proprietario di un negozio si lamentò con me: “Gli americani, gli inglesi e i francesi non vengono più”. “Ma avete i russi”, replicai. Lui sputò e disse: “I russi non comprano neppure un pacchetto di sigarette né te ne offrirebbero mai una”. Sadat comprese che era meglio un male minore e cioè fare la pace con Israele piuttosto che tenersi i russi a casa. Il pericolo sciita può convincere i sauditi a cercare la pace».
La pace vera? Firmata?
«Una pace come quella con l’Egitto: fredda».
E i palestinesi potrebbero rientrare in questo processo? I loro legami con l’Iran e con Hezbollah, da quando Hamas è al potere, sembrano più vincolanti della sunna.
«I palestinesi faranno la pace quando avranno deciso di riconoscere che Israele esiste. Fino a ora hanno sempre sperato che qualcuno, qualcosa, potesse togliere Israele dalla carta geografica».
Ahmadinejad userà la bomba nucleare se e quando l’avrà?
«La userà: la sua visione è diretta e precisa, il suo desiderio di apocalisse è genuino e non teme deterrenti».
Perché usa soprattutto gli ebrei e Israele come obiettivo del suo odio?
«Perché la storia dimostra che l’Europa non ama gli ebrei; quanto agli arabi, è evidente che Israele è un’esca».
Lei pensa che l’Europa potrebbe abbandonare Israele?
«L’Europa non difende se stessa, non vedo perché dovrebbe darsi la pena di difendere Israele. La combinazione di politically correct e di multiculturalismo, unito agli interessi economici, ha creato quella che viene descritta, anche quando si parla del Dipartimento di Stato, come la “politica dell’inchino preventivo”.
Quanto è seria la determinazione degli islamici?
«Bisogna guardare alla storia: quando fu costruita la Cupola della Roccia sorse sopra un sito santo per le religioni giudaica e cristiana. La scritta dice “Dio è uno, non ha pari, non genera, non è generato”. Una sfida aperta alla cristianità, cui si unì il fatto che per la prima volta il califfo Abd al Malek batté monete d’oro come i romani e i bizantini. Era un modo di comunicare la preminenza della sua religione, tutte le altre erano false, incomplete o superate».
Ma oltre all’Islam dominatore c’è quello riformato e illuminato.
«Ma mi preoccupa l’atteggiamento europeo, che invita, inchinandosi, all’estremismo. Come dice il poeta siriano Saadek al Azam, o avremo un’Europa islamizzata o un Islam europeizzato. I moderati vanno incoraggiati, ci sono ma temono di mostrarsi. La mia grande speranza sono le donne, che essendo la maggioranza possono essere decisive».
Professore, mi sembra molto preoccupato per il Medio Oriente.
«No, è il Medio Occidente che mi preoccupa di più».
E l’Irak?
«Forse, come diceva un mio amico iracheno, avremmo dovuto cominciare in ordine alfabetico».
È questo l’errore degli Usa?
«Scherzavo. Errori ce ne sono stati tanti, ma essere ancora là a combattere il terrorismo è indispensabile: non è certo una situazione come quella del Vietnam, in cui si possa fare le valigie e andarsene. Non mi risulta che allora un gran numero di vietnamiti si fossero stabiliti nelle capitali europee e in America per fare prevalere la loro fede nel mondo».
Ma in Vietnam la guerra fu persa.
«Non furono i vietnamiti a vincerla, fu Jane Fonda. Ed è lo stesso identico pericolo che l’Occidente corre oggi. Essere vinti da se stessi».

Il vulcano della Farnesina

domenica 25 febbraio 2007 Il Giornale 0 commenti

La politica estera oggi è un campo magnetico in attività permanente, un vulcano in eruzione, una forza che contrariamente a tutte le convinzioni della politica del passato e anche dei media che l’hanno relegata in secondo piano per decenni, è capace di portare la gente in piazza e di far cadere governi. L’Italia deve attrezzarsi a questa nuova evenienza, nata con la guerra terrorista contro l’Occidente, con la continua esplosione di bombe e di guerre, con la feroce contrapposizione di idee che suscitano passioni, mettono in campo menzogne e pregiudizi. Il provincialismo è ormai vietato, lo zig zag non paga, l’ignoranza è proibita. La politica estera è ormai l’anima di un Paese, e certo non è un caso se dopo una tanto cocente discussione sulla finanziaria, pure il Paese fronteggia una crisi in politica estera: essa infatti, oggi, è quella cui va il compito di realizzare sia i principi che gli interessi primari del Paese; espone la nostra visione del mondo, ed è per questo che l’attuale crisi è molto significativa e molto impegnativo è il modo in cui ne usciremo. Per un nuovo governo, non sono in ballo soltanto le scelte di Follini o di Casini, e tantomeno il governo di Romano Prodi è caduto solo a causa di due estremisti pazzoidi. Niente affatto. Dietro di loro c’era una piazza, un’incertezza concettuale di fondo, un’egemonia culturale e politica di un gruppo intellettuale ancora fortissimo in Italia, quello dell’antiamericanismo. La scelta di cultura e di appartenenza legata alla politica estera vibra nell’aria come tema fondamentale del nostro tempo da ben prima che questo governo nascesse: la micidiale ondata di odio antioccidentale islamista, la formazione e la messa in campo di autentici eserciti terroristi, l’odio per Israele, la questione irachena e quella afgana, la questione iraniana, dopo il primo voto che aveva messo la maggioranza in scacco sulla politica internazionale sono di nuovo e saranno ancora e ancora un tema centrale su cui misureremo le nostre scelte politiche. La presenza di basi militari come a Vicenza, un altro ritiro o invio delle nostre truppe per aiutare nella lotta al terrorismo, la revisione di ruoli, lo schieramento all’ONU, il ripensamento di organismi internazionali come la NATO, un ulteriore passo sulla questione iraniana, saranno per anni il necessario catalizzatore, dall’aula parlamentare alla piazza, della domanda basilare: qual’è la nostra politica estera, quale la nostra disponibilità a far parte del campo occidentale, o di qua, o di là? Non ci saranno sconti, non si tratterà di sfumature. Ho sentito con le mie orecchie, in un dibattito alla trasmissione di Giuliano Ferrara “Otto e mezzo”, il capo dei Comunisti Italiani ripetere sinceramente stupito che in ogni caso la nostra Costituzione ci vieta la guerra, meglio morti che belligeranti, meglio sparire che difendersi. E’ una concezione del mondo sincera e che mette in piazza decine di migliaia di persone che ritengono Bush una bestia umana e Israele un paese di apartheid. Il pacifismo è parte integrante di questa visione del mondo, che ritiene la guerra, qualsiasi guerra, estranea all’idea stessa di democrazia. La guerra è odiosa, ma la difesa è sacrosanta ed è anzi evidente parte di un pensiero democratico, che mette al centro i bisogni del cittadini: sembra tanto semplice. Alexis de Tocqueville dice, se si consente di riassumerne un pensiero, che, quando un Paese democratico deve difendersi dai nemici, proprio a causa delle sue caratteristiche democratiche non lo fa volentieri, non lo fa bene, ma poi è in grado di disporre di magnifiche e differenziate risorse, molto più di un nemico che non possieda l’arma della democrazia; organizzandole, mobilitandole, migliora e vince.

Ma difendersi, perchè questo è il tema, richiede una sincerità di intenti, una politica di alleanze e una chiarezza ideale enorme di fronte alle attuali sfide della politica internazionale. Non basta certo, anche se è necessario, il desiderio di non apparire inaffidabili di fronte agli Stati Uniti, e di far parte di uno schieramento onorevole e anche conveniente. Quello che occorre è costruire la convinzione, l’ integrità e chiarezza di intenti. Insomma, una cultura della politica internazionale. E’ urgente.

Prendiamo gli ultimi eventi: l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, la IAEA, ha riportato giovedì cattivi risultati per quanto riguarda la preparazione delle strutture atomiche in Iran: essa non è stato sospesa, secondo le richieste della Commissione di Sicurezza, nei 60 giorni concessi e anzi Teheran ha espanso gli sforzi fino a costruire 1000 centrifughe e portando circa 9 tonnellate di provviste di alimentazione gassosa nelle strutture di Natanz per attuare l’arricchimento. Gli ufficiali iraniani hanno informato che essi espanderanno le centrifughe e raggiungeranno la cifra di 3000 in maggio. Il reattore di Arak e gli impianti di produzione di acqua pesante sono sempre in costruzione, contro la risoluzione del Consiglio di Sicurezza. La IAEA si dichiara “incapace... di verificare ulteriormente i passati progressi del programma iraniano”, ma il presidente Ahamdinejad ha dichiarato che “è preferibile per l’Iran fermare qualsiasi altra attività per i prossimi dieci anni e concentrarsi sul nucleare”. Cosa abbiamo intenzione di fare di fronte a questa sfida? Il problema include visione e interessi; l’Italia (seconda in questo solo alla Germania che investe cinque miliardi e mezzo di dollari nelle garanzie per il commercio con l’Iran) ne investe, leggiamo, quattro e mezzo.

Altre decisioni molto importanti riguardano il nostro atteggiamento verso la questione libanese, sempre minacciata dalla scalata al potere degli hezbollah e del loro riarmo, che sembra essere stato completato nonostante la presenza dell’UNIFIL. Se non stiamo scherzando nel nostro intento di favorire la pace, si tratta o di rafforzare la missione con l’intento di intervenire sul riarmo veloce e certo fatale degli hezbollah, o di denunciare la nostra sconfitta e trarne le conseguenze. La Siria, che propone a Israele incontri di pace, pure incrementa in questi giorni la presenza militare sul confine israeliano e stringe rapporti sempre più solidi con l’Iran di Ahmadinejad, mentre seguita a ospitare a Damasco la gran parte delle organizzazioni terroristiche che agiscono poi in Iraq e in Israele. Anche là si tratta di fronteggiare questa essenziale problematica di politica estera. Così, anche con la nuova sfida del prossimo governo di coalizione palestinese: Hamas nell’accettare di collaborare con Fatah ha riannunciato la sua intenzione di non riconoscere Israele. Questo, mentre nuovi attacchi di terrorismo cercano di raggiungere i cittadini dello Stato ebraico e mentre si accumulano a Gaza missili terra-aria e armi procurate dalle varie organizzazioni terroriste. Che fare? Fingere che i peggiori elementi radicali siano stati battuti? Oppure tener duro spingendo perchè il Quartetto tenga le sue posizioni? Sarà dura per qualsiasi governo prendere queste decisioni e tante altre, sarà una sfida quotidiana su cui può infrangersi qualsiasi accordo fragile, qualsiasi compromesso. E non si creda: anche il campo filo occidentale deve pensare, elaborare, sostenere con profondità e senza nessun secondo fine le sue posizioni. Prima ancora di essere amici degli Stati Uniti, occorre essere amici di se stessi, di una propria integra politica estera.

Una Disneyland di guerra nel deserto israeliano

venerdì 23 febbraio 2007 Il Giornale 0 commenti

da Tzelim, deserto del Negev

Un miraggio tremolante nella prima luce dell’alba: case, moschee, alti edifici e il basso profilo di una casbah. Color ocra e bianco sul giallo del deserto. Una musica araba esce dagli altoparlanti, la memoria evoca scene di battaglia, agguati. Ma la città non è vera, è vuota e schematica, anche se grande e supertecnologica. Reale e astratta allo stesso tempo nel bel mezzo del deserto del Negev, presso la base militare di Tzelim. È tutta percorsa da fibre ottiche e da cavi sotterranei, punteggiata da sofisticati congegni celati ogni pochi metri. Questa città, ancora non completata, è la struttura in cui l’esercito israeliano, ferito dalla guerra del Libano, criticato da ogni parte e determinato a rinverdire il suo mito, si mette alla prova.
Quattro minareti di altrettante moschee, edifici, piazze, il campo profughi, i negozi, i garage sotto le case, a volte moderne e a volte piccoli cubi con una terrazza piatta sul tetto. «Una Disneyland di guerra che non ha pari nel mondo», spiega Arik Morè, il giovane comandante della base. Ogni settimana si esercitano non meno di milleduecento soldati e, quando la parte tecnologica sarà completata, il numero crescerà. Lo scopo è migliorare l’efficienza dell’esercito partendo dall’analisi degli errori nella guerra libanese. E il primo errore era stato quello di non aver svolto esercitazioni regolari e di non aver condotto manovre integrate. Ora si cerca di rimediare, per essere pronti a tutto. Le strutture riproducono fedelmente vari tipi di centri abitati: da un parte Bint Jbel, la cittadina del sud del Libano costata tante perdite a Tsahal, dall’altra Gaza; e più in là ancora c’è Ramallah.
Viaggiamo di notte per raggiungere il sito, mentre alcuni elicotteri volteggiano nel cielo trasportando i soldati che hanno simulato evacuazioni di feriti e sgomberi. Il rombo dei velivoli riempie l’aria, alcuni carrarmati circondano la città. Una squadra si succede all’altra, riconosciamo il berretto rosso dei paracadutisti, quello viola dei Givati, quello color terra dei Golani, che ieri gongolavano perché il loro generale Gabi Ashkenazi sarà il nuovo capo di Stato Maggiore. Mentre sorge il sole, un gruppo di uomini si allontana, con gli M16 a tracolla, la divisa e la faccia coperte di polvere e sudore nonostante il freddo intenso della notte del deserto, e un altro arriva. Il telefonino e il caffè caldo, in bilico in un contenitore di metallo arrugginito, su una collinetta sono i re dell’intervallo. «Ciao mamma, tutto bene, non ti preoccupare, bello qui, non ti posso dire quello che facciamo, ora devo andare. Piantala con questa storia del freddo, ciao, saluta papà».
Un battaglione va, uno viene. Molte ragazze col mitra e la faccia mimetizzata, giocano la parte del nemico. Arik, dopo che ci siamo arrampicati su un minareto spiega: «450 costruzioni. Quei buchi irregolari che vedete nei muri rappresentano i passaggi che pratichiamo da edificio a edificio, li abbiamo fatti in anticipo per praticità. La città potrebbe avere circa cinquantamila abitanti. I civili è difficile simularli, ma riproduciamo la presenza non militare in tutte le sue capacità, dal terrorista al cittadino, dal giornalista al negoziante... In genere, mentre si esercitano seicento uomini delle forze blu, le nostre, se ne esercitano anche 350 delle forze rosse, il nemico». Arik spiega che ancora non è tutto pronto, ma che ogni stanza della cittadina sarà dotata di una telecamera, così da consentire la rilettura di ogni azione.
Alcuni soldati che si avviano verso una casa in cui è stato identificato un terrorista. Corrono verso la collinetta, sfondano la porta ed entrano sparando, il fumo intenso impedisce di vedere bene. Il terrorista si rifugia al piano superiore, si accende una battaglia alla fine della quale i soldati blu hanno un ferito e sono riusciti a catturare il ricercato. È uno scontro che trascina nel caos della guerra, con assalti, spari, ordini continui e precisi urlati da ogni parte. Ogni gesto è ripreso dalle telecamere: più tardi si saprà quali errori e quali azioni corrette hanno compiuto i militari.
«Presto quasi ciascun soldato sarà munito di un congegno simile a un gps che sorveglierà ogni movimento. Si saprà da dove parte uno sparo, dove è diretto e che cosa ha causato...». Il generale Uzi Moskovitz, direttore del progetto, ci incontra sul campo sotto una tenda. «La base era progettata da otto anni e abbiamo cominciato a costruirla due anni fa. Ma dopo lo scontro con Hezbollah abbiamo deciso di accelerare e modificare il lavoro, e di dare il via a esercitazioni integrate che comprendano tutte quante le forze sul campo, compresa l’aviazione - spiega Moskovitz -. La dimensione, la somiglianza col campo reale, la possibilità di raccolta di dati e di analisi sono senza precedenti nel mondo. Presto avremo anche un software che ci consentirà di ruotare il progetto e di vederlo in trasparenza sullo schermo. Abbiamo incrementato il lavoro per correggere e risolvere i nostri problemi. In Libano, uno dei più seri riguardava proprio la mancanza di addestramento, di abitudine allo scontro...».
Arik da lontano fa vedere che le esercitazioni cominciano a due chilometri da qui. Il gruppo che arriva da lontano, deve infiltrarsi nella città, dove scattano diverse azioni contemporanee. Si simulano rapimenti, esplosioni, risposte ad attività terroristiche e alle armi anticarro, la distruzione dei missili Kassam. Alla fine, gli analisti valuteranno i risultati e daranno il loro giudizio.
Il generale è soddisfatto. Ma al di là dei problemi tecnici, non è forse la confusione che nasce dalla guerra asimmetrica, l’indecisione di ufficiali cresciuti nell’idea che «il problema non è militare ma politico», o che la pace sia dietro l’angolo, non è la mancanza di motivazione dei giovani e delle riserve il problema vero? «No! - risponde sonoramente il generale -. Per capire parli con loro. Discutono e criticano come si fa in democrazia? È giusto così. Ma poi, quando devono agire, niente più chiacchiere: sanno qual è il loro dovere, questi ragazzi, e ne sono contenti. Ne prenda uno a caso». Ne scelgo due: un sergente delle forze blu, Effi, con le labbra strette e la faccia stanca, che in Libano ha visto morire i suoi compagni. «Certo questa non è la realtà terribile dello scontro vero, ma è molto emozionante lo stesso impegnarsi a imparare cose nuove - racconta -. Nessuno è così pazzo da amare la guerra. Ma è bellissimo imparare ad aiutare te stesso mentre aiuti il tuo Paese». Rotem, una biondina di diciannove anni, delle forze rosse, racconta che ha sparato col laser e che è consapevole di non essere forte come i ragazzi, ma sa dare filo da torcere. Si sente fortunata di partecipare a queste esercitazioni. Le ragazze della sua età in Italia, o in America, studiano, ballano, fanno shopping... «Che discorsi, ognuno è nato nel proprio Paese e qui serve il mio aiuto. E dà molta soddisfazione sentirsi utili».

L'assedio di Olmert fra Hamas e hezbollah

giovedì 22 febbraio 2007 Il Giornale 0 commenti

Abu Mazen, aiutaci tu. «Ci parleremo ancora e ancora, e le nostre squadre staranno in contatto fisso, giorno per giorno». È quasi un’invocazione salvifica quella di Ehud Olmert verso un panorama scoraggiante e aggressivo che il Primo ministro israeliano cerca di riempire con una quantità di buone intenzioni. Lo incontriamo nel gelido lusso della stessa sala dell’albergo in cui solo lunedì era con Condoleezza Rice e Abu Mazen. Stavolta, l’esame è quello della stampa estera. Appare pallido e stanco, dardeggia un sorriso troppo gentile per lui. Il corrispondente di Al Jazeera spara una provocazione: «Lei ha detto a Abu Mazen durante l’incontro a tre: “Mi hai tradito con l’accordo della Mecca”: Abu Mazen infatti ha accettato di formare un governo di coalizione il cui programma non accenna affatto a riconoscere Israele, né a cessare dal terrorismo. “Perché non si decide - dice il giornalista - a accettare che il governo eletto dei palestinesi ha un partito di maggioranza, Hamas, che seguiterà a dettare le sue condizioni col consenso popolare? Parli col governo, dunque!».
Olmert è un tipo che ama le provocazioni e si capisce che sotto l’apparente rassegnazione c’è una passione per cui gli dispiace che gli si chieda di parlare con un gruppo che condanna a morte Israele nella pratica e nella teoria; ma, soprattutto, deve salvare la sua linea politica che cammina su un filo sospeso a mille metri d’altezza. Deve avere a che fare con Abu Mazen scartando, in uno slalom impossibile, Hamas, che tuttavia è ormai partner del Fatah. Difficile. «Non ho mai chiamato Abu Mazen “traditore”. Non taglierò i contatti con Abu Mazen, anzi, lavoreremo insieme, costruiremo. Parlare con Hamas, invece, mai. Ismail Haniyeh e Khaled Mashaal non hanno nessuna intenzione di trattare con Israele. Ma Abu Mazen è diverso, riconosce che esistiamo e si è pronunciato pubblicamente contro il terrorismo. Quindi, possiamo lavorare insieme». Olmert appare fragile, quando appoggia la sua strategia sul rapporto con un leader fragile che Hamas è deciso a usare come passepartout verso il mondo. Vuole accettarlo, ma non sdoganarlo al mondo. La sua buona volontà è insistente: lo scopo, dice, è marciare verso la creazione di uno Stato palestinese, che viva «in pace e sicurezza» a fianco del suo Paese. Si dice ancora fedele all’idea di ritirarsi dal West Bank nonostante Gaza, ma è costretto ad aggiungere che «alcune circostanze non hanno facilitato l’ulteriore sgombero. Missili kassam e terroristi suicidi, di cui l’ultimo bloccato ieri a Tel Aviv con la cintura di tritolo, sono una realtà.
Il cessate il fuoco fissato a novembre non è mai stato violato da noi, mentre le loro violazioni sono continue, terroristi, rapimenti e missili kassam». E allora in che spera Olmert? Nell’attesa, nel tessere, nella solidarietà internazionale. Così anche per l’Iran: l’Iran di Ahmadinejad è seriamente minaccioso, molto minaccioso, nessun Paese dell’Onu dovrebbe parlare con uno Stato che minaccia di morte un altro Paese della stessa organizzazione che non gli ha fatto niente. Ma le centrali atomiche sono meno avanti di quel che Ahmadinejad vorrebbe far credere, anche se più di quanto non si vorrebbe. Dunque, di nuovo, dialogo: oggi, dice, scade il termine concesso dalle Nazioni Unite per cessare dalla preparazione delle istallazioni nucleari, subito dopo si tratterà di rendere le sanzioni più importanti e operative sul piano economico e politico. Azioni militari? Dovrebbe risultare efficace lo sforzo diplomatico, se tutti lavoreranno di concerto.
Gli hezbollah, dice Olmert, ancora molto forti, sono tuttavia meno pericolosi da quando l’esercito libanese e l’Unifil sono sul confine del Libano, anche se continuano i rifornimenti iraniani di armi e denaro. Solo sulla Siria una dichiarazione precisa: se volesse davvero la pace avrebbe già cacciato via da Damasco i gruppi terroristici là di stanza. In realtà Assad pretende di essere devoto alla pace per proteggersi dalle accuse di aver ucciso Rafik Hariri. Olmert appare assediato, in definitiva, dalla jihad di Hamas e dagli hezbollah, ma alla ricerca di un’offerta. Abu Mazen contro Hamas, e l’Onu contro Ahmadinejad. Quanto di più insicuro.

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