Il Giornale
Scontri e morti a Gaza, Hamas minaccia
D'Alema l'inossidabile antimperialista
Noi abbiamo rischiato la vita in Libano, i politici che sbagliarono vadano a casa
A Parigi l’amico di Israele
La malattia della pace
La pace impossibile di Israele
Il bivio di Israele
Una giornata sul confine libanese dove Hezbollah prepara la guerra
da Kiriat Shimona - C’è molto silenzio sul confine israeliano col Libano, sopra Kiriat Shmona e sotto Metulla, dove nei giorni della guerra il concerto dei kasam e dei katiuscia ci assordava. C’è aria pura e greggi sul verde dove si svolgevano le battaglie sanguinose che seguivamo da lontano sulla traccia dei carri armati, del fumo, delle colonne di ragazzi in divisa che si avviavano a combattere con gli hezbollah di notte. Ma si avverte in quel silenzio il vibrare di una guerra che verrà, e che avrà gli occhi di Ahmadinejad oltre a quelli di Nasrallah. I servizi segreti israeliani continuano a certificare il riarmo completo degli Hezbollah, Walid Jumblatt, il capo dei drusi che teme un colpo di mano di Nasrallah ispirato dall’Iran, ha chiaramente detto che in certi casi il traffico di armi tra Siria ed Hezbollah è stato facilitato dall’esercito libanese, che l’Unifil protegge. Negli avamposti militari al confine lo si verifica nei racconti dei soldati, come il comandante Yaacov Oz, e nelle valutazioni di un ufficiale che non può essere citato per nome. Il giorno dell’Indipendenza, 59 anni dalla nascita dello Stato d’Israele, è una data molto celebrata, piena di movimento e di suoni. Si balla, si canta, i bambini corrono gridando nei prati della Galilea, nel deserto del Negev, sulle terrazze di Tel Aviv e di Haifa, e nei boschi di Gerusalemme. Al confine di Israele con il Libano le gite nei boschi appena ripiantati, dopo che i missili degli Hezbollah hanno bruciato gli alberi più antichi del Paese, sono pieni di gente. «È una sconfitta degli Hezbollah il fatto che la gente di Kiriat Shmona, bersagliata dai katiuscia che hanno portato distruzione e morte, sia qua a festeggiare», dice l’ufficiale. Fa impressione constatare che i monti, che erano diventati neri, ora sono verdi, che il traffico è di nuovo intenso. I vertici militari responsabili, il capo di stato maggiore Dan Haluz che, come fosse invulnerabile, concedeva improvvisate conferenze stampa in mezzo ai boschi incendiati dai kassam, Udi Adam, capo del Comando Nord, e Gal Hirsh, colonnello della 91esima divisione, sono tutti spariti nella profonda epurazione dell’esercito, non ancora conclusa: «Per esitazioni, per errori militari e del governo, e anche per illusioni pacifiste, abbiamo condotto la guerra con quello stesso ritegno che dal 2000, quando ci ritirammo, ci ha impedito di reagire alle loro incursioni, ai rapimenti, all’accumulo di missili di cui eravamo consapevoli». L’ufficiale cammina con noi sul piazzale del kibbutz Kfar Giladi, dove 13 soldati della riserva sono stati uccisi da un kassam che è ancora là, fra i segni che ricordano la posizione di ciascuno quando la morte l’ha colto mentre mangiava, chiacchierava o giocava a scacchi col vicino aspettando gli ordini. «Però Hezbollah non ha vinto, è decimato, ha tirato 3.000 missili sulle città per uccidere solo 40 civili, le loro armi sono state in gran parte distrutte, la risoluzione e la forza dell’Onu li costringe a stare lontano dal confine. Sono tutti punti a nostro favore». Sì, ma adesso secondo tutti gli osservatori sono di nuovo pronti. «Ma dopo la nostra risposta dell’estate scorsa sanno, come lo sa la Siria, che scherzi non ne possono fare, che gli israeliani non resteranno ad aspettare attentati e rapimenti». Eppure i due soldati rapiti, Regev e Goldwasser, sono ancora in mano loro, la deterrenza gioca fino a un certo punto dove la jihad detta legge, come dimostrano i kassam sparati proprio ieri da Hamas dentro Israele. L’Iran non rinuncia al fronte caldo creatosi a nord di Israele, gli hezbollah sono agli ordini dell’avventuriero Ahmadinejad. La faccia tonda e abbronzata del capitano Yaakov Oz, gli occhi neri, il sorriso timido sono quelli di un 25enne, ma lui si sente padre dei suoi cento «Golani», i più terragnoli, energici, popolari ragazzi da combattimento di Israele, quelli che subiscono più perdite, la cui dedizione ha creato una leggenda. «Loro le vogliono bene?». Bene? Ride anche il soldato che ci accompagna, Yaniv, 21 anni. «Boh, lo chieda a loro. Io cerco di non lasciarli mai soli, di guidarli e ascoltarli; e se devo, li punisco». Per cosa li punisce con più determinazione? «Non perdono la menzogna. Ma non capita spesso». Uscendo dai camminamenti di cemento della Gisrà Rehes Ramim adesso, a differenza di prima e durante la guerra, ci possiamo affacciare su una terrazza che guarda i villaggi di Ataybeh, Markabe, Telkabe, roccaforti teatro di sanguinose battaglie, si vede anche Hule in lontananza e la base Olesh dell’Onu. «Dalle finestre socchiuse dei villaggi davanti a noi, siamo osservati anche adesso da paesani legati a Hezbollah e spesso dagli Hezbollah stessi. In questi villaggi si nascondevano uomini missili e lanciamissili. Oggi non posso dirlo; ma sulle alture qui intorno, pastori incaricati di osservarci compiono giri e si danno il cambio prendendo nota di movimenti e caratteristiche del nostro esercito. L’Unifil tiene il confine più tranquillo di prima, i suoi uomini hanno frequenti colloqui con gli abitanti di qui che, come dicevo, sono in contatto con gli Hezbollah. Ma l’atmosfera pastorale che lei vede è un proscenio verde dietro il quale c’è un gran lavorio di riarmo e di ricostruzione, anche se gli avamposti da cui ci sparavano, le bandiere gialle sul confine, i cartelloni in cui ci mostravano la testa mozzata di un nostro compagno, i soliti manifestanti portati in autobus da Beirut, il lancio di pietre contro di noi, tutto questo è sospeso». Sia Yaacov che Yaniv durante la guerra sono andati in missione notturna il 2 agosto a Markabe, e tre loro compagni, Omri Elamakayes di 19 anni, Daniel Shiran di 20, e Igor di 24, sono stati uccisi in battaglia accanto a loro. «Ci aspettava un agguato». Avevate paura entrando? Yaniv dice: «C’è l’adrenalina che aiuta. Combattendo di casa in casa, uccidemmo sette Hezbollah. Abbiamo combattuto per recuperare i nostri amici, uno di loro era il medico da campo. Quando li hanno caricati sull’ambulanza dopo uno scontro duro, non sapevamo ancora che erano morti. Ce l’hanno detto al campo. Certo che eravamo amici, si dorme, si mangia, si combatte insieme, si torna a casa insieme nel fine settimana». «Paura?». Yaacov riflette: «Io ho molto rispetto degli Hezbollah come combattenti, li conosco come le mie tasche, anche perché studio storia del Medio Oriente all’università. Per questo so che Hezbollah non si arrende, si prepara, aspetta la prima occasione per tornare a cercare di uccidere gli ebrei. Però adesso sa che possiamo dargli una lezione da cui non si risolleverà. Anche loro si preparano bene. E noi errori ne abbiamo fatto molti, ma li studiamo, lavoriamo, siamo in mezzo a una vera rivoluzione». Ma la paura, quella che si prova quando si entra di notte a Markabe? Avrebbe potuto toccare a voi. «Ovvio. Con tutto il dispiacere, non sono mica pazzo, ma sono pronto a morire per il Paese. È normale. Non so come suona a un’italiana», sorride timido.
Al Qaida in Palestina
Al Qaida a Gaza può alienare le simpatie europee, mette in difficoltà gli amici che sostengono il teorema «land for peace» come risolutivo, specie quando si vede il suo nesso ideologico con Hamas. Così, Ismail Hanje pochi giorni fa alla radio italiana dichiarava che Hamas non ha né ha mai avuto niente a che fare con Al Qaida. Ma questo non è vero. Hamas in particolare ha nessi ideologici e pratici molto seri con l’organizzazione di Bin Laden, ambedue unite dallo scopo di distruggere lo Stato degli Ebrei ma impegnate intanto nella guerra jihadista contro l’Occidente. Non si può non preoccuparsene e darne conto mentre trepidiamo per la sorte del collega della Bbc Alan Johnston, il giornalista rapito il 12 marzo a Gaza e di cui un messaggio delle Brigate Jihad e Tawheed rivendica l’uccisione come vendetta per il gran numero di prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane (dopo, aggiungiamo noi, regolari accusa, difesa, sentenza) e come atto di forza per chiedere di liberarli. Johnston, è un giornalista quarantatreenne che vive da tre anni a Gaza e che racconta con molta passione la vita dei palestinesi. Aveva ottimi rapporti con loro. Che l’organizzazione rivendichi la sua uccisione testimonia l’appeal dello stile Bin Laden: indiscriminato odio antioccidentale. Il nome con cui il volantino è firmato, è noto in Irak come organizzazione terrorista qaidista.
A Gaza ultimamente c’è uno stile Bin Laden che è addirittura di moda (copricapi e braghe stile Bin Laden), e che è aumentato verticalmente da quando nell’estate di due anni fa apertosi il confine fra Gaza e l’Egitto, sono penetrati armi e terroristi e il nesso con gli uomini dei vari attentati di Sharm El Sheik e di Taba, tutti «qaidisti», ha creato proselitismo. Lo stesso stile della reazione fobica e religiosa (con la distruzione delle sinagoghe) e antioccidentale (distruzione delle serre) del dopo sgombero, è stata giudicata dagli esperti una scelta elettorale di Hamas, ma anche un prodotto di importazione.
Oggi, ci sono giovani a Gaza che si rifanno a Abu Mussa al Zarqawi, il vice di Bin Laden ucciso l’anno scorso in Irak, minacciano regolarmente di assassinio Abu Mazen, pare abbiano costruito tunnel e portato esplosivi e armi sofisticate non solo contro gli israeliani, ma contro quella che hanno dichiarato gestione fantoccio, filoamericana dell’Autonomia. Abbas da Bin Laden e da Aiman Al Zawairi era stato descritto come un collaborazionista, le milizie Jundallah nel 2005 prima del ritiro da Gaza si erano preparate allo scontro e avevano anche attaccato e ferito in proprio quattro soldati israeliani a Rafah. Ma le prime presenze si segnalano già nel 2000. Nel settembre 2003 un ventisettenne in uscita verso l’Afghanistan arrestato aveva rivelato un gruppo di giovani palestinesi che erano stati indottrinati, poi arruolati in loco e poi mandati a allenarsi in Afghanistan. La presenza di Al Qaida è stata segnalata nei campi profughi palestinesi in Libano; nel 2000 fu sventato il piano di far saltare il ponte di Allenby e di attaccare pellegrini cristiani; nel 2002 salta per aria l’Hotel Paradise in Kenya, pieno di turisti israeliani (ne muoiono 13) e un missile quasi colpisce un volo El Al; nel 2003 due terroristi inglesi di origine pakistana fecero saltare il bar Mike Place di Tel Aviv. Nel marzo Hamas distribuiva gli scritti del mentore palestinese di Bin Laden, Abdullah Azzam e nel 2004 Hamas distribuiva un Cd con terroristi ceceni e Bin Laden in copertina, in cui si spiegava la guerra santa per l’Islam.
Salman al Auda, un chierico teorico del terrorismo suicida, è maestro sia di Hamas che di Al Qaida. Nell’agosto dello sgombero appare un sito di Al Qaida intitolata «Dalla vetta della gobba del cammello» e spiega che «i sionisti sono un obiettivo da colpire». Il 9 agosto la democrazia viene dichiarata sullo stesso sito fuori della prospettiva islamica. Se si viene al giorno d’oggi, internet café e negozi di musica nell’Autonomia rischiano di brutto: ultimamente ne sono stati distrutti due e anche una libreria, Bible society, che appartiene a protestanti americani. La firma Al Qaida è presente non solo a livello di armi e nascondigli, ma anche a livello sociale, dove la base islamista estrema di Hamas, oggi allargata alquanto da una rete televisiva che predica già l’avvento della terza Intifada e la distruzione di Israele, è pronta al messaggio.
L’annuncio, speriamo del tutto falso dell’assassinio di Johnston, è avvenuto nel giorno del secondo incontro fra Abu Mazen e Ehud Olmert. Certo, non è un buon viatico. E comunque, la prospettiva di una Gaza «qaidizzata» da cui con un volo di pochi minuti un aereo pilotato da un terrorista suicida possa arrivare a Tel Aviv, è fra le più cupe da immaginarsi, e va prevenuta.
