*
*
mercoledì 27 maggio 2015, ore 11:36 , utenti connessi :
Appuntamenti Appuntamenti
  Home page    I libri    Biografia    Video    English    Mailing List

Intervista a Fiamma Nirenstein di Alma Pantaleo
L'Occidentale, 17 maggio 2011
 
Ieri il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, al termine dei colloqui con il presidente Abu Mazen, ha annunciato che l’Italia ha deciso di elevare al rango di ambasciata la delegazione diplomatica permanente dell’Autorità nazionale palestinese a Roma. Passo che il capo dello Stato ha ribadito avvenire "in piena amicizia con Israele". L'On. Fiamma Nirenstein, Vicepresidente della Commissione Affari Esteri e Comunitari della Camera dei Deputati, esprime delle perplessità sulla scelta presa dal nostro Paese.

Onorevole, come giudica la decisione presa dal nostro Paese, annunciata dal presidente Giorgio Napolitano, di elevare al rango di ambasciata la delegazione diplomatica permanente dell'Autorità nazionale palestinese a Roma?

A me sembra che non siano i giorni migliori per un’iniziativa di questo genere. Fatah ha appena fatto un accordo con Hamas e quindi diciamo che la sua rappresentanza dovrebbe essere anche quella di Hamas, perché i due adesso rappresentano la stessa entità. Hamas è nella lista delle organizzazione terroristiche sia europee che americane da quando Frattini era Commissario europeo. È stata un’iniziativa nostra, seguita poi in tutto il mondo. Hamas è un’organizzazione antisemita, nella sua carta dice di voler uccidere tutti gli ebrei, non ha nessuna intenzione né di trattare con Israele né di riconoscerne lo Stato. Ogni soluzione di pace è estranea al suo modo di vedere. Quindi è molto problematico che Fatah stia formando insieme a Hamas un governo e non vedo come una rappresentanza diplomatica nel nostro Paese possa ammettere che siano presenti anche dei personaggi che sono di fatto dei terroristi. [...]

Il Giornale, 16 maggio 2011

E’ un attacco selvaggio, concentrico, bellicoso e ignaro di ongi regola internazionale. Il nostro presidente Giorgio Napolitano d’un tratto, durante una visita che avrebbe dovuto avere il puro tratto della simpatia che legano l’Italia a Israele, si trova invece di fronte il baratro mediorientale, la voglia di distruzione dello Stato degli Ebrei, uno scenario che si spalanca come un primo grido di verità proveniente dal ventre delle nuove rivoluzioni. In queste ore, quelle della celebrazione della “nakba”, Israele è circondato da manifestazioni di rifiuto profondo provenienti da tutte le latitudini. “Nakba” è una parola araba che significa disastro, rovina, distruzione, e la si piange nei giorni in cui si celebra la proclamazione dello Stato di Israele, che ha computo tre giorni fa 63 anni. [...]

Dichiarazione dell’On. Fiamma Nirenstein (Pdl), Vicepresidente della Commissione Esteri della Camera

“L’unificazione tra Fatah e Hamas, organizzazione terroristica e antisemita con lo scopo di distruggere Israele, come sancito del resto nella sua carta costitutiva, rende problematica l’istituzione di un’ambasciata palestinese in Italia, in cui necessariamente, data la fusione tra le due parti, verrebbe rappresentata anche un’organizzazione terroristica nella blacklist dell’Unione Europea e degli Stati Uniti.

Credo che il miglior modo di procedere verso una pace fra Israeliani e Palestinesi e verso la soluzione di due stati per due popoli sia quello di una trattativa che conduca all’istituzionalizzazione dello Stato palestinese accanto a quello israeliano, mentre oggi i palestinesi affermano di aver scelto la strada della dichiarazione unilaterale di indipendenza.

Lo dico nell’apprezzamento del viaggio in Israele del Presidente Napolitano, che ha di nuovo ribadito i sentimenti di profonda amicizia fra il popolo italiano e quello israeliano e dopo la dichiarazione del primo ministro Berlusconi dei giorni scorsi, in cui ha sottolineato come l’Italia sia contro la dichiarazione unilaterale e a favore della trattativa per realizzare il processo di pace e la speranza di due stati per due popoli”.

Il Giornale, 15 maggio 2011

Undicimila morti contro undici, non vi appaia un urlo di rabbia impazzito. È vero, è un classico, e sta a noi evitarlo con la vigilanza e la lotta. La minaccia, anzi, la fatwa, è stata emanata da alcuni imam che hanno partecipato ieri a una conferenza stampa del portavoce del governo di Tripoli Mussa Ibrahim: hanno affermato, ma non è verificato, che 11 imam libici sono stati uccisi da un raid della Nato su Brega e hanno invitato i musulmani a uccidere per ogni imam morto mille europei, in Italia, in Francia, in Danimarca, in Qatar e negli Emirati. A noi occidentali, a noi italiani, la minaccia di decimazione elevata alla ennesima potenza suona come la grottesca versione di un’odiosa anticaglia bellica adottata, nella storia recente, dai nazisti. Invece la minaccia di morte, urlata, stampata, teorizzata, è il baluardo moderno della guerra dell’islam estremista contro la nostra civiltà, la nostra mera esistenza come uomini che non accettano il dettato coranico, cristiani, ebrei, apostati. [...]

Il Giornale, 11 Maggio 2011

Quali farfalle andiamo acchiappando quando decidiamo ora di aiutare, ora di sanzionare, ora di lodare, ora di redarguire, ora di promuovere, ora addirittura di fare la guerra? La domanda ha risposte penose e a volte persino manicomiali. L’Europa ha fatto dei diritti umani 170 pagine di regole oppressive che definiscono una moralità post moderna di “non discriminazione”, principi astratti e severissimi che precedono i diritti della nostra comunità primaria e prescindono anche dalle situazioni di fatto. Per esempio, sull’immigrazione sdottoreggia e sgrida,  ma poi non da nessun valore alla libertà, per esempio degli iraniani, o dei siriani se non a chiacchiere, e nemmeno cerca di fare politica di fronte al terrorismo e alle stragi di innocenti, anche quando poi arriveranno da noi. IL caso più eclatante è che lasciamo che l’Iran costruisca una bomba atomica chiaramente dedicata a noi. Ma prendiamo tre esempi nuovi e collegati concettualmente nella nostra incapacità di difenderci. La nostra testa funziona male. Pensiamo al commento sulle immagini di Bin Laden con la barba bianca davanti al televisore mentre organizza il suo prossimo messaggio stragista, una promessa ben concreta, che sarebbe stata portata a termine se il terrorista non fosse stato fermato dalle pallottole dei Navy Seal. Lo avrete sentito alla tv, visto sui giornali: il commento, una sarabanda di piagnucolii sulla vecchiaia, la stanchezza, la solitudine, la noia di un pover’uomo in stanza “modesta”, di fronte a un “vecchio televisore”, con le rughe, i  capelli bianchi…. Poverino. Era meglio lasciare che ci continuasse ammazzare, quel povero vecchietto, secondo questa sviolinata melensa di senso di colpa per un personaggio da diecimila morti innocenti. [continua...] 

Mediorientale
martedì 10 maggio 2011 -  commenti

RIASCOLTA LA CONVERSAZIONE CON PAOLO MARTINI SULL'ATTUALITA' DAL MEDIORIENTE: 

Sintesi degli argomenti:

Bin Laden e la questione palestinese - Nella storia dell'evoluzione ideologica di Osama Bin Laden, inizialmente questa questione non occupava un posto centrale. Con il collasso dell'URSS, l'azione terroristica di Bin Laden si è mossa contro gli USA. Inizialmente l'obiettivo del terrorista saudita, e della sua rete, era l'Iraq. Il problema del 'destino dei palestinesi' subentra nella propaganda qaedista solo verso la fine degli anni '90, quando Bin Laden si rende conto che l'odio anti-israeliano può essere un buon catalizzatore della rabbia musulmana. 

In Israele ricorre oggi Yom Hazmaut, il 63simo anniversario della nascita dello Stato ebraico. Una giorno preceduto dalla giornata del ricordo delle vittime del terrorismo e dei caduti in battaglia, Yom Ha' Zikaron. Nella sua storia Israele ha subito la perdita di 22,867 in vittime militari e di 2,443 in morti civili per terrorismo. Fuori dalla retorica nazionalista, il Giorno dell'Indipendenza israeliana è vissuto come un'occasione di grande raccoglimento nazionale. Con un suono emesso da pubbliche sirene presenti su tutto il territorio israeliano, viene dato il segnale d'inizio per un minuto di silenzio in ricordo dei caduti per il Paese. [continua...]

Il Giornale, 7 maggio 2011

Sull'eliminazione di Bin Laden si ragiona e si sragiona parecchio e al solito la seconda parte Ã¨ affidata all'Onu. Quando la signora Navi Pillay, Alto Commissario ONU per i Diritti Umani, quella signora che non va a Oslo alla premiazione del Premio Nobel cinese Liu Xiaobo per impegni irrinunciabili, che lascia perdere l'Iran, e il Tibet, e la Cecenia, e il Sudan... ma che tre quarti del suo tempo lo dedica alle risoluzioni di condanna a Israele; dicevamo, quando questa signora chiede una spiegazione chiarissima, proprio fino in fondo e urgente (anche se tutto suggerisce che Obama debba tenersi qualche segreto), su come Bin Laden sia stato ucciso perché «si devono osservare delle regole anche nella lotta contro il terrorismo»; beh, sospettiamo che le sue intenzioni più che legalitarie siano ideologiche. Insomma, ragioni antiamericane, antioccidentali, anti israeliane, anti noi. [...]

Shalom, maggio 2011

Con l’annuncio dell’accordo tra Fatah e Hamas, si aprono nuovi scenari per nulla rassicuranti. Come verranno risolte le contraddizioni tra le due fazioni? Il governo palestinese unitario sceglierà la via della trattativa o il ricorso ad una nuova stagione di violenza?

Sorpresa, Hamas e Fatah hanno firmato al Cairo la bozza di un accordo. Intanto, questa novità ci impone di nuovo una riflessione su come le parole possano mutare di significato nella storia dei nostri anni. Le rivoluzioni del mondo arabo ci hanno subito suggerito i termini giovani, libertà e democrazia, rallegrandoci di speranza e simpatia: ma ecco che a un giro di sguardo vediamo che la speranza si sta trasformando ragionevolmente in preoccupazione. Accade in Egitto dove solo il 35 per cento della popolazione vuole oggi mantenere in vita la pace con Israele e i Fratelli Mussulmani potrebbero, col loro trenta per cento, impossessarsi del futuro del paese; o in Yemen dove a un regime estremista potrebbe sostituirsene uno ancora peggiore, o in Bahrain dove l’opposizione è sciita e filo-iraniana e il re sunnita adesso indurisce un regime che era autoritario ma non feroce; o in Siria, dove il pessimo Bashar Assad potrebbe essere sostituto da una leadership sunnita partorita dalle Moschee, memore della strage di Hama in cui Assad padre, Hafez, uccise 20mila membri della Fratellanza musulmana; o anche in Libia, dove l’opposizione è ancora piuttosto misteriosa e certo mostra un puzzle di forze non del tutto rassicurante… [...]

Rispondendo oggi in Commissione Esteri all’interrogazione sulla repressione in corso in Siria presentata dal Vicepresidente della Commissione, On. Fiamma Nirenstein, il Sottosegretario agli Esteri, On. Enzo Scotti, ha ricordato “l'uccisione di 500 oppositori nei tragici eventi delle ultime settimane in Siria” e ha denunciato l'incapacità e la mancanza di volontà del governo siriano di abbandonare la logica della repressione e di intraprendere la via delle riforme.
“La situazione in Siria sta diventando sempre più insostenibile” ha affermato il Sottosegretario Scotti, che ha parlato di specifiche misure concordate dall'Italia insieme ai partner europei, come l'embargo sulla vendita delle armi e mirate misure restrittive.
L'On. Nirenstein ha risposto che, mentre si ritiene soddisfatta del sentimento di forte condanna del governo italiano, lamenta il fatto che nella comunità internazionale permanga nei confronti della Siria un atteggiamento ancora aperto ad attribuirle ipotetiche capacità di mediazione, mentre quel regime si caratterizza per il sostegno ad organizzazioni terroristiche quali Hamas e Hezbollah e per una spietata violenza. La strage in corso in Siria è uno scandalo mondiale e un'offesa a qualsiasi persona di buona volontà.
Ricordando come la Siria sia un pernio decisivo per la strategia egemonica regionale dell'Iran, l’On. Nirenstein auspica la necessità che l'intero consesso internazionale, al contrario di quello che ha fatto il Consiglio di Sicurezza ONU recentemente, applichi severe misure nei confronti della Siria, anche tenendo conto dell'atteggiamento tenuto con la Libia. L'Italia deve guidare inoltre l'assoluta opposizione all’ingresso della Siria nel Consiglio per i diritti umani dell'ONU, posizione per la quale è candidata proprio in questi giorni e che verrà votata il 20 maggio.

Il Giornale, 3 maggio 2011

Non è spirito di vendetta, non c’è ferocia né un insano senso di rivincita nella discesa in piazza da parte della folla americana giubilante per la morte di Bin Laden. C’è senso di realtà, buon senso, unità e soprattutto volontà di vivere senza sensi di colpa né pensieri tormentosi su un’ipotetica prepotenza occidentale. Tutto ciò che diventa nebbioso giorno dopo giorno in questa incerta società preda di un senso di espiazione, desiderosa di pagare un prezzo ai diseredati con un cupio dissolvi esteso fino a giustificare i terroristi, si è palesato a Capitol Hill o a Ground Zero invasi da una folla assertiva, festante. [...]

Bin Laden's killing: the joy of the world is a tribute to democracy

Published in Il Giornale, 3rd May 2011

It is not spirit of revenge, neither is it savagery that took the jubilant American crowds to the streets for Bin Laden's death. There is sense of reality, common sense, unity, and in particular the will to live without guilt or nagging thoughts about an hypothetical Western arrogance. All this has been revealed in Capital Hill and Ground Zero, full of assertive and joyful crowds, against what becomes hazier within a society that day in, day out, is falling prey to a sense of atonement, prone to justify terrorists. [...]

Riascolta l'intervista su Radio Radicale



Sintesi degli argomenti:

Osama bin Laden è stato ucciso da una squadra dei Navy Seal americani in Pakistan due giorni fa. Il terrorista d'origine saudita non nascondeva i suoi obiettivi quando era in vita: 'riconquistare' l'Iraq e uccidere il maggior numero di ebrei e cristiani nel mondo per imporre un califfato ovunque possibile. Ora è morto e il mondo è un posto più sicuro.

Quali però le conseguenze della morte del terrorista sui rapporti tra Washington e Gerusalemme? Con la morte di bin Laden, la presidenza di Obama risulta rafforzata benché la Casa Bianca avesse fallito sinora nell'esprimere una coerente politica pro-democratica durante le rivolte arabe. La prossima settimana il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, volerà negli USA per discutere proprio con il presidente statunitense del tentativo palestinese - dopo la 'rinnovata' e molto declamata unità tra Fatah e Hamas della scorsa settimana -  di dichiarare unilateralmente la nascita dello Stato Palestinese in sede Onu il prossimo autunno.

Il tentativo di Fatah è chiaro: andare al Palazzo di vetro potendo affermare di rappresentare tutto il popolo palestinese. In questa luce va letto l'ultimo accordo del Cairo tra Fatah e Hamas. Gli USA finiranno per accettare una soluzione negoziale, che tenga conto delle legittime richieste di Israele. Mentre l'Europa, invece, potrebbe accettare l'unilaterale dichiarazione palestinese, aprendo a un infausto scenario.

Dichiarazione dell'On. Fiamma Nirenstein (Pdl), Vicepresidente della Commissione Esteri della Camera dei Deputati

“Ho presentato un'interrogazione al Ministero degli Esteri per approfondire il senso politico della condanna già espressa dal governo italiano nei confronti della spietata repressione del regime siriano contro la propria popolazione.
Nell'interrogazione richiedo anche una valutazione in merito al mancato raggiungimento - diversamente da quanto accaduto per la Libia - del consenso per una risoluzione di condanna contro il regime siriano in sede di Consiglio di Sicurezza ONU nei giorni scorsi.
La repressione del regime di Bashar Assad ha ormai fatto oltre 500 morti. Credo che alla luce della gravità della situazione, sia urgente fare di tutto affinché il regime siriano sia costretto dalla comunità internazionale - le Nazioni Unite, Unione Europea - a metter fine alla repressione contro la sua gente, rea soltanto di chiedere maggiore libertà a un regime autoritario, sponsor del terrorismo internazionale.
Credo fortemente che la tutela dei diritti umani della popolazione siriana e la condanna del regime di Assad debba trovare nell'Onu e nell'Unione Europea degli attori decisi, oppure saremo nuovamente testimoni dell'incapacità di questi organismi di definire una posizione moralmente chiara in favore della democrazia".
Roma, 2 maggio 2011

Il Giornale, 29 aprile 2011

Dunque, ieri i primi F16 hanno preso il volo verso obiettivi mirati. Ma la guerra che abbiamo dovuto intraprendere in Libia e che non poteva certo essere abbandonata o gestita a piacimento in qualsivoglia istante (magari qualsiasi guerra lo potesse) ha avuto sempre le caratteristiche della necessità. Non ha a che fare con la “stoltezza”, come dice l’ottimo “Foglio”, ma piuttosto con la pietas che dal secondo dopoguerra è stata imposta, nel suo inizio, alla struttura dell’ONU nei suoi pilastri ideologici, anche se essi nel tempo si sono corrotti. Questo ci fa avvertire una vergogna particolare nei confronti della decisione presa mercoledì di non bollare con una risoluzione del Consiglio di Sicurezza il comportamento di Bashar Assad, che non solo, come Gheddafi, uccide a centinaia i suoi cittadini in rivolta, ma ne assedia coi carri armati le città prima ancora che essi si muovano in armi contro di lui. Insomma, gli fa guerra. [...]

Il Giornale, 28 aprile 2011

Mai come guardando oggi la Si­ria siamo stati chiamati a contem­plare la nostra debolezza di fronte ai dittatori, a misurare la menzo­gna della Realpolitik. È il caso di ci­tare, ebbene sì, George Bush, quan­do l'orrore della dittatura esclama che alla fine con i prepotenti non c'è dialogo possibile. Bush nel 2005, dopo l'assassinio di Rafiq Ha­riri in Libano, ruppe tutte le relazio­ni con la Siria; intanto il Diparti­mento di Stato intraprese il finan­ziamento dei dissidenti laici e dei loro progetti, inclusa una tv satelli­tare anti Assad. Ma poi è arrivata la grande presa in giro: perché As­sad, come dice Fuad Ajami, ha gio­ca­to contemporaneamente al piro­mane e al pompiere. Ma a noi occi­dentali, agli USA che gli ha rispedi­to l'ambasciatore, all'UE che lo ha chiamato alla pace con Israele, all'ONU che lo vuol mettere nel Consi­glio dei Diritti Umani, è sempre pia­ciuto guardare soltanto il pompie­re. Solo in queste ore l'America co­mincia a parlare di sanzioni ad per­sonam (poca roba), e Susan Rice fornisce uno spunto di grande mo­mento: gli Stati Uniti sono sicuri che fra gli uomini della sicurezza che uccidono i civili siriani ci sono anche forze iraniane. [...]

Mediorientale
mercoledì 27 aprile 2011 -  commenti

RIASCOLTA LA CONVERSAZIONE CON MASSIMO BORDIN SULL'ATTUALITA' DAL MEDIORIENTE: 



Sintesi degli argomenti:

La situazione in Siria sta diventando sempre più preoccupante. Il significato delle rivolte siriane è diverso da tutte le altre sinora avvenute nella regione mediorientale: sulla scacchiera assume un'importanza maggiore che si muove su linee che vanno dagli Stati Uniti e arrivano fino all'Iran.

Washington ha tentato negli ultimi anni un riavvicinamento con Damasco, dopo il picco di tensione raggiunto con l'assassinio di Rafiq Hariri, l'ex-premier libanese colto in un attentato mortale archittettato presuntamente da elementi dell'intelligence siriana.   

Anche per l'Iran, la Siria ricopre un'importanza nevralgica: i legami militari, politici ed economici tra i due paesi sono fortissimi. Basti pensare al fatto che Damasco offre ospitalità politica e logistica a Khaled Meshal, il leader di Hamas, il movimento islamista palestinese coccolato dagli Ayatollah. E ancora: le due navi che hanno passato lo stretto di Suez per la prima volta nell'Egitto post-Mubarak, hanno trovato rifiugio proprio in un porto siriano.

Non ultimo i legami tra Damasco e Teheran passano anche per il lontano legame religioso esistente tra il regime sciita iraniano e l'elite alauita che governa la Siria. Gli alauiti d'altronde sono pur sempre degli sciiti. La Siria insomma è da sempre l'avamposto dell'Iran.

Le proteste siriane e il fatto che il presidente siriano Assad abbia mandato l'esercito e stia facendo uccidere centinaia di cittadini cambia però lo scenario. Tale la crudeltà in atto che stanno emergendo delle domande sul perché non avvenga per la Siria di Assad quello che sta avvenendo per la Libia di Gheddafi. [Continua...]

 « Prima  «  <  52  53  54  55  56  57  58  >  »  Ultima »