Fiamma Nirenstein Blog

Il Giornale

La pace sul tavolo del casinò

mercoledì 8 agosto 2007 Il Giornale 0 commenti

La guerra fredda in Medio Oriente

mercoledì 1 agosto 2007 Il Giornale 0 commenti

La fatwa continua contro l’islam moderato

mercoledì 25 luglio 2007 Il Giornale 0 commenti

«Vi racconto la guerra sporca di Hamas e come ha tradito il popolo palestinese»

martedì 24 luglio 2007 Il Giornale 0 commenti

Armi chimiche e atomiche, c’è accordo tra Siria e Iran

domenica 22 luglio 2007 Il Giornale 4 commenti
Dalle parole a fatti così gravi, che un ministro in Israele risponde lanciando addirittura l’idea di un governo di unità nazionale. Come si ricorderà il presidente iraniano Ahmadinejad in visita a Damasco giovedì, dove ha incontrato il presidente Bashar Assad, il leader degli hezbollah Hassan Nasrallah e Khaled Mashaal, oltre ad alcuni altri gruppi terroristi minori, aveva detto: «Speriamo che la temperatura calda dell’estate coincida con una vittoria dei popoli della regione, e che i nemici nella regione verranno sconfitti». Cioè, aveva annunciato una nuova guerra contro Israele. Una minaccia circostanziata che ricorda quelle alla vigilia della Guerra dei Sei Giorni da parte di egiziani e siriani. Se qualcuno in Occidente ha pensato che si sia trattato di rodomontate può cambiare idea se sono esatte le odierne informazioni: il giornale libanese che esce in arabo a Londra, Asharq al Awsat, riportando una fonte iraniana racconta che l’Iran finanzierà con un miliardo di dollari l’acquisto da parte della Siria di armi russe e nordcoreane, fra cui 400 carri armati avanzati T-72, 18 Mig russi (aerei da combattimento) 31s, e otto elicotteri M-8, oltre ad altro equipaggiamento militare. In più, l’Iran aiuterà la Siria a costruire fabbriche di missili a media gittata, e le fornirà carri armati costruiti in Iran e veicoli corazzati. La marina siriana sarà riarmata con missili cinesi C 801 e C 802, attualmente costruiti in Iran. Ahmadinejad si è anche impegnato ad aiutare la Siria a perseguire la realizzazione di armi atomiche e chimiche. In più l’Iran ha promesso a Bashar Assad di aiutarlo a rovesciare il primo ministro libanese Fuad Siniora così da ristabilire l’influenza siriana. Assad, da parte sua, dopo aver sollevato grande attenzione internazionale sulle sue supposte profferte di pace a Israele, di fatto, secondo il giornale arabo, ha promesso in cambio di non entrare in negoziati di alcun genere con Israele. Una promessa strategica, indispensabile per Ahmadinejad che ha bisogno della Siria nella costruzione di una grande forza egemonica che acquista dimensioni sempre più impressionanti. L’Iran sta perfezionando molto rapidamente un progetto a largo raggio: è dei giorni scorsi la rivendicazione di una sua legittima egemonia sul Golfo e in particolare sul Bahrein. È inoltre uscita in questi giorni una bozza della relazione periodica dell’intelligence americana, intitolata «La minaccia terroristica agli Stati Uniti», che sostiene che una parte della leadership di Al Qaida, nonostante la sua appartenenza sunnita, operi in Iran. Tre importanti leader di Al Qaida vi sarebbero basati, fra cui il figlio di Bin Laden, Saad, occupandosi soprattutto di costruire il terrorismo all’opera in Irak. Questa e molte altre informazioni sono state riportate dal quotidiano americano New York Sun il 17 di questo mese; ma giorno dopo giorno la decisa ambizione iraniana di creare una situazione di terremoto continuo e anche di frustrazione per chi cerca una strada per pacificare il Medio Oriente, si arricchisce di nuovi anelli della catena egemonica dell’Iran sul Medio Oriente. Israele, da tempo sul chi vive e preoccupato per la possibilità di una guerra d’estate, ieri ha reagito con energia. Il ministro per gli Affari strategici Avigdor Lieberman ha detto addirittura che «poiché la minaccia iraniana va oltre ogni argomento politico, chiamo il governo e il capo dell’opposizione Netanyahu a riconsiderare la possibilità di un governo di unità nazionale». Iniziativa da tempo di guerra. Un allarme politico così acuto è tuttavia condiviso anche dal capo della commissione Esteri e sicurezza della Knesset, Tzachi Hanegbi: «L’Iran - ha detto - è un pericolo sempre più grande non solo per Israele, ma per la stabilità della regione». E pure dall’ufficio del Primo Ministro che dice di restare «volto verso la pace» si esprime delusione per la natura incerta e insieme radicale di Assad. In una parola: mentre con il rilascio dei prigionieri e con la previsione del summit di autunno Israele e il mondo moderato cercano la pace, alcuni folli giocano, nel caldo estivo, con un grande fuoco. Vedremo Tony Blair, in arrivo in Medio Oriente, alla prova sin dal giorno del suo debutto.

Israele libera 250 palestinesi Abu Mazen celebra il successo

sabato 21 luglio 2007 Il Giornale 0 commenti
Ieri all’alba 255 detenuti palestinesi sono saliti su due autobus con i vetri oscurati, senza sorrisi, con qualche sacchetto di plastica fra le mani, ancora sospettosi che il destino potesse d’un tratto riportarli nel carcere di Ketziot, nel Negev, da cui li ha tratti l’improvvisa svolta del destino del dono di Olmert a Abu Mazen. Fra i prigionieri, tutti sono detenuti dal 2002 fuorché uno, e 102 hanno scontato solo un terzo della pena. Un prigioniero ha chiesto di restare in carcere perché la sua grave malattia abbisogna di cure molto costose che gli vengono pagate da Israele. Sono tornati a casa, consegnati all’Autorità palestinese presso Ramallah, al chek point di Bitunia, passando per il saluto caloroso di Abu Mazen e dei suoi che li aspettavano alla Mukata. Là, accanto alla tomba di Arafat, si è svolta una cerimonia di benvenuto enfatica nelle parole, ma senza parate e fanfare: da una parte Abu Mazen voleva significare, e l’ha detto, che 255 uomini sono pochi di fronte ai diecimila palestinesi detenuti, dall’altra però voleva dare risalto alla sua capacità di costringere gli israeliani, con la sua personalità, al bene palestinese. Anche quando pochi giorni fa ha ottenuto che Israele abbandonasse la caccia ai ricercati implicati in tante azioni terroristiche in cambio della consegna a lui delle armi (più parlata che fattuale) e dell’arruolamento nel suo esercito degli stessi uomini delle Brigate di Al Aqsa, Abu Mazen cercava lo stesso risultato: dimostrare al suo popolo che tenere per Fatah, e non per Hamas, paga; e più ancora pagherà quando arriveranno a novembre i 190 milioni di dollari per propiziare un summit che dovrebbe rilanciare il ruolo di un fronte moderato efficiente contro l’asse islamista. Abu Mazen, e con lui dunque gli israeliani, hanno immesso nella lista dei liberati anche una trentina di uomini di Hamas, e due della Jihad islamica, più un 15 per cento del Fronte popolare e altri del Fdlp, gruppi rivoluzionari marxisti. Che Abu Mazen possa garantire la promessa di abbandono del terrorismo da parte dei liberati, è altamente improbabile. Tornano invece alla mente le molte restituzioni di prigionieri operate da Israele: per esempio quella del maggio del 1995, quando ne furono lasciati andare 1.150 fra cui lo Sceicco Yassin, e quella del 2003, 460 consegnati agli Hezbollah in cambio di tre soldati uccisi e di un dubbio commerciante. Molti commentatori sostengono che Hamas si rafforzò assai su quel ceppo e che comunque i terroristi consegnati tornano alle loro attività per circa il 20 per cento. Se accadrà di nuovo, com’è plausibile, sarà forse un altro remake, quello di Ahmadinejad che a Damasco e a Teheran, con una serie di incontri, annuncia la guerra d’estate dell’anno scorso. Ieri, nella calura mediorientale, accanto a Bashar Assad, incontrando anche il leader di Hezbollah Hassan Nasrallah (per la prima volta da un anno fuori dal suo bunker) e Khaled Mashal, il capo di Hamas, oltre che le altre organizzazioni terroristiche palestinesi, ha annunciato che sarà un’«estate calda» e che spera che il nemico sionista da qui a poco verrà sconfitto. Ahmadinejad ha anche “consigliato” a Hamas e Hezbollah di non procedere a scambi di prigionieri con Israele. Non conviene alzare le spalle: dopo un primo summit a Beirut nel novembre 2005, il 20 gennaio 2006 una riunione a Damasco cementò l’asse islamista con Ahmadinejad, Nasrallah, Mashal, il capo della jihad islamica Ramadan Abdullah Shalah. Pochi giorni dopo Hamas vinceva le elezioni, e l’organizzazione sente che se la guerra dello scorso anno è stata affidata a Hezbollah, adesso le cose sono diverse. Negli ultimi due mesi, ha comunicato ieri al governo un alto ufficiale dell’esercito israeliano, con l’aiuto iraniano Gaza ha enormemente avanzato il suo potenziale bellico: le armi importate sono ormai molto sofisticate, con nuovi missili anticarro e antiaereo e con una riserva di katiushe mai posseduta prima. L’esplosivo è aumentato di 20 tonnellate, e gli uomini organizzati in brigate, battaglioni e forze speciali sono 13mila. Commentando queste cifre, il presidente della commissione Difesa del Parlamento israeliano, Zahi Hanegbi, ha detto che un confronto militare con Hamas è «inevitabile». E la scelta di Hamas, mentre sullo stile di Hezbollah scava gallerie e casematte ben nascoste, è quella di organizzarsi in maniera da poter contare su un alto numero di perdite israeliane nel momento in cui Israele si avventurasse dentro Gaza con la consueta remora della guerra asimmetrica: i civili usati come scudi umani. Insomma, la scelta di rafforzare Abu Mazen, oltre che una scelta di politica internazionale per aprire la strada a Blair e al progetto americano, è un tentativo che si compie dentro una casa che appare agibile mentre intorno la foresta brucia.

Masochisti con Hamas

giovedì 19 luglio 2007 Il Giornale 0 commenti
Cinismo: pensiamo che alla base delle recenti dichiarazioni di D’Alema e di Fassino su Hamas ci sia principalmente questo. Tuttavia, prima di cercare ancora di far ragionare il ministro degli Esteri e quella brava persona che è sempre stata in politica mediorientale Piero Fassino, segretario dei Ds, ci sono due novità che la cronista ha il dovere di raccontare. La prima è che D’Alema, nello stesso discorso di San Miniato in cui lunedì ha ribadito l’idea che si debba parlare con Hamas in quanto «forza reale che rappresenta tanta parte del popolo palestinese», si è anche espresso in un modo che rende chi come me si occupa da tanti anni di Medio Oriente un povero reietto. Infatti il ministro ha bollato i giornalisti che hanno scritto della sua passeggiata a braccetto con gli Hezbollah, montando, a suo dire «una campagna», chiamandoli, né più né meno che «dei deficienti». Finalmente sappiamo ciò che siamo. Ma siamo contenti almeno che il titolo abbia valore mondiale, dato che sia la foto della passeggiata che lo stupore che ne è derivato hanno costellato parecchi giornali, in molte lingue, in tutto il mondo. Ma il disprezzo di D’Alema per chi non ammira la sua politica è una sua antica abitudine. «So let it be with Caesar». La seconda storia, ed entriamo in argomento, è che un’indagine recentissima della Near East Consulting, compiuta a Gaza in questi giorni, dimostra che il consenso di Hamas è in discesa, mentre quello di Fatah cresce: gli schiaffi della messa in mora internazionale cominciano a fare effetto. Hamas ha ora il 23 per cento dei consensi a fronte del 29 del mese scorso, Fatah è salito dal 31 al 43. Il 66 per cento di quelli che hanno votato per Hamas oggi voterebbe per Fatah. Il margine di errore è valutato al 3 e mezzo per cento. Ismail Haniyeh con il 37 per cento è oggi nettamente sotto Abu Mazen che ha il 63 per cento. Questo significa che le stragi compiute da Hamas dopo le elezioni, la percezione (secondo Jamil Rabah, capo del Near East Consulting) del boicottaggio internazionale di Gaza, i disagi della popolazione, la disapprovazione per il comportamento criminale di Hamas hanno ottenuto quei risultati che D’Alema e anche Fassino, quando ripetono che Hamas è una forza «democraticamente eletta» e quindi indispensabile alla pace, ritengono evidentemente impossibili. La sviolinata su Hamas come forza maggioritaria eletta in libere elezioni, anche evitando ovvi paragoni, per esempio quello con Hitler, è del tutto irrilevante: elezioni e democrazia non sono sinonimi, soprattutto quando la forza eletta dichiara ripetutamente che disprezza il sistema democratico come espressione della cultura blasfema dell’Occidente, e che quindi usa le elezioni come puro veicolo di affermazione. La democrazia è un pacchetto complessivo, che prosegue anche il giorno dopo le elezioni: se una forza «democraticamente» eletta si avvale del consenso elettorale per imporre un regime teocratico e sanguinario, qualcuno mi deve spiegare dove è rintracciabile la sacralità del patto con le forze di minoranza. Inoltre, non è affatto vero, come sostiene D’Alema, che Hamas venga consegnata ad Al Qaida se non ci si parla. Hamas nasce nel ventre di Al Qaida e viceversa, i loro legami sono molteplici e intrinseci, come ha detto anche Abu Mazen, e nel passato ne abbiamo dato conto parecchie volte nei particolari, con le date e i nomi. Infatti, queste due organizzazioni non hanno nessun’altra ragione sociale se non quella religiosa messianica antioccidentale, ovvero la jihad. Non esisterebbero senza. Basta leggere la Carta di Hamas e, se poi non convince perché si pensa che siano tutte chiacchiere, basta dare un’occhiata alle gesta del Movimento, sia sul fronte del terrorismo sia su quello della guerra interna. La mostruosa (ripeto, mostruosa) crudeltà dell’organizzazione descrive pienamente le sue potenzialità politiche. Esiste già, con Hamas, un dialogo che riguarda le questioni indispensabili, quelle degli aiuti umanitari e quelle dello scambio dei prigionieri. Per il resto è semplicemente masochista e persino un po’ folle immaginare come strumento di pace la promozione degli estremisti nel momento in cui tutta l’idea della ricostruzione di un processo di pace mediorientale è basata sulla nuova costruzione della rilevanza dei moderati. Per questo Bush ha proposto la nuova conferenza di pace, per questo vuole conferire all’Autorità di Abu Mazen 190 milioni di dollari, per questo intende fare di questa conferenza un appuntamento che contesti e anzi spinga fuori l’egemonia iraniana, che (ma D’Alema non lo sa?) da Hamas è auspicata e utilizzata, uomini, danaro, armi. Tony Blair non accetterà, nel suo nuovo ruolo, la strategia italiana, George Bush riterrà un attacco diretto alla sua strategia la posizione del nostro ministro degli Esteri. Inoltre, non la accetteranno i nostri figli, cui insegniamo che non uccidere è il primo comandamento, e che poi invitiamo a sedersi con degli assassini patentati.

Il vizietto filo-arabo

giovedì 12 luglio 2007 Il Giornale 0 commenti
Quale invincibile cecità, quale peccato originale obnubila la sinistra quando si parla di questione mediorientale, per cui ogni apparente progresso viene subito vanificato da errori? Si tratta di perversione concettuale, o di cecità morale? Era sembrato sperabile, una volta ancora, che la visita di Prodi in Medio Oriente contenesse, sia pure in maniera limitata, una revisione degli errori storici della sinistra verso Israele e, insieme, di quelli sul terrorismo islamico. Non è così: e la delusione è tanto più cocente in quanto a causarla sono due personaggi in genere molto distanti fra loro quando si parla di politica estera, Massimo D’Alema e Piero Fassino, ambedue rappresentanti onorati della maggioranza. Ci tocca a trovarceli uniti uno, Massimo D’Alema, che chiede di alleggerire le sanzioni all’Iran e che in una lettera aperta a Tony Blair insiste con altri nove ministri della Comunità Europea di aprire a Hamas, e l’altro, al contrario di D’Alema, uno dei leader di sinistra più moderati in politica estera, che chiede di “sedersi a un tavolo con Hamas” anche se non riconosce Israele. In più D’Alema, siccome Prodi ha tenuta bassa la polemica togliendo ufficialità al gesto del suo ministro, lo ha ribadito polemicamente anche ieri. Si tratta di uno scandalo politico e concettuale. Politico, perché la cosa (col seguito piccato di D’Alema e Fassino immerso in una guerra di leadership) sa di ricerca di chiasso e di caccia al consenso verso i terreni dell’odio antisraeliano propri della sinistra estrema che decenza vorrebbe fosse abbandonato quanto prima e invece rifiorisce sempre: è da quando la Guerra Fredda dichiarò lo Stato degli Ebrei nemico pubblico, colonialista, imperialista, amico degli americani, che la sinistra ha abbracciato l’odio antisraeliano, ha sollecitato con la sua compiacenza il terrorismo, ha assolto il mondo arabo da ogni responsabilità facendo il suo fatale danno, ha bruciato in piazza le bandiere israeliane con quelle americane e aggredito Israele con accuse di criminalità internazionale mentre si costruiva, dall’Iran alla Siria agli Hezbollah a Hamas fino ad Al Qaida un vero esercito conquistatore, negazionista, antisemita, anticristiano. L’esortazione di Fassino e di D’Alema a parlare con Hamas indebolisce il già fragilissimo tentativo di creare un fronte moderato e delegittima Abu Mazen che rifiuta il contatto. Sul fronte interno, crea una imperdonabile lesione morale nel rapporto fra classe dirigente e il cittadino di un Paese democratico che faccia della libertà e dei diritti umani la propria bandiera. Che cosa insegna una simile esortazione se non tolleranza verso la violenza più inaudita? Se non negazione del rilievo strategico e soprattutto morale del terrorismo? Che cosa deve arrivare a fare un’entità politica per risultare infrequentabile all’Italia? Assediare case private e ucciderne gli abitanti sul posto? Uccidere col colpo in testa tre donne selezionate fra una massa di profughe di Gaza, scegliendole una sedicenne, una ventottenne e una settantatreenne dal mucchio? Gettare cittadini dal 16° piano? Assalire un ospedale a colpi di bazooka? Trascinare per strada il nemico e giustiziarlo sul posto alla presenza della propria famiglia? Giustiziare con un colpo alla testa bambini che vanno a scuola in macchina col proprio padre? Tagliare teste col coltello? Rapire innocenti? Hamas ha fatto tutto questo. Che cosa deve dire una forza politica per essere dichiarato incapace di intendere il linguaggio della mediazione? Dichiarare guerra totale all’Occidente? Promettere nella propria carta costitutiva lo sterminio degli ebrei? Negare la Shoah? Dichiarare reo tutto l’Occidente di empietà? Deve mandare in onda alla tv Topolino per ordinare ai bambini di farsi “shahid”, martiri per la gloria di Allah? Deve mandare madri incinte a farsi saltare per aria? Distruggere denaro e serre e investire milioni di dollari in violenza e odio, reclutare dentro le moschee nei campi estivi bambini per insegnare loro a usare cariche esplosive? Questo Hamas lo fa. Ed è onesto: il suo messaggio ripete chiara la determinazione a distruggere Israele, a conquistare all’Islam il mondo. Parlare con Hamas, cosa significa? Già ci si parla per arrivare a uno scambio di prigionieri che liberi Gilad Shalit a caro prezzo; ci si parla per consentire il passaggio di cibo, medicine, malati, beni necessari. Israele seguita a fornirgli elettricità, benzina, medicine, gas, altri beni, anche se ne riceve in cambio solo missili kassam. Che questo sia. Ma invitare all’accettazione di Hamas come interlocutore è inammissibile perché aumenta i rischi di guerra e terrore: Ahmadinejad, Hanje, Nasrallah, Assad, Bin Laden si sentiranno vieppiù sulla strada della vittoria. E questa nostra società a rischio di crescente violenza incrementerà la sua deriva, legittimerà qualsiasi cosa. Non lamentiamoci in futuro delle scelte di un giovane italiano che viene invitato a sedersi con chiunque.

Prodi da Olmert si ferma a metà strada

mercoledì 11 luglio 2007 Il Giornale 0 commenti

Il viaggio in Israele di Romano Prodi ha il sapore di una correzione di rotta, della presa di coscienza degli errori dal suo governo. Non tanto la linea, ma l'atteggiamento italiano verso Israele è apparso diverso, la visita di Prodi a Sderot ha segnalato l'acquisizione del punto teorico che Israele è un Paese aggredito, che «merita» la pace, e non che, semplicemente, «deve» la pace a qualcuno che, certo bene intenzionato, la accoglierebbe a braccia aperte consegnando in cambio un Medio Oriente sanato, come invece suggerisce molto spesso il ministro degli Esteri Massimo D'Alema, seguitando persino a immaginare che Hamas si placherebbe una volta ammesso, con tutto il suo odio integralista, alla tavola del consenso. Prodi in realtà ha emulato il governo precedente trasmettendo rispetto verso Gerusalemme, evitando di propalare la disapprovazione, il sospetto verso la politica israeliana, la criminalizzazione che è spesso traboccata dalle e nelle piazze italiane, specie al tempo della guerra del Libano, quando il governo accusò Israele di risposte eccessive agli hezbollah, e con gli hezbollah andò a braccetto. Che cosa è successo che ha indotto Prodi a virare? Innanzitutto, l'integralismo islamico si è mostrato senza veli per quello che è, una forza montante e minacciosa che ormai si avvale dell'asse Iran, Siria, Hezbollah e Hamas, con l'appoggio esterno, diremmo, di Al Qaida (ormai stabilitasi, come ha detto anche Abu Mazen, a Gaza) e altri gruppi. Le azioni di questo asse hanno un carattere pervasivo e mire tanto vaste da lasciare pochi dubbi che non si tratti affatto di un sottoprodotto del conflitto israelo-palestinese. Al contrario: Prodi sa ormai che la vittoria di Hamas a Gaza, con le atrocità di cui certamente sia Olmert che Abu Mazen gli hanno raccontato i terribili particolari, non è il prodotto dell'«occupazione», demonio onnipossente; il guaio più grande è l'esercito integralista che propone nuove sfide all'Occidente. Un alto ufficiale del Comando Sud ha detto a Prodi che circa 30 tonnellate di esplosivo e centinaia di missili antitank sono stati contrabbandati nella Striscia in un anno, che Hamas ha sviluppato una vera industria militare che produce Kassam e armi da fuoco in serie. Quando Prodi ha saputo che a Sderot sono piovuti in un anno 5000 missili e ha esclamato «Non è possibile vivere così», ha segnalato una verità che sfugge a gran parte della sinistra: Israele è un Paese attaccato che si difende. Così è stato anche con gli hezbollah, così con i palestinesi che nel corso di tutti questi anni hanno rifiutato ogni proposta dello Stato che di nuovo viene riproposto da Prodi («due Stati per due popoli») come soluzione. Ovvero: Prodi ha compiuto metà della strada che restituisce la verità del conflitto. L'altra metà è nella risposta strategica che le novità impongono, o almeno nel dubbio che le proposte odierne non siano consone alle novità. Abu Mazen deve sentire di essere messo alla prova: se desidera il compromesso, pure le brigate di Al Aqsa rifiutano la consegna delle armi e ripropongono la distruzione di Israele, e la popolazione ancora tentenna verso Hamas. La prova lo attende. Guardando alla natura dell'attacco a Israele, Prodi ha ben scorto la negazione della Shoah come nata nel «sonno della ragione» che combatte l'esistenza dello Stato ebraico, che sbandierata dall'Iran di Ahmadinejad e ripetuta dai suoi alleati e protetti ha una funzione direttamente politica. Anche qui, bisogna vedere se l'avere così fortemente denunciato la minaccia iraniana dalla sede appropriata, Gerusalemme, si svilupperà nella scelta, per esempio, di favorire sanzioni specificamente nazionali di banche e imprese, come è accaduto in altri Paesi. Infine: Prodi e Olmert, due leader la cui popolarità non è florida, si sono detti un po' ciò che ciascuno voleva sentirsi dire. Se la scelta dell'Unifil è stata ispirata a lodevoli criteri di pacificazione del confine sud del Libano, pure è altrettanto incontrovertibile che gli hezbollah si sono riarmati fino ai denti, che preparano una rivoluzione sciita-iraniana in Libano, che la Siria sobbolle una nuova guerra, che le armi sono passate dal confine siriano verso gli Hezbollah senza che nessuno fosse in grado di fermarle. Non è il caso di cantar vittoria, è il tempo invece dei dubbi, della cautela, della fantasia politica più innovativa. Olmert punta sulla visita di Condi Rice fra pochi giorni per cercare «un orizzonte per i palestinesi» tramite il rafforzamento di uno schieramento moderato, protettivo, rassicurante. Esso oggi, non esiste altro che nei sogni dei leader. Può funzionare solo le vecchie formule vengono rilette alla nera luce dell'odio che ha invaso il campo. Se Prodi lo vuole fare, sappia che «land for peace» può funzionare solo se si accompagna con la cocente sconfitta di chi sulla terra conquistata invece di scuole libere dalla propaganda della morte costruisce lanciamissili.

Libero il reporter della Bbc «Sepolto vivo per 114 giorni»

giovedì 5 luglio 2007 Il Giornale 0 commenti
Alan Johnston, il 45enne giornalista della Bbc è stato liberato dopo 114 giorni di cattività all’alba di ieri. L’ha rilasciato il gruppo integralista “Esercito dell’Islam” dopo giorni di durissima pressione da parte di Hamas. Pallido e affaticato, Johnston si è presentato ai giornalisti in compagnia del capo di Hamas Ismail Haniyeh, e ha dichiarato tutta la sua felicità, poi ha potuto parlare con la sua famiglia, e ha partecipato a una seconda conferenza stampa presso il consolato britannico a Gerusalemme. Il suo è stato un racconto dignitoso e drammatico: «Per me è stato come essere sepolto vivo - ha detto ricordando di essere stato detenuto a lungo in una stanza senza finestre -. Non c’è quasi stata violenza, ma sono spesso stati aspri e sgradevoli. Mi hanno minacciato di morte in modi diversi, erano pericolosi e imprevedibili». La liberazione di Johnston è un avvenimento molto felice. Per chi talora si trova al lavoro a Gaza e conosce l’imprevedibilità e il pericolo di quelle strade e di quella esplosiva formicolante vitalità ormai dominata dal potere islamista, il pensiero tragico del collega detenuto in una zona infestata dalla crudeltà di Hamas è stato per mesi un pensiero triste e minaccioso. Ma ora è bene decifrare il significato di questo evento, perché è esattamente il contrario di quello che Hamas ha voluto mettere in scena. Abbiamo visto alla conferenza stampa della mattina un Ismail Haniyeh (dopo lo scontro con Fatah, primo ministro della Gaza divenuta Hamastan) soddisfatto e sornione come un gatto col sorcio in bocca. Haniyeh ha messo in scena, vantandosi della propria “trattativa” con la fazione che deteneva Johnston, lo spettacolo della affidabilità del nuovo potere di Hamas a Gaza, lo show della sua capacità di mantenere l’ordine come esca per l’Occidente dopo il caos sotto il governo di Fatah; ha esibito ciò che talvolta si sente predicare da tutti i sostenitori dell’appeasement, ovvero la sostanziale preferibilità di un forte potere islamista come interlocutore rispetto a un potere moderato ma debole. Mutatis mutandis, è la differenza che corre fra l’Iran e i poteri sunniti moderati in Medio Oriente. Una parabola oltremodo interessante, che spiega meglio di tutti dall’interno Sofian Abu Zaide, ministro per i prigionieri del governo di Fatah: «Hamas ha generato e sostenuto nel suo seno gli uomini dei rapitori, dell’“Esercito Islamico” legato alla famiglia Dughmush, uno dei potenti clan della città di Gaza, padroni del quartiere di Zabre dove hanno sempre tenuto prigioniero Johnston. Estremisti che alzano un certo fumo parlando di Al Qaida, ma il nesso è Hamas. Tutti sapevano che Johnston era rinchiuso là, ma fino al momento che è parso strategico nessuno lo ha liberato per motivi umanitari. Hamas ha dato le armi alla fazione, Hamas l’ha fornita di denaro, Hamas le ha anche dato ordini fino a un certo punto, quando essa ha esagerato in autonomia. Hamas ha staccato decisamente la spina quando ha avuto bisogno di una riqualificazione agli occhi del mondo dopo aver spillato tanto sangue palestinese a Gaza. Ma è sempre col sangue e la libertà palestinese che oggi l’ordine che essi vantano viene pagato. E non ne uscirà niente di buono per nessuno se verrà dato credito a Hamas». Il gruppo dei rapitori si è nascosto dietro svariate sigle ideologiche, ma Hamas è rimasto sempre il suo interlocutore, la sua casa madre. E i rapimenti seguitano ad essere una sua arma: ne ha compiuto altri, ne pianifica ancora. Non solo: un anno fa la collaborazione fra questo gruppo e Hamas mise in atto il rapimento di Gilad Shalit, il soldato di leva israeliano rapito sul confine di Gaza, di cui si penhsa che sia nascosto dalla stessa gang, forse nello stesso quartiere. Ma per lui non è ancora il tempo della liberazione, se mai avverrà. Hamas lancia un piccolo amo per vedere se l’esca per l’Occidente è buona, e poi stabilirà un prezzo in prigionieri e altre misure che lo farà apparire un grande leader agli occhi dei palestinesi. Per far liberare Johnston sono occorse le maniere molto forti, alla moda di Gaza: il capofamiglia dei Dughmush, Mumtaz, ha fatto sapere che uno dei suoi figli Ahmed, di 28 anni, è stato rapito e ucciso sabato notte della settimana scorsa. Pochi giorni prima, Johnston era apparso in un video trasferito alla stampa con una cintura di tritolo alla vita mentre diceva di non tentare di liberarlo con la forza perché altrimenti sarebbe saltato per aria. Ma in Medio Oriente c’è un detto: quello che non si ottiene con la forza, si ottiene con più forza. Così è successo: Hamas ha circondato di armati la roccaforte dei Dughmush per 48 ore, anche i suoi hanno subito spari e ferite; pare che la minaccia, noncurante della cintura di Johnston, fosse semplicemente quella di eliminare tutto il clan, dice il cronista di Ha’aretz Avi Issacharov. E il clan allora si è piegato. I moderati sentono che l’Occidente tentenna. Ma tutti soffriranno, e per primi i palestinesi e gli arabi in genere, se questi ultimi verranno ritenuti da noi interlocutori plausibili. La loro sferza integralista si abbatterà per prima cosa sulle loro stesse popolazioni.
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