Fiamma Nirenstein Blog

Il Giornale

Trappola saudita

giovedì 29 marzo 2007 Il Giornale 0 commenti
Quattordici tazzine di caffè: tante ne ha dovute bere re Abdullah assiso sui tappetoni che ornano la sala di ricevimento a Riad per accogliere uno a uno gli ospiti del vertice arabo. Abbracci, baci, mancava solo Gheddafi che non ha mandato nemmeno un rappresentante. Non ti fidare, manda in sostanza a dire Gheddafi agli Usa (che sperano enormemente in un \asse sunnita contro Teheran), i sauditi non hanno affatto intenzione di pacificare il Medio Oriente, ma solo di compiere una grande iniziativa egemonica e di riqualificazione del loro fronte. Anche gli iraniani, naturalmente, che arabi non sono, mancano. Ma ci sono amici che sorvegliano anche per loro. In primo luogo la Siria, poi dietro le quinte Hezbollah e, molto in evidenza, gli uomini di Hamas, Ismail Haniyeh, il premier del nuovo governo palestinese, e Khaled Meshaal, il leader in esilio a Damasco, stratega delle alleanze internazionali, ambedue frequenti e premiati ospiti a Teheran. L’ambizione dei sauditi è imprimere al Medio Oriente una svolta tale per cui il presidente iraniano Ahmadinejad divenga un attore collaterale e Hamas possa esser riportata nel suo alveo naturale, quello sunnita. La proposta è quella di un rilancio del piano saudita del 2002, che proponeva il riconoscimento complessivo di Israele in cambio dei territori del ’67 e del ritorno dei profughi. Sui territori che secondo le risoluzioni dell’Onu devono essere trattati (si parla di “territori” e non “dei territori”) per la restituzione in cambio di sicurezza, Olmert sembra pronto a concessioni che non tengono conto di quanto è accaduto a Gaza, da dove, dopo lo sgombero dei coloni, invece che una benefica rugiada di pace, è arrivata sulle città israeliane una gragnuola di missili. Sui profughi Israele non può accettare il piano: la loro moltiplicazione da 600mila a 4 milioni, se impiantata in una nazione con 6 milioni di abitanti, di cui un milione e mezzo arabi, sarebbe la fine dello Stato ebraico. Ieri Amr Mussa, il segretario egiziano della Lega Araba il cui odio per Israele è da decenni una bandiera politica, ha detto che se Israele rifiuta, vuol dire che non vuole la pace. Ma la Lega sa benissimo che Israele non può suicidarsi. Da qui un piano segreto concepito da Condoleezza Rice: un summit di americani, sauditi e israeliani dovrebbe lanciare, sempre da Riad, una seconda puntata. I profughi che non vogliono tornare saranno compensati; chi sceglie di venire sarà risistemato sul territorio del prossimo Stato palestinese. A dirla così, sembra possibile. Ma Haniyeh e Meshaal (mentre la Jihad Islamica ha dichiarato che la guerra a Israele continua) hanno usato di nuovo una di quelle formule del genere «ibis redibis non morieris in bello», come la sibilla, che vuol dire “sì” e “no” a seconda di dove metti le virgole, ma aiuta moltissimo la propaganda di criminalizzazione di Israele. Hamas infatti invita il summit a non abbandonare mai il diritto dei profughi, ma prende una posizione paradossale: non abbiamo niente contro l’idea che Israele lasci i territori, ma di riconoscerlo e di dire un sì o un no al piano, non se ne parla. Abu Mazen vorrebbe invece arrivare a un compromesso? Al momento, sembra di sì. Ma per il futuro? A parte che anche lui ha recentemente ribadito il «diritto al ritorno», ma se ora avesse cambiato idea dovrebbe dirlo chiaramente. E se riconosce Israele, pure.
La Rice chiede a Israele di fare la prima mossa: forse Olmert accetterà a livello simbolico, dicono voci bene informate. Solo ieri ha fatto sgomberare l’insediamento di Homesh in Cisgiordania. Ma che possa portare il Paese, senza la contropartita del riconoscimento e della cessazione del terrore, ad abbandonare porzioni vaste di territorio per vederle diventare riserve del terrore come Gaza non sembra realistico.
Al vertice della Lega Araba, grande sponsor per il diritto al ritorno dei profughi palestinesi è stato Walid Muhallem, ministro degli Esteri siriano. Un po’ di polverone sull’altra grande questione in discussione, il Libano, e quindi sul ruolo della Siria. Il Libano è in bilico a causa dell’offensiva di Hezbollah e Damasco, che protegge i suoi interessi e quelli dell’Iran, usa e arma la mina vagante della guerriglia sciita. Ieri il premier libanese Fuad Siniora e il presidente Emile Lahoud, molto amico dei siriani, e quindi di Hezbollah, non si sono rivolti la parola. Anche il mondo arabo sente il lavorio filoiraniano di Damasco come una spina nel fianco. Al di là di Israele e dei palestinesi, ci sono grandi interessi interni da salvaguardare.
Gli appuntamenti bisettimanali che hanno fissato, su insistenza della Rice, Olmert e Abu Mazen fanno parte di un’operazione di make up più che di pace. Teheran esegue il proprio, mentre gioca come un gatto col topo e promette di liberare, magnanimo, la soldatessa rapita assieme agli altri 14 marinai britannici nel Golfo Persico. Di certo, i protagonisti del momento sono l’Arabia Saudita e l’Iran e non noi, che non abbiamo proposte né coraggio. L’Occidente è fuori controllo e da noi ha i colori della confusione sull’Afghanistan, che presto sarà un nuovo Irak.

L'insostenibile leggerezza antiamericana

sabato 24 marzo 2007 Il Giornale 0 commenti
Quello che colpisce del contrasto fra l’Italia e gli Usa, il riflesso di antiamericanismo che si riverbera intorno a tutta l’attuale vicenda afghana, è la leggerezza con cui viene gestita, la vanità con cui si è coperta di esclamazioni la fondamentale questione se, infine, si sia o meno alleati degli Usa. Almeno la Francia di Chirac, che antiamericana lo è ben più dell’Italia, lo ha detto spesso, e si è impegnata a darne prova quanto ha potuto; almeno Bettino Craxi ai tempi di Sigonella non ebbe nessuna remora a mostrare quanto fosse antiamericano, aggressivo, indifferente al terrorismo il suo dispiegamento di orgoglio nazionale. Piacque anzi proprio per questo; e c’è sempre una riserva di consenso italico popolare su cui puoi contare nell’allusione gagliarda, un po’ fascista, a un qualche nostro sorprendente colpo di tacco che lasci di sale quei boccaloni degli americani. Insomma, è un elemento tanto vano quanto strutturale quello che ci spinge a essere, di sguincio, antagonisti degli Stati Uniti, a desiderare di averli fregati e di fregarli e la pericolosità di questo atteggiamento è seria, è grave dopo l’undici di settembre perché sottende, oggi, una questione basilare su cui non siamo insieme: quella del terrorismo. Loro sono pronti a combatterlo con tutti i mezzi. Noi invece no. Loro pensano che la loro Nazione non deve, non può sottrarsi dal fardello di coniugare democrazia con guerra, responsabilità con autodifesa. Noi, invece, seguitiamo a ripetere che guerra è una parola che non si deve pronunciare se non per rifiutarla, un concetto obsoleto e sorpassato, un’oscenità di fronte al quale il cuore europeo deve gridare «orrore». Somiglia alla stupidità? Sì, molte volte.MaD’Alema non è stupido. Quindi non si può pensare davvero che sia credibile il suo stupore dei giorni scorsi per la reazione americana alla vicenda Mastrogiacomo. Noi siamo il Paese che si è fatto un vanto di lasciare l’Irak, dopo che i politici al governo non hanno tralasciato neppure un tv show per dichiarare quanti errori e quante crudeltà gli Usa vi abbiano commesso; siamo quelli che durante la guerra del Libano non hanno fatto che condannare Israele (eccessivo!! Mentre gli hezbollah sparavano i missili zelzal fino a Haifa e i kassam su Kiriat Shmone e i soldati Goldwasser e Regev, quelli di cui non c’importa niente, restavano, e fino ad oggi restano, rapiti in mani abituate a fare a pezzi altri esseri umani). Siamo quelli il cui ministro degli Esteri, però, è andato a braccetto con gli hezbollah, che sono un’organizzazione terroristica internazionale, integralisti antioccidentali conclamati; abbiamo volentieri incontrato Assad e poi anche Ahmadinejad (Prodi l’ha fatto), sempre con un sorriso di troppo, sempre pensando che bastasse agli Usa la possibilità di un futuro uso tattico della cortesia italica per riabilitarci ai loro occhi. Adesso telefoniamo (che si chiami Craxi il soggetto poco importa, è un vice ministro del governo italiano) a quell’Ismail Haniyeh per promettergli aiuto e lui se ne fa vanto, mentre gli Usa aspettano con l’Europa intera che vengano accettate le condizioni del Quartetto. E Haniyeh non è un signor nessunomail Primo Ministro dell’Autonomia Palestinese, nonché capo di Hamas, che non solo intende dichiaratamente distruggere Israele, ma con la tv, i libri di testo, la propaganda indecente che usa bambini, l’accumulo di armi iraniane a Gaza, dimostra la sua immarcescibile volontà di fare la guerra. Siamo un Paese che non sente repulsione per l’idea di sedersi con i talebani, che non sa che la pace certo «si fa con i nemici», ma solo se essi non ti considerano immondo e da eliminare in base a un’idea religiosa e non politica. Anche quando ce ne siamo andati dall’Irak, mentre la piazza esprimeva soddisfazione antiamericana, siamo stati così furbi da cercare di contrabbandare l’idea che gli americani fossero d’accordo. Ed è piaciuto agli americani anche il nostro rifiuto al vertice di Riga di ascoltare le richieste della Nato? Anche la sfilata di Vicenza è piaciuta agli Usa? Enon si capisce chiaramente che c’è un nesso fra il nostro balbettamento di fronte alla guerra al terrore, all’eventuale modifica dell’impegno e delle regole d’ingaggio in Afghanistan e le pesanti difficoltà della missione dell’Unifil sul confine libanese israeliano? C’eravamo andati per restituire sovranità all’esercito libanese e ci ritroviamo gli hezbollah già riarmati con missili iraniani provenienti dalla Siria, come prima, pronti a attaccare Israele. Questi dati misurano la nostra distanza dagli Usa, senza bisogno di parole: incerti sul terrorismo, esitanti sul nostro impegno, siamo antiamericani nei fatti, perché non siamo coinvinti che gli Usa vadano aiutati nella guerra contro il terrorismo. Non siamo nemmeno sicuri che il terrorismo si chiami così. Nonostante la legittimazione, sempre rivendicata, da parte di Onu e Nato, il teatro afghano si dimostra sempre di più un campo di battaglia simile all’Irak. Così, seminermi, non ci stiamo a far niente.

Finanziamenti pericolosi

martedì 20 marzo 2007 Il Giornale 0 commenti
Adesso che i palestinesi hanno avviato il loro governo di coalizione fra Fatah e Hamas, prima di decidere quale rapporto bisogna intrattenere con i suoi membri, due elementi vanno valutati a fondo: quello politico, ovvero a che cosa porterà la scelta di riconoscere o meno il nuovo esecutivo, e quello economico, ovvero a che cosa porterà dal punto di vista pratico un’eventuale ripresa dell’aiuto economico pieno e alla luce del sole ai palestinesi.
Naturalmente, lo scopo di fondo del Quartetto è quello di aiutare la pace in Medio Oriente, e quindi questo è il metro del giudizio complessivo. Mi sembra scapestrato e poco responsabile precipitarsi a pensare che l’accordo fra Hamas e Fatah vada oltre l’indubbio buon risultato di far diminuire lo scontro sanguinoso fra le due fazioni. Per ora non sono di quest’idea né gli Usa né l’Ue nel suo complesso, che dicono una cosa molto semplice: se il governo Abu Mazen-Hanyeh ha buone intenzioni, può accettare la richiesta del Quartetto di riconoscere lo Stato di Israele e cessare dal terrorismo. La Russia e la Norvegia (che ha già mandato il suo viceministro degli Esteri a incontrare Hanyeh) che non fanno parte dell’Unione Europea, fanno da battistrada, Italia, Spagna e Irlanda, che invece ne sono parte, cercano di tirare verso la riqualificazione del governo con Hamas. Ma a Hamas si volle dar credito quando vinse le elezioni nel dicembre del 2005, ed esso ha scelto tuttavia la via di uno stretto rapporto con Ahmadinejad, della feroce reiterata intenzione di distruggere Israele in base a principi religiosi, di fare di Gaza una rampa di lancio di missili kassam. Le linee antioccidentali estremiste e antisemite della sua carta di fondazione (basta darle un’occhiata su Internet per verificare quanto sto dicendo) sono identiche, Gaza liberata invece che in esperimento di indipendenza e responsabilità è divenuta una casamatta di missili e esplosivi, oltre che una caserma di milizie pronte alla guerra.
Il governo di Abu Mazen con Hamas nasce di fatto con la conferenza della Mecca di metà febbraio: qui i sauditi cercano, con un accordo compensato con ricchi finanziamenti, di riconquistare un po’ di egemonia sunnita a fronte dell’Iran che stringe accordi anche con Hamas, secondo le dichiarazioni orgogliose dei leader stessi dell’organizzazione integralista, e che tramite gli Hezbollah e la Siria domina le politiche mediorentali. I Sauditi sanno bene che il Quartetto richiede che il nuovo governo riconosca l’esistenza di Israele, ma Abu Mazen sente che Khaled Mashaal e Ismail Hanyeh, i capi di Hamas, sono più risoluti, più forti, più sostenuti dalla popolazione, e con molto sforzo trova lo spazio per i suoi ministri e per qualche frase ambigua che lascia intatta la linea del non riconoscimento. Intanto i sauditi lanciano, parlando con Israele, un’altra offensiva egemonica, quella della proposta di Beirut nel 2002. Arafat non vi andò perché era assediato alla Mukata, gli attentati terroristici impazzavano, e vi andarono invece Farouk Kaddumi e Sakher Habash, consigliere di Arafat, che approvarono il piano saudita perché conteneva la clausola del ritorno dei profughi, oggi 4milioni e 300mila persone, oltre alla promessa di riconoscere Israele se si fosse ritirato nei confini del ’67. «Uno Stato non accanto ma al posto di Israele» disse Kaddumi e Habash aggiunse che «il diritto al ritorno è il nostro trionfo perché significa la distruzione di Israele».
La formazione del governo di coalizione si è accompagnata al rilancio del piano saudita di cui si sta per discutere al summit arabo di Riad, e che Israele vorrebbe accettare purché fosse cambiato il punto del diritto al ritorno. Ma Hamas e Fatah su questo sono ben uniti, come Abu Mazen ha ribadito: al palato europeo questo appare meno estremista del proclama di Hanyeh nel giorno dell’insediamento di volere usare «qualsiasi forma di resistenza», ovvero, il terrorismo. Ma ambedue le intenzioni, quale che sia la ambigua posizione di Abu Mazen sul terrore, sono estremiste e distruttive per qualsiasi prospettiva di pace. In pratica, i due partner perseguono con strategia diverse lo stesso fine, quale che sia l’hudna (la tregua) che, poco realisticamente, potrebbe essere proclamata. I sauditi non avranno bisogno di cambiare il loro piano. Oltretutto i Paesi arabi come Siria e Libano dove vivono profughi palestinesi, conservati e moltiplicatisi senza cittadinanza al contrario di tutti gli altri profughi del mondo in una sorta di infelice riserva belligerante e sofferente (oltretutto fra Israele e Paesi arabi c’è stato un autentico scambio di popolazione, 700mila ebrei dai Paesi arabi, 700mila palestinesi verso i Paesi arabi) forse preferirebbero vederli sistemati altrove.
Dunque, governo palestinese e conferenza dei ministri degli Esteri della Lega Araba a Riad nel prossimo fine settimana nascono uno all’ombra dell’altro, ambedue con l’intenzione di creare fate morgane che non cambiano la sostanza delle cose; è chiaro che Israele non può accettare, e l’ha già detto, un piano che contiene la promessa della sua distruzione, anche se Abu Mazen chiede di parlare con lui e non con Hamas, che è più potente.
Israele, è stato titolato da molti giornali, rifiuta di collaborare con i palestinesi? La verità è che i palestinesi hanno rifiutato le basilari e modeste condizioni del Quartetto per potere riprendere un rapporto normale, e hanno scelto di nuovo di promettere morte a Israele. Quanto alla necessità dei palestinesi di essere aiutati a sopravvivere, essa ha tutto il nostro rispetto: ma se guardiamo le cifre dichiarate dall’ex ministro delle Finanze dell’Autonomia Samitr Abu Aisha, sembra che l’aiuto straniero dall’estero sia raddoppiato nel 2006: oltre ai 426 milioni di dollari dell’Unrwa, 720 milioni sarebbero stati donati direttamente ad Abu Mazen, mentre l’anno precedente sarebbero stati donati solo 350 milioni dollari. Quanto a Hamas, ha avuto i suoi donors per centinaia di milioni. Forse sono una goccia nel mare del bisogno di strutture e infrastrutture palestinesi, ma data la fioritura di armi a Gaza, certo la destinazione dei finanziamenti richiede un esame attento.

L'Europa corre un grande pericolo: piegarsi all'integralismo dell'Islam

mercoledì 28 febbraio 2007 Il Giornale 0 commenti
Il grande pericolo iraniano, e con esso la guerra fra sciiti e sunniti in Irak, potrebbe portare alla pace in Medio Oriente; Il presidente iraniano Ahmadinejad, se e quando avrà la bomba atomica, non esiterà a usarla e occorre aiutare subito l’opposizione: l’Europa, se non cambia strada, sarà sconfitta dall’Islam. Ironico ed elegante, very british nell’accento e nei modi, anche se ormai da tanti anni la sua patria d’elezione sono gli Stati Uniti, il professor Bernard Lewis, 90 anni, decine di testi fondamentali sul Medio Oriente, ci consegna in questa rara intervista (non ne ha concessa nessun’altra durante la sua permanenza di tre mesi in Medio Oriente) sul lungomare di Tel Aviv, dove ogni primavera passeggiamo insieme.
Professore, l’Arabia Saudita, che il 7 febbraio ha ottenuto l’accordo della Mecca fra Hamas e Fatah, è oggi il leader di un fronte con i Paesi del Golfo, l’Egitto e la Giordania che sembra deciso a contenere il potere di Ahmadinejad. È un’iniziativa di Paesi moderati contro l’estremismo islamico? O un capitolo della guerra fra sciiti e sunniti?
«Ciò che è legato all’Arabia Saudita non è di per sé “moderato”, anche se nel tempo breve può calmare la situazione. Ma l’Arabia Saudita è la culla e la custode del wahabismo, ovvero quel movimento religioso che nacque nel XVIII secolo quando l’Islam vide avanzare in Europa la Russia e l’Austria, gli ottomani seguitavano a ritirarsi e la Francia, l’Inghilterra, i Paesi Bassi creavano grandi imperi in Asia. Molti Paesi arabi si chiesero: “Perché l’Occidente ha migliori navi, migliori armi, migliori governi?”. Ebbero luogo riforme e modernizzazioni. Ma il wahabismo dette la risposta opposta: “Perdiamo perché abbiamo tradito il vero Islam, e dobbiamo ritrovarlo. Da allora questo movimento, che fonda madrasse da Amburgo a Chicago e diffonde intolleranza fra i cittadini musulmani del mondo, attacca soprattutto all’interno: agli infedeli spetta un trattamento stabilito dal Corano, ma per l’apostata è peggio. È condannato a morte. E gli sciiti, per i wahabiti, rappresentano i rinnegati per eccellenza. Gli sciiti di oggi, capeggiati da Ahmadinejad, sono di enorme disturbo per i Paesi sunniti».
Che cosa determina oggi la politica in Medio Oriente?
«La dinamica dei Paesi locali, che pesano ormai sull’Europa più di quanto l’Europa conti in Medio Oriente. Scusi, non vede che la Siria pesa di più in Francia di quanto la Francia pesi in Siria? E quindi sono ripartite le vecchie tendenze: espansionismo e guerra interna. In un primo tempo, gli arabi conquistarono l’Africa del nord, la Spagna, l’Italia meridionale... e furono poi ricacciati indietro; più tardi, i turchi conquistarono Costantinopoli, per due volte raggiunsero Vienna. Ora, siamo alla terza fase: metodo nuovo, diverso approccio».
Che vuole dire? Che l’attuale immigrazione è una nuova invasione?
«Non certo consciamente, non da parte degli immigrati in quanto tali. Ma comincia ad avere quell’effetto, a causa dell’estremismo islamico, e chi l’ha notato ha saputo mettere a frutto l’immigrazione per i suoi fini. Bin Laden è stato molto franco ed eloquente: “I sovietici e gli americani ci hanno a lungo tenuto in scacco. Ma dopo che in Afghanistan abbiamo distrutto l’impero sovietico, ci sarà facile avere a che fare con gli Usa”».
Gli islamici credono di poter vincere?
«Certamente. Nel frattempo, è tornato lo scontro interno. L’Iran è in rotta con gli Stati arabi sunniti. E i sauditi, il Bahrain, il Kuwait, vedono in questo un pericolo mortale. Laddove esistono rilevanti minoranze sciite, un pericolo mortale minaccia i regimi».
I palestinesi del Fatah quando si scontrano con Hamas gridano “sciiti” per offendere il nemico interno, ma là sono tutti sunniti, eppure stanno con l’Iran. In Egitto non ci sono sciiti...
«Fra i palestinesi conta chi è con loro contro Israele, il tema sciita è molto estraneo, è interessante che adesso lo usino come un’arma. Con i sauditi, siamo alla situazione in cui si trovò Sadat quando decise di fare la pace con Israele. Sadat aveva ereditato la presenza dei “consiglieri” inviati da Mosca e capì che per i sovietici l’Egitto era una colonia. Le loro aree militari erano vietate agli egiziani, spadroneggiavano a destra e a manca. Una delle tante volte in cui mi trovavo in Egitto, il proprietario di un negozio si lamentò con me: “Gli americani, gli inglesi e i francesi non vengono più”. “Ma avete i russi”, replicai. Lui sputò e disse: “I russi non comprano neppure un pacchetto di sigarette né te ne offrirebbero mai una”. Sadat comprese che era meglio un male minore e cioè fare la pace con Israele piuttosto che tenersi i russi a casa. Il pericolo sciita può convincere i sauditi a cercare la pace».
La pace vera? Firmata?
«Una pace come quella con l’Egitto: fredda».
E i palestinesi potrebbero rientrare in questo processo? I loro legami con l’Iran e con Hezbollah, da quando Hamas è al potere, sembrano più vincolanti della sunna.
«I palestinesi faranno la pace quando avranno deciso di riconoscere che Israele esiste. Fino a ora hanno sempre sperato che qualcuno, qualcosa, potesse togliere Israele dalla carta geografica».
Ahmadinejad userà la bomba nucleare se e quando l’avrà?
«La userà: la sua visione è diretta e precisa, il suo desiderio di apocalisse è genuino e non teme deterrenti».
Perché usa soprattutto gli ebrei e Israele come obiettivo del suo odio?
«Perché la storia dimostra che l’Europa non ama gli ebrei; quanto agli arabi, è evidente che Israele è un’esca».
Lei pensa che l’Europa potrebbe abbandonare Israele?
«L’Europa non difende se stessa, non vedo perché dovrebbe darsi la pena di difendere Israele. La combinazione di politically correct e di multiculturalismo, unito agli interessi economici, ha creato quella che viene descritta, anche quando si parla del Dipartimento di Stato, come la “politica dell’inchino preventivo”.
Quanto è seria la determinazione degli islamici?
«Bisogna guardare alla storia: quando fu costruita la Cupola della Roccia sorse sopra un sito santo per le religioni giudaica e cristiana. La scritta dice “Dio è uno, non ha pari, non genera, non è generato”. Una sfida aperta alla cristianità, cui si unì il fatto che per la prima volta il califfo Abd al Malek batté monete d’oro come i romani e i bizantini. Era un modo di comunicare la preminenza della sua religione, tutte le altre erano false, incomplete o superate».
Ma oltre all’Islam dominatore c’è quello riformato e illuminato.
«Ma mi preoccupa l’atteggiamento europeo, che invita, inchinandosi, all’estremismo. Come dice il poeta siriano Saadek al Azam, o avremo un’Europa islamizzata o un Islam europeizzato. I moderati vanno incoraggiati, ci sono ma temono di mostrarsi. La mia grande speranza sono le donne, che essendo la maggioranza possono essere decisive».
Professore, mi sembra molto preoccupato per il Medio Oriente.
«No, è il Medio Occidente che mi preoccupa di più».
E l’Irak?
«Forse, come diceva un mio amico iracheno, avremmo dovuto cominciare in ordine alfabetico».
È questo l’errore degli Usa?
«Scherzavo. Errori ce ne sono stati tanti, ma essere ancora là a combattere il terrorismo è indispensabile: non è certo una situazione come quella del Vietnam, in cui si possa fare le valigie e andarsene. Non mi risulta che allora un gran numero di vietnamiti si fossero stabiliti nelle capitali europee e in America per fare prevalere la loro fede nel mondo».
Ma in Vietnam la guerra fu persa.
«Non furono i vietnamiti a vincerla, fu Jane Fonda. Ed è lo stesso identico pericolo che l’Occidente corre oggi. Essere vinti da se stessi».

Il vulcano della Farnesina

domenica 25 febbraio 2007 Il Giornale 0 commenti

La politica estera oggi è un campo magnetico in attività permanente, un vulcano in eruzione, una forza che contrariamente a tutte le convinzioni della politica del passato e anche dei media che l’hanno relegata in secondo piano per decenni, è capace di portare la gente in piazza e di far cadere governi. L’Italia deve attrezzarsi a questa nuova evenienza, nata con la guerra terrorista contro l’Occidente, con la continua esplosione di bombe e di guerre, con la feroce contrapposizione di idee che suscitano passioni, mettono in campo menzogne e pregiudizi. Il provincialismo è ormai vietato, lo zig zag non paga, l’ignoranza è proibita. La politica estera è ormai l’anima di un Paese, e certo non è un caso se dopo una tanto cocente discussione sulla finanziaria, pure il Paese fronteggia una crisi in politica estera: essa infatti, oggi, è quella cui va il compito di realizzare sia i principi che gli interessi primari del Paese; espone la nostra visione del mondo, ed è per questo che l’attuale crisi è molto significativa e molto impegnativo è il modo in cui ne usciremo. Per un nuovo governo, non sono in ballo soltanto le scelte di Follini o di Casini, e tantomeno il governo di Romano Prodi è caduto solo a causa di due estremisti pazzoidi. Niente affatto. Dietro di loro c’era una piazza, un’incertezza concettuale di fondo, un’egemonia culturale e politica di un gruppo intellettuale ancora fortissimo in Italia, quello dell’antiamericanismo. La scelta di cultura e di appartenenza legata alla politica estera vibra nell’aria come tema fondamentale del nostro tempo da ben prima che questo governo nascesse: la micidiale ondata di odio antioccidentale islamista, la formazione e la messa in campo di autentici eserciti terroristi, l’odio per Israele, la questione irachena e quella afgana, la questione iraniana, dopo il primo voto che aveva messo la maggioranza in scacco sulla politica internazionale sono di nuovo e saranno ancora e ancora un tema centrale su cui misureremo le nostre scelte politiche. La presenza di basi militari come a Vicenza, un altro ritiro o invio delle nostre truppe per aiutare nella lotta al terrorismo, la revisione di ruoli, lo schieramento all’ONU, il ripensamento di organismi internazionali come la NATO, un ulteriore passo sulla questione iraniana, saranno per anni il necessario catalizzatore, dall’aula parlamentare alla piazza, della domanda basilare: qual’è la nostra politica estera, quale la nostra disponibilità a far parte del campo occidentale, o di qua, o di là? Non ci saranno sconti, non si tratterà di sfumature. Ho sentito con le mie orecchie, in un dibattito alla trasmissione di Giuliano Ferrara “Otto e mezzo”, il capo dei Comunisti Italiani ripetere sinceramente stupito che in ogni caso la nostra Costituzione ci vieta la guerra, meglio morti che belligeranti, meglio sparire che difendersi. E’ una concezione del mondo sincera e che mette in piazza decine di migliaia di persone che ritengono Bush una bestia umana e Israele un paese di apartheid. Il pacifismo è parte integrante di questa visione del mondo, che ritiene la guerra, qualsiasi guerra, estranea all’idea stessa di democrazia. La guerra è odiosa, ma la difesa è sacrosanta ed è anzi evidente parte di un pensiero democratico, che mette al centro i bisogni del cittadini: sembra tanto semplice. Alexis de Tocqueville dice, se si consente di riassumerne un pensiero, che, quando un Paese democratico deve difendersi dai nemici, proprio a causa delle sue caratteristiche democratiche non lo fa volentieri, non lo fa bene, ma poi è in grado di disporre di magnifiche e differenziate risorse, molto più di un nemico che non possieda l’arma della democrazia; organizzandole, mobilitandole, migliora e vince.

Ma difendersi, perchè questo è il tema, richiede una sincerità di intenti, una politica di alleanze e una chiarezza ideale enorme di fronte alle attuali sfide della politica internazionale. Non basta certo, anche se è necessario, il desiderio di non apparire inaffidabili di fronte agli Stati Uniti, e di far parte di uno schieramento onorevole e anche conveniente. Quello che occorre è costruire la convinzione, l’ integrità e chiarezza di intenti. Insomma, una cultura della politica internazionale. E’ urgente.

Prendiamo gli ultimi eventi: l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, la IAEA, ha riportato giovedì cattivi risultati per quanto riguarda la preparazione delle strutture atomiche in Iran: essa non è stato sospesa, secondo le richieste della Commissione di Sicurezza, nei 60 giorni concessi e anzi Teheran ha espanso gli sforzi fino a costruire 1000 centrifughe e portando circa 9 tonnellate di provviste di alimentazione gassosa nelle strutture di Natanz per attuare l’arricchimento. Gli ufficiali iraniani hanno informato che essi espanderanno le centrifughe e raggiungeranno la cifra di 3000 in maggio. Il reattore di Arak e gli impianti di produzione di acqua pesante sono sempre in costruzione, contro la risoluzione del Consiglio di Sicurezza. La IAEA si dichiara “incapace... di verificare ulteriormente i passati progressi del programma iraniano”, ma il presidente Ahamdinejad ha dichiarato che “è preferibile per l’Iran fermare qualsiasi altra attività per i prossimi dieci anni e concentrarsi sul nucleare”. Cosa abbiamo intenzione di fare di fronte a questa sfida? Il problema include visione e interessi; l’Italia (seconda in questo solo alla Germania che investe cinque miliardi e mezzo di dollari nelle garanzie per il commercio con l’Iran) ne investe, leggiamo, quattro e mezzo.

Altre decisioni molto importanti riguardano il nostro atteggiamento verso la questione libanese, sempre minacciata dalla scalata al potere degli hezbollah e del loro riarmo, che sembra essere stato completato nonostante la presenza dell’UNIFIL. Se non stiamo scherzando nel nostro intento di favorire la pace, si tratta o di rafforzare la missione con l’intento di intervenire sul riarmo veloce e certo fatale degli hezbollah, o di denunciare la nostra sconfitta e trarne le conseguenze. La Siria, che propone a Israele incontri di pace, pure incrementa in questi giorni la presenza militare sul confine israeliano e stringe rapporti sempre più solidi con l’Iran di Ahmadinejad, mentre seguita a ospitare a Damasco la gran parte delle organizzazioni terroristiche che agiscono poi in Iraq e in Israele. Anche là si tratta di fronteggiare questa essenziale problematica di politica estera. Così, anche con la nuova sfida del prossimo governo di coalizione palestinese: Hamas nell’accettare di collaborare con Fatah ha riannunciato la sua intenzione di non riconoscere Israele. Questo, mentre nuovi attacchi di terrorismo cercano di raggiungere i cittadini dello Stato ebraico e mentre si accumulano a Gaza missili terra-aria e armi procurate dalle varie organizzazioni terroriste. Che fare? Fingere che i peggiori elementi radicali siano stati battuti? Oppure tener duro spingendo perchè il Quartetto tenga le sue posizioni? Sarà dura per qualsiasi governo prendere queste decisioni e tante altre, sarà una sfida quotidiana su cui può infrangersi qualsiasi accordo fragile, qualsiasi compromesso. E non si creda: anche il campo filo occidentale deve pensare, elaborare, sostenere con profondità e senza nessun secondo fine le sue posizioni. Prima ancora di essere amici degli Stati Uniti, occorre essere amici di se stessi, di una propria integra politica estera.

Una Disneyland di guerra nel deserto israeliano

venerdì 23 febbraio 2007 Il Giornale 0 commenti

da Tzelim, deserto del Negev

Un miraggio tremolante nella prima luce dell’alba: case, moschee, alti edifici e il basso profilo di una casbah. Color ocra e bianco sul giallo del deserto. Una musica araba esce dagli altoparlanti, la memoria evoca scene di battaglia, agguati. Ma la città non è vera, è vuota e schematica, anche se grande e supertecnologica. Reale e astratta allo stesso tempo nel bel mezzo del deserto del Negev, presso la base militare di Tzelim. È tutta percorsa da fibre ottiche e da cavi sotterranei, punteggiata da sofisticati congegni celati ogni pochi metri. Questa città, ancora non completata, è la struttura in cui l’esercito israeliano, ferito dalla guerra del Libano, criticato da ogni parte e determinato a rinverdire il suo mito, si mette alla prova.
Quattro minareti di altrettante moschee, edifici, piazze, il campo profughi, i negozi, i garage sotto le case, a volte moderne e a volte piccoli cubi con una terrazza piatta sul tetto. «Una Disneyland di guerra che non ha pari nel mondo», spiega Arik Morè, il giovane comandante della base. Ogni settimana si esercitano non meno di milleduecento soldati e, quando la parte tecnologica sarà completata, il numero crescerà. Lo scopo è migliorare l’efficienza dell’esercito partendo dall’analisi degli errori nella guerra libanese. E il primo errore era stato quello di non aver svolto esercitazioni regolari e di non aver condotto manovre integrate. Ora si cerca di rimediare, per essere pronti a tutto. Le strutture riproducono fedelmente vari tipi di centri abitati: da un parte Bint Jbel, la cittadina del sud del Libano costata tante perdite a Tsahal, dall’altra Gaza; e più in là ancora c’è Ramallah.
Viaggiamo di notte per raggiungere il sito, mentre alcuni elicotteri volteggiano nel cielo trasportando i soldati che hanno simulato evacuazioni di feriti e sgomberi. Il rombo dei velivoli riempie l’aria, alcuni carrarmati circondano la città. Una squadra si succede all’altra, riconosciamo il berretto rosso dei paracadutisti, quello viola dei Givati, quello color terra dei Golani, che ieri gongolavano perché il loro generale Gabi Ashkenazi sarà il nuovo capo di Stato Maggiore. Mentre sorge il sole, un gruppo di uomini si allontana, con gli M16 a tracolla, la divisa e la faccia coperte di polvere e sudore nonostante il freddo intenso della notte del deserto, e un altro arriva. Il telefonino e il caffè caldo, in bilico in un contenitore di metallo arrugginito, su una collinetta sono i re dell’intervallo. «Ciao mamma, tutto bene, non ti preoccupare, bello qui, non ti posso dire quello che facciamo, ora devo andare. Piantala con questa storia del freddo, ciao, saluta papà».
Un battaglione va, uno viene. Molte ragazze col mitra e la faccia mimetizzata, giocano la parte del nemico. Arik, dopo che ci siamo arrampicati su un minareto spiega: «450 costruzioni. Quei buchi irregolari che vedete nei muri rappresentano i passaggi che pratichiamo da edificio a edificio, li abbiamo fatti in anticipo per praticità. La città potrebbe avere circa cinquantamila abitanti. I civili è difficile simularli, ma riproduciamo la presenza non militare in tutte le sue capacità, dal terrorista al cittadino, dal giornalista al negoziante... In genere, mentre si esercitano seicento uomini delle forze blu, le nostre, se ne esercitano anche 350 delle forze rosse, il nemico». Arik spiega che ancora non è tutto pronto, ma che ogni stanza della cittadina sarà dotata di una telecamera, così da consentire la rilettura di ogni azione.
Alcuni soldati che si avviano verso una casa in cui è stato identificato un terrorista. Corrono verso la collinetta, sfondano la porta ed entrano sparando, il fumo intenso impedisce di vedere bene. Il terrorista si rifugia al piano superiore, si accende una battaglia alla fine della quale i soldati blu hanno un ferito e sono riusciti a catturare il ricercato. È uno scontro che trascina nel caos della guerra, con assalti, spari, ordini continui e precisi urlati da ogni parte. Ogni gesto è ripreso dalle telecamere: più tardi si saprà quali errori e quali azioni corrette hanno compiuto i militari.
«Presto quasi ciascun soldato sarà munito di un congegno simile a un gps che sorveglierà ogni movimento. Si saprà da dove parte uno sparo, dove è diretto e che cosa ha causato...». Il generale Uzi Moskovitz, direttore del progetto, ci incontra sul campo sotto una tenda. «La base era progettata da otto anni e abbiamo cominciato a costruirla due anni fa. Ma dopo lo scontro con Hezbollah abbiamo deciso di accelerare e modificare il lavoro, e di dare il via a esercitazioni integrate che comprendano tutte quante le forze sul campo, compresa l’aviazione - spiega Moskovitz -. La dimensione, la somiglianza col campo reale, la possibilità di raccolta di dati e di analisi sono senza precedenti nel mondo. Presto avremo anche un software che ci consentirà di ruotare il progetto e di vederlo in trasparenza sullo schermo. Abbiamo incrementato il lavoro per correggere e risolvere i nostri problemi. In Libano, uno dei più seri riguardava proprio la mancanza di addestramento, di abitudine allo scontro...».
Arik da lontano fa vedere che le esercitazioni cominciano a due chilometri da qui. Il gruppo che arriva da lontano, deve infiltrarsi nella città, dove scattano diverse azioni contemporanee. Si simulano rapimenti, esplosioni, risposte ad attività terroristiche e alle armi anticarro, la distruzione dei missili Kassam. Alla fine, gli analisti valuteranno i risultati e daranno il loro giudizio.
Il generale è soddisfatto. Ma al di là dei problemi tecnici, non è forse la confusione che nasce dalla guerra asimmetrica, l’indecisione di ufficiali cresciuti nell’idea che «il problema non è militare ma politico», o che la pace sia dietro l’angolo, non è la mancanza di motivazione dei giovani e delle riserve il problema vero? «No! - risponde sonoramente il generale -. Per capire parli con loro. Discutono e criticano come si fa in democrazia? È giusto così. Ma poi, quando devono agire, niente più chiacchiere: sanno qual è il loro dovere, questi ragazzi, e ne sono contenti. Ne prenda uno a caso». Ne scelgo due: un sergente delle forze blu, Effi, con le labbra strette e la faccia stanca, che in Libano ha visto morire i suoi compagni. «Certo questa non è la realtà terribile dello scontro vero, ma è molto emozionante lo stesso impegnarsi a imparare cose nuove - racconta -. Nessuno è così pazzo da amare la guerra. Ma è bellissimo imparare ad aiutare te stesso mentre aiuti il tuo Paese». Rotem, una biondina di diciannove anni, delle forze rosse, racconta che ha sparato col laser e che è consapevole di non essere forte come i ragazzi, ma sa dare filo da torcere. Si sente fortunata di partecipare a queste esercitazioni. Le ragazze della sua età in Italia, o in America, studiano, ballano, fanno shopping... «Che discorsi, ognuno è nato nel proprio Paese e qui serve il mio aiuto. E dà molta soddisfazione sentirsi utili».

L'assedio di Olmert fra Hamas e hezbollah

giovedì 22 febbraio 2007 Il Giornale 0 commenti

Abu Mazen, aiutaci tu. «Ci parleremo ancora e ancora, e le nostre squadre staranno in contatto fisso, giorno per giorno». È quasi un’invocazione salvifica quella di Ehud Olmert verso un panorama scoraggiante e aggressivo che il Primo ministro israeliano cerca di riempire con una quantità di buone intenzioni. Lo incontriamo nel gelido lusso della stessa sala dell’albergo in cui solo lunedì era con Condoleezza Rice e Abu Mazen. Stavolta, l’esame è quello della stampa estera. Appare pallido e stanco, dardeggia un sorriso troppo gentile per lui. Il corrispondente di Al Jazeera spara una provocazione: «Lei ha detto a Abu Mazen durante l’incontro a tre: “Mi hai tradito con l’accordo della Mecca”: Abu Mazen infatti ha accettato di formare un governo di coalizione il cui programma non accenna affatto a riconoscere Israele, né a cessare dal terrorismo. “Perché non si decide - dice il giornalista - a accettare che il governo eletto dei palestinesi ha un partito di maggioranza, Hamas, che seguiterà a dettare le sue condizioni col consenso popolare? Parli col governo, dunque!».
Olmert è un tipo che ama le provocazioni e si capisce che sotto l’apparente rassegnazione c’è una passione per cui gli dispiace che gli si chieda di parlare con un gruppo che condanna a morte Israele nella pratica e nella teoria; ma, soprattutto, deve salvare la sua linea politica che cammina su un filo sospeso a mille metri d’altezza. Deve avere a che fare con Abu Mazen scartando, in uno slalom impossibile, Hamas, che tuttavia è ormai partner del Fatah. Difficile. «Non ho mai chiamato Abu Mazen “traditore”. Non taglierò i contatti con Abu Mazen, anzi, lavoreremo insieme, costruiremo. Parlare con Hamas, invece, mai. Ismail Haniyeh e Khaled Mashaal non hanno nessuna intenzione di trattare con Israele. Ma Abu Mazen è diverso, riconosce che esistiamo e si è pronunciato pubblicamente contro il terrorismo. Quindi, possiamo lavorare insieme». Olmert appare fragile, quando appoggia la sua strategia sul rapporto con un leader fragile che Hamas è deciso a usare come passepartout verso il mondo. Vuole accettarlo, ma non sdoganarlo al mondo. La sua buona volontà è insistente: lo scopo, dice, è marciare verso la creazione di uno Stato palestinese, che viva «in pace e sicurezza» a fianco del suo Paese. Si dice ancora fedele all’idea di ritirarsi dal West Bank nonostante Gaza, ma è costretto ad aggiungere che «alcune circostanze non hanno facilitato l’ulteriore sgombero. Missili kassam e terroristi suicidi, di cui l’ultimo bloccato ieri a Tel Aviv con la cintura di tritolo, sono una realtà.
Il cessate il fuoco fissato a novembre non è mai stato violato da noi, mentre le loro violazioni sono continue, terroristi, rapimenti e missili kassam». E allora in che spera Olmert? Nell’attesa, nel tessere, nella solidarietà internazionale. Così anche per l’Iran: l’Iran di Ahmadinejad è seriamente minaccioso, molto minaccioso, nessun Paese dell’Onu dovrebbe parlare con uno Stato che minaccia di morte un altro Paese della stessa organizzazione che non gli ha fatto niente. Ma le centrali atomiche sono meno avanti di quel che Ahmadinejad vorrebbe far credere, anche se più di quanto non si vorrebbe. Dunque, di nuovo, dialogo: oggi, dice, scade il termine concesso dalle Nazioni Unite per cessare dalla preparazione delle istallazioni nucleari, subito dopo si tratterà di rendere le sanzioni più importanti e operative sul piano economico e politico. Azioni militari? Dovrebbe risultare efficace lo sforzo diplomatico, se tutti lavoreranno di concerto.
Gli hezbollah, dice Olmert, ancora molto forti, sono tuttavia meno pericolosi da quando l’esercito libanese e l’Unifil sono sul confine del Libano, anche se continuano i rifornimenti iraniani di armi e denaro. Solo sulla Siria una dichiarazione precisa: se volesse davvero la pace avrebbe già cacciato via da Damasco i gruppi terroristici là di stanza. In realtà Assad pretende di essere devoto alla pace per proteggersi dalle accuse di aver ucciso Rafik Hariri. Olmert appare assediato, in definitiva, dalla jihad di Hamas e dagli hezbollah, ma alla ricerca di un’offerta. Abu Mazen contro Hamas, e l’Onu contro Ahmadinejad. Quanto di più insicuro.

L'illusione del dialogo

martedì 20 febbraio 2007 Il Giornale 0 commenti

«Almeno ci siamo visti» ha detto Condoleezza Rice «speriamo di rivederci presto». Insomma, non è andata, e c’è da chiedersi cosa sarebbe successo se fin dal primo momento invece di fare politica alla vecchia maniera, ovvero illudendoci di spremere stabilità e pace da una situazione antitetica a questo concetto, gli Usa e l’Europa avessero detto a Abu Mazen, abolendo il buonismo speranzoso: è il tuo turno, non limitarti a puntare su un governo di coalizione con Hamas, da cui non otterrai altro che dispiaceri, dichiara la tua responsabilità, esponi l’idea che per ottenere uno Stato e il benessere si deve riconoscere Israele e rinunciare al terrore. Invece abbiamo preferito credere che fare il tifo per un governo di coalizione che calmasse le due fazioni che spargevano il loro proprio sangue nelle piazze di Gaza e della Cisgiordania, fosse di per sé garanzia; che un blocco in cui Abu Mazen sedesse insieme a Ismail Hanje, il primo ministro di Hamas, avrebbe finalmente predisposto il partito integralista islamico a comportarsi come un potere occidentale. E ancora ce lo aspettiamo.

Ci è di nuovo piaciuto sperare, mentre Condoleezza Rice arrivava in Medio Oriente. Gli Usa si sono ripresentati sempre alla ricerca di un successo mediorientale nella nebbia irachena, ma hanno usato una bussola di poco prezzo. Si è sperato che potesse ricominciare da qui la solita canzone: creazione di uno Stato palestinese, terra in cambio di pace sulla base del riconoscimento da parte della nuova coalizione Hamas-Fatah, ancora in fase di formazione, delle tre condizioni poste dal Quartetto. Riconoscimento dell’esistenza di Israele, lotta al terrorismo, riconoscimento degli accordi finora firmati fra palestinesi e israeliani. Adesso, esattamente come accadde all’indomani della vittoria di Hamas alle elezioni del gennaio 2006, si creerà di nuovo un clima di gentile possibilismo, che lascerà poi posto alla disdetta e allo stupore che seguì quando l’Europa si rese conto, in un mese, che Hamas non aveva nessuna intenzione di abbandonare il suo credo solo perché era arrivata al governo, e che dopo la distruzione dei templi e delle serre nella Striscia sgomberata, la nuova Gaza si armava fino ai denti nella prospettiva di una guerra con Israele.

Ieri, di fronte all’ennesima richiesta americana e israeliana di riprendere a parlare sulla base del riconoscimento delle condizioni del Quartetto, rifulgeva la verità accecante che la buona volontà di Abu Mazen non basta. Lui ripeteva di aver fatto quello che poteva, e che oltre non aveva potuto andare, e che chiedeva di dargli comunque fiducia. Una contraddizione in termini: perché se Abu Mazen alla Mecca è stato di fatto strumentalizzato da Hamas, non si vede proprio perché oggi le cose dovrebbero andare diversamente.

Alla Mecca l’accordo siglato, se lo si legge bene, altro non è che la messa in musica di due punti fondamentali dell’interesse di Hamas: il primo, smettere di spargere sangue in una guerra fratricida, e non è detto, nelle prossime settimane in cui si finalizzerà il governo, che possa funzionare; il secondo, disporre con la presenza di Abu Mazen e dei ministri del Fatah, di un gruppo dirigente che possa ricevere fondi dall’Europa e la legittimazione internazionale dopo il disastro del periodo Hamas.

Ma a legittimare Israele o cessare dal terrore, chi ci ha mai pensato? Khaled Mashal sul quotidiano Al Hayyat del 7 di febbraio ha dichiarato che questo tema non è mai neppure stato menzionato nella discussione della Mecca, e che la base dell’incontro tanto sudato è stato il “Documento di Accordo Nazionale” ovvero il “Documento dei Prigionieri” che si impegna a delineare uno stadio della lotta, quello della liberazione della Cisgiordania e l’istituzione dello Stato palestinese; solo, però, come premessa allo stadio successivo, quello del “diritto al ritorno” di milioni di palestinesi, che di fatto oblitera lo Stato ebraico.

Mashal spiegava anche che da ora in avanti «deve essere adottato un nuovo linguaggio politico che sia condiviso da tutte le fazioni... è una questione di esigenza nazionale». Un linguaggio buono anche per Fatah. Ma deve restare l’intenzione strategica, ripetuta come ha già fatto ieri Ismail Hanje nel commento all’incontro trilaterale: anche l’epos popolare, insomma, non deve allontanarsi dall’idea della riconquista di tutta la terra su cui sorge Israele.

Anche uomini del Fatah come Azam al Ahmed hanno confermato che la questione del riconoscimento di Israele non è mai entrata nella discussione della Mecca, e che né Hamas né per altro il Fatah sono stati richiesti di procedervi. Quanto al “rispetto” degli impegni presi dai precedenti governi, che si trova negli accordi, al Ahmed stesso ha spiegato che il PLO, l’ombrello che raccoglie tutte le organizzazioni palestinesi, può conservare i suoi obblighi, ma le varie organizzazioni possono invece conservare ciascuno la sua ideologia. Così, si crea la confusione per cui Abu Mazen potrebbe nel futuro trattare con Israele a nome dell’Olp, mentre Hamas, partner di maggioranza, di fatto non solo potrebbe conservare intero il suo disaccordo, ma anche agire con le sue armi, che tutti conosciamo, per distruggere gli accordi stessi.

Di nuovo, come ai tempi degli accordi di Oslo, si può ipotizzare realisticamente che una volta che fossero avviati da Abu Mazen su Gerusalemme e sui profughi, Hamas con l’aiuto anche di gruppi del Fatah come i tanzim e le Brigate di Al Aqsa, sarebbero pronti a lanciare una guerra come quella del 2001, per distruggerli. Ora Condoleezza ha dichiarato un “aspettiamo e vediamo” rispetto al governo che deve sorgere. Data la situazione di generale mobilitazione dell’islamismo mondiale, i contributi iraniani di decine di milioni di dollari a Hamas, l’impegno saudita per strapparli ad Ahmadinejad; Bashar Assad che si è appena recato in visita a Teheran e lancia proclami di comune guerra con il presidente iraniano; la mesta relazione dei servizi segreti dell’esercito israeliano che ieri hanno riportato che gli hezbollah sono già riarmati come lo erano prima della guerra (oh Unifil, dove sei tu?)... niente lascia immaginare un quadro di stabilizzazione in cui Hamas possa addivenire a quella tanto agognata “normalizzazione” che il mondo sogna. Fare una politica di pace fra Israele e i palestinesi non significa sognarla: guaio più grande non potremmo fare, sul piano locale e mondiale, che aiutare il governo a predominio di Hamas, fingendo di credere che parliamo con Abu Mazen.

I lavori sulla spianata

domenica 18 febbraio 2007 Il Giornale 0 commenti

Di nuovo la spianata delle Moschee Al Aqsa e di Omar arde di presagi di scontri fatali, di giochi politici interni al mondo paletsinese e arabo, di nuovo la supposizione che Israele voglia impossessarsene o danneggiarla rischia di insanguinare il mondo. Lo spunto è quello della ricostruzione di un ponte che porta dal Muro del Pianto fino alla porta di Mugrabi, cento metri più in alto, e sostituire una passerella pericolante. Le manifestazioni hanno già raggiunto il Kashmir, dove venerdì si è svolta una violenta marcia per “salvare la moschea di Al Aqsa” minacciata dal “potere sionista”. L’eccitazione può diventare simile a quella causata dalle vignette su Maometto, e stavolta poichè lo spunto politico è legato a un simbolo religioso molto controverso e concreto, alla terza moschea nella scala dei luoghi sacri mussulmani (prima vengono la Kaasba alla mecca e la Moschea del Profeta a Medina) e mette in giuoco l’odio antisraeliano, sta diventando un’altra accusa del sangue. Il segnale più duro l’ha dato il discorso del capo del movimento islamico degli arabi israeliani Sceicco Raed Salah quando venerdì ha chiamato all’Intifada per “salvare” la Moschea e ha aggiunto che “la storia di Israele è inzuppata di sangue, gli ebrei vogliono ricostruire il loro tempio mentre il nostro sangue è sui loro abiti,sulle loro soglie, nel loro cibo e nella loro acqua”.

Qualsiasi cosa dica,quando gli inviati del governo Turco invitati da Ehud Olmert per verificare le accuse giungeranno davanti all’orrida passerella simile a una lunga pagoda vietnamita la spianata delle Moschee, troveranno quello che chiunque può constatare andando a vedere di persona: non c’è verità nelle accuse volte a Israele. Le Moschee, bellissime, se ne stanno sulla spianata tranquille, vuote di turisti perchè l’WAQF, che sotto il governo congiunto di giordani e palestinesi controlla i monumenti islamici e ne gestisce la conservazione e il management,ha deciso che solo i musulmani che vanno a pregare possono entrare, se non in casi particolari e selezionati (due settimane or sono sono entrata insieme a un gruppetto di giornalisti stranieri). Il ponte è del tutto fuori della Moschea, posa su territorio israliano, la causa della sua ricostruzione è legata a uno smottamento causato dalla neve che mette a rischio il Muro del Pianto, uno delle mura perimetrali, e non toccherà in niente la Spianata. Quello che però è evidente è che gli israeliani non rinunciano a mettere il naso, sia pure solo sulla parte di loro giurisdizione (fu Israele, comunque, a stabilire anche dopo che nel 67 Gerusalemme fu conquistata che l’WAQF avrebbe seguitato a essere la padrona di casa sui luoghi sacri) nella zona in cui, insieme al Muro del pianto, risiedono le maggiori aemorie archoelogiche di tutta la storia ebraica, dal regono di david fino alla cinquista romana e alla disctruzione del secondo Tempiuo, sotto e intorno la Spoianata delle Moschee.

Il piano di ristrutturazione del ponte avrebbe forse dovuto essere presentato al pubblico in maniera più articolata e ragionata, ed è per questo che il sindaco di Gerusalemme ha sospeso i lavori temporanemanente quando tutti hanno capito che la tempesta stava arrivando, ma anche se il piano fosse stato discusso per un anno, gli islamisti ne avrebbero fatto una scusa per scontri fatali in ogni caso, certo unificanti dopo gli scontri Fatah-Hamas. La passeggiata di Ariel Sharon nel 2001, autorizzata dall’WAQF, è stata fatta passare alla storia palestinese come una vicenda di violazione mortale che ha portato all’Intifada dei terroristi suicidi; l’apertura di un tunnel sotterraneo preesistente da parte di Netanyahu nel 1996 fu una causa di rivoluzione micidiale, con morti e feriti a decine da ambedue le parti. Adesso ecco un’altra storia fatale che non esiste.

Qual’è dunque la verità? “La verità “dice il professor Dore Gold ex ambasciatore di Israele all’ONU e capo dell’Jerusalem Center for Public Affairs autore di un nuovo libro su Gerusalemme “è che, dopo un lungo periodo in cui era pacifico anche per i mussulmani che le Moschee sorgessero dove un tempo sorgeva il Tempio degli Ebrei distrutto dai romani nel 70 dopo cristo ( ne troviamo ampia traccia nei loro scritti, e persino in un libro di Haj Amin al Husseini, il mufti che odiava gli ebrei tanto da diventare grande amico di Hitler) è stata infiltrata nella mente islamica la convinzione che quello sia un luogo di esclusiva appartenza mussulmana “dai tempi” così scrivono e dicono “della creazione del mondo, di Adamo ed Eva” e che la presenza ebraica stata inventata ai danni dell’Islam”. “La negazione dell’esistenza del Primo e del Secondo Tempio, oltre a essere ridicola”dice furioso il famoso archeologo Dani Barkay”è parte di una autentica degenerazione culturale post moderna, dove i fatti non contano ed è vero ciò che mi fa comodo. L’importanza di Gerusalemme, il fatto stesso che Cristo sia nato e sia stato crocifisso a Gerusalemme, che Mohammed abbia pregato epr un periodo volto a Gerusalemme, è legato al preminete potere temporale e spirituali deli ebrei e dei loro Templi. Pe me si tratta di un negazionismo ancora peggiore di quello di chi nega l’Olocausto, perchè non ci sono testimoni vivi nè fotografie, ne film a colpire la fantasie del pubblico, ma solo la follia della ripetizione della negazione di fatti noti e comprovati. Essa serve solo a delegittimare la presenza ebraica in Israele e a Gerusalemme”.La verità dei fatti ogni studioso e anche ogni persona di buon senso la sa, basata su testimonianze sia storiche (da Flavio Giuseppe allo storico greco Strabone, vissuti ambedue al tempo della distruzione del tempio, a una quantità di testimonianze che confermano le descrizioni bibliche) che di ritrovamenti archeologici. Se Arafat avesse visitato l’arco di Tito, in cui sono scolpiti le tragiche figure degli ebrei che portano a spalla candelabri e altri oggetti asportati dal Grande Tempio ebraico di Gerusalemme e marciano incatenati a Roma nel corteo trionfale dopo la conquista del tempio, forse avrebbe evitato la famosa figuraccia, quando, a Camp David, disse a Clinton che “il Tempio degli ebrei, tutti lo sanno, era un mito”. Clinton per la prima volta perse il sua proverbiale bonomia e lo apostrofò di fronte a tutti:”La diffido dal ripetere una simile stupidaggine, perfavore” disse sostanzialmente.

Sul Monte del Tempio (Ha ha Bait per gli ebrei, Haram el Sharif per gli arabi, ovvero Nobile Santuario)in genere identificato col Monte Moriah, il figlio di David re Salomone costruì il Primo tempio circa tremila anni fa, demolito poi da Nabucodonosor di Babilonia nel 586 a C. A Babilonia in un esilio già enormememtne pieno di quella nostaglia che destò, fra gli altri, la sensibilità di Giuseppe Verdi (“Va pensiero”..) gli ebrei tornarono a Gerusalemme e ricostruirono il tempio nel 535 che fu poi esteso dai re Seleucidi, gli Asmonei e poi nel primo secolo dopo Cristo da Erode Primo, che ne fece una delle meravilgie del mondo, oggetto di pellegrinaggi testimoniati in ogni dove. Gesù vi fece il suo bar mitzva e il suo pellegrinaggio con Maria e Giuseppe, e ancora si vedono gli scalini da cui salì al Tempio e le botteghe da cui cacciò i mercanti. Flavio Giuseppe racconta che il “Tempio era incredibile”, magnifico di marmi e di legni profumati, il Santo dei Santi in mezzo al terrapieno circondato da immense mura, intorno un porticato monumentale, più grande dell’Acropoli di Atene. La Bibbia descrive minutamente i luoghi, gli ornamenti, i riti. Erode fece costruire il terrapieno che oggi sostiene la spianata delle Moschee e di cui un fianco è oggi il Muro del Pianto, e nel cui ventre sono contenute probabilmente rovine che non si possono vedere se non in piccola parte camminando nelle gallerie che costeggiano il perimetro sotto terra. Dopo la grande distruzione romana e un periodo di abbandono e di ricostruzioni parziali durante le dominazioni bizantina, persiana, ummayyade, Abasside, dei Crociati etc, con la conquista mussulmana nel 638, poco più tardi la bellissima Qubbat al Sakra fu costruita su pianta ottagonale,un santuario e non una moschea, ricca di mosaici, vetrate, tappeti, colori affascinanti e sacre memorie del Profeta, che vi volò dalla Mecca sul suo cavallo Al Buraj. Nel ‘94 la cupola d’oro fu restaurata a spese dei giordani con i palestinesi padroni di casa della Spianata. La Moschea di Al Aksaa che sembra una grande basilica, fu costruita nel 1035, ornata di bellissimi doni di tutto il mondo mussulmano. La bellezza della grande terrazza è imponente, e si capisce bene l’amore dell’Islam per quello che essi ritengono uno dei loro loro luoghi santi fondamentali. Quello che non si capisce è il tentativo di obliterazione totale della presenza ebraica che pure grida la sua potentissima storia, dato che proprio là, sotto le belle moschee, il silenzio e il vuoto mistico del Santo dei santi,gridava il suo messaggio monoteista al mondo per la prima volta. Gli scavi archeologiic ebraici si concentrano tutti fuori del perimetro delle Moschee, mentre tonnellate di ogni tipo di rifiuti, in cui gli archeologi proclamano la indispensabile testimonianza e quindi, oggi, il disastro, sono stati scavati con ruspe e gettati a mucchi mentre l’WAQF ha compiuto i suoi scavi per costruire una terza moschea sotterranea, le “stalle di Salomone”. E’ pesante e sorprendente il silenzio degli organismi internazionali, che dovrebbero imporre con la loro autorevolezza una cooperazione archeologica che consenta alla cultura mondiale di accedere a tutte le possibili verità archeologiche e storiche.

Se Toaff fa il vampiro con gli ebrei

sabato 10 febbraio 2007 Il Giornale 0 commenti
Il libro di Ariel Toaff “Pasque di Sangue”, appena uscito per il Mulino, che afferma sia vero il mito del blood libel, ovvero gli omicidi e l’uso rituale del sangue da parte degli ebrei qualche centinanio di anni fa viene presentato dal suo autore come un’indispensabile operazione di “verità” e di “coraggio”. Ma raramente una più superficiale concezione delle parole “verità” e “coraggio” è stata applicata a un caso di studio e soprattutto a una questione politica e contemporanea così scottante come quella che solleva il libro di Toaff, figlio del rabbino 91enne Elio Toaff, un personaggio di statura storica che certo non si diverte mentre, dopo una vita dedicata all’ebraismo, gli capita questa incredibile avventura. L’enormità, lo scandalismo della tesi di Toaff e le possibili conseguenze delle sue improvvide conclusioni, non c’entrano con la lunga prospettiva della scienza storica che l’autore del libro seguita a invocare come giustificazione della sua stupefacente esternazione,e sono invece incomparabili al valore delle sue argomentazioni. Toaff usa infatti solo prove induttive, basate su documenti già tutti usciti, ovvero le testimonianze estorte con la tortura più feroce dagli ebrei accusati di blood libel; sulla forzatura dell’idea che la coincidenza delle testimonianze significhi verità, quando invece significava, e lo provano molti casi, adeguamento allo steretipo richiesto dai torturatori. Fra i molti testi sul tema del blood libel, se uno legge il saggio dello storico cattolico Massimo Introvigne “Cattolici, antisemitismo e sangue” uscito nel 2004, si vede che Toaff usa i testi in modo selettivo: Introvigne per esempio contraddice del tutto l’idea ,anche espressa da Toaff in un’intervista al quotidiano “il Messaggero”, che il Papa Clemente XIV ritenesse veri i casi di due fanciulli presunte vittime di sacrifici rituali. La “rivelazione” di Toaff e l’entusiasta presentazione (“magnifico libro di storia”!)che ne ha fatto il professor Sergio Luzzato sul Corriere della Sera, è roba da grande brindisi e fuochi d’artificio per i milioni di antisemiti nel mondo; è uno strumento eccezionale; per i prossimi decenni il fatto che proprio un ebreo, un professore col nome che porta ha “provato” il blood libel, farà la gioia di tutti gli Ahmadinejad del mondo.E sono tanti. Chi è in contatto quotidiano con la potenza del blood libel capisce che per proporre come autentica l’idea di Toaff è doveroso disporre di una corrazzata di prove incontrovertibili, che invece non ci sono, e anche una grande motivazione verso un’irrinunciabile, santà verità. Toaff sa benissimo che ha compiuto un passo politico, lo sa la casa editrice il Mulino, lo sa Luzzatto. In questa settimana soltanto mi sono per caso dovuta imbattere per due volte (poche, in genere capita più spesso a chi si poccupa di Medio Oriente e di antisemitismo) nel mito che gli ebrei spillino il sangue dei gentili per usi rituali: il caso del libro di Ariel Toaff e, il 5 di febbraio il transcript delle risposte a un’intervista della tv libanese Teleliban del poeta libanese Marwan Chamoun: “Quanti libanesi, quanti arabi conoscono il talmud? O il libro “Il governo segreto del mondo?” o “Sangue per l’azzima di Sion” che racconta l’uccisione di Tommaso da Camengiano, un siciliano di cittadinanza francese dei giorni di Muhammad Ali Pasha nel 1840?..L’ha scritto il ministro degli esteri siriani Mustafa Tlass in cui si trovano tutti i documenti dei diplomatici francesi e del console in Libano..il prete fu sgozzato nella casa di Daud Al Harari, il capo della comunità ebraica di Damasco..il suo sangue fu raccolto e i rabbini se lo portarono via. Perchè così gli ebrei poterono onorare il loro dio perchè bevendo sangue umano possono avvicinarsi a Dio. Dove siete dunque diplomatici e politici? Perchè non utilizziamo di questi argomenti storici presentatici su un semplice piatto d’oro? .. ci sono fra i 20 e i 30 libri di questo genere..ne ho comprati 2000 copie.. quando qualcuno si sposa invece di cioccolatini, gliene regalo una copia..”. E’ storia i testi cantano, gli ebrei sono vampiri. Chamoun non è il solo a pensare che la diffusione di testi che provano storicamente la leggenda del sangue si debba studiare bene: il testo che cita scritto dal ministro della difesa siriano Mustafa Tlass che “prova” il blood libel di Damasco del 1840 ha avuto almeno dieci edizioni. Tlass è un avvocato,ha studiato alla Sorbona. Afferma che il suo libro getta luce sui segreti dell’ebraismo: “Ogni madre dal 1840 dice a suo figlio “Non stare lontano da casa. L’ebreo può venire metterti nel suo sacco e succhiarti il sangue per l’azzima di Sion”. Negli anni 70 re Feisal dell’Arabia Saudita testimoniava su un settimanale (al Musawwar) che mentre era a Paigi per una visita, la polizia aveva scoperto cinque casi di bambini cui gli ebrei avevano cavato il sangue.. E’ storia, la nobile testimonianza può essre messa in questione? Nel dicembre del 2005 la tv iraniana ha pubblicizzato il libro “Storia degli ebrei” invitando l’autore Hasan Hanzadeh a parlare dell’episodio, da lui verificato, che nel 1883 150 bambini furono rapiti a Parigi per estrarre loro sangue. Il gran numero di testi e di intellettuali che usano oggi, non nel medioevo, il blood libel come una verità è spalleggiato da un’attività di propaganda popolare che per esempio ha fatto produrre a spese del governo siriano, trasmesse da Al Manar, tv degli Hezbollah,30 puntate di una serie televisiva,“Al Shatat” in cui orride scene di martirio infantile vengono presentate come verità storiche. In Iran i giornali hanno parlato a lungo di “prove” del furto di organi di bambini arabi negli ospedali israeliani. La predisposizione degli ebrei a bere sangue, a usare il sangue, a spillare il sangue dei nemici è una spiegazione usata comunemente anche per delegittimarne la guerra di difesa in Israele: il caso famoso del bambino Mohammed Al Dura, che fu ucciso in uno scontro a fuoco fra israeliani e palestinesi è stato ossessivamente propagandato come frutto di un’endogena avidità ebraica di sangue infantile,anche se l’origine dei proiettili è molto più probabilmente palestinese secondo le indagini di numerose fonti intenazionali. Ariel Toaff si dispiace che desti stupore il suo lavoro? Strano. Sa benissimo che la leggenda del sangue è una delle più aggressive e usate forme di antisemitismo contemporaneo e che se nel passato ha causato pogrom, torture, omicidi di massa, non si può considerare il capitolo chiuso nello scrigno della storia; il blood libel è qui oggi con noi, e piace a molti che un professore ebreo con quel nome appaia così disinvolto. Demoni e vampiri ebrei non solo sono rappresentanti a migliaia nelle vignette del mondo arabo; Ariel Sharon che addenta la testa di un bambino spargendone il sangue sul pancione nudo e dicendo “Beh,che c’è, sto solo baciando un bambino” è una vignetta britannica che vinse nel 2002 la più importante gara di umorismo inglese; le miriadi di soldati israeliani disegnati mentre bevono il sangue degli arabi; le “atrocità” dell’esercito israeliano.. sono tutti figli di San Simonino, “martire” degli ebrei bevitori di sangue che adesso un ebreo israeliano rimette sul banco degli imputati dopo che perfino la Chiesa li aveva del tutto assolti. Attenzione, poi, alle grandi ricerche sul blood libel che consentono rivelazioni eccezionali: nel 1842 il poeta e filosofo radicale tedesco Georg Friederich Daumer scriveva al filosofo Feuerbach sul “cannibalismo del Talmud” con citazioni di libagioni di sangue a Purim, dei “misteri dei rabbini e dei cabbalisti”.Promise a Feuerbach “incredibili informazioni”affermando che, secondo i suoi studi, Gesù Cristo faceva parte dei gruppi ebraici che bevevano il sangue.
Per offrirti un servizio migliore fiammanirenstein.com utilizza cookies. Continuando la navigazione nel sito autorizzi l'uso dei cookies.