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Israele si prepara alla guerra
giovedì 7 agosto 2008 -  0 commenti
Da Il Giornale, 7 agosto 2008

La guerra, per essere molto chiari, minaccia il Medio Oriente quanto e di più del luglio 2006 e, data la globalità della jihad e il fatto che Hezbollah sia pilotato, come del resto Hamas, da interessi iraniani oltre che siriani, un conflitto oggi può avere riflessi molto più larghi delle solite guerre: prima della proliferazione missilistica si assisteva solo a guerre di confine. Ora, non è così: i missili possono cadere molto lontano fra la gente, possono cambiare obiettivo, provocare scontri larghi, dalla conquista locale al sommovimento globale.
Scrive il giornale libanese al Akhbar, di simpatie sciite, che il nostro generale Claudio Graziano, capo dell’Unifil, ha comunicato alle truppe un piano di azione nel caso un aereo israeliano venga abbattuto nel cielo del Libano. Secondo il piano l’Unifil deve immediatamente occuparsi del pilota e in caso esso sia stato catturato da milizie, liberarlo. Se fosse nelle mani dell’esercito, l’Unifil non deve agire. L’Unifil ha smentito tutto, ma ha anche ribadito che secondo la risoluzione 1701 deve fare qualsiasi cosa in suo potere per salvare la vita di soldati stranieri dentro i confini libanesi. Se in questa forma o in un’altra l’Unifil ha inviato un messaggio agli Hezbollah invitandoli a evitare altri rapimenti, tantopiù in seguito ad abbattimento di aerei israeliani, non ha fatto altro che rispondere a concrete minacce. [...]
Hezbollah cerca la guerra
domenica 3 agosto 2008 -  4 commenti

Panorama, 2 agosto 2008

Non è un momento del tutto trionfale per gli Hezbollah, neppure dopo lo stupefacente omaggio di tutto il Libano per il ritorno del terrorista Samir Kuntar. Hassan Nasrallah cerca di mostrarsi capo indiscusso e carismatico, ma a Tripoli, il capoluogo del nord libanese, gli scontri fra i suoi amici alawiti e le milizie sunnite di Saad Hariri, e di altri leader della maggioranza di governo, hanno provocato nove morti e parecchi feriti. La calma è tornata solo quando l’esercito è intervenuto dimostrando che i tempi sono cambiati: durante l’attacco a Beirut di Nasrallah, che ha portato all’assetto governativo attuale, aveva preferito guardare altrove. Nessuno dimentica che, allora, Nasrallah pur uscendo vincitore aveva terrorizzato sunniti, cristiani, drusi.
Attenzione, però: il successo legato al rilascio di Kuntar gli ha fruttato una più ampia presenza nei villaggi al confine meridionale. Sono in crisi le milizie sunnite che dal 1997 occupano i villaggi nel sud del Libano, in conflitto con gli hezbollah sciiti. Specie quelle che si trovano a Sheba, Kfar Chuba e Hebbarye, vicine alla montagnola di sabbia chiamata pomposamente Sheba Farms, il pretesto territoriale per avercela con Gerusalemme. [...]

Ieri, in Commissione Esteri, il sottosegretario di Stato per gli affariesteri Stefania Craxi ha risposto all'interrogazione che ho presentatoinsieme ad altri colleghi sul ruolo di Hezbollah nella situazione libanese (il testo ve lo allego qui sotto):

Risposta del sottosegretario Craxi:

Il Libano ha vissuto negli ultimi mesi un periodo di forti tensioni politiche interne che hanno paralizzato il Paese, dividendolo fra una opposizione che contestava la legittimità politica e costituzionale del Governo in carica ed una maggioranza schierata a difesa della piena legittimità del Governo Siniora.
L'elezione del Generale Suleiman alla Presidenza della Repubblica e la formazione del Governo di Unità Nazionale hanno rappresentato una importante tappa verso il superamento - auspicato dall'Italia e da tutti gli amici del Libano - di questa difficile e rischiosa impasse.
L'auspicio del Governo è che il delicato equilibrio realizzatosi dopo mesi di negoziato, poi sfociato nell'accordo di Doha, consenta alle istituzioni libanesi di consolidarsi e di collocarsi su un piano di parità e reciprocità con i Paesi dell'area.
L'intesa conclusa con Israele per lo scambio dei prigionieri e delle salme dei soldati caduti è stato vissuto dal popolo libanese come un momento di coesione interna, dopo un lungo periodo di divisioni.
Il Governo resta fermamente convinto che il dialogo nazionale costituisca la premessa indispensabile per l'affermazione dell'indipendenza, della sovranità e dell'integrità territoriale del Libano entro confini internazionalmente riconosciuti. Il consolidamento progressivo del Governo di unità nazionale è uno snodo fondamentale verso il rilancio di questo dialogo, anche nella prospettiva di un progressivo disarmo delle milizie, da conseguire sulla base di un negoziato politico.
In questo quadro l'UNIFIL, in cui l'Italia mantiene un ruolo di primo piano e di cui sostiene il rinnovo del mandato, continua a garantire nel Libano meridionale condizioni di pace e di sicurezza che hanno favorito in maniera decisiva la stabilizzazione del Paese e che hanno offerto in questi due anni a Israele una sostanziale tranquillità sul suo confine settentrionale.
Anche per questo, in vista della scadenza del mandato di UNIFIL a fine agosto, il nostro Paese si appresta a lavorare, assieme ai nostri partner in Consiglio di Sicurezza, ad un nuovo testo di risoluzione che rinnovi il mandato della missione.

Replica dell'On. Nirenstein:

Fiamma NIRENSTEIN (PdL) si dichiara parzialmente soddisfatta dalla risposta fornita dal rappresentante del Governo che non è del tutto esaustiva circa il quesito sulle reazioni corali quanto inattese da parte dell'intera leadership libanese in occasione della liberazione dei terroristi in cambio dei corpi dei due soldati israeliani, soprattutto se si considerano i delitti efferati commessi da Samir Kuntar. [...]

Si è riunito oggi per la prima volta il Comitato per i diritti umani della Camera dei deputati. Lo comunica una nota dell'ufficio stampa della Camera. Il Comitato, costituito nell'ambito della Commissione Affari esteri e comunitari, e' presieduto da Furio Colombo (Pd) ed e'
composto dai deputati Manuela Repetti, Margherita Boniver, Nunzia De Girolamo, Paolo Guzzanti, Riccardo Migliori, Fiamma Nirenstein, Enrico Pianetta, Alessandro Ruben, per il gruppo Pdl; Mario Barbi, Marco Fedi, Matteo Mecacci, Fabio Porta e Gianni Vernetti, per il gruppo Pd; Gianluca Pini, Roberto Cota e Gianpaolo Dozzo, per il gruppo Lnp; Ferdinando Adornato, per il gruppo Udc; Fabio Evangelisti, per il gruppo Idv, Ricardo Antonio Merlo per il gruppo misto.
    Nella sua prima riunione il Comitato ha discusso e stabilito i punti di riferimento della propria azione di indagine, denuncia, intervento, presso la Commissione esteri e il governo in materia di rispetto dei diritti umani nel mondo e ha convenuto sui seguenti punti di orientamento: proporre all'attenzione del Parlamento e dell'opinione pubblica italiana e internazionale la violazione grave e continua della moratoria della pena di morte approvata a larga maggioranza dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, e segnalare fatti di estrema gravita' come il rischio imminente di condanna a morte senza adeguato processo e difesa di Tariq Aziz in Iraq, riconoscendo l'importante iniziativa del partito radicale su questo grave rischio di esecuzione. Purtroppo, ha notato il Comitato, la moratoria e' ancora ampiamente violata, nel mondo, come dimostrano quasi ogni giorno la Cina e l'Iran, con molteplici esecuzioni. [...]
Intervista su Il Giornale della Sicilia, 29 luglio 2008

di Vasco Pirri Ardizzone


“Il problema vero è la guerra dei fondamentalisti contro l’occidente. Siamo a rischio di una guerra mondialeâ€. E’ netta nella sua analisi Fiamma Nirenstein. L’editorialista, esperta di Medio Oriente e da pochi mesi deputata del Pdl prova a dare una spiegazione alle recrudescenze terroristiche che attraversano Oriente e Medio Oriente.

Onorevole Nirenstein, assistiamo ad attentati in India e Turchia, attacchi kamikaze a Bagdad che riprendono. Che succede in Medio Oriente?
E’ il fronte di questa guerra complessiva che non si avvale di esercito, ma del terrorismo. Sono tutti focolai di ispirazioni diverse, talora guerre fratricide interne e con componenti etniche e religiose, ma la matrice comune è il fondamentalismo. Dove l’idea principale è l’attacco all’Occidente.
Ci spiega?
Vedo una dichiarazione di guerra dalla parte più integralista degli sciiti, capeggiati dall’Iran, con l’aiuto degli Hezbollah, ma anche dei sanniti con l’avanguardia di Al Qaeda.
Contro l’Occidente?
Sì. L’Islam dal 1998, dalla famosa dichiarazione di guerra di Bin Laden, si considera in guerra con l’Occidente.
Israele è minacciata ormai da tempo dell’Iran.
Una minaccia, purtroppo, molto concreta. Ajmadinejad, ha detto di avere 6000 centrifughe. [...]
Che sciarada Fatah - il partito di Abu Mazen - la parte «moderata» del mondo palestinese, quella su cui tutti puntiamo per il processo di pace cominciato nel novembre 2007 ad Annapolis. Condoleezza Rice ha appena ripetuto che quell’iniziativa sta per dare i suoi frutti, che il 30 luglio ci sarà un incontro decisivo a Washington, e che c’è tempo fino alla fine del 2008 per raggiungere un accordo. Ma nelle stesse ore, il giornale panarabo Sharq el Awsat scrive che forse si medita nell’Autorità nazionale una proclamazione unilaterale dello Stato palestinese che ponga fine agli indugi.
Quanto all’unione fra Fatah e Hamas, si è allontanata sideralmente: la sabbia di Gaza da venerdì notte è coperta di sangue. Fatah e Hamas hanno messo in scena uno scontro selvaggio, con cinque morti più una bambina da parte di Hamas e poi una caccia agli uomini di Fatah che hanno passato ore nel terrore, cacciati, fermati, picchiati. Uomini di Fatah a Gaza hanno rivendicato la bomba della spiaggia che ha ucciso i militanti di Hamas, ma Abu Mazen ha rifiutato ogni responsabilità, riproponendo quel volto che risulta così rassicurante all’Occidente.
Di certo, Fatah si è presentato a tutti gli appuntamenti con il premier israeliano Ehud Olmert, ha accettato il rapporto amichevole con Washington.
Ma c’è anche un’altra realtà: la «realtà dei toponi» di cui Abu Mazen, anche se non direttamente responsabile, dovrebbe occuparsi subito. Prendiamo (su indicazione del Palestinian Media Watch, istituto che segue i mass media palestinesi) il giornale controllato dall’ufficio del presidente, Al Hayat al Jadida, e un altro, Al Ayyam: l’uno e l’altro scrivono che la parte araba di Gerusalemme sarebbe stata invasa da «supertopi» portati ad arte da perfidi settler per rendere la vita dei palestinesi impossibile. [...]
Fiamma Nirenstein, cofirmataria di una mozione in questo senso, interviene al convegno organizzato dall'On. Benedetto della Vedova sul caso di Eluana Englaro, esempio eclatante di un vuoto legislativo che va colmato al più presto. [...]

 
NIRENSTEIN - Al Ministro degli affari esteri

Premesso che:

in occasione della liberazione da parte di Israele del terrorista libanese Samir Kuntar e di altri quattro terroristi libanesi membri dell’organizzazione Hezbollah in cambio dei corpi dei due soldati israeliani Regev e Goldwasser, rapiti il 12 luglio 2006 e uccisi dagli stessi Hezbollah;

considerate le cerimonie di benvenuto, i messaggi e i festeggiamenti successivi a tale scambio, ai quali hanno preso parte le più alte cariche libanesi, quali il Primo Ministro Fouad Sinora, il Presidente Michel Suleiman, il leader druso Walid Jumblatt e Saad Hariri, figlio del premier libanese Rafik Hariri ucciso nel 2005 in un attentato terroristico le cui circostanze sono ancora oggetto di inchiesta in sede ONU, e considerato che tutti questi leader hanno espresso il loro plauso a Hezbollah e al suo comandante generale Hassan Nasrallah per aver riportato in Libano il terrorista infanticida Kuntar, il quale non ha mancato di annunciare la ripresa di azioni terroristiche contro Israele; [...]
Sotto il naso dell'Unifil
lunedì 21 luglio 2008 -  5 commenti
Da Panorama, venerdì 18 luglio 2008

Il rinnovo del mandato dell’UNIFIL nel sud del Libano dovrebbe avere luogo in agosto. Ma, proprio in questi giorni estivi, forti rumori di guerra mettono in dubbio il suo destino. Il primo ministro libanese Michel Suleiman minaccia Israele di un attacco per conquistare le famose “Shebaa farmsâ€, un fazzoletto di terra sabbiosa che non era mai stata oggetto di scontro fino a che nel 2000 Israele si ritirò da tutto il Libano: allora gli Hezbollah cominciarono a menzionare la minuscola zona, contesa anche con la Siria, per dichirarsi “resistentiâ€. Il governo appena nato e presieduto da Fouad Siniora, nel quale gli Hezbollah hanno diritto di veto secondo gli accordi di Doha, potrebbe opporsi al patto di rinnovamento dell’UNIFIL. Inoltre i servizi segreti israeliani hanno informato il governo che Nasrallah vede lo scambio di questa settimana fra i corpi dei soldati rapiti Regev e Goldwasser e i loro uomini come “lo scambio Mughnje†ovvero la vendetta per l’assassino del loro arciterrorista tre mesi fa, l’inizio di una nuova guerra: ovvero, intenderebbe usare i giorni della fine di questa settimana per iniziare a cambiare le regole del gioco con l’UNIFIL, indurlo di fatto all’impotenza, eventualmente rapire altri soldati e attaccare il nord, e colpire obiettivi ebraici all’estero. Insomma, sgombrare il campo dai disturbatori, dato che l’Iran preme per un confine davvero aggressivo. [...]
La belva Kuntar ha svelato al mondo il volto del LibanoIl Giornale, 19 luglio 2008

Quello che abbiamo visto accadere in Libano nel giorno dello scambioHezbollah-Israele fra i corpi di Eldad Regev e Ehud Goldwasser el’assassino infanticida Samir Kuntar e gli altri quattro terroristi, hadell’incredibile, e guai a non tenerne conto: sarebbe una grave fallastrategica nella mente dell’intero consesso internazionale. Kuntar indivisa militare, pronto al saluto nazista degli Hezbollah e di altrieserciti arabi, è stato accolto estaticamente da tutto il Libano nelsuo insieme, non solo dagli Hezbollah.
Ovvero, da quel mosaico di etnie e religioni cui abbiamo sempreattribuito diversità e contrasti tendenti a formare un’armoniosademocrazia contrastata dai nemici interni e esterni del Libano. Abbiamoseguitato a pensare nel corso degli anni che gli assassini mirati degliamici dei siriani, l’intervento dell’Iran per armare gli Hezbollah, laguerra indotta dagli Hezbollah stessi e poi la risposta israeliana,chiudessero la strada agli uomini di buona volontà, fra cui il primoministro spesso definito pro americano, Fuad Siniora. Michel Suleiman,il nuovo presidente ex generale, era stato assolto dall’evidente sceltadi non usare l’esercito contro gli Hezbollah durante il loro semi golpedelle settimane scorse. [...]
Intervista su "L'Opinione"
sabato 19 luglio 2008 -  0 commenti

di Stefano Magni, L'Opinione, 19 luglio 2008

“Berlusconi non esclude un attacco di Israele contro gli impianti nucleari iraniani e Teheran mette in allerta le sue forzeâ€. Così recita un titolo in prima pagina dell’edizione di ieri del quotidiano arabo Al Quds Al Arabi, corredato da una foto del nostro premier sorridente. E la dichiarazione di Silvio Berlusconi, pronunciata giovedì sera durante la presentazione della Fondazione Medidea, è stata ripresa anche da altri quotidiani arabi online, come “Arab Onlineâ€, “Al Khayma†e “Moheetâ€. Perché tanto interesse? “Come è possibile fare un titolo come quellodi ‘Al Quds Al Arabi’?†- si chiede l’Onorevole Fiamma Nirenstein, giornalista e deputata del PdL - “Ci fanno credere che le forze iraniane siano state messe in allerta dopo la dichiarazione di Berlusconi? Una settimana fa le Guardie Rivoluzionarie erano già in piena mobilitazione, hanno effettuato i loro test di missili a lunga gittata e non fanno che innalzare il livello di allarme, giorno dopo giorno. Voler attribuire a Berlusconi una responsabilità di questo genere è scorretto da un punto di vista sia giornalistico che politicoâ€. [...]

Il Giornale, 17 luglio 2008

Non è solo un fallimento di Israele lo scambio di ieri mattina a Rosh HaNikra, dove i corpi dei due soldati rapiti Ehud Goldwasser ed Eldad Regev sono stati barattati con cinque terroristi vivi. Tra loro Samir Kuntar, che assassinò a colpi di calcio di fucile una bambina di quattro anni e suo padre. La madre ancora oggi ricorda le sue urla di gioia nell’uccidere l’infante. Si tratta di un grande fallimento strategico per la nostra civiltà intera, di una dichiarazione d’impotenza di fronte al grande fenomeno del terrorismo senza pietà che abolisce quello che abbiamo costruito sull’esperienza della crudeltà delle guerre tradizionali: la Convenzione di Ginevra, la Croce Rossa, i meccanismi di protezione dei prigionieri di guerra. È il meccanismo intero della protezione morale dalla crudeltà insita nell’uomo che è cancellato nello scambio di ieri, più ancora che dai precedenti scambi che avevano coinvolto migliaia di prigionieri, perché le condizioni della guerra al terrorismo sono cambiate. Israele è una prova, in questo caso, dell’incapacità della civiltà giudaico-cristiana, che ha posto i mattoni dei diritti umani, di difendere se stessa e i propri figli, di fronteggiare il sadismo e il desiderio di predominio tramite la violenza, come se essi fossero stati magicamente cancellati dalla natura umana. Con questo scambio il terrorismo islamico prende in giro i principi morali e le buone intenzioni del nostro mondo. [...]


Da Assad mi aspetto passi concreti
lunedì 14 luglio 2008 -  1 commento
In Italia Qualche dubbio sullo «sdoganamento« del presidente siriano

di Gianna Fregonara, Corriere della Sera, p. 2, 14 luglio 2008

ROMA - Ottimisti o cauti, ma tutti d' accordo: il «rischio» che si èpreso sabato Nicolas Sarkozy, la stretta di mano con il presidentesiriano Assad che segna il ritorno di Damasco al dialogo con l' Europa,era «inevitabile». Dalla più appassionata sostenitrice delle ragioni diIsraele Fiamma Nirenstein, al ministro ombra Piero Fassino, al leaderdella comunità ebraica romana Riccardo Pacifici, tra dubbi e attese,ammettono che vale «la pena di provare», anche con uno dei regimi che èstato finora tra i più impresentabili. «Sarkozy ha preso una posizionerischiosa, anche se con la migliore buona volontà. Ha stabilito però unottimo rapporto con Israele e con gli Stati Uniti, saprà avere lagiusta severità e attenzione nel trattare con Assad», spiega laparlamentare del Pdl Fiamma Nirenstein, che però non è ottimista sull'esito dell' iniziativa. E aspetta per dare qualche credito al «nemico»un «passo concreto»: «Se Assad vuole la pace, vorrei sapere checoncessioni è disposto a fare sul Golan, vorrei che promettesse digarantire la sicurezza e l' esistenza di Israele per sempre». GianniVernetti, Pd, già sottosegretario agli Esteri, invece pensa «che ci sipossa fidare di Assad»: «Sono ottimista, la strada di separare la Siriadall' Iran è una priorità assoluta, nell' interesse dell' Occidente maanche di Damasco: la vicinanza a Teheran e con Hezbollah rende la Siriaun Paese paria, proprio nel momento in cui si stanno chiarendo moltecose in Medio Oriente. E non è un caso che Assad abbia annunciato perla prima volta, lo scambio di ambasciatori con il Libano». Più realistae cauto è il ministro ombra degli Esteri Piero Fassino: «Nessuno puòdire oggi come andrà a finire. Ma sia che la Siria isoli l' Iran, siache riesca a influenzarne le posizioni, sarà comunque utile per tutti».Senza contare che, continua Fassino, «la pace senza la Siria non sipotrebbe fare». È un momento storico, per la sottosegretaria agliEsteri Stefania Craxi, che è a Parigi per l' incontro dei 42 capi diStato del Mediterraneo: «Vedere Assad seduto di fronte a Olmert, e ilpremier israeliano che si rivolge al "mio caro amico" Mubarak, èemozionante. Io colgo un clima positivo e credo che Assad sia in buonafede. Sarkozy? Il Medio Oriente richiede gesti di coraggio». Aperturadi credito alla scelta francese la fa il capo della comunità ebraicaromana Riccardo Pacifici: «Sarkozy non è Mitterrand né Chirac, duealfieri della politica filoaraba. Incrociamo le dita e nonnascondiamoci che il coinvolgimento della Siria e l' isolamento dell'Iran porterà benefici e sicurezza oltre che in Israele a Roma, Madrid,Parigi». È ottimista anche il parlamentare del Pdl Alessandro Ruben,esponente di spicco della comunità ebraica oltre che ex presidentedell' Antidefamation league, che in questo nuovo scenario vede un ruolonon secondario anche per l' Italia: «Basta guardare all' attivismo delgoverno Berlusconi e ai buoni rapporti con Israele ma anche con AbuMazen. Altre volte siamo rimasti delusi dopo la speranza della pace, maè il momento di provare».
La decisione di Luis Moreno-Ocampo, il Procuratore generale della Corte Penale Internazionale dell'Aia di incriminare il Presidente sudanese Omar Al-Bashir per crimini di guerra e contro l'umanità perpetrati nella regione del Darfur crea un precedente di massimo rilievo. Come anticipato la scorsa settimana dal Washington Post, oggi Moreno-Ocampo ha presentato alla Corte le conclusioni di mesi di indagini sui crimini commessi in Darfur, chiedendo l'incriminazione di più sospettati, tra cui svariati esponenti del governo di Khartoum, e in cima alla lista il Presidente Al-Bashir.
Quest'azione si pone totalmente in linea con il corso delle indagini seguito dal Procuratore generale della CPI ed era stata anticipata già l'anno scorso, nell'aprile 2007, dal conseguimento da parte di Moreno-Ocampo di due mandati d'arresto per gli stessi reati nei confronti dell'ex ministro dell'Interno Ahmed Harun, oggi ministro degli Affari umanitari, e del leaderdei janjaweed Ali Kosheib, entrambi ancora in libertà a causa del rifiuto del governo sudanese di consegnarli alle autorità competenti.
Quella di oggi è una richiesta storica, in quanto sarebbe la prima volta che un capo di Stato in carica viene rinviato a giudizio per crimini di guerra presso una corte internazionale.
Tuttavia, nel mostrare l'approvazione per questo passo, dobbiamo anche preoccuparci in sede internazionale di affrontare le conseguenze che questa scelta, già descritta come eversiva dai vertici dell'Unione Africana e chiaramente dalle autorità governative sudanesi, potrebbe comportare: ovvero causare ulteriori sommosse all'interno del Paese e inasprire i contrasti traesercito e milizie filo-governative da un lato e gruppi ribelli del Darfur dall'altro.
Per questo auspico che l'Italia, sia in sede europea sia in veste di membro non permanente del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, si adoperi per porre fine all'isolamento della regione occidentale del Sudan e a un conflitto che, stando alle stime dell'Onu, dal febbraio 2003 ha provocato più di 250,000 vittime e oltre 2 milioni di sfollati.
Spero quindi che, parallelamente alle iniziative giudiziarie, l'Onu si impegni a fare fede ai propri impegni, come quello assunto con la Risoluzione 1769 (luglio 2007) del Consiglio di Sicurezza, che fissava il termine massimo di dispiegamento della forza ibrida di peacekeeping Onu-Unione Africana (UNAMID) entro dicembre 2007 e le cui truppe, invece, debbono ancora essere schierate per la quasi totalità.

Nel mio ultimo intervento per la rubrica settimanale "Mediorientale" su Radio Radicale, abbiamo parlato anche di Iraq, in merito alla battaglia di Pannella per scongiurare l’eventuale esecuzione di Tareq Aziz, ma soprattutto ai nessi logici che sottostanno a questa campagna.

Vi invito ad ascoltare la trasmissione (cliccando sull'icona qui sotto) ma vi segnalo anche il passaggio rilevante, in seguito al quale Giorgio Ragazzini (Firenze) mi ha inviato un suo intervento su"Notizie Radicali" che allego più sotto.

“[…] In merito al governo Al-Maliki, benché il personaggio sia di marca shiita, e anzi, all'inizio del suo mandato abbia dato segno di tenerci parecchio, le cose sono molto cambiate nel tempo, tant’è vero che ora i sunniti studiano una soluzione di governo comune, lavorano ad una costituzione in comune e, come si può leggere in parecchie relazioni, sono i sunniti stessi ad aver decretato quella che è la più eclatante sconfitta di Al-Qaeda - che peraltro si svolge in parecchie parti del mondo, ma in Iraq particolarmente - perché si sono resi conto di avere un sostengo, come popolazione sunnita, contro Al-Qaeda, la quale in maniera aggressiva e forsennata perseguitava parimenti sia gli uni, i sciiti, che gli altri, i sunniti. I sunniti si sono di fatto resi conto che il loro amico era il governo. Quelli che erano scappati sono ritornati, il clima non è affatto di persecuzione nei confronti dei sunniti da parte del governo. In più c'è un altro elemento importante: nella legittima campagna contro la pena di morte a Tareq Aziz, non si deve attribuire il processo di Tareq Aziz ad una persecuzione sciita nei confronti dei sunniti, perché questo non è veramente realistico. Nemmeno un mese fa, Al-Maliki si è recato in visita aTeheran, dove tenne incontri tutt'altro che amichevoli, in cui disse che bisognava smetterla di mandare questi guerriglieri iraniani ad aiutare il terrorismo all'intero dell'Iraq, che il popolo iracheno, anche nella sua componente sciita, non era assolutamente disposto ad accettare quest’azione. Il discorso fu molto articolato e suscitò qualcosa di più di un semplice stupore, tant'è vero che l'ambasciatore iracheno in Iran ricevette poco dopo un bel pacchetto con una bomba. Quindi, l'ipotesi della persecuzione politica è sbagliata. Io penso che si può sempre e comunque combattere contro la pena di morte, ma diffondere l'idea che lì tutto quanto è il risultato di una guerra sbagliata che tende a sostituire un potere con un altro, non corrisponde alla realtà dei fatti. L'elemento che riguarda l'atteggiamento americano, la ripetizione delle eventuali menzogne sono fatti di cui si è ampiamente discusso: proprio l’altro giorno l’Herald Tribune pubblicava un articolo che descriveva come fossero state ritrovate centinaia di tonnellate di uranio arricchito, Yellocake, smantellato dal programma nucleare di Saddam Hussein. Poi anche la teoria di camion che passarono il confine siriano è plausibile. In conclusione, lo sciismo iraniano è molto particolare, ma quello iracheno è molto diverso ed è sempre stato così. Io mi guarderei dall'attribuire i problemi relativi al processo di Tareq Aziz, che sono di ordine morale, che attengono al tema della pena di morte, a una malcondotta del governo iracheno riferita a delle sue spurie alleanze con l'Iran, che io nego". [continua...]


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