Fiamma Nirenstein Blog

Il Giornale

La sfida possibile di Blair

martedì 3 luglio 2007 Il Giornale 0 commenti
Tony Blair, certo già concentrato sulla sfida che lo attende, quella di riuscire a portare qualche speranza di pace al Medio Oriente come rappresentante e ambasciatore molto speciale del Quartetto, ha già avuto i primi segnali di quale è il rischio che corre: quello del grande elemosiniere di corte. Forse non ce ne siamo accorti, ma domenica si è mosso un treno che seguiteremo a seguire per un bel pezzo: Olmert ha fatto versare 118 milioni di dollari delle tasse di palestinesi (in tutto sono 600 milioni) a Abu Mazen, una gran massa di denaro comincia a muoversi verso Fatah, anche l’Europa ha sbloccato i fondi. È un semplice tentativo di rafforzamento di Fatah a fronte di Hamas che si accorda con la scelta di promuovere in Medio Oriente un’alleanza moderata contro l’integralismo islamico, l’odierna speranza di tutto il mondo. È per guidare uno sforzo immane e importantissimo, appare evidente, che un personaggio di così alto profilo come Tony Blair è stato nominato, con grandi benedizioni da parte degli Usa, a rappresentare il Quartetto in Medio Oriente. Naturalmente, Blair sta cercando di disegnare una strategia degna di questo nome, che non si fermi agli aiuti. Anche lui sa bene che Abu Mazen è debole, che la sua gente non lo ama perché è circondato, oltre che da moderati, anche da corrotti e terroristi. Tony Blair dunque deve andare oltre gli aiuti ai moderati, scavalcare la speranza zoppicante di Condi Rice di affrontare l’attacco islamista con un’alleanza sunnita, andare oltre l’illusione che il tema land for peace, buono solo per chi è laico e non religioso, risolva i problemi. Può farcela a disegnare una road map tutt’affatto diversa? Intanto, è molto positivo il fatto che egli sia Blair, che lo debba dunque a se stesso: ha solo 54 anni, deve ancora trovare la strada dei libri di storia, del grande achievement. Trovarlo proprio nel Medio Oriente sarebbe per lui la vera rivincita, date le tante critiche sull’Irak. Ha la fiducia delle parti? No, gli estremisti musulmani, da Hamas all’Iran, hanno già detto che Blair davvero non va, che la sua alleanza con Bush lo depriva di credibilità. Ma sanno anche, per esempio, che Blair ha più volte ripetuto una cosa che gli israeliani odiano sentir dire, ovvero che la radice del conflitto mediorientale è nello scontro israelo-palestinese. D’altra parte Israele l’ha perdonato, gli ha dedicato svariate esclamazioni di benvenuto, ha ben preso nota del fatto che si allontanò coraggiosamente dalle accuse durante la guerra del Libano di avere agito «sproporzionatamente»: ma ricorda che Blair fu fra le voci più insistenti per un cessate il fuoco precoce, non è un filo israeliano a tutti i costi. Però è un personaggio singolare: finora ogni inviato internazionale fuorché gli americani sono stati visti da Israele come critici implacabili e nemici possibili. Blair invece, benché non sia certo un neoconservatore, è un personaggio di principi saldi, di fede occidentale, sostenuto dagli Usa ma fedele solo a se stesso, genuinamente convinto, alla Churchill, che lo Stato degli ebrei è legittimo e indispensabile, che deve vivere e che è anche ammirevole (nessuno giurerebbe che Xavier Solana, per esempio, pensi lo stesso). Blair ha accettato perché pensa di farcela, e non va alla battaglia carico di tutti i soliti pregiudizi antisraeliani che impediscono alla fine una cosa molto importante: identificare i partner in giuoco senza farsi travolgere dal vittimismo-trionfalismo arabo e attribuire con autorità a ciascuno le sue responsabilità. Se Blair capirà le forze in campo, si guarderà bene dal lanciarsi all’aiuto cieco di Abu Mazen. Ma chiedere in cambio che egli smantelli le milizie armate, sarebbe di nuovo una perdita di tempo: le Brigate di Al Aqsa hanno già risposto picche alla richiesta di consegnare le armi in cambio di posti nelle strutture armate di Fatah. Quindi tutto ciò che Blair può chiedere a Abu Mazen è un consolidamento della democrazia, senza, per carità, elezioni anticipate in cui può vincere Hamas di nuovo. Può pretendere la modifica completa del sistema educativo, la libertà dei media, la promozione di personaggi al di sopra delle parti, può chiedere l’impiego trasparente del denaro con severi controlli, la promozione di gruppi sociali e culturali; può pretendere un atteggiamento completamente diverso verso i terroristi e anche l’apertura al dialogo con Israele, di un pubblico discorso diverso sullo Stato degli ebrei. Blair deve insomma tentare di cambiare il dischetto del «processo di pace» in Medio Oriente: land for peace non funziona già dai tempi di Arafat, egli deve riuscire a dichiararlo: è una realtà difficile da elaborare, il mercato delle idee non è florido, dato che è stato attuato da anni il blocco moralistico di ogni pensiero. Se lo fa, anche Israele dovrà muoversi e fidarsi: Blair può chiedere a Olmert di procedere con il denaro e l’aiuto umanitario e anche con lo sgombero degli outpost, può promuovere una politica di sblocco di posti di blocco dentro la West Bank senza obiettare invece, sia chiaro, ai controlli quando si tratta di entrare in Israele, dato che il pericolo è reale e terribile: ma i palestinesi devono poter godere di maggiore possibilità di movimento in Cisgiordania e verso i Paesi arabi, senza mettere gli israeliani in pericolo. Questo può essere un buon orizzonte per sperimentare autonomia e autogestione che portino, se sarà realistico avere un gruppo dirigente responsabile, allo Stato. È ipotizzabile anche che Blair debba cercare nuovi orizzonti verso la Giordania, perché anche se adesso il re Abdullah è molto sospettoso di ciò che la storia gli ha insegnato nei rapporti fra Hashemiti e palestinesi, pure oggi ha un forte bisogno di rafforzarsi a fronte del pericolo iraniano che lo colpisce tramite Siria e vie di comunicazione con l’Irak, mentre i palestinesi hanno disperato bisogno di un punto di riferimento vasto e autorevole. Un rinnovato rapporto fra i palestinesi e i giordani potrebbe certo aiutare. Blair ha la forza per impostare tutto di bel nuovo, ha soprattutto il dovere di non abbandonarsi a formule, a trucchi concettuali: i tempi sono nuovi, egli ha fortemente voluto un incarico difficile per misurarsi allo stremo, adesso lo faccia abbandonando ogni pregiudizio. Lo può.

Tolleranza pericolosa

sabato 30 giugno 2007 Il Giornale 0 commenti
Londonistan cerca di divorare Londra di nuovo. Nulla è ancora chiaro sul fallito attentato di Londra. Dunque, i fatti possono smentirci, ma lo scopo evidente di colpire il più largo numero possibile di cittadini, il tipo di preparazione (con esplosivo, chiodi, gas, benzina... la stessa sete di sangue dell’Irak), il prossimo anniversario dell’attentato del 7 di luglio, tutto fa pensare che l’estremismo islamico aggredisca di nuovo la Gran Bretagna. I colpevoli hanno lasciato dietro di sé molti indizi, Scotland Yard gli è addosso. Ma già possiamo vedere chiaro lo sfondo su cui la Mercedes si è riempita di tritolo, gas, chiodi: è quello della crescente minaccia del radicalismo islamico in Inghilterra, mentre un’acquiescenza mista di paura e di un malinteso senso dei diritti umani è diventata sempre più costitutiva dell’atteggiamento inglese. L’Inghilterra, come dice in un suo recente best seller sul tema Melanie Phillips, si è assoggettata a uno stato d’animo per cui, rinunciando alla propria cultura, si fa agnello sacrificale. Secondo le statistiche del 2006, fra il 40 e il 60 per cento dei musulmani vorrebbe che fosse stabilita la Sharia; un quarto ritiene che le bombe del 7 luglio (52 morti!) siano giustificate dalla guerra in Irak; metà pensa che l’attacco alle Twin Towers è stata opera di una cospirazione Israele-Usa; il 46 per cento pensa che la comunità ebraica «controlli coi massoni la polizia e i media»; il 37 per cento crede che «la comunità ebraica sia un bersaglio legittimo nella guerra per la giustizia in Medio Oriente». Queste opinioni non sono un vezzo antropologico e culturale: i servizi britannici si stanno occupando di 34 complotti terroristici accertati, mentre altri 70 casi sono attualmente investigati. Sono circa 1900 i terroristi sotto inchiesta per progetti di bombe. L’espansione è dovuta al successo del 7 luglio 2005; Dhiren Barot, in prigione per attentati con uso di veleno e materiali radioattivi, ha dichiarato che l’uso del terrorismo per la fede è giustificato dal fatto che funziona. Le descrizioni dei terroristi come vittime, immigrati emarginati, si scontra col fatto che gli stessi autori del 7 luglio erano stati tutti a scuola o all’università; il terrorista britannico del Mike's Place in Israele, era una persona integrata. Di fatto sono le seconde o terze generazioni tornate all’Islam che si fanatizzano in perfetto inglese: nell’agosto del 2006, dopo la guerra israelo-hezbollah, a Trafalgar Square li si poteva vedere mentre gridavano «Siamo tutti Hezbollah», mentre nel febbraio, durante le manifestazioni per le vignette su Maometto, innalzavano cartelloni con scritto «Europa pagherai, il tuo sterminio è iniziato» e «Europa è il cancro, l’Islam è la risposta». Tony Blair, nonostante il mondo politico sia terrorizzato di esser accusato di islamofobia, ha osato chiedere di integrarsi o di andarsene: ma la sua è stata una risposta episodica: la Sharia applicata in casa, la poligamia, i matrimoni prematuri (14 anni) e forzati sono ignorati, così come gli avvertimenti alla comunità musulmana delle indagini dell’intelligence (secondo la Phillips), e la nomina di noti radicali islamici come consulenti dello Stato. L’Inghilterra sceglie, specie l’intellighenzia liberal e la stampa, l’abbraccio per il vittimismo che fa da scudo all’estremismo. L’antisemitismo ne è un “byproduct”: il recente boicottaggio di Israele dei professori inglesi dell’Ucu (University College Union) mostra come gli islamisti abbiano saputo approfittare della cultura dei diritti umani per stravolgerla. La “cultura delle vittime”, paradigmaticamente, ha lasciato sfuggire in Somalia vestita con l’inviolabile burqa una donna islamica che invece era l’assassino maschio di un poliziotto. Ma alla fine bisogna scegliere: o la generosa liberalità che proibisce di sospettare di un burqa, o i terroristi all’opera. Se il partner multiculturale usa la nostra liberalità come veicolo del suo odio e vi scava un nascondiglio per la casamatta delle sue bombe, allora l’ospite che glielo lascia fare vellicandone la propaganda vittimista, è responsabile quanto lui.

La pornoguerra di Gaza

giovedì 28 giugno 2007 Il Giornale 0 commenti
Ieri alla guerra, che è sempre tragica, si è aggiunta la commedia, ma una commedia mortale, nello stile della guerra di Gaza. La possiamo chiamare sesso Fatah e Hamas. È venuta a galla gorgogliando, mentre nel mondo parallelo dello scontro israelo-palestinese si svolgeva una grossa operazione di attacco soprattutto alla Jihad islamica, con Hamas, l’organizzazione responsabile del lancio dei missili Kassam, nel corso della quale l’esercito israeliano ha ucciso dodici militanti quasi tutti della fazione, segnando di fatto l’inizio della gestione Barak del ministero della Difesa. Il quotidiano israeliano Maariv l’ha rivelata: anche se Fatah ha cercato di distruggere quanti più documenti possibili nei quartieri generali dei suoi apparati di sicurezza prima che gli uffici cadessero in mano ad Hamas, pare che i nuovi padroni di casa vi abbiano trovato, oltre ad armi e documenti di ogni genere, un vero tesoro in film, nei quali molti membri della leadership palestinese si esibiscono (immaginiamo a loro insaputa) in performance sessuali. Si tratta in gran parte di uomini sposati, che quindi contravvengono alle norme più sacre di una società patriarcale come quella palestinese. Fra le decine di personaggi che nei film si vedono in compagnia di ragazze molto giovani, c’è un ministro famosissimo di uno dei governi di Fatah, un alto ufficiale dei servizi segreti palestinesi sempre di Fatah, ma anche, per esempio, un uomo di punta di Hamas, quindi ultrareligioso, filmato mentre si intrattiene con una ragazza. Ambedue le parti sono dunque archiviate per essere fatte oggetto di ricatto dagli agenti che ormai hanno visto il loro prezioso bottino cadere in mano di Hamas. Pare anche, da documenti mostrati dalla televisione israeliana, che l’uomo abbia accettato di diventare un agente dei servizi e di dare loro informazioni su Hamas. I film sono stati girati nelle case, in alberghi e persino negli uffici dei protagonisti. Un dottore è stato ripreso in ospedale, ha raccontato una fonte dell’ala militare di Hamas, e ha specificato che le donne impiegate nella sporca operazione erano a volte «specialiste di alta classe come i loro destinatari, a volte provenienti dall’estero». La squallida rete di ricatti tessuta intorno a questa vicenda e portata alla luce soltanto perché qualcuno da Gaza si è deciso a passarla a un giornale israeliano, è ancora attiva e fa capire perché i membri di Fatah fuggiti da Gaza e rifugiati nella Cisgiordania sono relativamente quieti rispetto alle atrocità compiute a Gaza. Il solito membro di Hamas dice: «Non osano attaccarci perché sanno che cosa abbiamo. Temono che, se parlano, noi riveleremo i fatti loro». Ziad Abu Ziad, avvocato, giornalista, ex ministro per Gerusalemme di Fatah, è disgustato ma cerca di calmare le acque: «Abbiamo visto impensabili atrocità in questi giorni, questa è solo una storia di contorno, tutto il mondo ha i suoi scandali sessuali, Israele certo non dimentica quello di Netanyahu e quello recente del suo presidente della Repubblica». Vero. E tuttavia c’è un elemento importante e sconosciuto nell’accumularsi della quantità di storie di odio, di ricatto e di ferocia che emergono nel mondo palestinese in questi giorni: innanzitutto mostra la profondità e la pervasività della frattura fra le parti antagoniste, la determinazione a ferirsi con qualsiasi arma all’interno di quella che fino a poche settimane fa veniva considerata una collettività guidata da un senso di imprescindibile solidarietà. È la stessa identità palestinese intesa come la volontà di un popolo di fondare un futuro comune che in questo periodo mostra la corda, e questo scandalo sessuale non è un episodio di pura corruzione, è un’altra tessera del mosaico della frattura tra Hamas e Fatah. In secondo luogo, la vicenda dei video è un succedaneo di quelle atrocità, le defenestrazioni, le fucilazioni sommarie, le stragi di donne, gli attacchi agli ospedali cui abbiamo assistito nei sei giorni dello scontro a Gaza e che rendono difficile continuare a vedere i palestinesi come vittime, come oggetto di crudeli violazioni dei diritti umani. Tutti quelli che hanno visto nel mondo palestinese l’oggetto innocente di un crudele attacco, l’incarnazione del buono e del giusto contro la crudeltà del mondo occidentale, chi immaginava che il male palestinese fosse nell’occupazione, ha dovuto ricredersi.

Hamas, convitato di pietra a Sharm

mercoledì 27 giugno 2007 Il Giornale 0 commenti
Il summit di Sharm el Sheikh ha mostrato al mondo che esiste sì un fronte moderato, ma anche che la nascita di un Hamastan può diventare una tragedia, gettare una luce sinistra sulla causa palestinese proprio mentre si profila un’occasione di svolta per la pace. L’idea, al vertice, era di prospettare un futuro migliore per il fronte palestinese del buonsenso: una linea che convincesse i sostenitori dell’estremismo che vale la pena di abbandonare le sirene degli Hezbollah, della Siria, dell’Iran per tornare nella grande casa del consenso, capace di fornire benessere e onorabilità. Ma il convitato di pietra, Hamas, ha fatto risuonare la voce del padrone e ha svelato la fragilità della cerimonia di Sharm. Hamas, in tempo per le notizie del «prime time» in Israele, ha rubato il palcoscenico all’appassionato discorso del primo ministro israeliano Ehud Olmert. La voce rotta di Gilad Shalit, il soldato israeliano rapito un anno fa, è stata mandata in onda, registrata, dal secondo canale tv israeliano. È il primo segno di vita da un anno. In precedenza era stato diffuso il video con Alan Johnston, il giornalista della Bbc rapito a Gaza, che prega di non tentare blitz per liberarlo: «Salterei in aria con la cintura esplosiva che indosso». La realtà dei due rapiti ha offuscato le immagini sterilizzate - con fiori, mobili di design e aria condizionata - provenienti da Sharm. All’esterno delle stanze ovattate del vertice, a 45 gradi all’ombra, c’è il nemico, c’è l’integralismo islamico. Hamas, Hezbollah e Ahmadinejad che se la ride dei soliti summit di Sharm. Il rapito britannico per ricattare il mondo e il soldato israeliano prigioniero buttano all’aria il gioco di Olmert, ma contemporaneamente rafforzano la volontà che tutto, ma proprio tutto, deve essere fatto per riportare a casa i «bambini», come in Israele sono chiamati i giovani soldati. Nello Stato ebraico capita sovente, a causa della guerra continua, che i padri seppelliscano i figli. L’esercito è l’unica garanzia di sopravvivenza, e tutti ci vanno con partecipazione. Ma la società vuole garanzie che le Forze armate abbiano un sostegno totale, non importa a quale il prezzo. Olmert è rimasto incastrato di nuovo dalla rilevanza della sfida di Hamas e così gli altri. Era andato a Sharm per parlare con Fatah e con i Paesi moderati, aveva portato una lista di promesse: i dollari del debito, sperando che non diventino bottino di corrotti e di terroristi; l’apertura di check point in Cisgiordania, augurandosi che non si intensifichi il mai interrotto traffico di terroristi; la mano aperta tesa verso la proposta saudita; persino la promessa di non abbandonare Gaza al disastro umanitario. L’idea è rafforzare Abu Mazen, mostrare ai palestinesi e agli estremisti i vantaggi della pacificazione. Proprio mentre si svolgeva il vertice, Hamas ha bussato: altro che i 250 uomini di Fatah detenuti in Israele e dei quali Olmert ha promesso il rilascio. La cassetta di Gilad Shalit ha cambiato il giuoco. Da una parte l’ansia di chi chiede al governo: «Quanti altri ne consegneremo? Torneranno ad attaccare i nostri innocenti?»; dall’altra la pressione di chi vuole a ogni costo Shalit libero, subito. Si prospetta un altro di quegli scambi, già operati da Yitzhak Rabin, in cui migliaia di palestinesi incarcerati vengono rimessi in libertà per poi tornare in gran parte a svolgere attività terroristiche. Hamas è riapparso anche nel discorso di Mubarak, il quale solo un giorno prima lo aveva dichiarato fuori legge: a Sharm, il raìs ha riesumato l’auspicio di vedere rinascere un governo di unità nazionale. Strano? Non tanto se si pensa che l’Egitto è il primo, naturale responsabile storico di questa affamata porzione di terra, in cui ora regna una parte di quella Fratellanza islamica (tale è Hamas) che ha mostrato fino a che punto per creare uno Stato teocratico si può sgozzare, defenestrare, fare a pezzi esseri innocenti e lanciare missili su ospedali, uffici, case private.

Gaza, attenti agli abbagli

domenica 24 giugno 2007 Il Giornale 0 commenti
Arrivano gli ospiti: a Sharm el Sheikh domani in un summit al limite fra l’emergenza e l’incosistenza, il padrone di casa Hosni Mubarak si incontra con re Hussein di Giordania, altro leader del fronte moderato, con Abu Mazen, ormai Presidente della Cisgiordania, Fatahstan, da quando Gaza è nelle mani di Hamas, e Ehud Olmert, primo ministro israliano. Un summit d’emergenza, increscioso, pieno di problemi per tutti data la vittoria di Hamas a Gaza; incosistente, perché questa è la seconda grande crisi cucinata a Teheran e non nei Paesi Arabi, dopo quella del Libano dell’agosto 2006. Ognuno dei partecipanti sente che la circostanza è fatale. L’Egitto di Mubarak, che ieri ha lanciato una sua personale condanna definitiva contro Hamas, sente che il confine del Sinai con Gaza è ormai bollente perché i suoi Fratelli Mussulmani e Al Qaeda si aggiustano alla nuova battaglia per il Cairo; Abdullah ha nel sangue i geni della lotta che suo padre dovette affrontare contro i palestinesi di Arafat fino al Settembre Nero del 70, sa bene che i suoi cittadini sono per più del 70 per cento palestinesi, e che il terrorismo religioso internazionale gli ha già portato gli attentati di Amman; Abu Mazen, sconfitto a Gaza, gioca tutte le sue carte sull’aiuto internazionale e combatte nel bastione della West Bank l’ultima battaglia; Olmert, appena tornato da Washington, teme due guerre sul confine, Hamastan e Hezbollah, ma sulla scia della “visione dei due stati” di George Bush, intende appoggiare l’unico interlocutore all’orizzonte, Abu Mazen. Cosa può uscire fuori da Sharm? Certo una condanna di Hamas e il sostegno ad Abu Mazen. Ma, soprattutto, una consolazione di fronte a una situazione difficile politicamente e orribile dal punto di vista dei crimini cui abbiamo dovuto assistere, con tagli di testa, fucilazioni di donne, assalti agli ospedali. Abu Mazen può sanare la ferita politica e morale dei palestinesi? Gli Stati Arabi possono compiere azioni irrilevanti? Il prezzo anche solo per tentare è molto alto, e vorremmo porgere qualche sommessa raccomandazione alla nostra diplomazia europea: per favore, non cedete al solito vizio, non sorridete come se l’incontro fosse già in sè un risultato, come se fossimo di fronte a qualche adorato “processo di pace”. Non lo siamo; questo è il giorno dopo un altro sogno inutile, Hamas non solo non è mai stato, come qualcuno pensava, un possibile interlocutore, ma un’organizzazione malvagia e terrorista contro il suo stesso popolo. Numero due: concentratevi sull’indispensabile ruolo dell’Egitto nell’attuale crisi mediorentale. a Mubarak, che per il suo bene deve finalmente fermare il flusso delle armi dal Sinai a Gaza, suggerite di impegnarsi pubblicamente. Numero tre: spingete i partecipanti ad affrontare apertamente il tema Iran, così che Ahmadinejad avverta concretamente l’opposione araba moderata, perché dopo la seconda grande crisi che nasce nel Golfo Persico, la terza può comportare un’esplosione generale. Quattro: chiedete al re se pensa di rinfrescare, naturalmente d’accordo con Abu Mazen, una politica di responsabilità verso la West Bank; una confederazione oggi sarebbe una mano santa per i palestinesi e per tutto il mondo. Cinque: spiegate francamente a Abu Mazen che ci si aspetta da lui il disarmo delle milizie dei Tanzim, delle Brigate di Al Aqsa, degli altri gruppi illegali. Sì, sappiamo che l’ha già annunciato, e che già gli armati come Zacharia Zbedi da Jenin gli dicono che “ci saranno condizioni”. Bene: prima o poi anche Abu Mazen deve pur dare prova di esistere, e se non l’ha data combattendo contro Hamas, ora è la sua occasione di mostrarsi forte. Infine, e il numero sei è il più difficile fra tutti i suggerimenti, che gli europei cerchino di trattenere quel tic, quell’impulso vano per cui si fantastica che quante più concessioni Olmert porterà, quanto più grande sarà la borsa di denaro e lo smantellamento di check point con cui si presenterà, tanto meglio andranno le cose. Non è affatto così. Al contrario: i palestinesi hanno nel corso di questi anni goduto (forse sofferto) di una totale mancanza di richiesta di accountability; il flusso di denaro che li ha raggiunti è immenso; le occasioni avute per fondare lo Stato, molte. Adesso Olmert porterà circa mezzo miliardo di dollari in tasse che appartengono ai palestinesi, porterà la ripresa di contatti col governo di Fayyad se accetta le condizioni del Quartetto, porterà misure di libertà di movimento, l’interruzione della caccia ai terroristi operativi nella West Bank, l’accordo che gli americani forniscano armi a Abu Mazen. Beh, come consiglio numero sette, io consiglierei all’Europa di stupirci tutti e di frenare Olmert dicendogli: fai bene, ma verifica se Abu Mazen può a sua volta mantenere le promesse. E’ abbastanza forte? Lo vuole? Non dimenticare che alle elezioni scorse nelle città della West Bank, Hamas ha preso 30 seggi e Fatah soltanto 12. Ricordati che le armi fornite a Arafat dagli accordi Oslo, sono servite contro Israele. Ricordati che Fatah usa formule religiose per la sua lotta già dalla “Intifada delle Moschee”, che la sua laicità è parziale, che non ha mai detto chiaramente di rinunciare a distruggere Israele. Infine, non è affatto chiaro se la gente delusa dalla perdurante corruzione di Fatah, soggetta da anni a un lavaggio del cervello di stampo jihadista, sia pronta a seguire Abu Mazen. Occorre compiere piccoli passi, chiedere per ciascuno di essi una verifica da parte palestinese e dal fronte moderato: che finalmente si faccia vivo, difenda i palestinesi con realismo e consigli di concordia invece che infiammare gli animi all’odio, come sempre fanno i giornali, la tv, i film, i politici, gli intellettuali egiziani; capiscano che è il tempo di un fronte unito contro i vari Hamas, quali che siano. A Sharm el Scheikh non si andrà i costume da bagno, ma col velo.

La rivincita di Fatah

venerdì 22 giugno 2007 Il Giornale 0 commenti
La promessa di Abu Mazen di essere la risposta che il mondo cerca al disastro politico e umanitario di Hamas, giustifica l’enorme mobilitazione mondiale per aiutarlo a rafforzarsi? Vale il suo prossimo, incontro, domenica a Sharm el Sheich, certo promosso su ispirazione americana e europea, con Mubarak, con re Hussein, con Ehud Olmert? Vale la riapertura di credito totale cui si assiste in questi giorni, la pioggia di denaro che si prepara ad essere riversata su un Fatah screditato e battuto alle elezioni dal suo stesso popolo che lo ha accusato e lo accusa di corruzione e violenza? Cerchiamo qualche risposta in giro per Ramallah, la capitale della West Bank, la sede del governo di Abu Mazen. Cartelloni con le immagini benedicenti di Abu Mazen sovrapposte a quelle di Arafat, musica assordante dagli altoparlanti, un corteo di un paio di centinania di persone in testa al quale marciano giovani tanzim e attivisti con i capelli carichi di gommina, la kefia al collo, produttori instancabili di slogan in rima... in piazza Manar a Ramallah sembra quasi festa. I leoni di pietra devono essere stupiti, un clima così allegro in piena sciagura. Ma la gente va veloce per i suoi affari, e si assembla il rally pro Abu Mazen: “Credevo che fosse un corteo matrimoniale; un piccolo corteo” ridacchia un vecchio in galabja bianca e barba bianca, uno fra i pochi non rasati in tempo di guerra con Hamas. "Salutiamo Abu Mazen, oh Haniye go home"; "Quello vostro non è Islam, è strage organizzata"; "Oh Haniye o Mashal (i capi di Hamas ndr), stanotte vi risponderemo"; "Oh Abbas (Abu Mazen ndr) avanti, Gaza aspetta la liberazione". Marciano nelle strade intorno tornando a Manar gli attivisti dei due sessi, guidati da Ziad Abu Ein, alto e grosso, in giacca cravatta e baffi neri. Un mio amico giornalista palestinese, Khaled Abu Toameh, mi racconta sul posto che, il leader, oggi maggiorente di Fatah, nell’87 fu condannato per un attentato a Tiberiade e riconosciuto colpevole dell’assassinio di due israeliani. Poi è tornato libero con uno scambio, poi di nuovo dentro per altri crimini politici, poi di nuovo fuori in un altro scambio, adesso è un leader importante, circondato, e si vede mentre marcia con la cravatta e l’abito scuro in testa, da rispetto e riverenza. E’ un combattente, come molti altri leader della sua età, e per questo è diventato parte del gruppo dirigente. E’ uno rampante, mi dice l’amico, quelli cui oggi il mondo guarda sperando che riportino i palestinesi agli onori del mondo riaffermando la forza di Fatah dopo la perdita di Gaza. Lui conferma: “Siamo qui per rispondere alla chiamata del Presidente Abu Mazen contro i delinquenti di Hamas, per riprendere la battaglia per lo Stato Palestinese, per annunciare che anche a Gaza torneremo...”. Parla marciando sotto le bandiere della Autonomia “no, quelli di Hamas non sono la maggioranza anche nella West Bank, è la legge elettorale sbagliata che li ha fatti vincere le elezioni benchè avessero il 43 per cento soltanto. Noi siamo la legalità. Oggi, se andassimo a votare, vinceremmo noi che stiamo dalla parte della democrazia e del governo laico”. Fatah cerca di disegnare un’immagine rassicurante e forte per il popolo, e attraente per gli USA, l’Europa, Israele che hanno già dichiarato il loro grande speranzoso appoggio a Abu Mazen. Abu Mazen da parte sua è attivo come non mai e anche arrabbiato, denucia gli assassini che volevano ucciderlo, riunisce il nuovo governo, promette rifome, si impegna a smantellare tutte le milizie illegali. Ieri ha annunciato che i tanzim di Jenin e Nablus, persino quelli più duri come Zacaria Zbedi dovranno consegnare le armi. La gente sorride: “Fra il dire e il fare...a meno che non garantiscano a tutti un buon posto nella polizia di Stato, come è del resto possibile”. Da Gaza la sfida che giunge è quella dell’ordine, di cui i palestinesi sono affamati dopo decenni di corruzione della classe dirgente e di prepotenze delle milizie: la tv di Hamas manda in onda, e si vede in tutta la Cisgiordania, immagini pastorali, Gaza sul teleschermo sembra avere un paesaggio addirittura verde, strade in cui il traffico circola senza intoppi, la gente intervistata dice di sentirsi rassicurata e tranquilla senza i bulli miscredenti di Fatah. L’ordine regna a Gaza, le reti intrenazionali, noi abbiamo sentito Sky News, cominciano a suggerire che magari alla fine Gaza sarà più pulita, che deglutirà le sue lacrime di grande coccodrillo ancora sporco di sangue dopo aver sgozzato, fucilato sul posto, linciato, buttato dai piani alti un centinaio di persone per instaurare Hamastan, il regno dell’islamismo contro quello della corruzione. Crudeli che siano stati, e lo sono stati, tuttavia gli uomini del Fatah non sono giunti a tanto. I leader ci tengono a rimarcare la differenza: Naim Tubassi, il presidente dell’associazione stampa, vivace e pallido, con giacca e cravatta, trasmette la sua ansia con un eloquio preoccupato e veloce nel caldo della piazza: “Spero, spero che l’Europa e il mondo capiscano che solo Fatah può garantire la ragionevolezza, la ripresa del processo di pace; che Abu Mazen ora è più forte, è più determinato di prima perché ha capito cose che nessuno poteva immaginare, perché ha ottenuto il sostegno di tutti quelli che non vogliono l’Iran in casa...No, non mi fraintenda, noi useremo solo mezzi legali...Si, lo so, Fatah è accusata di corruzione, di prepotenza delle milizie. Ma ecco, stiamo smobilitando tutto ciò che non è legale...siamo contro il terrorismo...Riforme importanti bloccheranno la corruzione, cambieremo la classe dirigente”. Ci spera, ci crede, si vede che è sincero. Ma due squadre di persone interpellate ci appaiono significative. Fra gli attivisti un giovane alto dice chiaro e tondo: “Vogliamo Dahlan”. Dahlan? Proprio lui che è fuggito e non ha difeso Gaza? Che vive in un hotel a cinque stelle? “Si, lui: un ricambio, ma interno. Niente cambiamenti alla cieca. Dahlan è fuggito proprio perché la sua importanza lo faceva odiare troppo, lo condannava a morte...”. Dahlan, con la sua giacca da Fatah boss, la sua cravatta da Fatah regimental, i soldi, le armi, quarantenne che ha a che fare con il terrorismo ma che sa parlare con gli occidentali. Come Barghouti. Ha perso un round, può vincere lo scontro, dice il sostenitore. E semmai, che venga a stare a Ramallah; Gaza per un pò può cuocersi nel suo brodo. Certo i leader non parlano così: spiegano la laicità e la affidabilità democratica di Fatah. Ma la gente è chiara: dobbiamo rimettere in equilibrio Fatah, per il bene dei palestinesi, pensano alcuni; Fatah è quello che è, pensano, ma se gli aiuti del mondo saranno sufficienti, adesso per un pò vivremo meglio che con Hamas alla giugulare. Ma non sarà un guaio che si consideri Fatah collaborazionista di Israele e degli USA? La risposta è sorprendente: “No, che ci importa chi è lo sponsor ormai, dobbiamo salvarci e battere Hamas”. L’altro ambito di persone che abbiamo chiamato “squadra” è del tutto diverso. A voce bassa, ci dice quella che a noi pare una inquietante verità: “E’ un errore” suggerisce in buon inglese un uomo sui quaranta, appena tornato dagli USA a Ramallah “fare questa manifestazione, sollevare questo polverone, la gente non è con loro, dove vanno, cosa vogliono? Chi credono di incantare? Fatah non cambierà, se andrà alle elezioni Fatah può perdere anche nella West Bank come ha già perduto. Abu Mazen cerca di ottenere tutto il consenso palestinese nazionalista e l’aiuto internazionale, in cambio della solita vecchia politica stantia che al popolo non piace. Cosa voterei oggi? Hamas”. Ma Abu Mazen compie l’operazione contraria: vivacità, democrazia, laicismo, ordine e riforme, queste sono le sue parole d’ordine. “Il suo messaggio” dice l’americano “è che Fatah è la salvezza contro l’integralismo islamico, e suggerisce 'aiutateci, mandateci soldi e armi altrimenti è peggio anche per voi'... almeno, però, santo cielo, che per una volta gli chiedano i conti”.

Fini: «Teheran è la madre di tutti i pericoli»

mercoledì 20 giugno 2007 Il Giornale 0 commenti
Il leader di An a Gerusalemme: «Israele si aspetta dall’Europa scelte chiare. Non credo a un patto tra D’Alema e la Siria»
 
Sullo sfondo dello Stato d’Israele investito dal terremoto della nuova situazione a Gaza, mentre Olmert si incontra a Washington con Bush alla ricerca di qualche prospettiva per una situazione impossibile, Gianfranco Fini in visita a Gerusalemme non si tira indietro: «Ho incontrato sia il ministro degli Esteri Tzipi Livni sia il capo dell’opposizione Benjamin Netanyahu. C’è un punto importante su cui i due convergono e io sono d’accordo con loro. Ciò che è accaduto in questi giorni a Gaza con la vittoria di Hamas non è un problema che riguarda solo Israele. Se si vuole trovare la chiave di volta del pericolo di questo integralismo così aggressivo, non la si deve cercare in Cisgiordania, ma bisogna con lucidità spingere lo sguardo fino a Teheran. Le fila della destabilizzazione sono nelle mani dell’Iran, e questo richiede un’attenzione particolare da parte della comunità internazionale». Insomma, sia da Netanyahu sia dalla Livni, Fini ha raccolto un messaggio che da tempo viene lanciato da Israele verso l’Unione Europea. Fini la traduce in una sua aperta convinzione personale: «L’Italia è con la Germania il partner economico europeo più importante per l’Iran: dobbiamo sentirci impegnati a esercitare forti pressioni anche se può costarci dei sacrifici. Putroppo non ho molti segnali dal governo. Ma è urgente che l’Iran avverta una decisa pressione internazionale. Perché altrimenti manca davvero poco, forse 18 mesi appena, secondo gli esperti, perché la bomba atomica sia confezionata e pronta nelle mani di qualcuno che ripete continuamente la sua intenzione di distruggere Israele. E in secondo luogo per frenare l’attività iraniana sullo scenario dell’integralismo islamico rampante». Fini, poi, sceglie una linea di cauta e persino scettica speranza nell’immaginare che Abu Mazen sia la persona destinata a riportare il rapporto con i palestinesi alla normalità, ma vuole sperare insieme al resto del mondo che questo sia possibile: «Io penso che l’Europa e l’Italia debbano aiutare la Cisgiordania di Abu Mazen pretendendo delle precise contropartite in termini di affidabilità economica e di impegno per la pace». Fini ha anche piantato una foresta in memoria di un suo caro amico medico, Alberto Clivati, che fu il primo uomo di destra a visitare il museo dell’Olocausto, Yad Vashem, e aprì alla sua parte politica una complessa strada di amicizia con Israele. «Insieme a Straw sono stato il solo a precisare che non di “muro” si deve parlare, ma di barriera di difesa e sono stato fra coloro che ha lavorato perché Hamas fosse inserito nella lista europea dei gruppi terroristi». Insomma, un incontro avvenuto in un’intesa completa? «Ho solo voluto tuttavia precisare che secondo me la notizia uscita su Ha’aretz su D’Alema, che a sentire il giornale israeliano ha barattato la buona salute dei nostri soldati nell’Unifil con un consistente appoggio internazionale ad Assad, non risponde a realtà. Ho conosciuto Assad, immagino che, visto l’ostracismo americano e internazionale, possa aver chiesto aiuto a D’Alema e che D’Alema possa avere suggerito che l’aiuto verrà quando Assad garantirà la fine dei rifornimenti ai Hezbollah e il luogo a procedere per il tribunale sull’assassinio di Rafik Hariri. Non ce lo vedo D’Alema ad agire diversamente».

L'autodistruzione dei palestinesi

domenica 17 giugno 2007 Il Giornale 0 commenti
I palestinesi sono di nuovo riusciti ad autodistruggersi, a rendere impossibile la soddisfazione delle loro richieste: così è stato per 60 anni di rifiuto ad ogni soluzione di compromesso, così è di nuovo oggi con l’avvento al potere dell’integralismo islamico a Gaza, con la debolezza del nuovo governo di Fatah. Il terrore di Arafat era di morire nell’irrilevanza, ieri la sua casa è stata saccheggiata a Gaza da giovani mascherati che non sanno quasi nulla del rais ma tutto sul compito storico di distruggere Israele per restituire la terra all’Ummah dei credenti, e di battere i non credenti e gli apostati in tutto il mondo, con l’aiuto di Dio e dell’Iran, che adesso può contare su due confini con Israele, in Libano e a Gaza. Tentiamo, forti solo di un pessimismo che in questi anni si è sempre provato sensato, di rispondere alle domande poste più frequentemente in questi giorni. Hamas ha vinto del tutto? Perché così rapidamente? Hamas ha vinto in modo devastante, la radicalità dell’evento si è mostrata tutta quando Hamas - dopo aver giustiziato, terrorizzato, messo in fuga i concittadini che con grandi bagagli cercano di fuggire dal passaggio di Erez verso Israele a migliaia - ha innalzato la bandiera verde dell’Islam sugli uffici di Fatah al posto della bandiera palestinese. La fuga verso l’Egitto di tutti i capi di Fatah, persino di Mahmoud Dahlan, ha privato di ordini i 40mila armati di Abu Mazen di stanza a Gaza. Hamas ha distrutto il nemico rapidamente con enorme spargimento di sangue, omicidi che hanno coinvolto donne e bambini, fucilazioni a sangue freddo, bombardamenti di ospedali e moschee, e Fatah, che ha anch’essa defenestrato e ucciso a sangue freddo, pure è stata debole nella risposta. La gente non era con lei, Abu Mazen non aveva saputo in questi mesi convincere che le sue bande corrotte e crudeli avrebbero portato qualcosa di buono ai palestinesi, anche se i suoi toni moderati promettevano un domani migliore e la pace con Israele. Il declino di Fatah iniziò con la morte di Arafat nel 2004. Hamas vinse le elezioni nel gennaio 2006 perché i leader di Fatah si erano comportati come una banda di potere violenta e disonesta, e perché la linea dell’integralismo islamico rampante era sempre più eccitante, e forte di alleanze e aiuti internazionali. Lo sgombero israeliano da Gaza ha esaltato Hamas. Le masse palestinesi si sono guardate bene dal correre in aiuto di un potere che considerano una mela marcia, quello di Abu Mazen. Molti leader di Hamas ora dichiarano l’intenzione di sciogliere l’Olp secolare e peccaminoso.
Anche nella West Bank Hamas può vincere? Certamente la forza di Fatah in quelle zone e la presenza dell’esercito israeliano nelle vicinanze delle città rendono molto meno facile il compito di Hamas; Israele è paradossalmente l’unica forza della causa nazionale palestinese oggi. Ma la popolarità di Hamas è in crescita anche nella West Bank, dove vinse le elezioni in molte città. La gente disgustata da Fatah potrebbe scegliere Hamas o cedergli in una guerra che già in queste ore a Nablus e a Ramallah sta facendo morti e feriti.
Che cosa significa, che i palestinesi hanno concluso per sempre la loro marcia verso lo Stato indipendente? Al momento l’appuntamento sembra rimandato. Oggi abbiamo di fatto al sud un mini Stato terrorista e integralista collegato all’Iran, che è il grande sponsor economico e ideologico (benché sciita) di tutta l’operazione, e una fragile entità nazionalista impegnata in lotte interne nella West Bank. Difficile immaginare seri colloqui, anche se Abu Mazen resterà l’interlocutore di Israele.
Qual è il disegno di Hamas? Il suo piano va oltre Israele. Hamas si sente oggi cruciale nello scontro fra quello che reputa il vero Islam e il mondo occidentale peccatore. Khaled Mashaal intende inaugurare la seconda era della storia palestinese dopo quella di Arafat, un’era in cui l’Islam conquisterà il mondo, forte di un’alleanza momentanea formata da sunniti e sciiti contro l’Occidente. Mashaal, il vero capo di Hamas, da Damasco è in costante contatto con la Siria, gli iraniani, gli Hezbollah. Anche Al Qaida giuoca nella West Bank un grande ruolo, come ripetono gli egiziani. E, al vertice che l’Arabia Saudita promosse alla Mecca a febbraio fra Fatah e Hamas, di fatto Hamas uscì avendo imposto al cosiddetto fronte moderato la sua politica: ottenne denaro e accordi senza rinunciare né ai suoi piani né alla pioggia di kassam su Israele. Mashaal vuole distruggere ogni residuo di atteggiamento occidentale e democratico fra i palestinesi, fare del suo popolo, forte di una grande alleanza, un mini Iran sunnita devoto alla distruzione di Israele e al predominio messianico sul mondo ebraico e cristiano, che disprezza.
Ci sarà presto una guerra? Non è detto: può darsi che Mashaal ora intenda costruire bene la sua forza militare a Gaza e conquistare la West Bank sull’onda della paura e del rispetto indotti nei cittadini di Ramallah, Betlemme ecc., e della sfiducia nella forza imbelle di Fatah. Hamas probabilmente sta anche calcolando come evitare che Egitto e Giordania non si trasformino in nemici attivi.
Cosa faranno i Paesi Arabi nella nuova situazione? I Paesi Arabi moderati sono tutt’altro che contenti. Gli egiziani sanno che i loro Fratelli Musulmani sono eccitati dalla nuova situazione... È una vittoria dell’«asse del male». E quindi i moderati finalmente agiranno? L’Egitto chiuderà alle armi e ai terroristi il cosiddetto «sentiero di Filadelfia» fra Gaza e Egitto, attraverso il quale passano tutte le risorse belliche di Hamas? È possibile che l’Egitto si occupi di Gaza e la Giordania della West Bank. Che si riapra una prospettiva di confederazione palestinese (di Fatah) giordana. Si può opinare che i Paesi arabi ora si decidano a impegnarsi per disinnescare la bomba Hamas. Per trovare una soluzione fra le due parti, bloccare il terrorismo rampante e un’esplosione generale, la Lega Araba, con Egitto e Giordania in prima fila, potrebbero decidersi a fare qualcosa; Mubarak dovrebbe bloccare l’afflusso di armi in Egitto. Bisognerà anche guardare a che cosa farà la Siria, che teme il processo per l’asassinio di Rafik Hariri, è legata a doppio filo all’Iran, è la porta di passaggio del terrorismo in Irak. Israele interverrà nelle faccende Palestinesi? Se ne terrà fuori più a lungo che può, anche se ambedue le parti, sia Hamas per galvanizzare i palestinesi intorno a sé, sia Fatah per stabilire uno scudo di fronte all’integralismo islamico, cercheranno di coinvolgerla. È probabile un’ondata di attacchi terroristi. Potremo certo vedere una politica israeliana nettamente diversa verso l’una e l’altra parte, può darsi che Israele riesca a fare accordi chiari con Abu Mazen: George Bush, nell’incontro di domani a Washington con Ehud Olmert, glielo chiederà. Gli chiederà anche di fornire come sempre a Gaza elettricità, latte, medicine, aiuto medico... e di seguitare nonostante tutto a sostenere Abu Mazen, aprire check point, versare i fondi delle tasse... Olmert lo farà, in cambio di un forte impegno americano sull’Iran, il vero grande problema di tutti in Medio Oriente e nel mondo.
Cosa possiamo sperare? Speriamo che ora l’Europa non si rimetta a dire che bisogna parlare con Hamas, dato che proprio il suo atteggiamento disponibile, tentennante, impaurito, ha portato insieme ad altri fattori al disastro attuale. Sarebbe bello anche che non si seguitasse razzisticamente a ignorare le atrocità commesse in questi giorni negli scontri fra i palestinesi, come se fosse legittimo ammazzarsi fra arabi. Una forza di pace può aiutare? Solo se è disposta a prendere le armi contro Hamas che ha già dichiarato la sua radicale ostilità all’idea. Se si guarda all’Unifil, ormai gli Hezbollah sono riarmati di tutto punto e pronti alla guerra: una forza di pace ha ed avrà sempre difficoltà a fronteggiare una forza terrorista e senza scrupoli. E Hamas lo è.

Quando smascherai il passato di Waldheim

venerdì 15 giugno 2007 Il Giornale 0 commenti
L’ufficio viennese del cacciatore di nazisti Simon Wiesenthal era piccolo, disordinato, carte dappertutto. Di Kurt Waldheim, allora misterioso presidente austriaco in odore di passato nazista, Simon, che mi aveva concesso svariate interviste, parlava, certo, come di un personaggio con un passato controverso; tuttavia Wiesenthal aveva dichiarato pubblicamente che il presidente non era stato nazista, né un criminale di guerra. Silvana Origlia però, non era d’accordo. La giovane, una donna intensa dai capelli ricci e scuri, esperta di antisemitismo, intenta a una personale lotta col passato nazista dell’Austria, già dall’83 lavorava con Wiesenthal, che adorava, e aveva in mano le prove. La incontrai nell’ufficio mentre classificava le carte dei nazisti cui Simon dava la caccia, era il lavoro del suo cuore e della sua vita, le accuse che più tardi le sono piovute addosso di aver tradito Wiesenthal l’hanno ferita come pugnalate, ancora di più del fatto di restare senza lavoro e senza gli antichi amici. Con mio stupore scoprii subito che parlava bene italiano. Presto diventammo amiche, e dopo molte imprese giornalistiche comuni, Silvana mi dette appuntamento fuori dall’ufficio perché oltre alla devozione per Wiesenthal, più forte in lei era una passione per la giustizia che non poteva essere tacitata. Silvana di nascosto mi mostrò una lettera e tre documenti diretti a Wiesenthal dallo storico inglese Gerald Fleming a causa delle quali, dopo molte verifiche e expertise promosse dalla direzione del mio giornale, potei pubblicare nell’ottobre dell’87 su Epoca un indizio decisivo su Waldheim. La commissione di sei storici incaricati nell’88 di stabilire le responsabilità dell’allora nono Presidente austriaco che pure aveva, si disse, un atteggiamento molto morbido verso l’ex segretario dell’Onu, dovette dichiarare che, persino se non aveva le prove che Waldheim avesse «personalmente» commesso crimini di guerra, pure «era stato in diretta prossimità con azioni criminali». Fu certamente grazie al coraggio di Silvana Origlia, e all’accuratezza con cui Alberto Statera e Nini Briglia, allora direttori di Epoca , verificarono con noi le prove che portammo loro, che fu fatta luce sulla figura di Kurt Waldheim, morto ieri a Vienna a 88 anni dopo un cursus honorum sfacciato e controverso, carico delle ombre della sua appartenenza e del suo ruolo nell’esercito tedesco. Era difficile pensare che Waldheim non sapesse delle atrocità commesse dal suo comandante, il generale Lohr che fu condannato a morte e impiccato per crimini di guerra nel 1947. È di quel periodo la deportazione da Salonicco di 40mila ebrei, e la negazione di Waldheim di qualsiasi conoscenza del fatto risultava già molto debole. Si parlò allora anche delle prove della partecipazione organizzativa di Waldheim alla deportazione dalla stazione di Atene di migliaia di soldati italiani. Insieme con Silvana ci eravamo avventurate in parecchie storie di cui si trova traccia su Epoca e più tardi sull’Espresso; ci infiltrammo presso un boss neonazista, Burger, che viveva in una casetta bianca nel verde austriaco e che ci offrì panna e bomboloni descrivendoci le sue sinistre gesta. Scovammo in un ospizio per vecchi il boia di Marzabotto Walter Reder in mezzo alla neve, e i cani lupi ci rincorsero. Waldheim l’avevamo già conosciuto insieme in una nostra pazzesca incursione dentro il Palazzo Hofburg, senza permesso, per un’intervista alla vigilia di una sua famosa e controversa visita al Papa, nel 1987. Waldheim, solo nelle sale dorate, ci ricevette e ci parlò, cerimonioso e melanconico; i nostri sospetti su di lui si rafforzarono anche per il tono delle sue risposte. Dopo qualche mese, ecco la lettere di Fleming, che provano con tre documenti allegati un ruolo serio durante il servizio militare e un crimine di guerra. Dal ’72 all’82, Waldheim, dopo U Thant, era diventato segretario generale delle Nazioni Unite; durante il suo mandato le più estreme risoluzioni antiisraeliane furono votate; svariate strutture fisse dedicate alla causa palestinese furono istituzionalizzate in misura sporporzionata rispetto a qualsiasi altra nuova struttura; soprattutto la infame risoluzione «sionismo eguale razzismo» nel novembre del ’75... Molti parlavano di un ricatto in corso che inchiodava Waldheim alla politica filoaraba. Quando Kurt Waldheim diventò presidente, Wiesenthal fu più volte richiesto di dare il suo autorevole parere sull’individuo e di specificare se si trattava di un criminale nazista o no, ma si tirò indietro. «Per caso - racconta Silvana - senza intenzione, mi trovai per le mani la lettera di Fleming che diceva: “Caro signor Wiesenthal, oggi le invio alcuni reperti che ho trovato compiendo un’indagine sul ruolo del comandante della Prinz Eugen, si tratta solo di frammenti... riguardanti le comunicazioni tra l’IC AO (O3) del Gruppo armata E (ne faceva parte Waldheim ndr) e dell’IC/AO/03 presso il comandante supremo sudest... non c’è bisogno che io le dia ulteriori chiarimenti... dalle carte risulta con la massima chiarezza che in base all’ordine del Führer è stato praticato l’assassinio (sottolineato in rosso). Che queste carte non si trovino solo in mio possesso, io lo temo. Per quanto mi riguarda, però, non ho nessuna intenzione di renderle pubbliche”». Waldheim, si vede dai documenti, chiedeva di poter attuare la «sonderbehandlung» (fucilazione) di tre prigionieri tutti in divisa, un marinaio greco e due soldati britannici. Urgesi decisione, si chiudeva il dispaccio. Wiesenthal non volle parlare: probabilmente lo preoccupava prendere posizione contro un presidente del suo Paese e temeva forse una reazione antisemita dei suoi concittadini. Da vecchia star offesa, condannò più volte in pubblico il mio articolo e punì Silvana con un ostracismo che essa ha pagato per molti anni, anche se lo scopo del nostro lavoro non era stato certo quello di prendercela con lui, ma di denunciare Waldheim. A Roma giunsero molti giornalisti da tutto il mondo per sentire me e Silvana raccontare come tutti i sospetti puntatisi su Waldheim avevano trovato finalmente delle pezze d’appoggio.

Si sono fermati a Joan Baez

domenica 10 giugno 2007 Il Giornale 0 commenti
Chi partecipa dei beni morali e materiali dell’Occidente, certo ne ricava innumerevoli vantaggi, ma deve pur pagare qualche prezzo. Se il capo del governo italiano e George Bush usano soprattutto gli aggettivi «amichevole, condiviso, interessante» descrivendo il loro incontro, la piazza che chiama «criminale di guerra» il presidente americano non è contenta. E poiché è la stessa piazza che appartiene ad alcuni dei partiti della maggioranza, essa diserta quei partiti, e loro, domani reagiranno tentando di riconquistarla: i guai che si prospettano per il governo sono evidenti. Perché, se addirittura quella piazza è vuota perché i militanti dei partiti di estrema sinistra al governo si sentono rappresentati solo se vanno a marciare con Casarini, allora vuol dire che qualcosa è andato del tutto fuori controllo. Difficile beccarsi un abbraccio da Bush e contentare tutti quando il messaggio fondamentale del governo sulle cose israeliane, come su quelle irachene, come su quelle afghane è sempre stato sostanzialmente contro la politica americana. Ieri Piazza del Popolo era vuota e, mi si permetta, patetica. La denuncia dei guai di Cuba come causati dagli Stati Uniti, la causa palestinese rappresentata con la faccia di Arafat, la protesta contro Israele come «Stato di apartheid», i discorsi in piazza di una rappresentante di quell’Altra America alla Joan Baez che andava bene quando Giordano e Diliberto erano piccoli, erano simili alle lamentazioni capricciose di un bambino piccolo che grida contro una mamma cattiva che l’ha picchiato, gli ha tolto la libertà, lo ha torturato. Là per là, passeggiando fra la poca gente intervenuta, si sentiva definire dai leader imbarazzati la fallita manifestazione: «soltanto un presidio» o «una scelta simbolica». Ma era visibile in trasparenza il disappunto, e quindi l’inconciliabilità del vestito blu di Prodi e di D’Alema col popolo in blue jeans della maggioranza, che ha snobbato i suoi propri leader rifiutando la loro foglia di fico, ovvero l’invito in piazza del Popolo. Essa ieri non è riuscita a coprire una piazza romana, tantomeno ha potuto colmare il vuoto, il buio culturale davvero eccessivo e imbarazzante e soprattutto funzionale a una visione del mondo irrealistica e dannosa: quella che scrive sui cartelli (nel corteo) «Bush uguale Hitler», o suggerisce (nella piazza e ovunque) il nesso Bush-guerra come se si trattasse di una malattia mentale del presidente americano, o anche il frutto di una incontrollabile volontà di dominazione. Come se l’11 Settembre non ci fosse mai stato, come se Al Qaida, Hezbollah, Hamas, il ruolo dell’Iran e della Siria nell’alimentazione del terrorismo internazionale e nel promuovere la jihad mondiale non esistessero, non fossero mai esistiti. Il vuoto di Piazza del Popolo sotto il sole, sull’acciottolato e sotto l’obelisco, mentre pochi presenti che battevano il piede al ritmo dei «Folk a Bestia», segnalava che non esiste una politica estera decente capace di metterci in salvo di fronte alla minaccia del terrorismo e degli Shihab di Ahmadinejad, seguitando al contempo a dare lo spazio che è stato dato all’antiamericanismo in questi mesi di governo. Esiste una sfilza di scemenze puntate proprio sulla figura di Bush che sono un autentico asset, un patrimonio utile a chi poi stabilisce politiche irrazionali: dalla ripetizione dell’idea che il Presidente sia stupido, o primitivo, od ottuso, o fondamentalista, o schiavista, alla deprecazione della guerra come fosse una sua scelta perversa, a una pretesa di suo comportamento paranoide circa il pericolo terrorista, a una tendenza dittatoriale che porta all’unilateralismo, fino alle teorie della cospirazione che sono state ripetute ad nauseam. A una a una tutte le accuse fatte a Bush producono conseguenze irrazionali ma concrete sul piano politico. Per esempio, l’idea dell’unilateralismo rianima una esangue concezione dell’Onu come madre dei diritti umani e di sensate scelte in politica internazionale, mentre la sua pochezza e la sua partigianeria sono ormai comprovate. L’idea che Bush sia il padre di tutte le guerre, e non il terrorismo, nutre la concezione errata che una guerra non possa mai essere giusta e che una guerra di difesa, come quella di Israele per esempio, sia comunque sbagliata. La sottovalutazione del terrorismo, poi, conduce al nostro disimpegno, giustificabile solo se ci si racconta la balla che l’Iraq e l’Afghanistan siano contro la presenza occidentale oggi e che per i popoli iracheno o afghano la democrazia sia inattingibile. Ma soprattutto, un abbraccio a Bush contraddice la verità della sua figura umana, quella di un presidente forte e molto convinto delle sue idee, un combattente della libertà che solo tre giorni or sono abbiamo visto ascoltare, a uno a uno, i dissidenti di 25 Paesi autoritari, dall’Arabia Saudita alla Bielorussia. Non è un caso che alla Cnn il portavoce di Putin abbia chiesto, a seguito delle polemiche sullo scudo spaziale, che non si parli più di quell’emendamento firmato da Jackson Vanick che, negli anni 80, promosso da Reagan, fu il motore che accese la corsa delle rivoluzioni anticomuniste. Questo emendamento collegava il commercio americano con la libertà di movimento nei Paesi socialisti. Bush è un tipo capace di mettere in moto questo meccanismo anche oggi, subito; uno che marcerebbe per la libertà del popolo, che so, siriano, se fosse un semplice cittadino, e che abbraccia i dissidenti sudanesi e iraniani in pubblico. Da noi, dire che Bush è scemo quindi, è necessario a una politica che non mette mai in discussione i dittatori iraniano, siriano, cubano, burmese. Bush, lo fa. E le piazze che ieri ho visto a Roma non lo fanno, non l’hanno mai fatto e, soprattutto, non lo sanno.
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