Fiamma Nirenstein Blog

Il Giornale

A Parigi l’amico di Israele

martedì 8 maggio 2007 Il Giornale 0 commenti
Israele è contenta dell’elezione di Sarkozy: il governo esprime la sua soddisfazione e Benjamin Netanyahu, capo dell’opposizione, scrive un’autentica elegia in lode del suo amico Nicolas. Si capisce, i toni restano quelli delle congratulazioni e degli auguri, ma la speranza è che un ruolo nuovo della Francia, il ponte con la Germania che si configura, la diversa predisposizione all’atlantismo, cambino davvero le carte sulla tavola mediorientale. Sarkozy ha detto chiaramente durante la guerra del Libano che gli hezbollah ne erano la causa; ha ripetuto che Israele ha diritto all’autodifesa; ha lodato lo sgombero di Gaza come premessa per una soluzione che prevedesse due Stati per due popoli e ha biasimato l’incapacità e la mancanza di volontà dei palestinesi di prevenire il terrorismo. La Francia di Chirac invece è stata l’epitome dell’ostilità anti israeliana, le sue opinioni sono giunte fino alla diffamazione e al paradosso. Chirac ha avuto verso la questione mediorientale un atteggiamento unilaterale, di antipatia viscerale per lo Stato ebraico: forse, ciò è in parte dovuto all’antiamericanismo di origine gaullista, un’interpretazione misera del diritto di primogenitura occidentale della Repubblica francese; in parte a un polveroso, insidioso quanto radicato antisemitismo piccolo borghese, in parte vichysta; in parte facile dono alle rumorose minoranze musulmane o omaggio alla cattiva coscienza colonialista; o ancora leziosa ambizione di essere una versione moderna della spada dell’islam nutrita però di interessi molto terragnoli, denaro, imbrogli, «oil for food». E la sinistra a sua volta si è abbandonata in questi anni a intemperanze eccessive contro Israele, da quando nel 1967 - durante la Guerra dei Sei Giorni - la Francia, che era molto più degli Stati Uniti l’ispirazione, l’amore occidentale di Israele, impose l’embargo sul piccolo Paese che combatteva per la vita; da quando De Gaulle puntò sul mondo arabo per creare un’alternativa egemonica agli Stati Uniti, da quando sulla sua scia Chirac si era fatto paladino prima di Saddam Hussein, poi di Arafat che, davvero, rappresentava la sua fonte ottimale per capire i problemi del Medio Oriente, la Francia era diventata per Israele la bandiera di un atteggiamento malato Sia Sarkozy che Ségolène Royal si sono accorti del paradosso dello scegliersi un nemico «sionista» nell’era della jihad, avevano identificato che nella politica di Chirac l’elemento nevrosi conduceva al rischio politico eccessivo, anche sul fronte interno, dato che gli immigrati hanno già dimostrato il loro potenziale di essere una bomba ideologica vagante: nessuno può dimenticare la scena di Chirac a spasso per la Città Vecchia che prende a spintoni un agente della sicurezza israeliano dislocato vicino a lui per difenderlo; né si può non percepire la bizzarria delle parole che Chirac pronunciò nel gennaio: dopo tutto non sarà un grande danno - disse - se l’Iran avrà una o due bombe atomiche; o quando pianificò di mandare degli inviati in Iran per chiedere che gli hezbollah, che peraltro non ha mai voluto riconoscere come organizzazione terrorista, risparmiassero i francesi presenti nella missione dell’Unifil e per annunciare che la Francia non avrebbe fatto pressione sull’Iran contro il nucleare. Sull’Iran, che oggi è certo il più importante argomento per Israele, Sarkozy ha un atteggiamento inequivoco, come è evidente la sua decisione di creare, pure da una posizione alta, di parità, un rapporto molto più amichevole con gli Usa. La visione arafattiana di Israele come nemico dell’umanità non appartiene affatto alla sua cultura e questo ne fa quanto meno un honest broker per il Medio Oriente, ciò che invece certo Chirac non era. Sarkozy più di Ségolène dà fiducia per una storia che potrebbe essere israeliana fatta di umili origini, di un nonno ebreo, di una carissima mamma, di una faccia dolce e anche proletaria da ungherese povero. Fece grande effetto la sua dichiarazione del marzo scorso, quando disse che era arrivato il momento «di dire alcune verità ai nostri amici arabi, ovvero che il diritto di Israele di vivere nella sicurezza non è negoziabile, e che il terrorismo è il loro vero nemico». In quell’occasione dichiarò anche la sua decisione di difendere «l’integrità del Libano, incluso il disarmo degli hezbollah». Ma l’entusiasmo non deve essere imprudente: si farà presto viva la tradizione del Quai d’Orsay che da quando nel 1893 convinsero un aspirante diplomatico ebreo a ritirare la sua candidatura, fino alla famosa esclamazione dell’ambasciatore francese a Londra «Questo piccolo paese di merda ci porterà tutti alla guerra», è sempre stata poco simpatetica verso gli ebrei, anche se per legge, dal 1920, tutti possono accedere al suo servizio. Di fatto il grande palazzo che siede sulla riva sinistra della Senna ha una tradizione filoaraba romantica, letteraria, pratica, che ha costruito svolte storiche da cui sarà difficile affrancarsi, dalla vendita dei Mirage alla Libia alla costruzione delle strutture nucleari di Ozirak per Saddam, al voto alle Nazioni Unite in cui Israele veniva accusato di commettere crimini di guerra nei territori occupati, al rifiuto di far atterrare gli aerei americani durante la guerra del Kippur, al grande ricevimento per Arafat all’Eliseo in pieno terrorismo... De Gaulle nelle sue memorie scriveva che la Francia era «una potenza musulmana» e che «nessuna situazione può godere di stabilità strategica, politica o economica a meno del supporto arabo». Sarà dura per Sarkozy, anche se davvero lo vorrà, cambiare la tradizione.

La malattia della pace

lunedì 7 maggio 2007 Il Giornale 0 commenti
Make no mistake, direbbe George Bush. Quello a cui stiamo assistendo in Israele, non è quella scena di contrizione, pena, vergogna, che vedete descritta anche sui giornali italiani con una certa soddisfazione. Non è la dichiarazione di fine della deterrenza israeliana, e quindi l’obituario dello Stato ebraico. Non è una contrizione rispetto al tema stesso della guerra, dell’esercito, dell’uso della forza. Qualcuno, come lo scrittore Meir Shalev che ha parlato in piazza Rabin a Tel Aviv la presenta così, ma si tratta di un’interpretazione su cui la sinistra israeliana, ormai da molti anni in crisi dato il pessimo uso fatto dai palestinesi di tutte le proposte israeliane di scambiare «land for peace», cerca di prendere un passaggio. Shalev può auspicare e forse aiutare a vincere una leadership che faccia aratri dell’acciaio della spada, come vuole la Bibbia; Hezbollah e Hamas useranno l’occasione per dimostrare di nuovo che le armi sono più interessanti. Di fatto il volume di critiche che il giudice Winograd ha recapitato nelle mani degli accusati e descritto loro, causandone il giusto, pubblico ludibrio con autentica escoriazione democratica, è un documento totalmente non ideologico. È un pratico, asciutto, per quanto orripilante, catalogo di tutti gli errori possibili che si possono fare in guerra, ma non ha nulla a che fare col pacifismo, non è una messa in scena di buoni sentimenti. Al contrario, semmai è un manuale per non perdere la prossima guerra. Ed è, senza remissione, il documento che un gruppo dirigente privo di modestia e di esperienza militare si merita per essersi fatto mettere nel sacco da una milizia sciita filoiraniana e terrorista bene armata, fornendo così all’Iran e ai suoi protetti, gli Hezbollah e anche Hamas, nuovi spunti di ispirazione, in uno scenario che sta acquistando la forma del fungo atomico. Nel rapporto si trovano tracce non tanto di una debolezza intrinseca, quanto di un accecamento ideologico e politico: è la certezza della classe dirigente che bisogna strizzare l’occhio al pacifismo per aver il successo politico che ha messo Israele in condizione di perdere la guerra. È l’improvviso risveglio da questo nirvana che fa onde tanto alte oggi. Non la ricerca di una leadership che cerchi accordi impossibili con nemici spietati. È per questo che in Israele non si incontra nessuno, o quasi, che sia favorevole a una permanenza di Olmert al governo, e ancor meno a quella di Peretz. Anche su Tzipi Livni, che piaceva all’opinione pubblica, vi è biasimo perché non si dimette. Ma se ogni israeliano, di destra e di sinistra, ha fiducia nel sistema che si è scelto, quello della democrazia rappresentativa, perché Yair Regev, il capo dei soldati delle riserve in rivolta, ormai tribuno della piazza, vuole così tanto cacciare Olmert e i suoi? Perché nessuno, sia chi fa la spesa allo Shuk di Mahanei Yehuda, tante volte saltato per aria per gli attentati terroristici, sia chi prende un caffè in Shderot Rothschild a Tel Aviv, sotto i grandi ficus benyamina dove l’aristocrazia intellettuale ashkenazita sosta in chiacchiere, è deciso a far dimettere Olmert? La risposta risiede nell’antropologia stessa del gruppo di Olmert dopo la scomparsa di Arik Sharon dalla scena: cinquanta-sessantenni borghesi, proiettati sulla speranza di un’Israele tutta high tech, finalmente normale, amanti del denaro e dei piaceri. Andava bene finché questo sogno è tramontato sul fallimento di Oslo, e poi dello sgombero da Gaza; l’ha spazzata via Ahmadinejad, e poi la scelta dei palestinesi di seguire Hamas, e poi le armi siriane che hanno di nuovo riempito le fortezze di Nasrallah nonostante la fiducia accordata all’Unifil... Questa classe dirigente è rischiosa, ormai, per la vita degli israeliani. Non le erano mancati i mezzi, l’esercito è tuttora dotato di uomini pieni di bravura e buona volontà, persino di giovani eroi; ma le riserve non si esercitavano se non sporadicamente. Lo si legge nel documento; e vi si spiega anche come per proteggere la vita dei suoi soldati Tzahal cercava semplicemente di tenersi lontano dagli Hezbollah e di non rispondere al fuoco mentre dal 2000, ovvero dal ritiro, gli Hezbollah seguitavano a sparare dentro Israele e costruivano la loro forza. Nel novembre del 2005 quando il Comando del Nord dette il permesso di distruggere una cellula di terroristi piazzatasi sul confine, il Capo di Stato Maggiore bloccò l’operazione. La mattina del 12 luglio, giorno del rapimento di Eldad e Goldwasser e dell’uccisione dei loro tre compagni, la ronda precedente alla loro tornò terrificata e raccontò che là fuori c’era l’inferno. Il comandante cercò di mantenere il ritmo: «business as usual», uscite e non sparate. Rispondere all’aggressività degli Hebzbollah è stato semplicemente proibito per anni, anche perché Sharon, dopo il trauma di Sabra e Chatila, si guardava bene dall’aprire un contenzioso. I piani, dice la commissione, per intraprendere un’operazione di terra contro gli Hezbollah, esistevano. Le informazioni di intelligence sullo stato delle forze della milizia terrorista erano precise. Ma nessuno le ha mai usate attivamente: la pace era obbligatoria. Adesso che è di moda ripetere quanto sia stata sconsiderata la scelta di un’operazione dall’aria, non si capisce ancora bene cosa si stia dicendo: la proposta del Capo di Stato maggiore, seguita ciecamente da Olmert e Peretz, piacque perché pareva garantire la salvaguardia delle vite dei soldati. E di per sé, non era perdente. Ma sia Dan Halutz che Olmert hanno rimosso scegliendola il fatto che un’operazione dall’aria risulta effettiva quando si sceglie di condurla senza tener conto del problema della guerra asimmetrica, l’uso dei civili come scudi umani. L’esercito non voleva certo bombardare a tappeto i villaggi, e non l’ha fatto, non lo farà. Per fortuna, diciamo noi. Dunque l’uso delle forze di terra era indispensabile. La malattia della classe dirigente israeliana dunque non è quella della guerra, ma semmai quella della pace. La cura indicata dalla commissione Winograd e dalla stessa società israeliana, quella che ha affrontato il terrorismo e le guerre senza fuggire e senza batter ciglio è molto più semplice e più complicata di quel che sembri a noi europei che strologhiamo sulla guerra senza conoscerla: cambiare classe dirigente e sopravvivere. Senza ridere e senza piangere.

La pace impossibile di Israele

martedì 1 maggio 2007 Il Giornale 0 commenti
È un terremoto del nono grado quello che ieri un gentile giudice in pensione con le orecchie a sventola di nome Eliahu Winograd (nella foto) insieme ai suoi quattro anziani compagni, ha causato in Medio Oriente con il suo rapporto di 218 pagine in cui la parola «fallimento», cheshel (tre consonanti in ebraico, caf, shin, dalet), è ripetuta 166 volte. Ma non hanno capito bene gli Hezbollah, che hanno trasmesso parola per parola, in traduzione simultanea, le espressioni di condanna per il Primo ministro Ehud Olmert (nella foto), il ministro della Difesa Amir Peretz e l’ex capo di Stato Maggiore (che si è dimesso già da tempo) Dan Halutz che Winograd ha pronunciato. Non possono capire, con la testa piena di retorica, di odio, di prepotenza, le parole nette, semplici, inequivocabili, senza giochetti, inganni, senza pietà o compiacenza, che non risparmiano accuse di inefficienza, di ignoranza, di irresponsabilità a coloro che siedono sui più alti scranni del potere... Mentre il vecchio giudice parlava piano, con stile pulito, senza aggettivi, mentre Olmert con gli occhi sempre più gonfi lo fissava rosso in viso, Al -Manar, la tv di Nasrallah, miserabilmente mandava in onda una palla da biliardo che butta giù una serie di birilli su cui sono effigiate le facce dei leader israeliani, la sigla del trionfale programma che certo ha avuto molti emuli in tutto il Medio Oriente. Israele si autocritica fino a sanguinare, che soddisfazione. Anzi: quale vittoria, hanno certo pensato i vicini di Israele. Nel mondo di quasi un miliardo di persone che circonda la minuscola democrazia mediorientale, 7 milioni abitanti, dalle case oltre il confine in cui criticare il potere equivale alla pena di morte, alla tortura, alla prigione, in un mondo in cui ancora oggi gli egiziani credono seriamente di avere vinto la guerra del 1973, e in cui di tutte le sconfitte si accusa la congiura ebraico-americana rifiutando riflessione e autocritica, gli Hezbollah invece di rallegrarsi tanto avrebbero forse dovuto domandarsi come mai pur di restare fedeli alla verità le istituzioni israeliane, per loro stessa decisione, si flagellano. E noi stessi possiamo chiedercelo con preoccupazione, certo, ma ricavando da questa vicenda soprattutto l’idea che la parola democrazia è coniugabile con democrazia, a differenza di quello che tanti pensano o pretendono di pensare. Il grande storico del Medio Oriente Bernard Lewis spiega bene come la rovina economica e culturale, il totale declino del mondo arabo è proprio nato dal rifiuto dell’Islam di cercare dentro di sé le risposte sulla sconfitta dall’Occidente dopo i primi sette secoli di grande dominazione: dogmatismo, vittimismo, trionfalismo, millenarismo religioso unito a selvaggi costumi di aggressione terrorista, questo è stato il risultato di secoli di negazione delle proprie difficoltà, mentre l’Occidente fioriva.
Adesso lo stato d’animo a Gerusalemme, a Tel Aviv, a Haifa, si capisce, è oltremodo eccitato e anche confuso: sono spietate le accuse a Olmert di non avere soppesato con ponderatezza cosa significava la guerra, di esservi entrato impulsivamente senza aver chiaro l’andamento e gli scopi della guerra, di aver ciecamente seguito le indicazioni di Dan Halutz di gestirla dall’aria senza aver studiato le alternative. È micidiale l’accusa a Peretz di aver occupato il suo ruolo da incompetente, senza neppure provarsi a capire. È definitiva l’accusa a Halutz di aver immaginato una vittoria dall’aria praticabile solo nella sua fantasia di ex capo dell’aviazione. Israele è già in piazza da queste ore per chiedere le dimissioni di questo governo, specialmente alla luce della possibilità di una nuova guerra, che non può essere affrontata da questa leadership.
Olmert e Peretz hanno fatto sapere che non intendono andarsene. Ma come potranno resistere alle accuse dei loro giudici, come ai genitori dei ragazzi uccisi in battaglia negli ultimi giorni e ai soldati delle riserve che troppo tardi sono stati mobilitati senza preparazione adeguata? Tzipi Livni, Bibi Netanyahu, Ehud Barak, altri politici non implicati o meno implicati (tutto il governo votò la guerra) nelle responsabilità di questa guerra, cominciano a prepararsi all’agone politico. Intanto l’esercito già da tempo ha dato il via a un lavoro di radicale revisione. Ma la commissione Winograd pone due problemi sostanziali: il primo è quello di decidere con i piedi di piombo, con piani precisi e consistenti quando è il momento di combattere. Il secondo è che il nemico fanatico e ben armato dall’Iran non deve essere più sottovalutato. Winograd insomma dice che in Israele era ormai viva l’illusione di poter vivere evitando ogni guerra nonostante il fallimento di Oslo e nonostante gli Hezbollah avessero seguitato a bombardare il Paese anche dopo il ritiro del 2000. È parso che pensare la pace fosse equivalente a farla, sostiene Winograd. Poi venne il 12 luglio lungo il fronte del Libano, i soldati rapiti, le katiusce, i kassam, i missili zilzal, e gli errori. Adesso, una democrazia forte e ferita cerca di pensare, mentre gli Hezbollah festeggiano.

Il bivio di Israele

giovedì 26 aprile 2007 Il Giornale 0 commenti
Non c’è fronte su cui Israele non sia drammaticamente impegnato in queste ore: oltre alla possibile incriminazione del Primo Ministro Ehud Olmert, ci sono atteggiamenti pratici da scegliere e di cui si discute freneticamente su due pilastri della vita di Israele. Sono due domande fatali, una sulla guerra, l’altra sulla convivenza con gli arabi, ma la loro dura realtà è così appesantita di significati da fare apparire ogni logica realistica impossibile. Il primo tema: ieri, dopo giorni da quando, vogliamo dirlo? era fuggito e aveva dato le dimissioni dalla Knesset, molte interviste dal Cairo e parecchie chiacchere fra cui la promessa di tornare, è stata diffusa la notizia che il deputato arabo israeliano di Nazareth Azmi Bishara, del partito laico Balad, è sospettato di tradimento e riciclaggio.Sembra possibile che Bishara abbia nientemeno che ricevuto denaro dagli hezbollah per consegnare informazioni durante la guerra dell’agosto scorso. Bishara dichiara di essere discriminato e perseguitato in quanto arabo, e dice alle tv arabe che tengono per lui con tutto il cuore, che durante la guerra del Libano si limitava a parlare al telefono con una amica di Beirut. Certo è che Bishara, filosofo e sociologo, negli anni ha risolto il dilemma di essere un arabo israeliano immerso nella democrazia israeliana fino al rango di deputato facendone l’uso più estremo, quello davvero impensabile in qualsiasi paese arabo, con una identificazione totale col nemico. E’ rimasta famosa una sua visita in Siria a Bashar Assad in settembre, in cui avvertiva Assad che “Israele potrebbe lanciare contro di voi un attacco preventivo per ristabilire la deterrenza e superare la sua crisi interna”; poi, in una visita agli Hezbollah, li lodava per “aver sollevato con la guerra lo spirito Arabo” e applaudiva le promesse di distruggere Israele. A Hamas aveva detto “non fate mai nessuna concessione a Israele” e di non escludere la possibilità di una “guerra regionale in cui Siria a Iran si uniranno contro Israele”. Adesso, mentre la magistratura rende pubblici i suoi micidiali sospetti contro Bishara, Israele si trova molto realisticamente di fronte a un attacco di opinione pubblica innanzitutto araba che presto si allargherà all’Europa, quella che ama dichiarare Israele razzista. La discussione, come no, metterà di nuovo in questione la democrazia israeliana stessa Il nodo arabo israeliano, sempre più problematico di fronte alla crescente guerra jihadista, verrà al pettine. Sarà capace Israele di non arrendersi alle provocazioni che non mancheranno? Non è facile, ma solo se gli arabi di Israele prenderanno responsabilità sugli obblighi che comporta essere israeliano forse si eviterà uno sdrucciolamento che può diventare guerra, e il loro Paese li sentirà sempre di più suoi. La seconda domanda fatale: entrare a Gaza o limitarsi a azioni puntuali per contenere Hamas e le altre organizzazioni terroriste dopo l’ultima pioggia di kassam? Il governo discute febbrilmente opinioni molto distanti l’una dall’altra, senza nessun nesso con la destra o la sinistra. Le dozzine di Kassam e proiettili di mortaio rivendicata da Hamas che martedì, nel 59esimo anniversario dell’indipendenza israeliana si sono rovesciati sul Negev Occidentale riflettono un fenomeno che da tempo lo Shabbach, i servizi segreti, prevede e teme: la hezbollizzazione della Gaza di Hamas. Il fuoco di sbarramento di martedì, è stato appurato, doveva servire, come nel caso di Regev e Goldwasser sul confine del Libano nell’estate scorsa, a rapire soldati israeliani, come Gilad Shait ancora in mano palestinese. La decisione di Hamas di percorrere questa strada derivava da motivi politici esterni (sfruttare la debolezza del governo Olmert) e interni (il ministro degli interni Hani Hawassmeh cerca di distruggere con una nuova guerra le divisioni interne e soprattutto il tentativo di Muhammed Dahlan, leader di Fatah, di costruire un suo esercito) e soprattutto è conseguente a una politica che ha fatto di Gaza una riserva di armi mai vista prima, con tonnellate di esplosivo nascoste, kassam e proiettili di varie dimensioni anche autoprodotti, missili antitank e terra aria, una città di tunnel, bunker, difficili da trovare e distruggere. Il traffico al confine con l’Egitto, quello che gli israeliani chiamavano lo Tzir Filadelfi e passato in mano egiziano, porta armi e uomini pericolosi a Gaza “Due furono gli errori fondamentali compiuti: lasciare lo Tzir agli Egiziani” è il commento del deputato del likud Yuval Steinitz, ex presidente della Comissione Esteri “e lasciare che una forza terrorista come Hamas partecipasse alle elezioni. Oggi, se non vogliamo trovarci di fronte a tentativi continui di rapimento e a una incessante pioggia di missili nel Sud di Israele e oltre, insomma a una guerra continua, dobbiamo reagire non con azioni mirate e piccoli interventi, ma occupando le zone di Gaza da cui si attacca”. Ma Olmert non è d’accordo: è impegnato in una grande manovra diplomatica con Abu Mazen tesa a dare legittimità a ambedue i leader. Anche se ciò che Abu Mazen ha promesso anche durante la sua visita in Italia, ovvero che l’aggressione di Hamas che non si ripeterà, è una pia speranza senza possibile fondamento. Le centinaia di kassam piovute su Israele in questi ultimi mesi non portavano la firma di Hamas solo per motivi di opportunità, ma senza l’approvazione e l’aiuto di Hamas, peraltro sempre ostentamente determinato a distruggere Israele, né la Jihad Islamica né altri gruppi avrebbero potuto agire. Dunque, Israele deve guardare in faccia la realtà e agire? O volgerà il viso soprattutto alla comunità internazionale che sia nel caso degli arabi israeliani che in quello di Gaza invita a mangiare il frutto dell’oblio in onore del politically correct? Nominalismo o realismo? Un dilemma cui certo l’Europa contribuirà poeticamente con parole di pace e fratellanza fra cui “responsabilità” non figura.

Una giornata sul confine libanese dove Hezbollah prepara la guerra

mercoledì 25 aprile 2007 Il Giornale 0 commenti

da Kiriat Shimona - C’è molto silenzio sul confine israeliano col Libano, sopra Kiriat Shmona e sotto Metulla, dove nei giorni della guerra il concerto dei kasam e dei katiuscia ci assordava. C’è aria pura e greggi sul verde dove si svolgevano le battaglie sanguinose che seguivamo da lontano sulla traccia dei carri armati, del fumo, delle colonne di ragazzi in divisa che si avviavano a combattere con gli hezbollah di notte. Ma si avverte in quel silenzio il vibrare di una guerra che verrà, e che avrà gli occhi di Ahmadinejad oltre a quelli di Nasrallah. I servizi segreti israeliani continuano a certificare il riarmo completo degli Hezbollah, Walid Jumblatt, il capo dei drusi che teme un colpo di mano di Nasrallah ispirato dall’Iran, ha chiaramente detto che in certi casi il traffico di armi tra Siria ed Hezbollah è stato facilitato dall’esercito libanese, che l’Unifil protegge. Negli avamposti militari al confine lo si verifica nei racconti dei soldati, come il comandante Yaacov Oz, e nelle valutazioni di un ufficiale che non può essere citato per nome. Il giorno dell’Indipendenza, 59 anni dalla nascita dello Stato d’Israele, è una data molto celebrata, piena di movimento e di suoni. Si balla, si canta, i bambini corrono gridando nei prati della Galilea, nel deserto del Negev, sulle terrazze di Tel Aviv e di Haifa, e nei boschi di Gerusalemme. Al confine di Israele con il Libano le gite nei boschi appena ripiantati, dopo che i missili degli Hezbollah hanno bruciato gli alberi più antichi del Paese, sono pieni di gente. «È una sconfitta degli Hezbollah il fatto che la gente di Kiriat Shmona, bersagliata dai katiuscia che hanno portato distruzione e morte, sia qua a festeggiare», dice l’ufficiale. Fa impressione constatare che i monti, che erano diventati neri, ora sono verdi, che il traffico è di nuovo intenso. I vertici militari responsabili, il capo di stato maggiore Dan Haluz che, come fosse invulnerabile, concedeva improvvisate conferenze stampa in mezzo ai boschi incendiati dai kassam, Udi Adam, capo del Comando Nord, e Gal Hirsh, colonnello della 91esima divisione, sono tutti spariti nella profonda epurazione dell’esercito, non ancora conclusa: «Per esitazioni, per errori militari e del governo, e anche per illusioni pacifiste, abbiamo condotto la guerra con quello stesso ritegno che dal 2000, quando ci ritirammo, ci ha impedito di reagire alle loro incursioni, ai rapimenti, all’accumulo di missili di cui eravamo consapevoli». L’ufficiale cammina con noi sul piazzale del kibbutz Kfar Giladi, dove 13 soldati della riserva sono stati uccisi da un kassam che è ancora là, fra i segni che ricordano la posizione di ciascuno quando la morte l’ha colto mentre mangiava, chiacchierava o giocava a scacchi col vicino aspettando gli ordini. «Però Hezbollah non ha vinto, è decimato, ha tirato 3.000 missili sulle città per uccidere solo 40 civili, le loro armi sono state in gran parte distrutte, la risoluzione e la forza dell’Onu li costringe a stare lontano dal confine. Sono tutti punti a nostro favore». Sì, ma adesso secondo tutti gli osservatori sono di nuovo pronti. «Ma dopo la nostra risposta dell’estate scorsa sanno, come lo sa la Siria, che scherzi non ne possono fare, che gli israeliani non resteranno ad aspettare attentati e rapimenti». Eppure i due soldati rapiti, Regev e Goldwasser, sono ancora in mano loro, la deterrenza gioca fino a un certo punto dove la jihad detta legge, come dimostrano i kassam sparati proprio ieri da Hamas dentro Israele. L’Iran non rinuncia al fronte caldo creatosi a nord di Israele, gli hezbollah sono agli ordini dell’avventuriero Ahmadinejad. La faccia tonda e abbronzata del capitano Yaakov Oz, gli occhi neri, il sorriso timido sono quelli di un 25enne, ma lui si sente padre dei suoi cento «Golani», i più terragnoli, energici, popolari ragazzi da combattimento di Israele, quelli che subiscono più perdite, la cui dedizione ha creato una leggenda. «Loro le vogliono bene?». Bene? Ride anche il soldato che ci accompagna, Yaniv, 21 anni. «Boh, lo chieda a loro. Io cerco di non lasciarli mai soli, di guidarli e ascoltarli; e se devo, li punisco». Per cosa li punisce con più determinazione? «Non perdono la menzogna. Ma non capita spesso». Uscendo dai camminamenti di cemento della Gisrà Rehes Ramim adesso, a differenza di prima e durante la guerra, ci possiamo affacciare su una terrazza che guarda i villaggi di Ataybeh, Markabe, Telkabe, roccaforti teatro di sanguinose battaglie, si vede anche Hule in lontananza e la base Olesh dell’Onu. «Dalle finestre socchiuse dei villaggi davanti a noi, siamo osservati anche adesso da paesani legati a Hezbollah e spesso dagli Hezbollah stessi. In questi villaggi si nascondevano uomini missili e lanciamissili. Oggi non posso dirlo; ma sulle alture qui intorno, pastori incaricati di osservarci compiono giri e si danno il cambio prendendo nota di movimenti e caratteristiche del nostro esercito. L’Unifil tiene il confine più tranquillo di prima, i suoi uomini hanno frequenti colloqui con gli abitanti di qui che, come dicevo, sono in contatto con gli Hezbollah. Ma l’atmosfera pastorale che lei vede è un proscenio verde dietro il quale c’è un gran lavorio di riarmo e di ricostruzione, anche se gli avamposti da cui ci sparavano, le bandiere gialle sul confine, i cartelloni in cui ci mostravano la testa mozzata di un nostro compagno, i soliti manifestanti portati in autobus da Beirut, il lancio di pietre contro di noi, tutto questo è sospeso». Sia Yaacov che Yaniv durante la guerra sono andati in missione notturna il 2 agosto a Markabe, e tre loro compagni, Omri Elamakayes di 19 anni, Daniel Shiran di 20, e Igor di 24, sono stati uccisi in battaglia accanto a loro. «Ci aspettava un agguato». Avevate paura entrando? Yaniv dice: «C’è l’adrenalina che aiuta. Combattendo di casa in casa, uccidemmo sette Hezbollah. Abbiamo combattuto per recuperare i nostri amici, uno di loro era il medico da campo. Quando li hanno caricati sull’ambulanza dopo uno scontro duro, non sapevamo ancora che erano morti. Ce l’hanno detto al campo. Certo che eravamo amici, si dorme, si mangia, si combatte insieme, si torna a casa insieme nel fine settimana». «Paura?». Yaacov riflette: «Io ho molto rispetto degli Hezbollah come combattenti, li conosco come le mie tasche, anche perché studio storia del Medio Oriente all’università. Per questo so che Hezbollah non si arrende, si prepara, aspetta la prima occasione per tornare a cercare di uccidere gli ebrei. Però adesso sa che possiamo dargli una lezione da cui non si risolleverà. Anche loro si preparano bene. E noi errori ne abbiamo fatto molti, ma li studiamo, lavoriamo, siamo in mezzo a una vera rivoluzione». Ma la paura, quella che si prova quando si entra di notte a Markabe? Avrebbe potuto toccare a voi. «Ovvio. Con tutto il dispiacere, non sono mica pazzo, ma sono pronto a morire per il Paese. È normale. Non so come suona a un’italiana», sorride timido.

Al Qaida in Palestina

martedì 17 aprile 2007 Il Giornale 0 commenti
Che Al Qaida sia a Gaza e anche in Cisgiordania, non è una novità. Lo si sa dal 2000, lo annunciò Sharon, lo confermarono gli esperti. Ma che i palestinesi odino sentirlo dire e vederlo scritto sulla stampa estera è ben giustificato: il fatto contesta la rivendicazione della loro parte laica, quella che insiste nel dire che lo scontro israelo-palestinese non è né ideologico (contro l’Occidente) né religioso (islamista contro crociati ed ebrei) ma territoriale e nazionale.
Al Qaida a Gaza può alienare le simpatie europee, mette in difficoltà gli amici che sostengono il teorema «land for peace» come risolutivo, specie quando si vede il suo nesso ideologico con Hamas. Così, Ismail Hanje pochi giorni fa alla radio italiana dichiarava che Hamas non ha né ha mai avuto niente a che fare con Al Qaida. Ma questo non è vero. Hamas in particolare ha nessi ideologici e pratici molto seri con l’organizzazione di Bin Laden, ambedue unite dallo scopo di distruggere lo Stato degli Ebrei ma impegnate intanto nella guerra jihadista contro l’Occidente. Non si può non preoccuparsene e darne conto mentre trepidiamo per la sorte del collega della Bbc Alan Johnston, il giornalista rapito il 12 marzo a Gaza e di cui un messaggio delle Brigate Jihad e Tawheed rivendica l’uccisione come vendetta per il gran numero di prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane (dopo, aggiungiamo noi, regolari accusa, difesa, sentenza) e come atto di forza per chiedere di liberarli. Johnston, è un giornalista quarantatreenne che vive da tre anni a Gaza e che racconta con molta passione la vita dei palestinesi. Aveva ottimi rapporti con loro. Che l’organizzazione rivendichi la sua uccisione testimonia l’appeal dello stile Bin Laden: indiscriminato odio antioccidentale. Il nome con cui il volantino è firmato, è noto in Irak come organizzazione terrorista qaidista.
A Gaza ultimamente c’è uno stile Bin Laden che è addirittura di moda (copricapi e braghe stile Bin Laden), e che è aumentato verticalmente da quando nell’estate di due anni fa apertosi il confine fra Gaza e l’Egitto, sono penetrati armi e terroristi e il nesso con gli uomini dei vari attentati di Sharm El Sheik e di Taba, tutti «qaidisti», ha creato proselitismo. Lo stesso stile della reazione fobica e religiosa (con la distruzione delle sinagoghe) e antioccidentale (distruzione delle serre) del dopo sgombero, è stata giudicata dagli esperti una scelta elettorale di Hamas, ma anche un prodotto di importazione.
Oggi, ci sono giovani a Gaza che si rifanno a Abu Mussa al Zarqawi, il vice di Bin Laden ucciso l’anno scorso in Irak, minacciano regolarmente di assassinio Abu Mazen, pare abbiano costruito tunnel e portato esplosivi e armi sofisticate non solo contro gli israeliani, ma contro quella che hanno dichiarato gestione fantoccio, filoamericana dell’Autonomia. Abbas da Bin Laden e da Aiman Al Zawairi era stato descritto come un collaborazionista, le milizie Jundallah nel 2005 prima del ritiro da Gaza si erano preparate allo scontro e avevano anche attaccato e ferito in proprio quattro soldati israeliani a Rafah. Ma le prime presenze si segnalano già nel 2000. Nel settembre 2003 un ventisettenne in uscita verso l’Afghanistan arrestato aveva rivelato un gruppo di giovani palestinesi che erano stati indottrinati, poi arruolati in loco e poi mandati a allenarsi in Afghanistan. La presenza di Al Qaida è stata segnalata nei campi profughi palestinesi in Libano; nel 2000 fu sventato il piano di far saltare il ponte di Allenby e di attaccare pellegrini cristiani; nel 2002 salta per aria l’Hotel Paradise in Kenya, pieno di turisti israeliani (ne muoiono 13) e un missile quasi colpisce un volo El Al; nel 2003 due terroristi inglesi di origine pakistana fecero saltare il bar Mike Place di Tel Aviv. Nel marzo Hamas distribuiva gli scritti del mentore palestinese di Bin Laden, Abdullah Azzam e nel 2004 Hamas distribuiva un Cd con terroristi ceceni e Bin Laden in copertina, in cui si spiegava la guerra santa per l’Islam.
Salman al Auda, un chierico teorico del terrorismo suicida, è maestro sia di Hamas che di Al Qaida. Nell’agosto dello sgombero appare un sito di Al Qaida intitolata «Dalla vetta della gobba del cammello» e spiega che «i sionisti sono un obiettivo da colpire». Il 9 agosto la democrazia viene dichiarata sullo stesso sito fuori della prospettiva islamica. Se si viene al giorno d’oggi, internet café e negozi di musica nell’Autonomia rischiano di brutto: ultimamente ne sono stati distrutti due e anche una libreria, Bible society, che appartiene a protestanti americani. La firma Al Qaida è presente non solo a livello di armi e nascondigli, ma anche a livello sociale, dove la base islamista estrema di Hamas, oggi allargata alquanto da una rete televisiva che predica già l’avvento della terza Intifada e la distruzione di Israele, è pronta al messaggio.
L’annuncio, speriamo del tutto falso dell’assassinio di Johnston, è avvenuto nel giorno del secondo incontro fra Abu Mazen e Ehud Olmert. Certo, non è un buon viatico. E comunque, la prospettiva di una Gaza «qaidizzata» da cui con un volo di pochi minuti un aereo pilotato da un terrorista suicida possa arrivare a Tel Aviv, è fra le più cupe da immaginarsi, e va prevenuta.

I messaggi del mullah Santoro

domenica 15 aprile 2007 Il Giornale 1 commento
A volte, come durante la trasmissione di Michele Santoro di due sere or sono, una specie di nebbia conoscitiva e intellettuale scende sulla nostra mente e appare sovrastante, imbattibile. E’ un avvelenamento del pensiero e della pubblica opionione che poi si ritrova in ogni angolo della società, anche presso i giovani e le persone di buona volontà; fra questi, per esempio, gli studenti che ho condiviso col professor Compagna durante un breve corso all’Università Luiss (vi svolgo cicli di lezioni ormai da anni). Prima di tutto mi ha stupito che questi ragazzi, tutti intelligenti e di buona volontà, con cui nei giorni scorsi abbiamo parlato di storia dei partiti in Israele, di fronte a una discussione sul ruolo dell’esercito hanno detto che per loro è impensabile, ormai, l’idea di svolgere il servizio militare. Anche perché per alcuni di loro è difficile pensare che nel mondo vi siano pericoli tali da proporsi come oggetto di risposta (parliamo solo di difesa) non dialettica: un tavolo di pace, investimenti consistenti per lenire le difficoltà economiche, la resa e il ritiro ovunque lo si possa per non esasperare gli animi. Non cè guerra se non la vogliamo, insomma, non c’è aggressività che possa essere placata, nè terrorismo cui non si debba trovare una conclusione sensata. La nostra civiltà democratica è migliore della loro, i ragazzi concordano, e quindi deve essere capace di calmare la violenza; naturalmente, quindi, dobbiamo vedere le ragioni di chi combatte col terrorismo come ragionevoli, causate da situazioni di tragico disagio, di miseria, di ansia, di cui noi occidentali, più ricchi e colti, siamo in gran parte responsabili. Mi sembra di aver così riportato in parte il pensiero di questi ragazzi. Come mai i ragazzi italiani pensano in modo tanto imbelle e onnipotente allo stesso tempo? Perché hanno visto pogrammi come quello di Santoro. Perché non sono esposti con regolarità a risposte che, ferma restando la totale libertà di espressione, gli forniscano delle risposte altrettanto frequenti. Perché alla fin fine respirano spesso un messaggio in cui sostanzialmente i terroristi vengono sostenuti nelle loro ragioni, se non nei loro metodi, e comunque sottovalutati quanto a capacità operativa. La tv, la radio, i giornali, promanano questo messaggio. Se il mullah Omar è cattivo, Karzai non lo è di meno perchè alla fin fine è soltanto uno schiavo degli americani, e gli americani perseguono i loro interessi imperialisti. Tesi folle, che può essere distrutta, sempre che ce ne sia l’occasione! Peggio, si suggerisce con astuzia volpina che esime dalla conoscienza dei fatti (che invece parlano di altissimi prezzi pagati dagli americani nella guerra contro il terrore e per la democrazia), perseguono i loro bassi interessi economici: la questione del gasdotto afghano è stata ridotta durante la trasmissione di Santoro ai bassi interessi di Bush, Cheney e Condoleeza Rice, e lo si fa spesso; il mullah Omar è stato esaltato (questo non lo si fa così spesso) invece come il difensore dei veri interessi del popolo Afghano vessato, bombardato, aggredito dagli USA per futili motivi, o anzi per motivi di puro potere. Lui voleva liberare l’Afghanistan dall’oppio (anche Hamas i Palestinesi dalla corruzione di Abu Mazen!), lui aspettava le prove GIUDIZIARIE della colpevolezza di Bin Laden nella storia delle Twin Towers, prima di commettere un’ingiustizia storica nel consgenarlo agli americani, lui ha quattro mogli che magari vanno troppo coperte, ma le nostre donne, si presentano in mutande alla tv. Cito a memoria un inverosimile intervento letto con tono raffinato del giornalista Marco Travaglio che drappeggiava in una serie di illazioni ignoranti e leziose il ritratto del sanguinario e fascista Mullah Muhammed Omar, costruendo il suo contraltare in un non certo meno colpevole George Bush. Le responsabilità di Omar erano lette in chiave di reazione alla politica americana, mentre la gallina per chi sa la storia, è nata ben prima dell’uovo: nella certezza, dopo aver battuto insieme a Bin Laden i sovietici, che il mondo occidentale potesse essere sconfitto dall’Islam e dalla determinazione comune ai due compagni d’arme, di passare a distruggere gli USA (più volte esplicitata). Nel regime assassino del Mullah Omar in cui la vicenda del sanguinario e fascista capo del governo talebano si assomma in alcune specificità a tutti (credevo) note, come chiudere donne a casa e nel burka, lapidare a morte le accusate di adulterio, il seppellimento degli omosessuali sotto montagne di cocci per schiacciarli a morte, l’amputazione delle mani dei ladri, la legge per cui gli assassini venivano massacrati dai membri delle famiglie degli uccisi. Omar condannava a morte chiunque si convertisse a un’altra religione e distrusse i meravigliosi Buddha di Bamiyan, ridusse il Paese alla miseria totale e all’isolamento, e poi completò l’opera facendosi grande difensore di Bin Laden dopo le Twin Towers. Infatti il Mullah è stato il fiancheggiatore, il sodale, il principale organizzatore della protezione in Afghanistan di Osama Bin Laden, che a sua volta è un finanziatore principale dei talebani, e ha causato così l’attacco americano di difesa dal terrorismo; i due pare abbiano scambiato due figlie divenute ciascuna una delle quattro mogli dell’uno o dell’altro. Il Mullah ha rovinosamente legato la storia dell’Afghanistan a quella dell’uomo che ha attaccato gli Stati Uniti e anche al traffico di armi e di terroristi con il Pakistan. E Karzai, quindi, di contro, come invece è stato suggerito durante la trasmissione, non può essere considerato come un fantoccio schiavo degli USA con tutta la sua complessa storia di tentativi di trasformare il Paese in qualcosa di più e di meglio che non una sentina di terrore. Non lo si può sotterraneamente accusare di cieca obbedienza agli USA per aver semplicemente raccontato che dal governo Prodi più che una richiesta gli è venuta una impositiva dichiarazione di necessità politica, trasformatasi poi in un pasticcio. Nè deve essere dato per scontato, con tutto il rispetto per le cure mediche elargite da Emergency, che la sua propensione politica sia limpida. Non lo è, ed è probabilmente dovuto a questo se la scelta del governo italiano è andata fiduciosamente verso quella zona grigia per liberare Mastrogiacomo, sensa mettere in conto che nella zona grigia possono poi crearsi pasticci terribili e anche tragedie come quella dei due uccisi e del detenuto nelle carceri di Karzai, su cui ovviamente speriamo con tutto il cuore di avere dati giudiziari precisi che giustifichino la detenzione. Putroppo, per i due uccisi con tanta orribile crudeltà, non c’è invece che biasimare il Mullah Omar e i terroristi in genere. I loro sgozzamenti senza processo alcuno, senza motivo, fatti di puro odio e amore per la morte. Ma su questo non c’è mai determinazione, mai convinzione profonda nei nostri media, e sempre invece la percezione inconfessata che in fondo i terroristi, specie ora che hanno liberato il nostro, abbiano almeno in parte ragione. Per quanto potremo continuare a trasmettere ai nostri giovani questo messaggio? A quanti giornalisti, quanti operatori dei media, delle organizzazioni umanitarie, quanti soldati, certo, dovranno ancora essere aggrediti, rapiti, uccisi, quante auto, quanti mercati e strutture pubbliche dovranno saltare in aria perchè ci si convinca che il terrorismo non conosce discrimine se non quello fra l’Occidente peccaminoso da conquistare e redimere e l’Islam della purezza? Perchè ci ostiamo a riempire i giovani di balle cui certo una mente fine come quella di Travaglio non può credere? Il giorno che sarà necessario di fronte alla gargantuesca forza del terrore sorretto dalle armi di distruzione di Ahmadinejad e di Bin Laden e dei loro alleati, i nostri ragazzi ci diranno semplicemente: “ci avete convinto, non possumus”.

Marchio d’infamia per i prof dissidenti in Iran

mercoledì 11 aprile 2007 Il Giornale 0 commenti
Comincia nella stessa università dove il 16 dicembre dell’anno scorso Mahmoud Ahmadinejad, il presidente iraniano, fu fischiato, insultato, sfottuto dagli studenti, la persecuzione organizzata anche dei professori. Infatti da ora in poi anche loro verranno esaminati nel loro comportamento da una commissione che se non li troverà confacenti nel pensiero e nelle azioni alle norme islamiche della Repubblica, li marcherà prima con una stella, poi con due, poi con tre.La prima stella serve da ammonimento o a non rinnovo dell’incarico nel caso non si sia assunti con contratto a tempo indeterminato, la seconda comporterà la riduzione dei mezzi a disposizione per studi e ricerche, la terza porterà al licenziamento o al prepensionamento. Per gli studenti di molte università questa procedura è già in voga da tempo (anche se le punizioni sono ovviamente altre, fino all’espulsione): «stellato» si dice in slang giovanile per indicare uno studente indipendente e critico e quindi già marchiato.
In gennaio, nel corso di un’offensiva contro le teste calde democratiche delle Università, Mohammed Mehdi Zahedi, il ministro della Scienza, Ricerca e Tecnologia agli studenti dell’Università di Ahvaz annunciò che i postgraduati sarebbero stati segnati con una stella accanto ai loro nomi per motivi disciplinari. E aggiunse: «Allora, dovranno stare attenti che questo non si ripeta, o avranno dei problemi».
Un Paese come l’Iran khomeinista, e adesso ancora più estremo data la gestione di Amadinejad, non deve spiegare di quali problemi si tratta: gli arresti, le botte, le detenzioni per chi non è o non è ritenuto fedele al regime sono comuni e spaventose, a volte gestite dalle Guardie Rivoluzionarie, a volte dalle strutture repressive dello Stato. Il sistema delle stelle è diffuso da quando, raccontavamo, all’università di Amir Kabir, conosciuto come il vecchio Politecnico, Ahmadinejad, chiamatovi da una petizione firmata da 16mila universitari, cercò di domare la folla accademica. Ma gli studenti accolsero il presidente tenendo alla rovescia le sue foto e gridandogli «abbasso il dittatore». Da allora, è stata una pioggia di stelle, sono state chiuse organizzazioni studentesche come quella di Bu Ali Sina, sono stati ammoniti direttori di bollettini come quello dell’università di Shahrud, nella stessa università 11 studenti sono stati ammoniti, altri sospesi all’università Azad, altri a quella di Shiraz. Ma le università, rifugio dell’opposizone moderna, che cinque anni e mezzo fa con grandi sacrifici dettero vita a manifestazioni contro il regime finite nella repressione e nel sangue, seguitano ad essere la punta di un’opposizione crescente contro il Presidente. Il fatto che adesso il regime abbia deciso di stellare anche i professori ci parla di una insicurezza per altro già avvertita alla liberazione dei marinai britannici. «Anche in quella occasione - ci racconta Menashe Amir, un iraniano che vive in Israele e tramite il suo programma alla radio parla tutti i giorni con Teheran - la critica della gente è arrivata fino sui giornali che dicevano: “Se volevi compiere un atto di misericordia liberando gli inglesi, perché non lo hai fatto prima dell’ultimatum di Tony Blair? Forse, invece, hai avuto paura? E se avevano violato le acque territoriali perché non li hai processati? E se non le hanno violate, perché li hai rapiti creando il gran pasticcio?”». Un paio di settimane or sono il fratello di Alì Larjani (il capo della missione che negozia la questione nucleare), Mohammed Javad Larjani, che insegna fisica all’università, ha detto che «il presidente appare molto stanco, dovrebbe prendersi una vacanza» e il suo commento è stato ripreso da un membro del Parlamento, Khosh Chehreh, che ha ripetuto: «L’ho incontrato il 21 di marzo, l’ho visto molto stanco». Battute che richiedono molto coraggio. Come ieri ha richiesto coraggio per il Parlamento, racconta Amir, avviare l’orologio d’estate contro l’opinione del Presidente. Anche i commenti sul discorso tenuto sul nucleare sono delusi: «Non c’era niente di nuovo, e allora perché quella grande festa?» dicono gli iraniani.
La critica striscia, ma non è capace di produrre un cambiamento di regime, oberata di persecuzioni e minacce. L’unica strada è quella del cambio di regime, che è anche la sola per bloccare la costruzione delle strutture di arricchimento atomico. «Intanto - dice Amir - spingiamo perché la commissione per i diritti umani dell’Onu difenda gli studenti e i professori, e cerchiamo di finanziare il loro movimento».
Comincia nella stessa università dove il 16 dicembre dell’anno scorso Mahmoud Ahmadinejad, il presidente iraniano, fu fischiato, insultato, sfottuto dagli studenti, la persecuzione organizzata anche dei professori. Infatti da ora in poi anche loro verranno esaminati nel loro comportamento da una commissione che se non li troverà confacenti nel pensiero e nelle azioni alle norme islamiche della Repubblica, li marcherà prima con una stella, poi con due, poi con tre.La prima stella serve da ammonimento o a non rinnovo dell’incarico nel caso non si sia assunti con contratto a tempo indeterminato, la seconda comporterà la riduzione dei mezzi a disposizione per studi e ricerche, la terza porterà al licenziamento o al prepensionamento. Per gli studenti di molte università questa procedura è già in voga da tempo (anche se le punizioni sono ovviamente altre, fino all’espulsione): «stellato» si dice in slang giovanile per indicare uno studente indipendente e critico e quindi già marchiato. In gennaio, nel corso di un’offensiva contro le teste calde democratiche delle Università, Mohammed Mehdi Zahedi, il ministro della Scienza, Ricerca e Tecnologia agli studenti dell’Università di Ahvaz annunciò che i postgraduati sarebbero stati segnati con una stella accanto ai loro nomi per motivi disciplinari. E aggiunse: «Allora, dovranno stare attenti che questo non si ripeta, o avranno dei problemi». Un Paese come l’Iran khomeinista, e adesso ancora più estremo data la gestione di Amadinejad, non deve spiegare di quali problemi si tratta: gli arresti, le botte, le detenzioni per chi non è o non è ritenuto fedele al regime sono comuni e spaventose, a volte gestite dalle Guardie Rivoluzionarie, a volte dalle strutture repressive dello Stato. Il sistema delle stelle è diffuso da quando, raccontavamo, all’università di Amir Kabir, conosciuto come il vecchio Politecnico, Ahmadinejad, chiamatovi da una petizione firmata da 16mila universitari, cercò di domare la folla accademica. Ma gli studenti accolsero il presidente tenendo alla rovescia le sue foto e gridandogli «abbasso il dittatore». Da allora, è stata una pioggia di stelle, sono state chiuse organizzazioni studentesche come quella di Bu Ali Sina, sono stati ammoniti direttori di bollettini come quello dell’università di Shahrud, nella stessa università 11 studenti sono stati ammoniti, altri sospesi all’università Azad, altri a quella di Shiraz. Ma le università, rifugio dell’opposizone moderna, che cinque anni e mezzo fa con grandi sacrifici dettero vita a manifestazioni contro il regime finite nella repressione e nel sangue, seguitano ad essere la punta di un’opposizione crescente contro il Presidente. Il fatto che adesso il regime abbia deciso di stellare anche i professori ci parla di una insicurezza per altro già avvertita alla liberazione dei marinai britannici. «Anche in quella occasione - ci racconta Menashe Amir, un iraniano che vive in Israele e tramite il suo programma alla radio parla tutti i giorni con Teheran - la critica della gente è arrivata fino sui giornali che dicevano: “Se volevi compiere un atto di misericordia liberando gli inglesi, perché non lo hai fatto prima dell’ultimatum di Tony Blair? Forse, invece, hai avuto paura? E se avevano violato le acque territoriali perché non li hai processati? E se non le hanno violate, perché li hai rapiti creando il gran pasticcio?”». Un paio di settimane or sono il fratello di Alì Larjani (il capo della missione che negozia la questione nucleare), Mohammed Javad Larjani, che insegna fisica all’università, ha detto che «il presidente appare molto stanco, dovrebbe prendersi una vacanza» e il suo commento è stato ripreso da un membro del Parlamento, Khosh Chehreh, che ha ripetuto: «L’ho incontrato il 21 di marzo, l’ho visto molto stanco». Battute che richiedono molto coraggio. Come ieri ha richiesto coraggio per il Parlamento, racconta Amir, avviare l’orologio d’estate contro l’opinione del Presidente. Anche i commenti sul discorso tenuto sul nucleare sono delusi: «Non c’era niente di nuovo, e allora perché quella grande festa?» dicono gli iraniani. La critica striscia, ma non è capace di produrre un cambiamento di regime, oberata di persecuzioni e minacce. L’unica strada è quella del cambio di regime, che è anche la sola per bloccare la costruzione delle strutture di arricchimento atomico. «Intanto - dice Amir - spingiamo perché la commissione per i diritti umani dell’Onu difenda gli studenti e i professori, e cerchiamo di finanziare il loro movimento».

I visionari della pace

domenica 8 aprile 2007 Il Giornale 0 commenti
Basta unire i puntini e il disegno si mostra; appare una realtà conturbante ma indispensabile da guardare senza l’involucro concettuale dorato di questa Pasqua. Dentro l’uovo mediorientale c’è tutt’altro che il sorriso del gatto coi topi inglesi stampato sulla faccia di Ahmadinejad, tutt’altro che il «piano di pace» saudita, che la riducibilità della Siria, degli Hezbollah e di Hamas. C’è invece la politica occidentale che galleggia in trucioli sulla schiuma dell’ondata jihadista, abbagliata dalla speranza. Dunque, componiamo il disegno.
Portata a casa l’umiliazione dell’Occidente ottenuta con il rapimento e la liberazione-regalo per gli amici inglesi, Ahmadinejad torna alle cose serie: a Natanz, ha annunciato ieri, siamo in grado di produrre carburante nucleare «su scala industriale», ovvero abbiamo espanso il programma vietato dall’Onu con due risoluzioni del Consiglio di Sicurezza. «Entriamo nella fase della produzione di massa», ha comunicato il presidente iraniano, senza specificare il numero delle centrifughe che entrano in azione. Si parla di 3000 approntate a Natanz, un bel po’ di più delle 164 di cui si sapeva fino ad oggi, molto meno delle decine di migliaia atte a produrre la bomba atomica, cosa che secondo Amos Yadlin, capo dei servizi militari israeliani, non si realizzerà prima del 2010. La spalla nella parte del buono, il consueto Ali Larjani, capo negoziatore nucleare, ha detto che ora, forte delle sue centrifughe nuove, l’Iran potrà negoziare faccia a faccia con l’Occidente.
Domenica Hassan Nasrallah aveva annunciato che finché il Libano non è in grado di difendersi da solo, egli terrà gli Hezbollah in armi per difendere il Paese «contro gli attacchi di Israele». È la reazione dura a un incontro fra Nabih Berri, il presidente filosiriano del Parlamento, che tiene per la riforma che consentirebbe all’opposizione (ovvero agli Hezbollah) il diritto di veto, e Saad Hariri, che rappresenta all’incontro la coalizione governativa guidata da Fuad Seniora, e dice di no alle dimissioni e alle concessioni. L’incontro fallisce. Nasrallah quindi nel suo discorso dice che il Paese non è garantito e che Hezbollah lo difenderà. Già dal primo dicembre, il Segretario generale del movimento sciita ha lanciato manifestazioni e scontri di piazza per far dimettere Seniora minacciando una guerra civile come quella che ebbe luogo dal ’75 al ’90.
Attenzione: qui viene lo snodo. La settimana scorsa sembrava imminente una conferenza sponsorizzata dall’Arabia Saudita fra i leader libanesi antagonisti. Anzi, era stata annunciata. I sauditi vi avrebbero, sembrava, rinnovato i fasti dell’incontro della Mecca in cui avevano messo d’accordo Fatah (Abu Mazen) e Hamas per un governo di coalizione. Ma d’un tratto, Fuad Seniora, il Primo ministro antisiriano e antiraniano, nonostante le sue molte prudenze nei confronti degli Hezbollah, ha detto che per lui non va bene: il Paese deve trovare le sue soluzioni prima di andare dall’Arabia Saudita.
Che cosa è successo? Non aveva tutto da guadagnare Seniora da quella stessa Arabia Saudita moderata che aveva appena ripresentato a Ryad il suo «piano di pace» che gli americani, con qualche variazione, vedono come un possibile terreno di pacificazione fra Israele e i Palestinesi e di affermazione di quella coalizione sunnita moderata che deve costituire una diga contro l’egemonia sciita iraniana?
Secondo noi, il punto è che il prudente Seniora ha temuto proprio il bis di quello che era successo fra i palestinesi: i sauditi si sono infatti accorti alla Mecca che Hamas non poteva essere strappato all’Iran, che strappargli Hamas avrebbe molto irritato Teheran, che l’Iran ha una forte determinazione e potenza militare con cui trovare un terreno di dialogo. Così, il re Abdullah ha consentito un accordo in cui Hamas ha vinto conservando la condanna a morte dello Stato d’Israele e la scelta del terrorismo e imponendo queste condizioni a Abu Mazen, che pure la pensa diversamente. A Ryad poi, la proposta saudita di fatto proponeva non un accordo di pace, ma un terreno impossibile per Israele negando la risoluzione 242 dell’Onu con la richiesta del rientro nei confini del ’67, e riproponendo l’impossibile ritorno dei quasi 5 milioni di profughi. La proposta è stata accompagnata a Ryad da una minaccia di guerra inaspettata anche da Condy Rice che chiedeva modifiche senza ottenerle. A queste minacce si è unita la cancellazione di una cena di gala del re Abdullah alla Casa Bianca, che avrebbe dovuto aver luogo in questi giorni. È evidente che è intenzione dei sauditi occuparsi soprattutto dei propri rapporti con l’Iran, molto di più che non della pace. Un fronte moderato direttamente antagonista all’Iran come quello che sognano gli americani non sembra prendere dunque forma. L’appeasement si propone anche sul fronte arabo interno e, intanto, sarà una coincidenza?, una grande vendita di armi americane ai Sauditi e ad altri alleati del Golfo per ora non va avanti.
Nel frattempo, mentre Nancy Pelosi si è avventurata temerariamente in casa di Assad di Siria (che aveva fatto sapere che la proposta di Olmert per un incontro fra Israele e gli Stati Arabi non gli interessa) la Francia ha fatto circolare la bozza di un documento da presentare al Consiglio di Sicurezza che esprima preoccupazione e condanna per il passaggio illegale di armi attraverso il confine siriano-libanese. Di nuovo gli arsenali degli Hezbollah sono pieni di missili iraniani e occorre, dicono i francesi, autorizzare una nuova missione di verifica. L’Unifil non ha fermato gli Hezbollah, il Libano è a rischio, la Siria aiuta Nasrallah, gli iraniani lo ritengono un’arma strategica fondamentale.
Chi dunque immagina coalizioni di moderati, prospettive di pace all’orizzonte, chi immagina che i sunniti saranno il bastione dell’Occidente, che il loro piano di pace sia flessibile, che i Siriani cerchino la pace, che Hamas sarà Fatah e diventerà possibilista, che l’Iran tratterà sul nucleare e anche che Al Qaida sarà così gentile da tenere la testa bassa ancora per un po’, che la prossima conferenza di Sharm el Sheikh sull’Irak convinca l’Iran e la Siria a starsene fuori... devono tutti fare i conti con la forza saliente con cui il Medio Oriente ha a che fare oggi, la ventata jihadista cui anche i regimi sunniti devono pagare pegno e in cui l’Iran giuoca un ruolo indispensabile. Fin quando l’Arabia Saudita non deciderà di giocarsela in maniera più diretta considerando il pericolo iraniano incombente su tutto il Medio Oriente. Per noi, unendo i puntini, si vedono attentati e rapimenti su un fronte allargato, a meno che non lo si contenga con sanzioni, severità, decisione.

Guerra dei marinai senza vincitori

venerdì 6 aprile 2007 Il Giornale 0 commenti
Chi ha vinto fra Iran e Inghilterra? La risposta è: nessuno dei due. È stata solo una battaglia in una guerra in pieno svolgimento. Ahmadinejad non ha affatto convinto col suo show di graziosità piccolo borghesi che hanno celato per qualche minuto il consueto ghigno, con i regalini, i sorrisi. Si intravedeva in trasparenza la retromarcia in politica interna e lo svarione in politica internazionale.
Solo i media lo hanno assecondato nella sua interpretazione del Buono. Se certo c’è da rallegrarsi assai del ritorno dei soldati britannici alle loro famiglie dato quella che abbiamo imparato possa essere la sorte dei rapiti caduti in mano di fanatici religiosi, tuttavia episodi come quello appena conclusosi collocano l’Inghilterra in quella zona di understatement che non aiuta la guerra al terrorismo; Blair, certo «calmo e deciso», come si è complimentato da solo, pure ha saputo contrapporre a una impresentabile prepotenza, all’ennesimo sgarro di un personaggio pericoloso per il genere umano, poco più della tradizionale flemma britannica; un leader in prossima uscita non vuole mai concludere il mandato in modo imprudente, anche se un giorno dovrà forse accorgersi di aver mancato alla chiamata della storia. Blair poteva almeno parlare chiaro, almeno dopo la liberazione dei suoi uomini. Oltretutto la sua linea, quella della fermezza sulle concessioni, non regge data la liberazione di Jalal Sarafi, il «diplomatico» arrestato in Irak. E il fatto che l’Inghilterra non abbia chiesto scusa, ma abbia tuttavia promesso (se è vero) di evitare violazioni, è controverso, ma se l’ha fatto, questo è per Ahmadinejad, che divulga senza tregua una visione di un Occidente corrotto, flebile, vigliacco che sarà stroncato dall’Islam, un premio simbolico micidiale.
Anche i soldati inglesi giustamente compiaciuti di essere vivi, così proni, sorridenti e oranti, sinceramente grati a Ahmadinejad come può esserlo un bravo ragazzo inglese verso il suo salvatore, rivelavano col loro atteggiamento, col linguaggio del corpo, le parole in libertà, che mancava loro persino il training psicologico per comprendere almeno che un soldato occidentale ha oggi dei terribili nemici.
Quanto all’Iran, ha fatto il passo più lungo della gamba. Ahmadinejad ha lasciato, o ha comandato, che le Guardie Rivoluzionarie, a lui fedeli il giorno prima del voto al Consiglio di Sicurezza del 24 maggio, rapissero i quindici marinai nella acque dello Shatt el Arab. Per il presidente è stata una maniera di mettere in rapporto la determinazione a costruire il potere nucleare iraniano con la sua tempestosa, capricciosa e incontenibile determinazione a giuocare il ruolo del bullo del quartiere, quello che sullo scenario internazionale passa con uno spintone e non chiede il permesso a nessuno. Le Guardie, di cui fanno parte le unità Quds (Gerusalemme), dispongono di decine di migliaia di suicidi, gestiscono un vero esercito armato molto modernamente: le Unità agiscono in Irak e altrove in concerto con gli hezbollah e Hamas, volevano vendicarsi per l’operazione americana in Irak che a gennaio ridusse ai minimi termini il loro network cui appartengono anche i sei iraniani catturati a Irbil dagli americani. E, in secondo luogo, aiutavano così Ahmadinejad in un momento di gravi difficoltà interne; Rahim Safavi, capo delle Guardie, personalmente danneggiato dalla prima risoluzione dell’Onu 1737 che ne congela gli affari, inviso a Ali Larjani come a Hashemi Rafshanjani, non prevedeva di dovere concludere il rapimento così in fretta, ma pensava invece di stabilizzare la sua posizione anche rispetto all’Irak e al resto delle grandi operazioni in cui le Brigate Quds hanno le mani.
Ma mentre il mondo si schiera tutto contro i rapitori, più che la paura dell’Onu (su quello tutta la leadership è compatta: «faremo il nucleare comunque») gioca la consapevolezza che ormai agiscono sanzioni nascoste molto serie: più di cinquanta fra le banche e le istituzioni finanziarie più importanti del mondo hanno bloccato i loro rapporti con l’Iran impazzito di Ahmadinejad. Fra queste la Swiss Bank Ubs, la Germany Commerzbank, l’Hsbc di Londra. Molti grandi progetti sono a rischio, come quello con l’India per un grande piano di condotte di gas. L’industria petrolifera e del gas iraniane, ormai vecchie e distrutte, non trovano finanziamenti per il rinnovamento indispensabile. Se Ahmadinejad ha la mentalità messianica e l’assetto strategico della jihad e vuole sacrificare tutto alla venuta del Mahdi, non è lo stesso per chi teme, in Iran, che la politica del presidente stia per far franare il regime. E Khamenei non vuole, anche lui per fede messianica, che Ahmadinejad distrugga ciò che Khomeini ha costruito: il più grande e potente regime islamista sciita in fase di espansione strategica.Chi ha vinto fra Iran e Inghilterra? La risposta è: nessuno dei due. È stata solo una battaglia in una guerra in pieno svolgimento. Ahmadinejad non ha affatto convinto col suo show di graziosità piccolo borghesi che hanno celato per qualche minuto il consueto ghigno, con i regalini, i sorrisi. Si intravedeva in trasparenza la retromarcia in politica interna e lo svarione in politica internazionale.
Solo i media lo hanno assecondato nella sua interpretazione del Buono. Se certo c’è da rallegrarsi assai del ritorno dei soldati britannici alle loro famiglie dato quella che abbiamo imparato possa essere la sorte dei rapiti caduti in mano di fanatici religiosi, tuttavia episodi come quello appena conclusosi collocano l’Inghilterra in quella zona di understatement che non aiuta la guerra al terrorismo; Blair, certo «calmo e deciso», come si è complimentato da solo, pure ha saputo contrapporre a una impresentabile prepotenza, all’ennesimo sgarro di un personaggio pericoloso per il genere umano, poco più della tradizionale flemma britannica; un leader in prossima uscita non vuole mai concludere il mandato in modo imprudente, anche se un giorno dovrà forse accorgersi di aver mancato alla chiamata della storia. Blair poteva almeno parlare chiaro, almeno dopo la liberazione dei suoi uomini. Oltretutto la sua linea, quella della fermezza sulle concessioni, non regge data la liberazione di Jalal Sarafi, il «diplomatico» arrestato in Irak. E il fatto che l’Inghilterra non abbia chiesto scusa, ma abbia tuttavia promesso (se è vero) di evitare violazioni, è controverso, ma se l’ha fatto, questo è per Ahmadinejad, che divulga senza tregua una visione di un Occidente corrotto, flebile, vigliacco che sarà stroncato dall’Islam, un premio simbolico micidiale.
Anche i soldati inglesi giustamente compiaciuti di essere vivi, così proni, sorridenti e oranti, sinceramente grati a Ahmadinejad come può esserlo un bravo ragazzo inglese verso il suo salvatore, rivelavano col loro atteggiamento, col linguaggio del corpo, le parole in libertà, che mancava loro persino il training psicologico per comprendere almeno che un soldato occidentale ha oggi dei terribili nemici.
Quanto all’Iran, ha fatto il passo più lungo della gamba. Ahmadinejad ha lasciato, o ha comandato, che le Guardie Rivoluzionarie, a lui fedeli il giorno prima del voto al Consiglio di Sicurezza del 24 maggio, rapissero i quindici marinai nella acque dello Shatt el Arab. Per il presidente è stata una maniera di mettere in rapporto la determinazione a costruire il potere nucleare iraniano con la sua tempestosa, capricciosa e incontenibile determinazione a giuocare il ruolo del bullo del quartiere, quello che sullo scenario internazionale passa con uno spintone e non chiede il permesso a nessuno. Le Guardie, di cui fanno parte le unità Quds (Gerusalemme), dispongono di decine di migliaia di suicidi, gestiscono un vero esercito armato molto modernamente: le Unità agiscono in Irak e altrove in concerto con gli hezbollah e Hamas, volevano vendicarsi per l’operazione americana in Irak che a gennaio ridusse ai minimi termini il loro network cui appartengono anche i sei iraniani catturati a Irbil dagli americani. E, in secondo luogo, aiutavano così Ahmadinejad in un momento di gravi difficoltà interne; Rahim Safavi, capo delle Guardie, personalmente danneggiato dalla prima risoluzione dell’Onu 1737 che ne congela gli affari, inviso a Ali Larjani come a Hashemi Rafshanjani, non prevedeva di dovere concludere il rapimento così in fretta, ma pensava invece di stabilizzare la sua posizione anche rispetto all’Irak e al resto delle grandi operazioni in cui le Brigate Quds hanno le mani.
Ma mentre il mondo si schiera tutto contro i rapitori, più che la paura dell’Onu (su quello tutta la leadership è compatta: «faremo il nucleare comunque») gioca la consapevolezza che ormai agiscono sanzioni nascoste molto serie: più di cinquanta fra le banche e le istituzioni finanziarie più importanti del mondo hanno bloccato i loro rapporti con l’Iran impazzito di Ahmadinejad. Fra queste la Swiss Bank Ubs, la Germany Commerzbank, l’Hsbc di Londra. Molti grandi progetti sono a rischio, come quello con l’India per un grande piano di condotte di gas. L’industria petrolifera e del gas iraniane, ormai vecchie e distrutte, non trovano finanziamenti per il rinnovamento indispensabile. Se Ahmadinejad ha la mentalità messianica e l’assetto strategico della jihad e vuole sacrificare tutto alla venuta del Mahdi, non è lo stesso per chi teme, in Iran, che la politica del presidente stia per far franare il regime. E Khamenei non vuole, anche lui per fede messianica, che Ahmadinejad distrugga ciò che Khomeini ha costruito: il più grande e potente regime islamista sciita in fase di espansione strategica.
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