Il Giornale
Ecco come vivono i cristiani sotto l'Autorità palestinese
La piazza della Mangiatoia di Betlemme, quieta nel freddo della vigilia di Natale a sera, non è invasa dai turisti, non è travolta da un afflato mistico; da 90mila pellegrini al mese nel 2000, l’anno scorso ne vennero solo 2500, e quest’anno la cittadina se ne sta accucciata, come una persona ferita, concentrata su stessa, chiusa al suo ingresso principale dal massiccio recinto di difesa degli israeliani, e dentro tormentata da un destino che si fa sempre più difficile soprattutto per i cristiani, che un tempo erano i padroni della cittadina e oggi non lo sono più.
Betlemme alla memoria della nascita del Cristo, dovrebbe secondo una logica normale,gioire, festeggiare, ma ha visto tanti di quelli eventi seguiti da traumi e delusioni, e oggi è in una delle sue peggiori avventure, quella del dopo la vittoria di Hamas. La cittadina ha vissuto il Natale in cui proponendosi come un nuovo Messia, Arafat scese dal cielo sul suo elicottero, fra la folla festante, di ritorno dall’esilio; e tutti sperarono in una nuova era e venne la Seconda Intifada; quello dell’eccitazione della ricostruzione legata all’avvento del Terzo Millennio, che con la pace avrebbe dovuto portare benessere alla gente della patria di Gesù; Betlemme ha vissuto invece i giorni dei Tanzim asserragliati dentro la Chiesa della natività, le ronde e i carri armati; quelli degli spari da Beit Jalla delle Brigate di Al Aqsa nelle case del quartiere Gerusalemitano di Gilo;quelli della visita di Giovanni Paolo II quando la Moschea all’improvviso durante il discorso del Papa intonò a gran voce dal minareto le sue preghiere.
Non era un episodio sporadico. I cristiani del posto sono diminuiti verticalmente: dall’85 per cento nel 1948 nel 2006 sono calati al 12 per cento. Da sempre la chiamata del muezzin dalla Grande Moschea in Piazza si è scontrata con il suono delle campane; ma nel corso degli anni sempre di più la battaglia si è fatta largo dalle parole ai fatti. Non mancano le accuse agli israeliani che hanno si fatto serrato la città con la barriera che blocca l’entrata della città da Gerusalemme (che dalle altre parti tuttavia è aperta), i lavoratori abituati ad andare a Gerusalemme, le famiglie che ai posti di blocco specie in questi giorni in cui Israele ha promesso facilitazioni per tutti, trovano invece i soliti problemi a entrare e a uscire; ma Betlemme ha comunque ha dato il 40 per cento dei terroristi suicidi all’Intifada delle Moschee, seconda solo a Jenin, ha sempre avuto fra i suoi cittadini forti capi di Hamas e anche della Jihad Islamica, e una dura e numerosa postazione di Tanzim che occupò la Chiesa della Natività e che ingaggiò la guerra con morti e feriti di Beit Jalla, conducendola dalle finestre delle case dei cristiani contro la loro volontà.
Del problema di Israele tutti quanti ti parlano liberamente, ognuno si lamenta dei blocchi e le limitazioni. Ma solo a mezza voce i cristiani ti rivelano quella che è tuttavia la verità più recente e eclatante: essi lasciano la città di Gesù a un ritmo tale che presto forse la mangiatoia dove è nato, resterà in compagnia dei Francescani e dei Padri Greci Ortodossi che hanno cura della Chiesa, e poco più.
La forza sempre più dilagante del fondamentalismo islamico all’interno dei movimenti Palestinesi pone un grande problema per tutti i cristiani, le cui famiglie sono ormai sottoposte a espropriazioni di terre e di beni sotto varie forme, incluse quelle delle minacce che costringono a spostarsi e a vendere negozi e affari avviati da decine, a volte centinaia di anni; i cristiani sono anche tormentati dai fastidi alle loro donne, un tempo liete di mostrare la loro emancipazione sociale e nel mondo del lavoro anche sfoggiando un normale abbigliamento occidentale; i blue jeans, la gonna e i tacchi, sono costume comune. A volte i fastidi sono arrivati volte a vere aggressioni sessuali.
La questione non riguarda solo Betlemme, ma tutto l’West Bank e Gaza: dice Justus Weiner, uno studioso del Jerusalem Center for Public Affair che con infinita pazienza è riuscito a raccogliere le confidenze di centinaia di cristiani, tutte sistemate in classificatori e trascritte a mano, che dal 20 per cento di Cristiani fra i palestinesi dopo la guerra, il numero si è ridotto a l’1,7 per cento. Solo fra gli arabi che vivono dentro i confini di Israele la popolazione cristiana è aumentata, anche se molti si lamentano di una disparità di condizioni, da 34mila nel 1948 a 130mila nel 2005.
A Betlemme il senso dell’assedio islamico è appena nascosto sotto la festività natalizie: in un albergo di lusso dove pure l’albero di Natale orna la hall dell’Hotel, nelle camere viene indicata la direzione della Mecca; alcuni i negozi che vendono bambinelli e presepi di legno nella piazza hanno le saracinesche dipinte di verde Islam. Fra i tanti episodi che raccogliamo in giro, dal Daily Mail leggiamo che Geoge Rabie, 22 anni, guidatore di taxi del sobborgo cristiano di Beit Jalla, fiero di essere cristiano, si è trovato circondato e maltrattato da una piccola gang di estremisti islamici provenienti da Hevron che avevano visto che George teneva un crocifisso appeso sullo specchietto. “E’ un tipo di razzismo che speriementiamo giorno giorno in molte circostanze” dice “poichè siamo una minoranza siamo un obiettivo facile”.
Jeriez Moussa Amaro, 27 anni, artigiano dell’alluminio, cinque anni fa ha avuto le sue due sorelle Rada di 24 anni e Dunya di 18, trucidate da un gruppo che, poichè la due ragazze conducevano una vita in stle occidentale, rivendicando il doppio omicidio proclamarono: “vogliamo ripulire la Palestina dalle prostitute”.
Le donne cristiane, oggetto di disprezzo, sono spesso anche costrette a sposare dei mussulmani e naturalmente a convertirsi. Le chiese sono state a volte razziate, talora date alle fiamme, i preti che non mantengono il silenzio minacciati.
Quasi tutti i cristiani con cui si parla, compreso George o i padroni degli alberghi cristiani, vogliono vendere le loro proprietà e trovare in qualche modo la strada di uscita dall’incubo. Nei passati sei anni, queste sono le cifre che riuscianmo a trovare, si dice che siano stati chiusi 50 ristoranti, 28 hotel, e 240 negozi di souvenir. Amir Qumsieh, il general manager della stazione telvisiva di betlemme Al mahed-Nativity dice sconsolato: “Ci stiamo sciogliendo, mi sto trasferendo negli USA, un cristiano non ha futuro qui”.
Quelli più minacciati di tutti, dice il dottor Weiner, sono i mussulmani che si convertono al cristianesimo: essi soffrono qualsiasi tipo di persecuzioni da parte dei loro excorreligionari e sono costretti a nascondersi e a emigrare. “Molti rappresentanti di Hamas hanno dichiarato prima delle elezioni che se avessero vinto i cristiani avrebbero dovuto finalmente pagare la Giza, cioè la tassa che secondo la tradzione islamica i dhimmi, ovvero i non mussulmani, devono contribuire al potere islamico se vivono sul suo territorio” dice Weiner. Si parla anche di conversioni forzate all’Islam.
La situazione è molto peggiorata sia dopo la vignetta incriminata su Maometto, dopo la quale le esplosioni islamiste si manifestarono anche nei territori palestinesi, sia,e soprattutto, dopo il recente discorso del Papa sulla cultura islamica. Monsignor Sabbah, il patriarca latino di Gerusalemme ha detto mercoledì nel suo consueto indirizzo di Natale che Betlemme è diventata “città di conflitto e morte” come risultato della continua violenza e intabilità nella regione e a causa delle misure antiterroriste di Israele. “Quest’anno torna di nuovo il Natale ha luogo nelle stesse circostanze di morte e frustrazione con il muro e i checkpoint sul terreno e nei nostri cuori”. Sabbah, che non ha mancato occasione per accusare gli israeliani di ogni e qualsiasi male della comunità cristiana, forse dovrebbe finalmente, dopo tanti cambiamenti sul terreno, a intonare un nuovo motivo.
Medio Oriente: i rischi che non si vogliono vedere
Gerusalemme è piena di sole quando la mattina Massimo D’Alema la lascia sul convoglio di auto dirette a Ramallah. Il serpente di auto del consolato italiano fa la sua strada fra le pietre nel deserto della Giudea; D’Alema è arrivato dal Libano la sera avanti; prima di dirigersi alla Mukata si ferma a salutare il Nunzio Apostolico. Le suore fanno il caffè sulla valle della Geenna.
Poi, il viaggio in un panorama accidentato. Pietre, giallo, e l’eco sia degli spari fratricidi dei palestinesi che dei missili kassam su Sderot. L’aria del West Bank vibra del dramma storico della spaccatura per cui si fronteggiano due forze che possono squassare il mondo musulmano e il mondo intero, l’integralismo islamico che vuole distruggere Israele e combattere l’Occidente, e l’ala laica moderata di Abu Mazen.
D’Alema, che appare stanco e pallido, probabilmente sente di muoversi in acque limacciose; quando ha incontrato Fuad Siniora martedì, avranno certo parlato francamente del rischio Hezbollah; quindi il ministro non ignora che l’Islam estremo sta spingendo la democrazia del Libano sull’orlo dell’abisso, che il governo libanese è minacciato, che gli uomini di Nasrallah intendono far dimettere Siniora per stabilire un governo khomeinista e legato alla Siria; il leader druso Jumblatt lo ripete sempre, l’assassinio del giovane Gemayel è solo un comma di quello di Rafik Hariri. È roba siriana e iraniana. Sa, D’Alema, che Abu Mazen, che lo sta aspettando con la giacca blu a Mukata, probabilmente non dorme da giorni, inseguito da rapporti di scontri interni fra fazioni, di sparatorie, morti, feriti, di assalti alle sedi di questo e di quello, assordato dall’eco del suo stesso discorso in cui tre giorni or sono minacciava le elezioni anticipate. D’Alema sa che Hamas ormai ha una milizia di diecimila uomini armati di bel nuovo, che Ismail Haniyeh ha portato a casa dalla sua visita a Teheran l’impegno di 250milioni di dollari, e che da Gaza nelle ultime 24 ore sono stati sparati su Sderot, in Israele, 10 missili kassam. Khaled Mashal proprio ieri spiegava che servono a spingere di nuovo a una guerra comune di Fatah e Hamas contro il nemico israeliano. La tregua palestinese va un po’ meglio, ma potrebbe invece cedere quella di Israele con i Palestinesi, se i kassam ne sono il prezzo.
Dunque, perché, se sa tutto questo, D’Alema non parla? Perché non dà un segno chiaro della consapevolezza dell’Italia di trovarsi in un agone in cui si aggirano nemici terribili e inaspettati? Il dramma mediorientale, i suoi sviluppi più recenti, la minaccia jihadista, restano il convitato di pietra del viaggio di D’Alema. Quando con Abu Mazen parla nella larga sala a un passo dalla tomba di Arafat sepolto nel cortile, i due danno ai giornalisti solo buone notizie, come fossimo al komsomol: probabilmente, dice Abu Mazen, l’incontro con Olmert si terrà prima della fine dell’anno; probabilmente, aggiunge il ministro degli Esteri italiano, se le cose andranno bene, si potrebbe arrivare a proclamare uno Stato palestinese entro il 2007, anche perché Israele ha capito che il tempo dell’unilateralità è finito, e cerca un interlocutore, anzi, l’ha trovato in Abu Mazen. Se Abu Mazen ce la farà; se Siniora ce la farà.
D’Alema è estremamente ottimista: Abu Mazen vince, conduce trattative con Israele, una forza internazionale si dispiega a Gaza, si fa la pace. Ma si legge in trasparenza nelle loro parole la realtà: riprende il lavoro sisifico della costruzione di un governo di coalizione fra Hamas e Fatah, che negli ultimi sei mesi è fallito sistematicamente su scogli essenziali, con le accuse mortali di Hamas a Fatah di essere un partito di kafir, miscredenti; quanto alle possibili elezioni che ieri sembravano imminenti, già appaiono sempre più volatili nella paura che alla fine Abu Mazen le perda a fronte della grandezza montante dell’integralismo islamico.
Anche Egitto, Giordania, Arabia Saudita, tutti i Paesi del Golfo sono contrari a uno show down, perché sullo sfondo appare un rafforzamento di Damasco e di Teheran tramite una vittoria di Hamas, e non il contrario.
In una parola, l’attuale sforzo italiano di pace può essere meritorio, ma lo sfondo politico che lo rende realizzabile è assente; per esempio ieri un altro uomo di sinistra in visita in Israele, John Kerry, reduce dal Cairo pur ottimista, ha scelto parlando alla stampa di evocare lo shock, la grande sorpresa del dramma mediorientale in atto, in cui l’integralismo islamico è protagonista. Eppure, ha detto Kerry, la grande paura di un nuovo scenario di orrore può di fatto creare una finestra di opportunità per un’alleanza fra tutte le parti a favore del dialogo, Islam moderato in primis. Dallo scontro con questo nuovo nemico di tutti può sgorgare la pace.
La scelta di D’Alema invece è quella di smussare il dramma, di spingerlo da parte, di appoggiare Siniora incontrando però amichevolmente anche Nabil Berri, l’amico dei siriani e degli hezbollah; di stare, sì, con Abu Mazen, ma senza una parola di biasimo per Hamas, nonostante i giornalisti (cui sono state concesse solo tre domande; e se lo schedule diplomatico ha le sue esigenze, pure la gravità del soggetto avrebbe dovuto suggerire una diversa disponibilità alla discussione) gli abbiano chiesto ieri di riconsiderare l’incauto giudizio che ne fece, ai suoi occhi, una forza di governo che poteva diventare un interlocutore.
D’Alema, che dal Libano ha vantato la capacità dei nostri soldati nell’Unifil, ha in questo ragione perché si tratta di soldati valorosi, allenati, colti, che tutti rispettano; pure non può ignorare per esempio che la prima pagina del Jerusalem Post proprio di ieri, cui forse avrà dato un’occhiata in macchina, dava a nove colonne la notizia che secondo l’intelligence dell’esercito israeliano gli Hezbollah «sono ritornati di nuovo alla loro piena forza di combattimento», perché la Siria è riuscita a far entrare «quasi su base giornaliera, camion di missili e armamenti avanzati». Ci riguarda questo? Oppure abbiamo incontrato problemi più grandi di noi?
Questo stato di cose pone l’Italia di fronte a problemi di sostanza, perché se adesso e ancora forse per quattro-cinque mesi, per gli Hezbollah può essere importante mantenere un equilibrio che consenta loro di riabilitare all’interno la propria immagine dopo la guerra, pure più avanti interessi strategici più generali ne governeranno le mosse. E questi interessi, come il fuoco in un pagliaio, daranno fuoco al fronte fra Israele e Hezbollah. È lo stesso fuoco che seguiterà a minacciare Abu Mazen persino se incontrerà Olmert, e persino se una forza italiana verrà dispiegata a Gaza. È la jihad globale, signor ministro degli Esteri. Noi ci stiamo facendo i conti?
Non sarebbe sensato e lungimirante creare finalmente nella nostra politica, nel nostro discorso internazionale, uno spazio per questo problema?
Un accordo tra Abu Mazen e Hamas renderebbe impossibile la pace
Da mezzogiorno di ieri, la fragile tregua stabilita poche ore prima fra Hamas e Fatah è svanita fra il rinnovarsi degli spari, dei morti e dei feriti. Il mondo, vedendo Blair in visita da Abu Mazen e sentendo quest'ultimo invitare Olmert a parlare, cerca di aggrapparsi ancora alla speranza. Ma dove può fermarsi lo scontro in atto tra le due fazioni storiche dei palestinesi e a che cosa può portare nel conflitto con Israele? Bisogna, per capire, accettare di mettere in giuoco il nostro stesso assetto mentale rispetto al conflitto mediorientale: niente è più ciò che era nel Medio Oriente, nessuno schema antiquato regge alla dura sfida della realtà odierna. Quindi, se non vogliamo che le opinioni dell'Europa e dell'Italia in particolare risultino irrilevanti rispetto alla ricerca della pace, è indispensabile rinnovare il nostro pensiero. Un'organizzazione che si sente dipendente solo dagli ordini divini, Hamas, è arrivata al potere. Con questo ha a che fare Abu Mazen e il mondo. Per esempio, lo spiega un importante rappresentante di Fatah, Sofian Abu Zaide, ex ministro per i prigionieri, proprio ieri rapito e rilasciato nel giro di poche ore a Gaza: «Con Hamas nel passato abbiamo già avuto scontri terribili: qualcuno ricorderà che Arafat fece imprigionare alcune centinaia dei suoi militanti. Ma non è mai accaduto che i suoi uomini abbiano ammazzato a sangue freddo tre bambini perché figli di uno dei nostri; né che, come è accaduto domenica notte, da un campo profughi sia stato trascinato a morire un quarantenne sconosciuto in mezzo alla sua famiglia. Non è mai accaduto prima che si sia arrivati a sparare a un primo ministro, né che siano state assediate le abitazioni del Presidente, e nemmeno di personaggi come Mohammed Dahlan... Lo sfondo di tutto questo è l'accusa fatale che Hamas fa a noi, i laici nazionalisti di Fatah, di essere non traditori, come hanno detto in passato, o incapaci nella lotta contro il nemico comune. L'accusa oggi è quella di essere kafir, miscredente, un rinnegato rispetto all'Islam». Di fatto, questa è la novità che, per esempio, è tanto temuta in Egitto dal potere vigente: che gli integralisti islamici prendano il potere, e lo gestiscano secondo regole che ritengono promanare direttamente da Dio e di cui essi pensano di essere i diretti interlocutori. Una tale fede nel campo palestinese dominato un tempo da nazionalisti laici, è nuova. Dice Abu Zaide, in sostanza, che per Ismail Haniyeh, il ministro in carica dall'anno scorso, e per i suoi, e ancor più per Khaled Masha'al che sedendo a Damasco ha direttamente a che fare con i capi della jihad internazionale, contano, più dei bisogni dei palestinesi, gli ordini di Ahmadinejad. L'orizzonte dello Stato palestinese è molto secondario rispetto a quello dell'Ummah dei credenti. Ogni compromesso rispetto all'idea di condividere quella che per loro è terra islamica con gli ebrei e con l'Occidente in generale, è semplicemente inconcepibile. Il gioco di squadra con l'Iran è ritenuto da Hamas una garanzia e anche un dovere. Hamas non ha nessun interesse, se non nell'immediato, finché non sia sicuro di tenere in pugno tutti i palestinesi, alla democrazia in quanto tale. Tuttavia in base alle regole democratiche istituite con le elezioni, Hamas ha conquistato il governo: finché Hamas pensa che questo le dia una buona carta per ricevere eventuali finanziamenti dal mondo la democrazia serve. Ma Abu Mazen ha deciso di andare a vedere questo giuoco: una volta stabilito che la priorità di Hamas è la vittoria di Dio e non dei palestinesi, ha proposto di andare alle elezioni e quindi di fermare una collaborazione di fatto inesistente. Di fatto, le sue proposte per un governo di coalizione sono tutte fallite. Ma Abu Mazen intende andare veramente alle urne? Non gli sarà facile nei fatti, perché Hamas non vuole, e forse anche lui non lo desidera. Le elezioni potrebbero dare a Hamas una vittoria che gli darebbe la Presidenza oltre al Primo ministro: il potere totale. Quello che col suo giuoco pericoloso Abu Mazen cerca di fare nell'immediato è piuttosto segnalarsi come leader che può restituire legittimità internazionale e quindi benessere ai palestinesi, e riproporli come interlocutori per l'Occidente. Ma Hamas non ci sta, e dopo aver respinto il governo di coalizione, lo accusa di golpe se andrà alle urne. Il governo gli è sempre più caro. Ormai sul terreno ci sono i ben 250 milioni di dollari promessi a Haniyeh per i prossimi sei mesi, e soprattutto c'è la percezione di aver trovato nell'Iran uno Stato guida che promette di distruggere Israele, il suo «retroterra strategico», come ha detto. Bisogna anche considerare che per Hamas la vittoria democratica che esso ha tanto esaltato quando si è trattato di proporsi al mondo come legittimo indirizzo per ricevere i fondi internazionali, non è che un momento di passaggio verso la vittoria dell'Islam, e non ha valore di per sé Hamas nel rifiutare le condizioni del Quartetto (riconoscere Israele e i patti conclusi con esso, rinunciare al terrorismo) non fa altro che il suo mestiere di parte integralista islamica: ogni proposta di hudna temporanea non è che un trucco per ottenere che l'«Entità sionista» lo lasci riprendere fiato e armarsi fino ai denti per lo scontro finale. Alla fine, di fatto, né Abu Mazen né Haniyeh hanno interesse a spararsi nelle strade fino a sfinirsi, ma la via d'uscita è difficile; quello che potrebbe accadere è stato segnalato ieri dal missile kassam che Hamas ha trovato il tempo di sparare contro un kibbutz del Negev occidentale da Gaza. Se si alzerà il livello dello scontro con Israele, Tzahal compirà azioni per fermare gli attacchi e l'unità palestinese si ricostruirà nell'escalation contro Israele. Israele si aspetta una crescita del terrorismo nei prossimi giorni. Intanto, in uno stadio intermedio, ci si può aspettare che le due parti decidano di consolidare il loro potere l'una a Gaza (Hamas) e l'altra nel West Bank (Fatah), tenendo in ostaggio gli uomini delle forze avverse che vivono di qua e di là. Hamas può puntare a fare di Gaza una repubblica islamica ripulita dai kafir di Fatah, e il West Bank può essere la mano palestinese che intrattiene rapporti con l'Occidente e parla con Israele, ricevendone in cambio aiuti e armi. Le elezioni, che nessuno vuole veramente, saranno rimandate. La speranza europea, americana e israeliana in Abu Mazen troverà terribili ostacoli sulla sua strada, tanti quanti ne pone l'integralismo islamico in tutto il mondo. La democrazia che tutti seguitano a evocare sarà ancora a lungo lo scenario controverso della minaccia dei Kalashnikov. Insomma: affrontare la questione israelo-palestinese oggi non ha più a che fare solo con le intenzioni e la buona volontà delle due parti.
E' l'Iran il test dell'amicizia italiana per Israele
È rinfrescante che Ehud Olmert abbia trovato sorrisi in Europa sia durante la visita ad Angela Merkel che quando ha visto Romano Prodi; ottimo, certo, che il primo ministro italiano da cui sono per lo più pervenute condanne e critiche per la politica di Israele trovi la forza di pronunciare una frase importante che ne riconosce la legittimità come Stato ebraico. Anche se a molti può essere sembrata lapalissiana, di fatto l'affermazione di Prodi nega il diritto al ritorno dei profughi palestinesi, massa di manovra emarginata cinicamente dalla leadership palestinese per un auspicato conflitto finale. Escludere il diritto al ritorno significa opporsi alla distruzione di Israele tramite la demografia. Olmert, dunque, ha portato a casa questa affermazione come un trofeo d'amicizia europea e ha detto ai giornalisti che ha ottenuto quasi tutto quello che si era prefissato. Si può capire che si sia sentito soddisfatto, perché Israele non è abituato a essere vezzeggiato dall'Europa, ma piuttosto offeso e diffamato. Durante la presidenza italiana della Comunità Europea non sono mancati episodi, anche paradossali, di pregiudizio verso lo Stato Ebraico, come l'indagine che chiedeva quale fosse il Paese più pericoloso del mondo, i cui risultati indicarono «Israele». Acqua passata, vista la cordialità fra i due Capi di Stato. Ma se si guarda da vicino al risultato del colloquio, la materia di riflessione non manca e verrebbe subito da dire che Israele, in cambio degli abbracci affettuosi con cui ha gratificato Prodi, dovrebbe forse in futuro, se intende perseguire la pace, esigere un prezzo più alto. Infatti, quegli abbracci sono una patente molto spendibile per acquisire statura morale nel mondo occidentale e buone carte nella politica estera mondiale. Prima di dare il permesso a un conoscente, pur se cordiale, di dire «il mio migliore amico è ebreo», la cosa va certificata e soppesata, perché il futuro sarà giudice di questo investimento. Se ci chiediamo dunque come possiamo valutare l'investimento di Olmert su Prodi, e quindi la disponibilità del nostro governo a essere davvero amico di Israele, la chiave di lettura oggi è una sola, il rapporto con l'Iran e con le sue trame. Ogni intenzione di pace si misura su un'articolata azione per fermare l'Iran, perché Ahmadinejad ormai ha intrapreso una politica regionale onnicomprensiva di cui sono pedine, oltre agli hezbollah, il Libano, la Siria, anche i palestinesi di Hamas. Prima di parlare di pace con Abu Mazen, ad esempio, come insiste l'Italia, è dovere di ciascuno sapere che l'Iran tramite Hamas, costruisce ostacoli insormontabili sulla via della pace, dato che è col denaro iraniano che Hamas arma le milizie e l'ideologia che tengono in scacco Abu Mazen stesso. Ieri il Primo ministro Ismail Haniye è stato fermato al valico di Rafah proveniente da Teheran con una valigia contenente 35 milioni di dollari, la prima tranche dei 250 milioni con cui Teheran finanzia la politica di schieramento di Hamas. La pace che Prodi auspica, non può quindi avanzare se il mondo non costringe l'Iran a lasciare la presa. L'Iran nega la Shoah come strumento per legittimare la distruzione di Israele, sta costruendo l'arma atomica e nel frattempo finanzia numerose organizzazioni terroriste. Lo scopo del viaggio di Olmert era far capire all'Europa e a Prodi in particolare che l'aggressione di Ahmadinejad al mondo occidentale è già in atto. Il premier israeliano ha chiesto, secondo fonti locali, che l'Italia segua l'esempio degli Usa e limiti il suo lucroso commercio con l'Iran, che è invece oggi sostenuto come tutti gli scambi a rischio con i Paesi instabili: noi commerciamo con l'Iran per otto miliardi di dollari (quattro, invece, la Germania, secondo dati israeliani). Sarebbe stato un segnale forte che oltre all'ovvio rifiuto verso la Conferenza di negazione della Shoah, fosse stato messo sul tavolo un gesto di concreta disapprovazione. Invece, per quanto emerge senza avere assistito alle riunioni dei premier, il fatto che Prodi abbia affermato che «l'Iran è un'entità regionale importante da cui non si può prescindere»; che abbia ribadito che l'Italia, quando sarà a gennaio nel consiglio di sicurezza, si occuperà delle sanzioni, ma solo mirate a evitare la costruzione degli impianti nucleari; che abbia di nuovo riproposto di parlare con la Siria, principale retrovia di tutte le operazioni terroristiche... di fatto significa che per ora non intende agire nel contesto proposto da Olmert, proponendo una visione di un Iran «importante» che sconcerta e comporta una intollerabile equivalenza morale, come se le minacce di distruzione di massa unite alla negazione della Shoah fossero vane flatus vocis. È questo che l'Italia pensa? Sarebbe una sottovalutazione molto pericolosa. Se poi Olmert e Prodi abbiano preferito di comune accordo glissare sul fallimento della missione Unifil per lasciare la porta aperta a un ruolo dell'Italia a Gaza, non è dato sapere. Ma non è onesto da parte dell'Italia, che ha dei valorosi soldati in Libano privi purtroppo degli ordini giusti per contrastare il riarmo degli hezbollah che minacciano proprio quel governo Siniora che siamo andati a difendere; né prudente da parte di Olmert, che non saprà chi ringraziare se gli hezbollah riprenderanno a sparare i loro missili. Infine: la sinistra ha un grande problema con Israele, un problema morale basilare, perché l'ha usato cinicamente come merce di scambio per stabilire rapporti e alleanze, ha promosso menzogne e antisemitismo. Tuttavia però nel suo seno si combattono anime diverse di cui una sta compiendo un percorso difficile e anche valoroso. Olmert non ha capito che un abbraccio di Prodi è un premio troppo piccolo e forse anche un ostacolo sulla strada della revisione in atto nella sinistra.
La vendetta di Hamas, la crisi dell'Autorità palestinese, il ruolo dell'Iran
Il mondo palestinese ha oltrepassate diverse linee rosse nelle ultime quarantotto ore. Ieri a Gaza l'assassinio a sangue freddo sulla soglia della scuola dei tre bambini di un alto rappresentante della sicurezza palestinese, il colonnello del Fatah Baha Balousheh, fra le tante sanguinose rese dei conti fra Hamas e Fatah è certo la più impressionante mai avvenuta. A quel che si capisce in queste ore, Balousheh era una bestia nera di Hamas per aver messo in prigione i suoi militanti dieci anni or sono; da allora, era stato oggetto delle attenzioni dell'organizzazione terrorista che aveva tentato di assassinarlo già un'altra volta. Ma Balusha era ben protetto, e così i terroristi hanno preso la vita dei suoi figli, bambini dai sei a nove anni. Sullo sfondo della vicenda, la crisi isterica dell'Autorità Palestinese dominata dal governo integralista islamico; la frenesia di Gaza, densa di nuovi missili kassam, e ormai anche antitank e terra aria, ma povera di cibo, in cui aumenta la siderale distanza tra due parti, quella del presidente Abu Mazen (Fatah) e quella di Khaled Mashaal e del primo ministro Ysmail Hanie (Hamas). Le armi sparano mentre i politici non trovano nessun punto di equilibrio per quel governo di coalizione che potrebbe essere, al momento, una salvezza per i palestinesi. L'altro scenario, da guardare in un solo sguardo insieme a questo per capire la situazione palestinese, è quello della visita del premier Hanje a Teheran: tappeti rossi di fronte a un grande amico e alleato, incontri con tutte le maggiori autorità religiose e secolari in cui Hanje svolge una parte mai assunta precedentemente dai palestinesi verso nessuno Stato amico, quello del membro di un'alleanza strategica. Insieme a Ahmadinejad nella sera di sabato, Hanje gli dice: «L'Iran fornisce ai palestinesi lo sfondo strategico per la loro lotta»; e poco prima ne ha spiegato la modalità all'Università di Teheran: «I bulli del mondo (gli Usa ndr) e i sionisti vogliono che accettiamo il furto delle terre palestinesi (che “appartengono all'Islam”, aveva detto in un incontro precedente), che fermiamo la Jihad e la resistenza e accettiamo gli accordi firmati con i sionisti. Ma noi non riconosceremo mai il governo sionista, e continueremo la jihad fino alla liberazione di Gerusalemme». Ovvero, non accetteremo le condizioni del Quartetto che chiede di riconoscere l'esistenza di Israele. A queste promesse, Ahmadinejad ha risposto con le sue: l'Iran resterà in piedi spalla a spalla con i palestinesi, i palestinesi non si devono piegare alla pressione internazionale (del Quartetto), non ne hanno bisogno. Il governo khomeinista che ha già dato a Hamas in mano 120milioni di dollari da quando è colpito da embargo (l'ha testimoniato il ministro degli Esteri Mahmoud al Zahar), ha mandato a casa Hanje con un regalo molto consistente: il pagamento degli stipendi della milizia palestinese per sei mesi. Le due vicende si connettono in un nodo fatale per la sorte della pace in Medio Oriente. La strategia della tensione sta creando una Gaza iranizzata come pedina strategica che non può contemplare trattati di pace. rapporti fra Abu Mazen e Hamas sono rimasti in bilico a lungo, tanto che ogni giorno si aspettava l'annuncio, mai venuto, della formazione di un governo di coalizione. Abu Mazen ha annunciato che non ce l'avrebbe fatta a Gerico giovedì 30 novembre in una conferenza stampa insieme a Condoleezza Rice. Prima, Fatah aveva provato a dire in sostanza a Hamas: capiamo che non potete riconoscere Israele e fermare la jihad, ma cerchiamo di restituire credibilità internazionale al governo. Fornite dunque come vostri ministri accademici e studiosi, noi forniremo dei tecnici che gestiscano il lavoro quotidiano mentre voi potrete, liberi da questo compito, seguitare a professare le vostre idee. Pareva uno schema possibile alle due parti: ma la lista dei ministri di Hamas era poi risultata formata di islamisti più realisti del re; e quella di Fatah di personaggi sospettati di scandali finanziari. Ma più di ogni altra cosa ha impedito la formazione di un governo, ci dice il commentatore palestinese Khaled Abu Toameh, il fatto che la Siria e l'Iran si siano (secondo ambienti vicini a Abu Mazen) impegnati direttamente per far fallire ogni possibile stabilizzazione del governo. Essa sarebbe apparsa come un aumento del potere dei moderati di Abu Mazen, una vittoria della linea degli Stati Uniti in Medio Oriente. Proprio ora che ogni suo fronte sembra collassare, in Irak ma anche in Libano, dove gli Hezbollah mobilitano le masse contro il governo Siniora in funzione filosiriana e khomeinista. La «profondità strategica» dell'Iran rischia dunque, mentre impazza la conferenza negazionista di Teheran, di infettare ogni prospettiva di stabilizzazione, di neutralizzare ogni tentativo moderato.
A cosa serve negare la Shoah
Difficile dire se domani, quando comincerà la conferenza organizzata Teheran per negare la Shoah, appariranno più oltraggiosi e ridicoli gli "studiosi" che vanno a sostenere la tesi negazionista di Ahmadinejad o quelli che si presteranno a far loro da spalla recitando la seconda parte in commedia. Sessantasette "studiosi" discuteranno la veridicità dell'Olocausto - ha detto il viceministro degli esteri Manoucher Mohammad al giornale Jomhuriye Eslami - provengono da da 30 paesi, intellettuali a favore dell'esistenza della Shoah e intellettuali contro, un dibattito senza pregiudizi per dimostrarvi la nostra libertà di pensiero. Peccato però che i cortesi ospiti abbiano fatto una loro fiammeggiante bandiera della negazione dell'Olocausto e di molte altre ripugnanti prse di posizione che riguardano gli ebrei e Israele. Peccato anche che la negazione della Shoah non sia un'opinione, ma semplicemente una menzogna; e come parlare di libertà di opinione in un Paese che perseguita, tortura, uccide i dissenzienti e che considera nemici da battere tutti quelli che non aderiscono all'islam radicale ? Ma cerchiamo le ragioni dell'infausto show di domani. Quando Ahmadinejad dice che l'Olocausto non è mai esistito, in realtà intende enunciare un programma: " Israele non ha diritto ad esistere" . Il presidente iraniano ripete spesso che " Israele è un tronco marcio " che lui lo " spazzerà via dalla terra ". Dice anche che se l'Europa non se ne allontanerà in fretta, se ne pentirà. Che c'entra la Shoah con il suo piano ? Israele se l'è inventata, dice l'Iran, per legittimare la sua esistenza. Poichè la Shoah non esiste, Israele non ha nessun motivo di legittimazione. E' un messaggio che non tiene in considerazione che la storia del sionismo è precedente alla Shoah, che le radici del popolo ebraico sono rimaste nei millenni a Gerusalemme: che nella sua barbarie ignora che minacciare la distruzione di una società forte e attiva, dell'antico popolo che ha fondato il monoteismo e ha dato i natali a Gesù Cristo, di uno Stato democratico, è un patente crimine contro l'umanità. Per il presidente itraniano il nesso fra Shoah, antisemitismo e Israele è un magnifico strumento: mettere alla berlina la più grande tragedia ebraica è di fatto uguale a rallegrarsi della distruzione del popolo ebraico; e se auspicarla di nuovon in Israele, con la bomba atomica, è la dimostrazione di come l'antisraelismo coincida con l'antisemitismo, è ancora meglio. L'antisemitismo è il drappo rosso davanti al toro della guerra islamista che egli ritiene suo compito storico. E' la bandiera dietro la quale sono pronti a marciare tutti gli estremisti islamici; e bisogna tenerla alta questa bandiera per mostrare che l'islam ha trovato il capo che sognava. Quello che distruggerà Israele. E poi battetrà l'Occidente. Da quando la settimana scorsa il prossimo ministro della difesa americano Robert Gates ha dichiarato che gli Usa useranno la forza contro l'Iran solo come ultima risorsa , Ahmadinejad si è convinto di poter coronare la sua strategia e raggiungere il potere nucleare senza nessun intoppo esterno. Per questo scopo, gli ebrei e Israele sono il suo asso: il grandioso progetto di distruggere un popolo che ha saputo portare la fiaccola della propria cultura per più di tremila anni fra tante persecuzioni, è il suo passepartout verso il caluiffato mobndiale e la venuta del Mahdi, il 12° profeta. La negazione della Shoah è un tassello indispensabile al suo scopo. La conferenza cade un giorno dopo quello in cui Ahmadinejad ha annunciato che la realizzazione del potere atomico è fuori discussione: nei giorni in cui Ismail Hanje, il primo ministro palestinese di Hamas, ha promesso che non riconoscerà mai Israele. Cade anche nei giorni in cui gli Hezbollah, di nuovo in possesso di un arsenale di missili iraniani recapitati con l'aiuto siriano, pretendono di dominare il libano per farne una roccaforte dell'integralismo sciita. Nasrallah, il capo degli Hezbollah, è oggi il garante del potere siriano in Libano; e la Siria è per Ahmadinejad il ponte su cui passano gli uomini e le armi diretti verso tutti gli angoli del suo scacchiere strategico: Gaza, il Libano, l'Iraq, il Golfo.... Grande giuoco: domani 67 " studiosi " che amano giocare con il fuoco.
