Il Giornale
L'illusione del dialogo
«Almeno ci siamo visti» ha detto Condoleezza Rice «speriamo di rivederci presto». Insomma, non è andata, e c’è da chiedersi cosa sarebbe successo se fin dal primo momento invece di fare politica alla vecchia maniera, ovvero illudendoci di spremere stabilità e pace da una situazione antitetica a questo concetto, gli Usa e l’Europa avessero detto a Abu Mazen, abolendo il buonismo speranzoso: è il tuo turno, non limitarti a puntare su un governo di coalizione con Hamas, da cui non otterrai altro che dispiaceri, dichiara la tua responsabilità, esponi l’idea che per ottenere uno Stato e il benessere si deve riconoscere Israele e rinunciare al terrore. Invece abbiamo preferito credere che fare il tifo per un governo di coalizione che calmasse le due fazioni che spargevano il loro proprio sangue nelle piazze di Gaza e della Cisgiordania, fosse di per sé garanzia; che un blocco in cui Abu Mazen sedesse insieme a Ismail Hanje, il primo ministro di Hamas, avrebbe finalmente predisposto il partito integralista islamico a comportarsi come un potere occidentale. E ancora ce lo aspettiamo.
Ci è di nuovo piaciuto sperare, mentre Condoleezza Rice arrivava in Medio Oriente. Gli Usa si sono ripresentati sempre alla ricerca di un successo mediorientale nella nebbia irachena, ma hanno usato una bussola di poco prezzo. Si è sperato che potesse ricominciare da qui la solita canzone: creazione di uno Stato palestinese, terra in cambio di pace sulla base del riconoscimento da parte della nuova coalizione Hamas-Fatah, ancora in fase di formazione, delle tre condizioni poste dal Quartetto. Riconoscimento dell’esistenza di Israele, lotta al terrorismo, riconoscimento degli accordi finora firmati fra palestinesi e israeliani. Adesso, esattamente come accadde all’indomani della vittoria di Hamas alle elezioni del gennaio 2006, si creerà di nuovo un clima di gentile possibilismo, che lascerà poi posto alla disdetta e allo stupore che seguì quando l’Europa si rese conto, in un mese, che Hamas non aveva nessuna intenzione di abbandonare il suo credo solo perché era arrivata al governo, e che dopo la distruzione dei templi e delle serre nella Striscia sgomberata, la nuova Gaza si armava fino ai denti nella prospettiva di una guerra con Israele.
Ieri, di fronte all’ennesima richiesta americana e israeliana di riprendere a parlare sulla base del riconoscimento delle condizioni del Quartetto, rifulgeva la verità accecante che la buona volontà di Abu Mazen non basta. Lui ripeteva di aver fatto quello che poteva, e che oltre non aveva potuto andare, e che chiedeva di dargli comunque fiducia. Una contraddizione in termini: perché se Abu Mazen alla Mecca è stato di fatto strumentalizzato da Hamas, non si vede proprio perché oggi le cose dovrebbero andare diversamente.
Alla Mecca l’accordo siglato, se lo si legge bene, altro non è che la messa in musica di due punti fondamentali dell’interesse di Hamas: il primo, smettere di spargere sangue in una guerra fratricida, e non è detto, nelle prossime settimane in cui si finalizzerà il governo, che possa funzionare; il secondo, disporre con la presenza di Abu Mazen e dei ministri del Fatah, di un gruppo dirigente che possa ricevere fondi dall’Europa e la legittimazione internazionale dopo il disastro del periodo Hamas.
Ma a legittimare Israele o cessare dal terrore, chi ci ha mai pensato? Khaled Mashal sul quotidiano Al Hayyat del 7 di febbraio ha dichiarato che questo tema non è mai neppure stato menzionato nella discussione della Mecca, e che la base dell’incontro tanto sudato è stato il “Documento di Accordo Nazionale” ovvero il “Documento dei Prigionieri” che si impegna a delineare uno stadio della lotta, quello della liberazione della Cisgiordania e l’istituzione dello Stato palestinese; solo, però, come premessa allo stadio successivo, quello del “diritto al ritorno” di milioni di palestinesi, che di fatto oblitera lo Stato ebraico.
Mashal spiegava anche che da ora in avanti «deve essere adottato un nuovo linguaggio politico che sia condiviso da tutte le fazioni... è una questione di esigenza nazionale». Un linguaggio buono anche per Fatah. Ma deve restare l’intenzione strategica, ripetuta come ha già fatto ieri Ismail Hanje nel commento all’incontro trilaterale: anche l’epos popolare, insomma, non deve allontanarsi dall’idea della riconquista di tutta la terra su cui sorge Israele.
Anche uomini del Fatah come Azam al Ahmed hanno confermato che la questione del riconoscimento di Israele non è mai entrata nella discussione della Mecca, e che né Hamas né per altro il Fatah sono stati richiesti di procedervi. Quanto al “rispetto” degli impegni presi dai precedenti governi, che si trova negli accordi, al Ahmed stesso ha spiegato che il PLO, l’ombrello che raccoglie tutte le organizzazioni palestinesi, può conservare i suoi obblighi, ma le varie organizzazioni possono invece conservare ciascuno la sua ideologia. Così, si crea la confusione per cui Abu Mazen potrebbe nel futuro trattare con Israele a nome dell’Olp, mentre Hamas, partner di maggioranza, di fatto non solo potrebbe conservare intero il suo disaccordo, ma anche agire con le sue armi, che tutti conosciamo, per distruggere gli accordi stessi.
Di nuovo, come ai tempi degli accordi di Oslo, si può ipotizzare realisticamente che una volta che fossero avviati da Abu Mazen su Gerusalemme e sui profughi, Hamas con l’aiuto anche di gruppi del Fatah come i tanzim e le Brigate di Al Aqsa, sarebbero pronti a lanciare una guerra come quella del 2001, per distruggerli. Ora Condoleezza ha dichiarato un “aspettiamo e vediamo” rispetto al governo che deve sorgere. Data la situazione di generale mobilitazione dell’islamismo mondiale, i contributi iraniani di decine di milioni di dollari a Hamas, l’impegno saudita per strapparli ad Ahmadinejad; Bashar Assad che si è appena recato in visita a Teheran e lancia proclami di comune guerra con il presidente iraniano; la mesta relazione dei servizi segreti dell’esercito israeliano che ieri hanno riportato che gli hezbollah sono già riarmati come lo erano prima della guerra (oh Unifil, dove sei tu?)... niente lascia immaginare un quadro di stabilizzazione in cui Hamas possa addivenire a quella tanto agognata “normalizzazione” che il mondo sogna. Fare una politica di pace fra Israele e i palestinesi non significa sognarla: guaio più grande non potremmo fare, sul piano locale e mondiale, che aiutare il governo a predominio di Hamas, fingendo di credere che parliamo con Abu Mazen.
I lavori sulla spianata
Di nuovo la spianata delle Moschee Al Aqsa e di Omar arde di presagi di scontri fatali, di giochi politici interni al mondo paletsinese e arabo, di nuovo la supposizione che Israele voglia impossessarsene o danneggiarla rischia di insanguinare il mondo. Lo spunto è quello della ricostruzione di un ponte che porta dal Muro del Pianto fino alla porta di Mugrabi, cento metri più in alto, e sostituire una passerella pericolante. Le manifestazioni hanno già raggiunto il Kashmir, dove venerdì si è svolta una violenta marcia per “salvare la moschea di Al Aqsa” minacciata dal “potere sionista”. L’eccitazione può diventare simile a quella causata dalle vignette su Maometto, e stavolta poichè lo spunto politico è legato a un simbolo religioso molto controverso e concreto, alla terza moschea nella scala dei luoghi sacri mussulmani (prima vengono la Kaasba alla mecca e la Moschea del Profeta a Medina) e mette in giuoco l’odio antisraeliano, sta diventando un’altra accusa del sangue. Il segnale più duro l’ha dato il discorso del capo del movimento islamico degli arabi israeliani Sceicco Raed Salah quando venerdì ha chiamato all’Intifada per “salvare” la Moschea e ha aggiunto che “la storia di Israele è inzuppata di sangue, gli ebrei vogliono ricostruire il loro tempio mentre il nostro sangue è sui loro abiti,sulle loro soglie, nel loro cibo e nella loro acqua”.
Qualsiasi cosa dica,quando gli inviati del governo Turco invitati da Ehud Olmert per verificare le accuse giungeranno davanti all’orrida passerella simile a una lunga pagoda vietnamita la spianata delle Moschee, troveranno quello che chiunque può constatare andando a vedere di persona: non c’è verità nelle accuse volte a Israele. Le Moschee, bellissime, se ne stanno sulla spianata tranquille, vuote di turisti perchè l’WAQF, che sotto il governo congiunto di giordani e palestinesi controlla i monumenti islamici e ne gestisce la conservazione e il management,ha deciso che solo i musulmani che vanno a pregare possono entrare, se non in casi particolari e selezionati (due settimane or sono sono entrata insieme a un gruppetto di giornalisti stranieri). Il ponte è del tutto fuori della Moschea, posa su territorio israliano, la causa della sua ricostruzione è legata a uno smottamento causato dalla neve che mette a rischio il Muro del Pianto, uno delle mura perimetrali, e non toccherà in niente la Spianata. Quello che però è evidente è che gli israeliani non rinunciano a mettere il naso, sia pure solo sulla parte di loro giurisdizione (fu Israele, comunque, a stabilire anche dopo che nel 67 Gerusalemme fu conquistata che l’WAQF avrebbe seguitato a essere la padrona di casa sui luoghi sacri) nella zona in cui, insieme al Muro del pianto, risiedono le maggiori aemorie archoelogiche di tutta la storia ebraica, dal regono di david fino alla cinquista romana e alla disctruzione del secondo Tempiuo, sotto e intorno la Spoianata delle Moschee.
Il piano di ristrutturazione del ponte avrebbe forse dovuto essere presentato al pubblico in maniera più articolata e ragionata, ed è per questo che il sindaco di Gerusalemme ha sospeso i lavori temporanemanente quando tutti hanno capito che la tempesta stava arrivando, ma anche se il piano fosse stato discusso per un anno, gli islamisti ne avrebbero fatto una scusa per scontri fatali in ogni caso, certo unificanti dopo gli scontri Fatah-Hamas. La passeggiata di Ariel Sharon nel 2001, autorizzata dall’WAQF, è stata fatta passare alla storia palestinese come una vicenda di violazione mortale che ha portato all’Intifada dei terroristi suicidi; l’apertura di un tunnel sotterraneo preesistente da parte di Netanyahu nel 1996 fu una causa di rivoluzione micidiale, con morti e feriti a decine da ambedue le parti. Adesso ecco un’altra storia fatale che non esiste.
Qual’è dunque la verità? “La verità “dice il professor Dore Gold ex ambasciatore di Israele all’ONU e capo dell’Jerusalem Center for Public Affairs autore di un nuovo libro su Gerusalemme “è che, dopo un lungo periodo in cui era pacifico anche per i mussulmani che le Moschee sorgessero dove un tempo sorgeva il Tempio degli Ebrei distrutto dai romani nel 70 dopo cristo ( ne troviamo ampia traccia nei loro scritti, e persino in un libro di Haj Amin al Husseini, il mufti che odiava gli ebrei tanto da diventare grande amico di Hitler) è stata infiltrata nella mente islamica la convinzione che quello sia un luogo di esclusiva appartenza mussulmana “dai tempi” così scrivono e dicono “della creazione del mondo, di Adamo ed Eva” e che la presenza ebraica stata inventata ai danni dell’Islam”. “La negazione dell’esistenza del Primo e del Secondo Tempio, oltre a essere ridicola”dice furioso il famoso archeologo Dani Barkay”è parte di una autentica degenerazione culturale post moderna, dove i fatti non contano ed è vero ciò che mi fa comodo. L’importanza di Gerusalemme, il fatto stesso che Cristo sia nato e sia stato crocifisso a Gerusalemme, che Mohammed abbia pregato epr un periodo volto a Gerusalemme, è legato al preminete potere temporale e spirituali deli ebrei e dei loro Templi. Pe me si tratta di un negazionismo ancora peggiore di quello di chi nega l’Olocausto, perchè non ci sono testimoni vivi nè fotografie, ne film a colpire la fantasie del pubblico, ma solo la follia della ripetizione della negazione di fatti noti e comprovati. Essa serve solo a delegittimare la presenza ebraica in Israele e a Gerusalemme”.La verità dei fatti ogni studioso e anche ogni persona di buon senso la sa, basata su testimonianze sia storiche (da Flavio Giuseppe allo storico greco Strabone, vissuti ambedue al tempo della distruzione del tempio, a una quantità di testimonianze che confermano le descrizioni bibliche) che di ritrovamenti archeologici. Se Arafat avesse visitato l’arco di Tito, in cui sono scolpiti le tragiche figure degli ebrei che portano a spalla candelabri e altri oggetti asportati dal Grande Tempio ebraico di Gerusalemme e marciano incatenati a Roma nel corteo trionfale dopo la conquista del tempio, forse avrebbe evitato la famosa figuraccia, quando, a Camp David, disse a Clinton che “il Tempio degli ebrei, tutti lo sanno, era un mito”. Clinton per la prima volta perse il sua proverbiale bonomia e lo apostrofò di fronte a tutti:”La diffido dal ripetere una simile stupidaggine, perfavore” disse sostanzialmente.
Sul Monte del Tempio (Ha ha Bait per gli ebrei, Haram el Sharif per gli arabi, ovvero Nobile Santuario)in genere identificato col Monte Moriah, il figlio di David re Salomone costruì il Primo tempio circa tremila anni fa, demolito poi da Nabucodonosor di Babilonia nel 586 a C. A Babilonia in un esilio già enormememtne pieno di quella nostaglia che destò, fra gli altri, la sensibilità di Giuseppe Verdi (“Va pensiero”..) gli ebrei tornarono a Gerusalemme e ricostruirono il tempio nel 535 che fu poi esteso dai re Seleucidi, gli Asmonei e poi nel primo secolo dopo Cristo da Erode Primo, che ne fece una delle meravilgie del mondo, oggetto di pellegrinaggi testimoniati in ogni dove. Gesù vi fece il suo bar mitzva e il suo pellegrinaggio con Maria e Giuseppe, e ancora si vedono gli scalini da cui salì al Tempio e le botteghe da cui cacciò i mercanti. Flavio Giuseppe racconta che il “Tempio era incredibile”, magnifico di marmi e di legni profumati, il Santo dei Santi in mezzo al terrapieno circondato da immense mura, intorno un porticato monumentale, più grande dell’Acropoli di Atene. La Bibbia descrive minutamente i luoghi, gli ornamenti, i riti. Erode fece costruire il terrapieno che oggi sostiene la spianata delle Moschee e di cui un fianco è oggi il Muro del Pianto, e nel cui ventre sono contenute probabilmente rovine che non si possono vedere se non in piccola parte camminando nelle gallerie che costeggiano il perimetro sotto terra. Dopo la grande distruzione romana e un periodo di abbandono e di ricostruzioni parziali durante le dominazioni bizantina, persiana, ummayyade, Abasside, dei Crociati etc, con la conquista mussulmana nel 638, poco più tardi la bellissima Qubbat al Sakra fu costruita su pianta ottagonale,un santuario e non una moschea, ricca di mosaici, vetrate, tappeti, colori affascinanti e sacre memorie del Profeta, che vi volò dalla Mecca sul suo cavallo Al Buraj. Nel ‘94 la cupola d’oro fu restaurata a spese dei giordani con i palestinesi padroni di casa della Spianata. La Moschea di Al Aksaa che sembra una grande basilica, fu costruita nel 1035, ornata di bellissimi doni di tutto il mondo mussulmano. La bellezza della grande terrazza è imponente, e si capisce bene l’amore dell’Islam per quello che essi ritengono uno dei loro loro luoghi santi fondamentali. Quello che non si capisce è il tentativo di obliterazione totale della presenza ebraica che pure grida la sua potentissima storia, dato che proprio là, sotto le belle moschee, il silenzio e il vuoto mistico del Santo dei santi,gridava il suo messaggio monoteista al mondo per la prima volta. Gli scavi archeologiic ebraici si concentrano tutti fuori del perimetro delle Moschee, mentre tonnellate di ogni tipo di rifiuti, in cui gli archeologi proclamano la indispensabile testimonianza e quindi, oggi, il disastro, sono stati scavati con ruspe e gettati a mucchi mentre l’WAQF ha compiuto i suoi scavi per costruire una terza moschea sotterranea, le “stalle di Salomone”. E’ pesante e sorprendente il silenzio degli organismi internazionali, che dovrebbero imporre con la loro autorevolezza una cooperazione archeologica che consenta alla cultura mondiale di accedere a tutte le possibili verità archeologiche e storiche.
Se Toaff fa il vampiro con gli ebrei
La politica estera non è un dettaglio
La politica estera non è, anche se a prima vista può sembrarlo, emendabile o negoziabile. Il governo non si illuda. È l’osso duro dell’anima, è una visione del mondo, è un ammiccamento che include o esclude da un universo morale che ti rende degno o indegno; è un vistoso veicolo di potere politico, su di essa si organizzano manifestazioni di massa che non costano niente anche a forze che la storia ha da tempo messo in crisi; sulla sua base ci si sente buoni e si distribuiscono facili accuse di aggressività e perfidia; si sanano i propri sensi di colpa verso il Terzo Mondo, si fanno litigate insanabili anche con vecchi amici.
Su Bush si schiuma, su Israele si fuma. Politica estera vuol dire dare libero adito a pensieri miserrimi come quelli che si figurano il Presidente degli Stati Uniti alla stregua di un cretino e i neoconservatori americani come cospiratori ebrei; questa politica estera lascia che affiori alla mente e sugli schermi televisivi l’idea che gli americani abbiano esploso da soli le Twin Towers o che Israele uccida apposta donne e bambini palestinesi, o che Hamas una volta al potere mostrerà una nuova ragionevolezza riconoscendo Israele, o che gli Hezbollah siano soprattutto una forza politica con cui trattare.
Politica estera può voler dire accucciarsi al calduccio della propria invidia verso Paesi con ideali e identità più saldi del nostro; rispolverare l’inconfessato desiderio di violenza rivoluzionaria; infischiarsene delle carceri di Cuba e dei dittatori che violano tutti i diritti umani in Paesi per cui un tempo sognavamo benessere e autodeterminazione; politica estera vuol dire ostentare scandalo al suono della parola «guerra» e con questo richiedere un applauso.
Dunque, al prossimo appuntamento col rifinanziamento della missione in Afghanistan, probabilmente non ci sarà altro da fare che constatare la potenza della politica estera come scelta culturale e politica irrinunciabile per la sinistra radicale, e allora sarà tempo di decisioni.
Ha ragione Francesco Rutelli quando dice: «La sinistra radicale ha passato il segno». Ma seguiterà a passarlo perché buona parte del consenso che raccoglie si basa sulla diffamazione degli Usa e di Israele, sulla convinzione che gli americani incarnino una politica imperialista e coloniale di dominazione del mondo. La sua base non la perdonerebbe mai se tradisse questi punti fermi.
L’antiamericanismo è un albero con radici assai profonde in Italia, da Mussolini a Bertinotti con in mezzo una schiera fittissima e variegata da Andreotti a Bettino Craxi, ha avuto ed ha molti alfieri. Cambiarla comporterebbe la volontà sia di scardinare i propri convincimenti ideologici che il proprio assetto conoscitivo della realtà internazionale, rendendoli molto più complessi di quello odierno. Si tratterebbe di attribuire la gravità necessaria all’attacco del terrorismo della Jihad armata, alla sua campagna d’odio che ha cambiato la cultura mondiale e che di fatto costringe quasi in tutte le parti del globo a tipologie diverse di scontro, che in alcuni casi sono una vera e propria guerra. E le guerre possono essere più o meno ben condotte, più o meno funestate dall’uccisione di civili sempre presenti nella guerra asimmetrica; può essere che gli Usa talvolta abbiano sottovalutato la forza dei nuovi eserciti terroristi. Ma, certo, non potevano evitare il combattimento come non potremo evitarlo noi una volta attaccati. E l’attacco contro tutto l’Occidente è già in buona parte attivo come si vede dalla proliferazione del terrorismo.
Questo può riconoscerlo la sinistra radicale? Pare improbabile, così come pare impossibile che questa sinistra riesca a mettere l’Iran al centro del rischio mondiale e della guerra terrorista, come è del tutto ragionevole fare; non ce la vedo a collocare il rapporto con gli Stati Uniti nel quadro di una indispensabile alleanza democratica e antiterrorista come è invece indispensabile oggi.
Se questo non avverrà perché mai l’ultrasinistra dovrebbe accettare il rifinanziamento della missione in Afghanistan? Quando si giungerà a quel voto le contraddizioni in seno al governo devono essere lasciate affiorare in tutta la loro importanza per due motivi. Il primo, idee balorde come quelle dell’ultrasinistra in politica estera non devono essere parte di una alleanza di governo che si rispetti. Non siamo in Venezuela qui. Gli «Hezbollah abbraccetto» devono restare un disgraziato episodio, anche per il bene di una sinistra moderna.
E, in secondo luogo, perché la missione in Afghanistan non sembra avere nessuna chance di svanire nell’aria con una crisi politica. La sua ragionevolezza costringerà qualsiasi governo a rifinanziarla quanto prima.
I kamikaze palestinesi tornano a colpire Israele
È un attacco terrorista molto particolare e carico di pessimi pronostici quello che ieri ha riempito di orrore e di sangue la cittadina di vacanze di Eilat, dove il mare e il cielo di un blu assurdo si incontrano col giallo del deserto del Negev. Alle nove e mezzo di mattina in una panetteria situata al sud della città in una zona di acquisti è entrato un ragazzo giovane e di strano aspetto, la giacca scura rigonfia e abbottonata in una giornata in cui tutti indossavano soltanto la maglietta. Prima che i giovani padroni del negozi potessero rendersene conto, era fatta: un boato, il sangue, le grida. Tre morti oltre al terrorista suicida, Mohammed al Saqsaq, 21 anni, della cittadina di Beith Lahia a Gaza, erano stati ormai smembrati, colpevoli soltanto di essere andati a comprare il pane. Al Saqsaq era stato trasportato ai margini di Eilat da un colonnello delle Riserve che, dandogli un passaggio, si era insospettivo per il suo atteggiamento e la giacca chiusa. Il colonnello ha avvisato la polizia: è possibile che il terrorista si sia fatto esplodere quando ha udito le sirene delle forze dell’ordine. L’attacco è stato rivendicato soprattutto dalla Jihad islamica, una organizzazione piccola, radicata sia a Gaza e in Cisgiordania e con sede a Damasco, completamente legata all’Iran, ai suoi fondi, ai suoi ordini. Ma anche le Brigate di Al Aqsa, ovvero la mano terrorista del Fatah l’ha fatta sua, oltre a un’altra nuova organizzazione, «L’esercito dei credenti». Un segnale di unità che potremmo chiamare laico-religiosa intesa che vuole dare un’indicazione ai palestinesi in guerra fra di loro. Dice: uccidiamo gli israeliani invece di proseguire la guerra fra di noi.
Quello di ieri è un attacco che segna la ripresa dopo nove mesi dell’uso del terrorismo suicida, nove morti a Tel Aviv: Ehud Olmert, il primo ministro israeliano, ha detto: «Ci eravamo illusi ormai che ci fosse una certa quiete». Il nuovo attacco forse segna davvero la fine della tadiah, una sorta di tregua parziale che se non ha impedito il lancio dei kassam da Gaza e la risposta israeliana, pure ha trattenuto le parti in causa da una guerra più larga. Adesso sia Avi Dichter, il ministro degli
interni ex capo dei servizi segreti, lo Shin Beth, che il ministro della Difesa Amir Peretz dichiarano che i terroristi non troveranno rifugio in una tregua che non esiste, e che quindi la guerra può allargarsi.
In secondo luogo, la rivendicazione del portavoce della Jihad islamica, con la maschera nera e il mitra, ha spiegato le sue intenzioni: «Ci siamo tirati indietro per dare a Hamas e Fatah la possibilità di trovare un accordo. Visto che non hanno raggiunto niente a livello governativo - ha aggiunto letteralmente - ci siamo votati di nuovo alle operazioni di martirio». Ovvero: per rispondere alle loro stragi interne (si calcolano fino a 60 uccisi) la Jihad propone un’ulteriore escalation, a spese di Israele: fermare il sangue dei contendenti col sangue innocente delle vittime del terrorismo. Può darsi che funzioni. Qualche giorno fa anche Abu Mazen in un comizio invitò i palestinesi a puntare i fucili non l’uno contro l’altro ma tutti contro il «nemico sionista». Anche il portavoce di Hamas considera come un fatto «naturale» attaccare i civili israeliani.
Mohammed al Saqsaq è entrato, così sembra, dall’Egitto: ciò significa che da Gaza ha potuto passare nel Sinai; là ha potuto viaggiare, certo in auto, lungo il confine israelo-egiziano fino a trovare l’ingresso. Era quasi certamente armato e accompagnato. E chi è stato in Egitto sa che il regime può essere molto determinato quando si tratta di controllare ingressi e strade. Qui non lo è stato.
Infine, il suicida viene da una famiglia militante, e pare che, fatto inusuale, avesse avvertito due giorni prima la madre e il fratello Naim. La madre, senza una lacrima e affaccendata nella tenda di onore che sempre si prepara per i parenti e gli amici dello shahid, fra cui bambini certo indottrinati con l’esempio di Mohammed al Saqsaq, si è detta fiera e desiderosa che tutti i suoi figli diventino «martiri», e ha rivelato che il figlio le aveva confidato quello che voleva fare.
Sui sentieri della parte egiziana del Sinai che costeggia Israele in questi ultimi tempi hanno tentato la fortuna verso Israele col loro carico di tritolo un centinaio di terroristi in un anno. Sono strade percorse da Al Qaida, da vari fornitori di armi e di uomini di varie provenienze che con l’aiuto iraniano promuovono la trasformazione di Gaza in una fortezza sullo stile di Hezbollah: è la solita orchestra terroristica internazionale, ormai tentacolare e ricca, che ieri ha messo nel carniere due poveri panettieri e un lavoratore nella città di vacanze di Eilat.
Attenti, la Shoah può ripetersi anche domani
Questo Giorno della Memoria ha un titolo brutale nella sua concretezza, non è fatto solo di dolore, di stupore, di storia: si chiama «Gli ebrei sono di nuovo minacciati di sterminio», e punta un faro accecante su Mahmoud Ahmadinejad, presidente dell’Iran. Lo conferma anche la risoluzione votata ieri a larghissima maggioranza dall’Onu, che isola il regime degli ayatollah, condannando la negazione della Shoah, oggi la sua principale arma ideologica e strategica.
La memoria della Shoah fino ad oggi non ha avuto la capacità di evitare il ripetersi di altri genocidi, il motto «never again», «mai più» che diventò la bandiera del mondo democratico uscito dalla seconda guerra mondiale, non ha funzionato. L’Onu, basato sulla Carta dei Diritti dell’Uomo, che doveva essere lo scudo di difesa contro ogni discriminazione, ha fatto invece da amplificatore di dinamiche perverse che hanno semmai offerto rifugio all’antisemitismo e al fanatismo ideologico. Basta guardarsi intorno per vedere che dalla Cambogia al Darfur, si sono potuti e si possono sterminare uomini donne bambini innocenti senza che nessuno alzi un dito, per pavidità e o convenienza politica. Oggi persino gli ebrei, dopo quello che hanno attraversato nel passato e che sembrava anatema a qualsiasi ulteriore discriminazione e persecuzione, sono di nuovo soggetti a molteplici promesse di sterminio, quelle potentissime e ben attrezzate dell’Iran e degli Hezbollah, quella sempre meglio armata di Hamas, quella di Al Qaida e, nel sottofondo, quella di tutto l’antisemitismo anti israeliano delle chatting classes che dicono sulle riviste alla moda, nelle accademie e nei salotti: «Israele è stata un errore». Secondo un gruppo di studio di Yad va Shem, il Museo dell’Olocausto di Gerusalemme, ci sono nel mondo 46 punti caldi dove sono in corso o ci si possono aspettare esplosioni di odio genocida: Zimbabwe, Burma, Congo, in Macedonia dove per ora il fuoco è stato spento dall’Europa e la Nato, a Sumatra, in Indonesia...
Dice il professor Yehuda Bauer, direttore di Yad va Shem, che ogni popolo è genocida in potenza, ma che la massa d’odio bene armata e presto dotata di bomba atomica della jihad ha precedenti solo nel nazismo. E aggiunge Nathan Sharansky, l’ex dissidente sovietico in seguito ministro in Israele, che oggi l’opinione europea per cui Israele deve sparire, è più larga di quella che nel 1939 era a favore del programma nazista di espellere gli ebrei dal Vecchio Continente. Il fatto che la maggior parte degli ebrei sia oggi raccolta in una piccola area circondata da nemici, suscita la fantasia realistica di poter condurre a un fine concreto il più lungo odio del mondo, e più volte infatti l’Iran ripete che spazzerà via Israele con un solo colpo, che per l’Iran e per il mondo musulmano, così grandi, vale comunque la pena. Ahmadinejad, il cui fine ultimo è far giungere su questa terra il Dodicesimo Imam, il Mahdi, per portare il mondo alla redenzione, non è affatto pazzo nonostante la sua convinzione messianica: l’antisemitismo totale è una chiave egemonica molto efficace per gli sciiti e i sunniti tutti.
Non c’è bambino musulmano che non venga allevato nell’idea che gli ebrei sono «cani e scimmie»: basta accendere una qualsiasi tv orientale. La piccola Basmallah, in Iran, lo ripete all’intervistatore, che la loda entusiasta; le strade di Gaza mostrano, filmati dalla Bbc, bambini che ripetono che gli ebrei sono mostri assetati di sangue e che vogliono farsi martiri della guerra per distruggere Israele; a un dibattito televisivo in Bahrein famosi intellettuali dibattono perché «il tradimento sia parte della natura di quella razza», in Egitto, in Siria, in Libano, le tv mandano in onda serial in cui la teoria della cospirazione e quella del sangue vengono plasticamente rappresentate per decine di puntate, con ebrei che tagliano il collo ai bambini per ricavare sangue per le azzime di Pasqua, e Theodoro Herzl che raccoglie soldi nei bordelli; I Protocolli dei Savi di Sion sono ovunque best seller. Ahmadinejad non si limita alla propaganda: il Daily Telegraph ha riportato ieri che un accordo con la Corea del Nord gli consentirà di sperimentare la bomba atomica entro un anno; l’acquisto di missili antiaerei russi Tor M-1 dimostra che il Paese degli ayatollah si prepara alla guerra, mentre pare sia completato il riarmo degli hezbollah e l’esercito privato di Hamas, ambedue organizzazioni impegnate a distruggere lo Stato d’Israele.
Una schiera di intellettuali e politici occidentali partecipa alla propaganda di delegittimazione: il sindaco di Londra Ken Livingstone, dice che Israele non deve esistere; Steve Walt e John Mersheimer, due professori di Yale, firmano uno studio per cui la lobby ebraica guida la politica estera americana; Jostein Gaarder l’autore di Il segreto di Sofia, vuole vedere Israele sparire; i politici europei non si peritano di affermare che Hezbollah e Hamas non sono realtà terroriste anche se da soli si dichiarano antisemiti militanti (rimando alla Carta di Hamas)...
Nel Giorno della Memoria di quest’anno le riunioni e i discorsi forse hanno qualche significato in più rispetto al consueto reciproco certificato di buona condotta che i vari partecipanti alle cerimonie attribuiscono l’una all’altra: le ragioni sono due. Quella della discussione sulla proibizione della negazione della Shoah, e le affermazioni del presidente Giorgio Napolitano sull’identificazione di parte dell’antisemitismo contemporaneo con l’antisionismo. Su questo, chi per anni ha sudato a dimostrare l’evidenza del teorema, non può che sentirsi un po’ meno solo.
Quanto al negazionismo, le discussioni sulla libertà di opinione sembrano inutili: non di opinioni sulla Shoah si tratta, non si chiede se fu bella o brutta, ma se avvenne. E mai evento storico fu più provato, i testimoni sono ancora, grazie al Cielo, con noi; le foto, i documenti, non si limitano a parlare, gridano: il negazionismo, specie quello delle scuole chiamate «madrasse», è una forma di incitamento; una bugia, non un’opinione. Oggi è l’arma strategica che minaccia tutto l’Occidente, strumento di una guerra non solo contro gli ebrei.
Se vogliamo davvero dunque dire «mai più», se la Memoria deve sopravvivere e guidarci, il compito è duro. La strada è quella della politica e della diplomazia al momento; e domani, non sappiamo. Comunque, è semplice: si tratta di combattere Ahmadinejad e i suoi.
Katzav, il sogno di Israele diventato vergogna
Scandalo, stato di choc, disgusto, è dir poco quando si parla dell’angoscia di Israele da quando ieri l’Avvocato dello Stato Dani Masus ha prospettato l’incriminazione del presidente della Repubblica Moshe Katsav addirittura per stupro oltre che per molestie sessuali con abuso di potere nel posto di lavoro, frode nell’acquisto col denaro pubblico di doni privati, ostruzione della giustizia. È da luglio che i giornali corrono dietro a Aleph, la prima delle impiegate della Presidenza che ha accusato Moshe Katzav di malcomportamento sessuale, e dopo di lei se ne sono aggiunte ben altre nove, fra cui una segretaria che lavorava al ministero del Turismo quando nel 1998-99 Katsav siedeva in quel ruolo, che l’ha accusato di averla proprio stuprata. Delle dieci che sono andate alla polizia, quattro sono state ritenute credibili. Gli avvocati del Presidente dicono che egli combatterà fino all’ultimo, che il pubblico non deve giudicare prima di sapere bene che cosa dicono le accuse, che si ignora se le donne di cui non si conosce l’identità siano credibili, e che il Presidente combatterà fino all’ultimo per provare che tutte le accuse contro di lui sono una fabbricazione malvagia. Gli avvocati del presidente David Lib’ai, un ex ministro principe del foro, ha ripetuto ieri che ancora l’avvocato dello Stato Mazouz non ha deciso fino in fondo se incriminare il presidente, e che potrebbe ancora ricredersi. Ma data l’accuratezza della lunga indagine di Mazouz, l’insistenza con cui per ben sei volte gli inquirenti sono tornati a interrogare l’accusato nella casa presidenziale nel centro di Gerusalemme del presidente, sempre più triste e sola via via che i mesi passavano, Katzav che domani parlerà, ha un bel dire: la gente, laCamera dei Deputati, si aspettano quasi disperatamente che finalmente, dopo aver resistito sulla sua sedia per più di sei mesi da quando si è aperta la vicenda, il presidente si decida a dimettersi così da permettere alla giustizia di compiere il suo corso. Se questo non dovesse accadere, occorrono novanta firme dei 120 membri del Parlamento per dimettere il presidente. Ma tutti, e specialmente la gente d’Israele, si aspetta che l’uomo sgomberi il posto di rappresentanza così importante per un Paese sempre attaccato, sempre controverso, spesso in guerra con nemici che fra l’altro in queste ore trasmettono con tono sprezzante e satirico le notizie su Katsav. «Vorrei chiedergli nel nome dei miei figli di dimettersi quanto prima, che smetta di riempire la nostra vita con tutta questa oscenità, con queste volgarità senza senso» mi dice al telefono un’amica che ha quattro figli di cui due nell’esercito. Questa richiesta risuona nei mercati, nelle scuole, nelle strade. Tutti si guardano l’un l’altro e dicono: «Che vergogna. Speriamo che si dimetta subito ». Per capire quale dolore porti la vicenda all’israeliano medio, bisogna comprendere sostanzialmente due punti: il primo riguarda Katsav stesso, che divenuto nel 2000 presidente a soli 54 anni, era nato nel ’45 in una città iraniana, aveva patito la fame con i suoi fin da bambino (era immigrato con la famiglia fuggendo alle persecuzioni a sei anni), aveva lavorato per costruire con le sue mani, insieme agli altri poveri immigranti pieni di fede nel futuro nella nuova nazione ebraica, le case e le strade di Kiryat Malachi, la cittadina di cui era diventato sindaco a soli 24 anni, eletto nelle file del Likud. Da allora, in un coppia che sembrava di ferro insieme a Ghila, un’insegnante piccola e grassoccia, che ha sopportato tutto con dignità e poche cadute di tristezza, che non ha mai abbandonato il suo uomo, ha ricoperto varie cariche ministeriali, ha incarnato il sogno di emancipazione di tanti ebrei mediorentali profughi dai Paesi d’origine, un sefardita quieto e signorile, una figura pacificante, un religioso senza fanatismi. Forse il suo basso profilo, il suo tono troppo basso, e qui veniamo al secondo punto, strideva tuttavia con la storia di grandi anime che sono state nel passato presidenti dello Stato di Israele, leader originali, speciali, simbolici della creativa del nuovo stato: i primi nomi che vengono in mente sono quelli di Chaim Herzog, una figura torreggiante come intellettuale e fondatore del sionismo, Yzchak Ben Zvi o Zalman Shazar, pionieri e saggisti autori di libri di storia e di teoria; oppure scienziati, politici, soldati, come Ephraim Katzir, Yzchak Navon, Ezer Weizman. Katsav con la sua storia di sacrifici che piaceva al popolo aveva battuto 67 voti a 53 la candidatura di Simon Peres, a sua volta un gigante, e aveva lasciato tutti stupefatti. Che dire oggi? Quando la storia esplose, era fresca la delusione per una classe dirigente che non aveva saputo vincere la guerra del Libano, e Katsav si è come confuso, mimetizzato nel senso di crisi generale che ha offuscato il Paese per diversi mesi. Adesso quel tempo ha ceduto il passo a un’accanita determinazione di emendarsi per prepararsi alle prossime sfide, come si vede dalla sostituzione rapida del capo di Stato Maggiore appena dimessosi con quello nuovo, Gabi Ashkenazi, e dalla dura messa in discussione anche di Olmert e di Amir Peretz. Israele chiede a gran voce che il Presidente metta via la maschera del business as usual che ha mantenuto fin qui, e che ceda alla richiesta della gente, che si lasci processare. Che si dimetta. Quando avrà luogo, non sarà un processo facile, si svolgerà probabilmente a porte chiuse, ma in Israele tutte le porte chiuse sono aperte alla stampa, e del giovane presidente che aveva tanto sofferto e che rappresentava una speranza per tanti che come lui hanno sudato e sanguinato per costruire Israele, si parlerà molto ancora, nei particolari certo, e inmodoscioccante. È ironico e triste ricordare il suo augurio all’inizio del suo mandato: «Con l’aiuto di Dio, cercherò di influenzare per il bene».
Chi gode dei crampi di Israele
Un paio di dibattiti, qualche articolo e si capisce in fretta che i crampi di Israele danno una certa soddisfazione, una specie di punizione cosmica a un Paese spesso colpevolizzato e anche criminalizzato: il Capo di Stato Maggiore Dan Halutz si è dimesso, il grande esercito israeliano, Tzahal, chi l’avrebbe detto, ha mostrato con la Guerra contro gli Hezbollah una serie di falle. E non solo l’esercito, ma anche la leadership politica è in profonda crisi, e se ne chiedono le dimissioni. Ehud Olmert non gode più della fiducia che portò al potere Kadima con 29 seggi; il suo ministro della Difesa Amir Peretz, laburista, secondo i cittadini israeliani, deve volare via. Era il segretario del sindacato, dice la gente, doveva accettare un ministero sociale o economico. Ogni sua uscita, anche in questi giorni in cui si sceglie il nuovo Capo di Stato maggiore, appare impropria. Tzipi Livni, la ministra degli Esteri, un tempo pupilla di Sharon, è stata a sua volta molto ridimensionata. Come se non bastasse, Olmert sta per essere interrogato per l’eventuale favoreggiamento dell’acquisto da parte di suoi amici di una grande banca. E il presidente dello Stato di Israele Katzav è sospettato addirittura di stupro. Non c’è dunque dubbio alcuno che la classe dirigente israeliana sia in stato di sofferenza; qualcuno racconta che appoggiato a un muro alla Camera dei deputati Olmert mormorasse: «Mi uccidono». Di fatto la tv, i media tutti, molti politici fra cui il trenta per cento del suo stesso partito, il controllore dello Stato, il pubblico, la commissione Winograd che sta concludendo le sue indagini sulle responsabilità della guerra dello scorso agosto, chiedono che la presa di responsabilità non si fermi a Halutz.
La massa di pressione porterà presto a altre dimissioni. Vedremo senz’altro rotolare la testa di Peretz, e probabilmente anche quella di Olmert. E se non sarà lui a scegliere la strada del ritiro dalla scena, le primarie del suo partito ve lo costringeranno. Per Tzipi Livni, è difficile prevedere: dipende molto da quanto risulterà fruttuosa la sua politica della mano tesa verso i palestinesi, che ieri ha portato alferimento a Abu Mazen di cento milioni di dollari.
Che cosa tuttavia significa questo crisi? Se l’opinione pubblica europea si immagina forse che Israele sia davvero «un albero ammarcito» come ha detto il presidente dell’Iran Ahmadinejad in uno dei suoi tanti discorsi genocidi che condannano a morte gli ebrei, se immagina una crisi di ripiegamento dopo una sconfitta, un segnale strutturale di sofferenza e di ripiegamento morale della classe dirigente israeliana che potrebbe portare a conclusioni fatali... bene, è molto difficile per chi conosce bene la situazione immaginare che si tratti di questo.
Questo gruppo dirigente, compreso il capo di Stato maggiore, possono essere denominati «la squadra dello Sgombero di Sharon». È infatti sull’ipotesi che lo sgombero di Gaza avrebbe portato a un’apertura di dialogo con i palestinesi e a una loro presa di responsabilità su una porzione di territorio fino allo Stato palestinese, che erroneamente si forma questo gruppo. Difatti la prima grande operazione militare di Halutz fu lo sgombero di Gaza dell’agosto 2006, portata a compimento con «determinazione e sensibilità» come recitava lo slogan dell’esercito, senza feriti o morti nonostante la situazione esplosiva. Il secondo passo del governo fu promettere un largo disimpegno anche dal West Bank, e già si studiavano le mappe quando alcuni fattori determinanti portarono un cambiamento sul campo: Hamas distrusse le sinagoghe e le serre rimaste in piedi a Gaza, piazzò i missili kassam di cui cominciava a fare largo uso, e sulla piattaforma della negazione dell’esistenza dello Stato di Israele lanciò una fase di aggressività che si innestò su altri processi importanti. È infatti allora che Ahmadinejad, già dal dicembre del 2005, lancia la sua politica nucleare esplicitamente dedicata alla distruzione di Israele, mentre i suoi alleati più vicini, gli sciiti estremisti islamici Hezbollah, al servizio anche della Siria che cura il loro rifornimento di missili a lungo e breve raggio, preparano la prossima guerra. L’interesse della Siria nel controllo del Libano si arma del desiderio Iraniano di farne la prossimaa islamica. Insomma, intorno a un gruppo dirigente israeliano formato per la pace quasi esclusivamente da civili, come Olmert, Livni e Peretz, si crea una situazione completamente nuova. La sorpresa di Israele è bruciante, ma soprattutto è fatale perché cade sulla frontiera di un problema mondiale. E non solo Israele ma il mondo intero ancora non ha trovato nessuna risposta convincente a eserciti e armamenti terroristi destinati a un uso integralista islamico.
In secondo luogo, la guerra con gli hezbollah non è stata vinta dal generale Halutz proprio perché mancava la capacità strategica di affrontare la novità del conflitto asimmetrico. L’insuccesso è stato grave: non sapere bloccare la novità dei missili di breve gittata e non riportare a casa i soldati rapiti. Ma guardando più a fondo, i lanciamissili dei proiettili a lunga gittata sono stati tutti distrutti, gli hezbollah hanno perso 500-700 uomini, più di tutti quelli perduti negli ultimi vent’anni; la determinazione nel rispondere in maniera immediata e diretta del governo israeliano ha restaurato un elemento di deterrenza che Nasrallah, il capo degli hezbollah, ha denunciato quando ha detto: «Avessi conosciuto la reazione israeliana, non avrei rapito i loro soldati». Tuttavia, ci sono stati una serie di gravi errori, il più importante quello di puntare sull’aviazione. Ma sullo sfondo di questo errore, soprattutto c’è stato quello costruito nel profondo di questo gruppo dirigente: l’illusione, costruitasi durante i falliti accordi di Oslo, che la guerra non si sarebbe ripresentata. L’esercito era declinato, le riserve non erano preparate, i rifornimenti e le armi erano debolmente usate, e l’uso strategico dei missili a breve gittata non era stata valutata.
Ma con la guerra Israele ha imparato cose molto importanti, e le dimissioni severe e cariche di senso di responsabilità di Dan Halutz, eroe di guerra e anche però dello sgombero, mette in moto la macchina delle responsabilità, della revisione della catena del comando e della ristrutturazione delle strutture di difesa (si è già in fase di costruzione di un sistema di difesa antiaerea per i kassam)istino delle esercitazioni intensive. Ma c’è la classe dirigente per il ricambio?
La democrazia nata e formatasi in una guerra imposta in tutti questi anni ha formato una quantità di quadri specializzati che sono al contempo accademici e militari. Basta prenderne due contrapposti, e oggi messi da parte, ma probabilmente di nuovo presto in giuoco per capire di che cosa si parla. In una foto del 9 maggio 1972 si vedono insieme in tuta bianca, travestiti da tecnici, ritti sull’ala di un aereo Sabena, Ehud Barak, Binyamin Netanyahu, Danny Yatom. Sono impegnati nel salvataggio di cento ostaggi rapiti in un sequestro aereo... Ehud Barak allora colonnello, più tardi è stato capo di Stato maggiore, poi il Primo ministro che tentò il tutto per tutto a Camp David con Arafat, e si trovò di fronte a un rifiuto. Netanyahu, conservatore, anch’egli nella «Sayeret Mathal», l’unità speciale che ha fatto cose impossibili, uomo di destra mentre Barak è di sinistra, è stato a sua volta primo ministro. Danny Yatom, laburista, poi capo del Mossad nel 1996, correrà anche lui per la leadership. Altri nomi di grande spessore come Yuval Steinitz, accademico, ex presidente della Commissione esteri, o Shaul Mofaz, ex capo di Stato maggiore e ex ministro della Difesa, o Avi Dichter, accademico, ex capo dei servizi degli Interni, lo Shin Beth, o i vecchi Shimon Peres e Fuad Ben Eliezer... e ancora tanti altri sono là a formare la solita classe dirigente israeliana, proprio quella che ha fatto fiorire il deserto e ha vinto tutte le guerre. E anche l’esercito si prepara di bel nuovo: e chi è stato al fronte durante la guerra e ha parlato con ufficiali e soldati, sa che sognarsi che la demotivazione prenda possesso del cuore degli israeliani, è fuori luogo. Una democrazia in guerra non può cadere preda della depressione.
Il nuovo esercito imparerà dai troppi errori della guerra
Un capo di Stato maggiore, il Ramat Kal, come si dice con un acronimo, nell’immaginazione collettiva della società israeliana è più di un primo ministro: i soldati di leva affrontano la possibilità di morire sulla sabbia di Gaza o in un bosco del Libano misurando quanto ne valga la pena sul suo modo di parlare, di sorridere, di guardare negli occhi, di camminare, di essere cool e giusto al contempo. Dan Haluz sapeva stare fra i suoi ragazzi con autorevolezza e cameratismo. Ma ieri si è dimesso, e la società israeliana trattiene il respiro. Olmert ha espresso il suo rincrescimento, e in realtà, dopo tante critiche e attacchi, ora che il 58enne Dan Halutz ha deciso di andarsene con poche parole e nel rispetto dei tempi di un’ordinata successione, molti parlano della sua calma, della sua sincerità e purezza d’animo con un respiro di sollievo. Le grandi pulizie sono cominciate, Israele può ricominciare a lavorare sodo per il prossimo match. Halutz era un gran tipo, come si conviene a un aviatore di prima classe, crema della crema dell’esercito: che era stato capo delle schiere degli F16 e 15m, i delicatissimi uccelli che devono sapere discernere fra la prevenzione del terrorismo e la punizione collettiva guardando dalle nuvole e oltre. Era capace di fermare un’operazione in grande stile perché una donna palestinese stava attraversando una strada vicina all’obiettivo, ma anche di rispondere a un reporter «una vibrazione nelle ali del mio F16» quando quello gli chiese che effetto faceva il bum dell’esplosivo lanciato su una casa di Gaza durante un’operazione di eliminazione mirata. Aveva compiuto grandi operazioni (come l’eliminazione dello sceicco Yassin) e qualche guaio serio, quando oltre che all’obiettivo ci sono andati di mezzo dei civili. Durante la guerra, l’abbiamo incontrato cento volte sul campo in prima linea fra le katiushe che piovevano, ma il coraggio non gli è bastato a vincere la guerra. Dan Halutz non ha perso contro gli hezbollah, ma non ha vinto: non ne ha fermato i missili, non ha distrutto la forza di Nasrallah, né il suo rapporto con la Siria e l’Iran. Così, dopo tro mesi e mezzo di angoscia sostenuta con classe, si è dimesso. Israele è sottosopra. Halutz se n’è andato poche settimane prima del rapporto della commissione Vinograd, che mette sotto processo per la guerra sia militari che politici. Può portare alla frana di Ehud Olmert, il suo governo e la sua politica. È certo, come già si sente alle tv arabe, un’occasione di festa per Ahmadinejad, gli Hezbollah, Hamas. Annuisce all’osservazione e si accarezza la barba rispondendoci il generale delle Riserve Yaacov Amidror, che guida la commissione militare di indagine sui servizi segreti prima e dopo la guerra. È l’inizio di un terremoto? «La commissione di indagine concluderà il suo lavoro, e allora anche i leader del governo dovranno saper essere esempio di senso di leadership, come ha fatto il capo di Stato maggiore». Generale, le dimissioni di Halutz mandano ai vostri nemici in fondo un messaggio di confusione, di senso di sconfitta... Si rende conto della caduta di immagine dell’esercito israeliano? «I nostri nemici dopo un giorno di soddisfazione, sapranno riconoscere nelle dimissioni di Halutz il segnale della volontà assoluta di rimediare ai guasti e approntare di nuovo un esercito formidabile. È quello che faremo e che già stiamo facendo». Per arrivare, in Israele, alle dimissioni del Ramat Kal, i suoi errori devono davvero essere stati grandi. «Intanto, il motore primo di queste dimissioni è il fatto che la democrazia si esamina, si critica, si mette in discussione e permette il ricambio, anche in maniera brusca. I leader devono pagare per i loro fallimenti, totali o parziali, la democrazia impone che chi non colpisce l’obiettivo, paghi». Quella del Libano è stata una guerra perduta? «No, gli hezbollah hanno subito anche un duro smacco, ma abbiamo mancato alcuni obiettivi basilari. I missili, come ha visto, hanno seguitato a cadere su Israele fino all’ultimo giorno di guerra, e gli hezbollah non sono stati distrutti. Gli errori che hanno causato questo risultato? Il primo è stato quello di non aver capito che si doveva mobilitare subito gli uomini delle riserve; il secondo quello di non aver usato la fanteria per una penetrazione massiccia, di terra, del sud del Libano. Halutz si è fidato dell’aviazione, ha voluto evitare l’impantanamento delle truppe, e ha sbagliato». Immagino che il prossimo Ramat Kal non apparterrà all’Aviazione. I due candidati, adesso, sono Moshe Kaplinsky, il vice di Halutz, e Gabriel Ashkenazi, oggi direttore del ministero della Difesa. Uno dunque più interno e vicino a Olmert, l’altro al ministro della difesa Peretz, e più distante da Halutz. «Ambedue sono ottimi soldati, ambedue appartengono ai Golani, le nostre migliori divisioni di terra; ritengo che per il capo di Stato maggiore sia utile il suo rapporto operativo con le forze di terra». È stato sorpreso che Halutz abbia deciso di dimettersi dopo quattro mesi e mezzo, visto che varie volte aveva detto che non ne aveva intenzione? «No: la commissione ha quasi finito il lavoro, e anche tutta la progettazione del prossimo budget della difesa è stata terminata in questi giorni. Halutz ci ha lavorato alacremente, ha presentato i suoi risultati, lascia un tavolo ben ripulito dalle scorie del passato, un invito a lavorare ventre a terra per costruire un esercito molto migliorato, guarito. Ha dato con le sue dimissioni un magnifico esempio di responsabilità». Il prezzo è un terremoto. «Il risultato sarà l’opposto di un terremoto. Vede: la guerra di agosto da una parte è stata una disgrazia come tutte le guerre, dall’altra è stata una fortuna. Ci ha permesso di focalizzare quali danni ci aveva portato l’illusione del processo di pace, di guardare in faccia l’operatività dei nostri nemici, e l’assurdo clima di relax in cui ci eravamo messi, con la diminuzione della spesa per la difesa, il declino del lavoro di training delle riserve, la discesa dell’accuratezza della preparazione in tanti campi legati all’esercito. Halutz con le sue dimissioni chiude questa era e resta quel collega intelligente e coraggioso che ho sempre ammirato». Non servirà proprio un grande pilota al comando, se l’Iran non frenerà sul nucleare? «Le ricordo che fu Raful, Raphael Eitan, allora a distruggere il reattore di Osirac in Irak» Non pagate un prezzo troppo grande mentre tutti prevedono una prossima guerra molto vicina? «Anche Churchill si dimise in piena prima guerra mondiale, dopo i Dardanelli. In democrazia si paga, ci si dimette, si migliora, si vince la prossima battaglia». Ma la gente riacquisterà la fiducia nell’esercito? «Ho partecipato ora alle procedure di arruolamento delle leve: i giovani chiedono sempre di più di far parte di unità operative e speciali. E la gente, durante la guerra, nei bunker al caldo e nella paura dei missili, ci chiedeva di andare avanti, non di fermarci».
Religione anti Usa
Non è davvero il caso per il governo di trattare con noncuranza o, peggio ancora, con disprezzo, l’accusa di antiamericanismo che Berlusconi gli ha mosso. L’antiamericanismo non è, in Italia, un’influenza, poche linee di febbre che si trattano con un’aspirina, ma una delle malattie più gravi del nostro secolo e del secolo passato, e il nostro paese ne è affetto storicamente, con gravi risultati identitari e politici. In secondo luogo: una sinistra debole e in crisi come quella odierna, sempre alla ricerca di punti di convergenza e di contatto con una base volatile e sfuggente, rischia continuamente di farne uso strumentale per cementare alleanze e per catturare consensi. In terzo luogo: l’antiamericanismo è diventato una malattia molto popolare specie quando si coniuga col virus dell’antisemitismo travestito da antisraelismo, di cui la sinistra italiana è campione. Spesso questa contaminazione si incentra su teorie cospirative che si sentono ripetere così spesso, per cui gli ebrei in America controllano la stampa, le banche, il Pentagono, le università e suggeriscono all’orecchio di George Bush (i neoconservatori, potenti guerrafondai) la politica internazionale e realizzano così una fantasia degna dei Protocolli dei Savi di Sion: l’America imperialista e colonialista ha portato la guerra in Irak e in genere in Medio Oriente per ispirazione ebraica, ovvero israeliana. Guerra è l’odiata parola chiave che costituisce il distintivo dell’immaginazione europea sugli Usa, la reiterata condanna dello scontro contro un terrorismo pure in piena mobilitazione, l’arma più a buon mercato per mobilitare la nostra affaticata coscienza europea. Il governo può agevolmente chiedere, come del resto ha già fatto alzando le spalle di fronte alle accuse di antiamericanismo, “Cosa c’entriamo noi ? Le nostre critiche sono puntuali, non generali. E semmai, non abbiamo forse il diritto di criticare la politica di George Bush e restare buoni amici degli Usa? Non abbiamo diritto di scegliere una politica diversa? Che colpa ha il governo se la piazza e l’opinione pubblica no-global vogliono chiamare Bush “nazista” ?”. Dopotutto il ministro degli Estero D’Alema afferma mentre l’America agisce contro le Corti islamiche in Somalia che “l’Italia si oppone a interventi unilaterali che possono aggravare la situazione di un’area instabile”. L’Italia aiuta Ugo Chavez a cercare un seggio al Consiglio di Sicurezza dell’Onu… “che c’entra l’antiamericanismo? “E’ una risposta solo apparentemente legittima, di fatto è insincera. Intanto, il mosaico è grande: l’andare a braccetto con gli Hezbollah a Beirut, suggerire che essere un gruppo terrorista non è la caratteristica principale di Hamas, incontrare Bashar Assad o Ahmadinejad come ha fatto Prodi nonostante la loro sponsorizzazione del terrorismo, condannare a a ogni occasione Israele, la tormentosa insistente sottolineatura degli errori americani in Irak, persino il tormentone della condanna alla sentenza di Saddam Hussein, il rifiuto di D’Alema, (da Doha) del piano di Bush, la prosopopea morale con cui la linea del ritiro delle nostre truppe è stata gestita, hanno il fine di comunicare una sostanziale opposizione, un distacco che confina con il disgusto proprio perché l’oggetto del dissenso, intendo l’oggetto di base, ha un fortissimo contenuto morale: la guerra, intesa come anima di quello che invece è il Paese che ha soprattutto due contenuti centrali. La democrazia, la modernità. Nel 2003 un’indagine condotta dalla Comunità europea e celata a lungo rivelava che gli Usa e Israele erano considerati dagli europei la più grande minaccia per la pace. Il governo deve dunque sapere che corrispondenza trova nell’opinione pubblica quando il 12 gennaio condanna il bombardamento delle basi di Al Qaeda; non può ignorare di avere fra le sue componenti una forza che quando Berlusconi andò nel marzo 2006 a parlare al Senato americano trovò la cosa “uno schifo” e dichiarò che le strette di mano intercorse a Washington grondavano sangue. Il governo promana un messaggio che solo la fantasia può allocare esclusivamente sul terreno della critica politica, o della critica a George Bush. Certo, è molto più semplice dire “Odio George Bush” e conservare il simulacro della cosiddetta “altra America”, quella che è invece cara a tutti, Kennedy, Bob Dylan, Martin Luther King: così è stato a lungo più facile dire “odio Sharon” invece di dire “odio Israele”. Ma la verità è che l’antiamericanismo è un’ossessione europea, la sua potenza e il suo senso di identità sono oggetto di disprezzo e di invidia nello stesso tempo; gli americani del discorso popolare sono prepotenti, materialisti, sciocchi, avidi di dollari e incapaci di pulsioni che non siano petrolifere. Questi sono i contenuti che gli italiani rischiano di fare propri se i messaggi vengono gestiti alla leggera o con cinismo, e lo si può facilmente verificare al bar e nei posti di lavoro e allo stadio; indicare gli Usa come una nazione che viola sistematicamente i diritti umani, o la legalità internazionale, mentre si ignorano, che so, la guerra russa in Cecenia, l’oppressione cinese in Tibet, le persecuzioni genocide in Darfur, o spendere tutte le proprie preoccupazioni per i diritti degli iracheni violati dall’”invasione” americana, mentre ai tempi di Saddam gli stessi che ora si sbracciano a difenderli contro gli Usa, li ignoravano… ci priva del senso della giustizia e del nostro migliore amico nella guerra contro il terrorismo che minaccia anche noi. L’antiamericanismo, se praticato e cavalcato, è molto rischioso per noi: ha la sua base storica sia nel fascismo (Mussolini odiava le plutocrazie americane idiote e interessate) che nel comunismo (Togliatti: “L’America non conosce altro Dio che il dollaro”) e in parte del cattolicesimo (ha sempre tacciato gli Usa di materialismo), è una religione diffusa, abbracciata da intellettuali e giornalisti, che ha ancora dentro di noi il pessimo retaggio della sostanziale indifferenza di queste ideologie, così potenti nella nostra storia nazionale, verso la democrazia.
