Fiamma Nirenstein Blog

Il Giornale

Civiltà, la nostra bomba

martedì 11 settembre 2007 Il Giornale 0 commenti

La lista nera dei pasdaran

domenica 19 agosto 2007 Il Giornale 1 commento

Un ballo con chi vuole eliminarci

mercoledì 15 agosto 2007 Il Giornale 1 commento

La pace sul tavolo del casinò

mercoledì 8 agosto 2007 Il Giornale 0 commenti

La guerra fredda in Medio Oriente

mercoledì 1 agosto 2007 Il Giornale 0 commenti

La fatwa continua contro l’islam moderato

mercoledì 25 luglio 2007 Il Giornale 0 commenti

«Vi racconto la guerra sporca di Hamas e come ha tradito il popolo palestinese»

martedì 24 luglio 2007 Il Giornale 0 commenti

Armi chimiche e atomiche, c’è accordo tra Siria e Iran

domenica 22 luglio 2007 Il Giornale 4 commenti
Dalle parole a fatti così gravi, che un ministro in Israele risponde lanciando addirittura l’idea di un governo di unità nazionale. Come si ricorderà il presidente iraniano Ahmadinejad in visita a Damasco giovedì, dove ha incontrato il presidente Bashar Assad, il leader degli hezbollah Hassan Nasrallah e Khaled Mashaal, oltre ad alcuni altri gruppi terroristi minori, aveva detto: «Speriamo che la temperatura calda dell’estate coincida con una vittoria dei popoli della regione, e che i nemici nella regione verranno sconfitti». Cioè, aveva annunciato una nuova guerra contro Israele. Una minaccia circostanziata che ricorda quelle alla vigilia della Guerra dei Sei Giorni da parte di egiziani e siriani. Se qualcuno in Occidente ha pensato che si sia trattato di rodomontate può cambiare idea se sono esatte le odierne informazioni: il giornale libanese che esce in arabo a Londra, Asharq al Awsat, riportando una fonte iraniana racconta che l’Iran finanzierà con un miliardo di dollari l’acquisto da parte della Siria di armi russe e nordcoreane, fra cui 400 carri armati avanzati T-72, 18 Mig russi (aerei da combattimento) 31s, e otto elicotteri M-8, oltre ad altro equipaggiamento militare. In più, l’Iran aiuterà la Siria a costruire fabbriche di missili a media gittata, e le fornirà carri armati costruiti in Iran e veicoli corazzati. La marina siriana sarà riarmata con missili cinesi C 801 e C 802, attualmente costruiti in Iran. Ahmadinejad si è anche impegnato ad aiutare la Siria a perseguire la realizzazione di armi atomiche e chimiche. In più l’Iran ha promesso a Bashar Assad di aiutarlo a rovesciare il primo ministro libanese Fuad Siniora così da ristabilire l’influenza siriana. Assad, da parte sua, dopo aver sollevato grande attenzione internazionale sulle sue supposte profferte di pace a Israele, di fatto, secondo il giornale arabo, ha promesso in cambio di non entrare in negoziati di alcun genere con Israele. Una promessa strategica, indispensabile per Ahmadinejad che ha bisogno della Siria nella costruzione di una grande forza egemonica che acquista dimensioni sempre più impressionanti. L’Iran sta perfezionando molto rapidamente un progetto a largo raggio: è dei giorni scorsi la rivendicazione di una sua legittima egemonia sul Golfo e in particolare sul Bahrein. È inoltre uscita in questi giorni una bozza della relazione periodica dell’intelligence americana, intitolata «La minaccia terroristica agli Stati Uniti», che sostiene che una parte della leadership di Al Qaida, nonostante la sua appartenenza sunnita, operi in Iran. Tre importanti leader di Al Qaida vi sarebbero basati, fra cui il figlio di Bin Laden, Saad, occupandosi soprattutto di costruire il terrorismo all’opera in Irak. Questa e molte altre informazioni sono state riportate dal quotidiano americano New York Sun il 17 di questo mese; ma giorno dopo giorno la decisa ambizione iraniana di creare una situazione di terremoto continuo e anche di frustrazione per chi cerca una strada per pacificare il Medio Oriente, si arricchisce di nuovi anelli della catena egemonica dell’Iran sul Medio Oriente. Israele, da tempo sul chi vive e preoccupato per la possibilità di una guerra d’estate, ieri ha reagito con energia. Il ministro per gli Affari strategici Avigdor Lieberman ha detto addirittura che «poiché la minaccia iraniana va oltre ogni argomento politico, chiamo il governo e il capo dell’opposizione Netanyahu a riconsiderare la possibilità di un governo di unità nazionale». Iniziativa da tempo di guerra. Un allarme politico così acuto è tuttavia condiviso anche dal capo della commissione Esteri e sicurezza della Knesset, Tzachi Hanegbi: «L’Iran - ha detto - è un pericolo sempre più grande non solo per Israele, ma per la stabilità della regione». E pure dall’ufficio del Primo Ministro che dice di restare «volto verso la pace» si esprime delusione per la natura incerta e insieme radicale di Assad. In una parola: mentre con il rilascio dei prigionieri e con la previsione del summit di autunno Israele e il mondo moderato cercano la pace, alcuni folli giocano, nel caldo estivo, con un grande fuoco. Vedremo Tony Blair, in arrivo in Medio Oriente, alla prova sin dal giorno del suo debutto.

Israele libera 250 palestinesi Abu Mazen celebra il successo

sabato 21 luglio 2007 Il Giornale 0 commenti
Ieri all’alba 255 detenuti palestinesi sono saliti su due autobus con i vetri oscurati, senza sorrisi, con qualche sacchetto di plastica fra le mani, ancora sospettosi che il destino potesse d’un tratto riportarli nel carcere di Ketziot, nel Negev, da cui li ha tratti l’improvvisa svolta del destino del dono di Olmert a Abu Mazen. Fra i prigionieri, tutti sono detenuti dal 2002 fuorché uno, e 102 hanno scontato solo un terzo della pena. Un prigioniero ha chiesto di restare in carcere perché la sua grave malattia abbisogna di cure molto costose che gli vengono pagate da Israele. Sono tornati a casa, consegnati all’Autorità palestinese presso Ramallah, al chek point di Bitunia, passando per il saluto caloroso di Abu Mazen e dei suoi che li aspettavano alla Mukata. Là, accanto alla tomba di Arafat, si è svolta una cerimonia di benvenuto enfatica nelle parole, ma senza parate e fanfare: da una parte Abu Mazen voleva significare, e l’ha detto, che 255 uomini sono pochi di fronte ai diecimila palestinesi detenuti, dall’altra però voleva dare risalto alla sua capacità di costringere gli israeliani, con la sua personalità, al bene palestinese. Anche quando pochi giorni fa ha ottenuto che Israele abbandonasse la caccia ai ricercati implicati in tante azioni terroristiche in cambio della consegna a lui delle armi (più parlata che fattuale) e dell’arruolamento nel suo esercito degli stessi uomini delle Brigate di Al Aqsa, Abu Mazen cercava lo stesso risultato: dimostrare al suo popolo che tenere per Fatah, e non per Hamas, paga; e più ancora pagherà quando arriveranno a novembre i 190 milioni di dollari per propiziare un summit che dovrebbe rilanciare il ruolo di un fronte moderato efficiente contro l’asse islamista. Abu Mazen, e con lui dunque gli israeliani, hanno immesso nella lista dei liberati anche una trentina di uomini di Hamas, e due della Jihad islamica, più un 15 per cento del Fronte popolare e altri del Fdlp, gruppi rivoluzionari marxisti. Che Abu Mazen possa garantire la promessa di abbandono del terrorismo da parte dei liberati, è altamente improbabile. Tornano invece alla mente le molte restituzioni di prigionieri operate da Israele: per esempio quella del maggio del 1995, quando ne furono lasciati andare 1.150 fra cui lo Sceicco Yassin, e quella del 2003, 460 consegnati agli Hezbollah in cambio di tre soldati uccisi e di un dubbio commerciante. Molti commentatori sostengono che Hamas si rafforzò assai su quel ceppo e che comunque i terroristi consegnati tornano alle loro attività per circa il 20 per cento. Se accadrà di nuovo, com’è plausibile, sarà forse un altro remake, quello di Ahmadinejad che a Damasco e a Teheran, con una serie di incontri, annuncia la guerra d’estate dell’anno scorso. Ieri, nella calura mediorientale, accanto a Bashar Assad, incontrando anche il leader di Hezbollah Hassan Nasrallah (per la prima volta da un anno fuori dal suo bunker) e Khaled Mashal, il capo di Hamas, oltre che le altre organizzazioni terroristiche palestinesi, ha annunciato che sarà un’«estate calda» e che spera che il nemico sionista da qui a poco verrà sconfitto. Ahmadinejad ha anche “consigliato” a Hamas e Hezbollah di non procedere a scambi di prigionieri con Israele. Non conviene alzare le spalle: dopo un primo summit a Beirut nel novembre 2005, il 20 gennaio 2006 una riunione a Damasco cementò l’asse islamista con Ahmadinejad, Nasrallah, Mashal, il capo della jihad islamica Ramadan Abdullah Shalah. Pochi giorni dopo Hamas vinceva le elezioni, e l’organizzazione sente che se la guerra dello scorso anno è stata affidata a Hezbollah, adesso le cose sono diverse. Negli ultimi due mesi, ha comunicato ieri al governo un alto ufficiale dell’esercito israeliano, con l’aiuto iraniano Gaza ha enormemente avanzato il suo potenziale bellico: le armi importate sono ormai molto sofisticate, con nuovi missili anticarro e antiaereo e con una riserva di katiushe mai posseduta prima. L’esplosivo è aumentato di 20 tonnellate, e gli uomini organizzati in brigate, battaglioni e forze speciali sono 13mila. Commentando queste cifre, il presidente della commissione Difesa del Parlamento israeliano, Zahi Hanegbi, ha detto che un confronto militare con Hamas è «inevitabile». E la scelta di Hamas, mentre sullo stile di Hezbollah scava gallerie e casematte ben nascoste, è quella di organizzarsi in maniera da poter contare su un alto numero di perdite israeliane nel momento in cui Israele si avventurasse dentro Gaza con la consueta remora della guerra asimmetrica: i civili usati come scudi umani. Insomma, la scelta di rafforzare Abu Mazen, oltre che una scelta di politica internazionale per aprire la strada a Blair e al progetto americano, è un tentativo che si compie dentro una casa che appare agibile mentre intorno la foresta brucia.

Masochisti con Hamas

giovedì 19 luglio 2007 Il Giornale 0 commenti
Cinismo: pensiamo che alla base delle recenti dichiarazioni di D’Alema e di Fassino su Hamas ci sia principalmente questo. Tuttavia, prima di cercare ancora di far ragionare il ministro degli Esteri e quella brava persona che è sempre stata in politica mediorientale Piero Fassino, segretario dei Ds, ci sono due novità che la cronista ha il dovere di raccontare. La prima è che D’Alema, nello stesso discorso di San Miniato in cui lunedì ha ribadito l’idea che si debba parlare con Hamas in quanto «forza reale che rappresenta tanta parte del popolo palestinese», si è anche espresso in un modo che rende chi come me si occupa da tanti anni di Medio Oriente un povero reietto. Infatti il ministro ha bollato i giornalisti che hanno scritto della sua passeggiata a braccetto con gli Hezbollah, montando, a suo dire «una campagna», chiamandoli, né più né meno che «dei deficienti». Finalmente sappiamo ciò che siamo. Ma siamo contenti almeno che il titolo abbia valore mondiale, dato che sia la foto della passeggiata che lo stupore che ne è derivato hanno costellato parecchi giornali, in molte lingue, in tutto il mondo. Ma il disprezzo di D’Alema per chi non ammira la sua politica è una sua antica abitudine. «So let it be with Caesar». La seconda storia, ed entriamo in argomento, è che un’indagine recentissima della Near East Consulting, compiuta a Gaza in questi giorni, dimostra che il consenso di Hamas è in discesa, mentre quello di Fatah cresce: gli schiaffi della messa in mora internazionale cominciano a fare effetto. Hamas ha ora il 23 per cento dei consensi a fronte del 29 del mese scorso, Fatah è salito dal 31 al 43. Il 66 per cento di quelli che hanno votato per Hamas oggi voterebbe per Fatah. Il margine di errore è valutato al 3 e mezzo per cento. Ismail Haniyeh con il 37 per cento è oggi nettamente sotto Abu Mazen che ha il 63 per cento. Questo significa che le stragi compiute da Hamas dopo le elezioni, la percezione (secondo Jamil Rabah, capo del Near East Consulting) del boicottaggio internazionale di Gaza, i disagi della popolazione, la disapprovazione per il comportamento criminale di Hamas hanno ottenuto quei risultati che D’Alema e anche Fassino, quando ripetono che Hamas è una forza «democraticamente eletta» e quindi indispensabile alla pace, ritengono evidentemente impossibili. La sviolinata su Hamas come forza maggioritaria eletta in libere elezioni, anche evitando ovvi paragoni, per esempio quello con Hitler, è del tutto irrilevante: elezioni e democrazia non sono sinonimi, soprattutto quando la forza eletta dichiara ripetutamente che disprezza il sistema democratico come espressione della cultura blasfema dell’Occidente, e che quindi usa le elezioni come puro veicolo di affermazione. La democrazia è un pacchetto complessivo, che prosegue anche il giorno dopo le elezioni: se una forza «democraticamente» eletta si avvale del consenso elettorale per imporre un regime teocratico e sanguinario, qualcuno mi deve spiegare dove è rintracciabile la sacralità del patto con le forze di minoranza. Inoltre, non è affatto vero, come sostiene D’Alema, che Hamas venga consegnata ad Al Qaida se non ci si parla. Hamas nasce nel ventre di Al Qaida e viceversa, i loro legami sono molteplici e intrinseci, come ha detto anche Abu Mazen, e nel passato ne abbiamo dato conto parecchie volte nei particolari, con le date e i nomi. Infatti, queste due organizzazioni non hanno nessun’altra ragione sociale se non quella religiosa messianica antioccidentale, ovvero la jihad. Non esisterebbero senza. Basta leggere la Carta di Hamas e, se poi non convince perché si pensa che siano tutte chiacchiere, basta dare un’occhiata alle gesta del Movimento, sia sul fronte del terrorismo sia su quello della guerra interna. La mostruosa (ripeto, mostruosa) crudeltà dell’organizzazione descrive pienamente le sue potenzialità politiche. Esiste già, con Hamas, un dialogo che riguarda le questioni indispensabili, quelle degli aiuti umanitari e quelle dello scambio dei prigionieri. Per il resto è semplicemente masochista e persino un po’ folle immaginare come strumento di pace la promozione degli estremisti nel momento in cui tutta l’idea della ricostruzione di un processo di pace mediorientale è basata sulla nuova costruzione della rilevanza dei moderati. Per questo Bush ha proposto la nuova conferenza di pace, per questo vuole conferire all’Autorità di Abu Mazen 190 milioni di dollari, per questo intende fare di questa conferenza un appuntamento che contesti e anzi spinga fuori l’egemonia iraniana, che (ma D’Alema non lo sa?) da Hamas è auspicata e utilizzata, uomini, danaro, armi. Tony Blair non accetterà, nel suo nuovo ruolo, la strategia italiana, George Bush riterrà un attacco diretto alla sua strategia la posizione del nostro ministro degli Esteri. Inoltre, non la accetteranno i nostri figli, cui insegniamo che non uccidere è il primo comandamento, e che poi invitiamo a sedersi con degli assassini patentati.
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