Il Giornale
La politica estera non è un dettaglio
La politica estera non è, anche se a prima vista può sembrarlo, emendabile o negoziabile. Il governo non si illuda. È l’osso duro dell’anima, è una visione del mondo, è un ammiccamento che include o esclude da un universo morale che ti rende degno o indegno; è un vistoso veicolo di potere politico, su di essa si organizzano manifestazioni di massa che non costano niente anche a forze che la storia ha da tempo messo in crisi; sulla sua base ci si sente buoni e si distribuiscono facili accuse di aggressività e perfidia; si sanano i propri sensi di colpa verso il Terzo Mondo, si fanno litigate insanabili anche con vecchi amici.
Su Bush si schiuma, su Israele si fuma. Politica estera vuol dire dare libero adito a pensieri miserrimi come quelli che si figurano il Presidente degli Stati Uniti alla stregua di un cretino e i neoconservatori americani come cospiratori ebrei; questa politica estera lascia che affiori alla mente e sugli schermi televisivi l’idea che gli americani abbiano esploso da soli le Twin Towers o che Israele uccida apposta donne e bambini palestinesi, o che Hamas una volta al potere mostrerà una nuova ragionevolezza riconoscendo Israele, o che gli Hezbollah siano soprattutto una forza politica con cui trattare.
Politica estera può voler dire accucciarsi al calduccio della propria invidia verso Paesi con ideali e identità più saldi del nostro; rispolverare l’inconfessato desiderio di violenza rivoluzionaria; infischiarsene delle carceri di Cuba e dei dittatori che violano tutti i diritti umani in Paesi per cui un tempo sognavamo benessere e autodeterminazione; politica estera vuol dire ostentare scandalo al suono della parola «guerra» e con questo richiedere un applauso.
Dunque, al prossimo appuntamento col rifinanziamento della missione in Afghanistan, probabilmente non ci sarà altro da fare che constatare la potenza della politica estera come scelta culturale e politica irrinunciabile per la sinistra radicale, e allora sarà tempo di decisioni.
Ha ragione Francesco Rutelli quando dice: «La sinistra radicale ha passato il segno». Ma seguiterà a passarlo perché buona parte del consenso che raccoglie si basa sulla diffamazione degli Usa e di Israele, sulla convinzione che gli americani incarnino una politica imperialista e coloniale di dominazione del mondo. La sua base non la perdonerebbe mai se tradisse questi punti fermi.
L’antiamericanismo è un albero con radici assai profonde in Italia, da Mussolini a Bertinotti con in mezzo una schiera fittissima e variegata da Andreotti a Bettino Craxi, ha avuto ed ha molti alfieri. Cambiarla comporterebbe la volontà sia di scardinare i propri convincimenti ideologici che il proprio assetto conoscitivo della realtà internazionale, rendendoli molto più complessi di quello odierno. Si tratterebbe di attribuire la gravità necessaria all’attacco del terrorismo della Jihad armata, alla sua campagna d’odio che ha cambiato la cultura mondiale e che di fatto costringe quasi in tutte le parti del globo a tipologie diverse di scontro, che in alcuni casi sono una vera e propria guerra. E le guerre possono essere più o meno ben condotte, più o meno funestate dall’uccisione di civili sempre presenti nella guerra asimmetrica; può essere che gli Usa talvolta abbiano sottovalutato la forza dei nuovi eserciti terroristi. Ma, certo, non potevano evitare il combattimento come non potremo evitarlo noi una volta attaccati. E l’attacco contro tutto l’Occidente è già in buona parte attivo come si vede dalla proliferazione del terrorismo.
Questo può riconoscerlo la sinistra radicale? Pare improbabile, così come pare impossibile che questa sinistra riesca a mettere l’Iran al centro del rischio mondiale e della guerra terrorista, come è del tutto ragionevole fare; non ce la vedo a collocare il rapporto con gli Stati Uniti nel quadro di una indispensabile alleanza democratica e antiterrorista come è invece indispensabile oggi.
Se questo non avverrà perché mai l’ultrasinistra dovrebbe accettare il rifinanziamento della missione in Afghanistan? Quando si giungerà a quel voto le contraddizioni in seno al governo devono essere lasciate affiorare in tutta la loro importanza per due motivi. Il primo, idee balorde come quelle dell’ultrasinistra in politica estera non devono essere parte di una alleanza di governo che si rispetti. Non siamo in Venezuela qui. Gli «Hezbollah abbraccetto» devono restare un disgraziato episodio, anche per il bene di una sinistra moderna.
E, in secondo luogo, perché la missione in Afghanistan non sembra avere nessuna chance di svanire nell’aria con una crisi politica. La sua ragionevolezza costringerà qualsiasi governo a rifinanziarla quanto prima.
I kamikaze palestinesi tornano a colpire Israele
È un attacco terrorista molto particolare e carico di pessimi pronostici quello che ieri ha riempito di orrore e di sangue la cittadina di vacanze di Eilat, dove il mare e il cielo di un blu assurdo si incontrano col giallo del deserto del Negev. Alle nove e mezzo di mattina in una panetteria situata al sud della città in una zona di acquisti è entrato un ragazzo giovane e di strano aspetto, la giacca scura rigonfia e abbottonata in una giornata in cui tutti indossavano soltanto la maglietta. Prima che i giovani padroni del negozi potessero rendersene conto, era fatta: un boato, il sangue, le grida. Tre morti oltre al terrorista suicida, Mohammed al Saqsaq, 21 anni, della cittadina di Beith Lahia a Gaza, erano stati ormai smembrati, colpevoli soltanto di essere andati a comprare il pane. Al Saqsaq era stato trasportato ai margini di Eilat da un colonnello delle Riserve che, dandogli un passaggio, si era insospettivo per il suo atteggiamento e la giacca chiusa. Il colonnello ha avvisato la polizia: è possibile che il terrorista si sia fatto esplodere quando ha udito le sirene delle forze dell’ordine. L’attacco è stato rivendicato soprattutto dalla Jihad islamica, una organizzazione piccola, radicata sia a Gaza e in Cisgiordania e con sede a Damasco, completamente legata all’Iran, ai suoi fondi, ai suoi ordini. Ma anche le Brigate di Al Aqsa, ovvero la mano terrorista del Fatah l’ha fatta sua, oltre a un’altra nuova organizzazione, «L’esercito dei credenti». Un segnale di unità che potremmo chiamare laico-religiosa intesa che vuole dare un’indicazione ai palestinesi in guerra fra di loro. Dice: uccidiamo gli israeliani invece di proseguire la guerra fra di noi.
Quello di ieri è un attacco che segna la ripresa dopo nove mesi dell’uso del terrorismo suicida, nove morti a Tel Aviv: Ehud Olmert, il primo ministro israeliano, ha detto: «Ci eravamo illusi ormai che ci fosse una certa quiete». Il nuovo attacco forse segna davvero la fine della tadiah, una sorta di tregua parziale che se non ha impedito il lancio dei kassam da Gaza e la risposta israeliana, pure ha trattenuto le parti in causa da una guerra più larga. Adesso sia Avi Dichter, il ministro degli
interni ex capo dei servizi segreti, lo Shin Beth, che il ministro della Difesa Amir Peretz dichiarano che i terroristi non troveranno rifugio in una tregua che non esiste, e che quindi la guerra può allargarsi.
In secondo luogo, la rivendicazione del portavoce della Jihad islamica, con la maschera nera e il mitra, ha spiegato le sue intenzioni: «Ci siamo tirati indietro per dare a Hamas e Fatah la possibilità di trovare un accordo. Visto che non hanno raggiunto niente a livello governativo - ha aggiunto letteralmente - ci siamo votati di nuovo alle operazioni di martirio». Ovvero: per rispondere alle loro stragi interne (si calcolano fino a 60 uccisi) la Jihad propone un’ulteriore escalation, a spese di Israele: fermare il sangue dei contendenti col sangue innocente delle vittime del terrorismo. Può darsi che funzioni. Qualche giorno fa anche Abu Mazen in un comizio invitò i palestinesi a puntare i fucili non l’uno contro l’altro ma tutti contro il «nemico sionista». Anche il portavoce di Hamas considera come un fatto «naturale» attaccare i civili israeliani.
Mohammed al Saqsaq è entrato, così sembra, dall’Egitto: ciò significa che da Gaza ha potuto passare nel Sinai; là ha potuto viaggiare, certo in auto, lungo il confine israelo-egiziano fino a trovare l’ingresso. Era quasi certamente armato e accompagnato. E chi è stato in Egitto sa che il regime può essere molto determinato quando si tratta di controllare ingressi e strade. Qui non lo è stato.
Infine, il suicida viene da una famiglia militante, e pare che, fatto inusuale, avesse avvertito due giorni prima la madre e il fratello Naim. La madre, senza una lacrima e affaccendata nella tenda di onore che sempre si prepara per i parenti e gli amici dello shahid, fra cui bambini certo indottrinati con l’esempio di Mohammed al Saqsaq, si è detta fiera e desiderosa che tutti i suoi figli diventino «martiri», e ha rivelato che il figlio le aveva confidato quello che voleva fare.
Sui sentieri della parte egiziana del Sinai che costeggia Israele in questi ultimi tempi hanno tentato la fortuna verso Israele col loro carico di tritolo un centinaio di terroristi in un anno. Sono strade percorse da Al Qaida, da vari fornitori di armi e di uomini di varie provenienze che con l’aiuto iraniano promuovono la trasformazione di Gaza in una fortezza sullo stile di Hezbollah: è la solita orchestra terroristica internazionale, ormai tentacolare e ricca, che ieri ha messo nel carniere due poveri panettieri e un lavoratore nella città di vacanze di Eilat.
Attenti, la Shoah può ripetersi anche domani
Questo Giorno della Memoria ha un titolo brutale nella sua concretezza, non è fatto solo di dolore, di stupore, di storia: si chiama «Gli ebrei sono di nuovo minacciati di sterminio», e punta un faro accecante su Mahmoud Ahmadinejad, presidente dell’Iran. Lo conferma anche la risoluzione votata ieri a larghissima maggioranza dall’Onu, che isola il regime degli ayatollah, condannando la negazione della Shoah, oggi la sua principale arma ideologica e strategica.
La memoria della Shoah fino ad oggi non ha avuto la capacità di evitare il ripetersi di altri genocidi, il motto «never again», «mai più» che diventò la bandiera del mondo democratico uscito dalla seconda guerra mondiale, non ha funzionato. L’Onu, basato sulla Carta dei Diritti dell’Uomo, che doveva essere lo scudo di difesa contro ogni discriminazione, ha fatto invece da amplificatore di dinamiche perverse che hanno semmai offerto rifugio all’antisemitismo e al fanatismo ideologico. Basta guardarsi intorno per vedere che dalla Cambogia al Darfur, si sono potuti e si possono sterminare uomini donne bambini innocenti senza che nessuno alzi un dito, per pavidità e o convenienza politica. Oggi persino gli ebrei, dopo quello che hanno attraversato nel passato e che sembrava anatema a qualsiasi ulteriore discriminazione e persecuzione, sono di nuovo soggetti a molteplici promesse di sterminio, quelle potentissime e ben attrezzate dell’Iran e degli Hezbollah, quella sempre meglio armata di Hamas, quella di Al Qaida e, nel sottofondo, quella di tutto l’antisemitismo anti israeliano delle chatting classes che dicono sulle riviste alla moda, nelle accademie e nei salotti: «Israele è stata un errore». Secondo un gruppo di studio di Yad va Shem, il Museo dell’Olocausto di Gerusalemme, ci sono nel mondo 46 punti caldi dove sono in corso o ci si possono aspettare esplosioni di odio genocida: Zimbabwe, Burma, Congo, in Macedonia dove per ora il fuoco è stato spento dall’Europa e la Nato, a Sumatra, in Indonesia...
Dice il professor Yehuda Bauer, direttore di Yad va Shem, che ogni popolo è genocida in potenza, ma che la massa d’odio bene armata e presto dotata di bomba atomica della jihad ha precedenti solo nel nazismo. E aggiunge Nathan Sharansky, l’ex dissidente sovietico in seguito ministro in Israele, che oggi l’opinione europea per cui Israele deve sparire, è più larga di quella che nel 1939 era a favore del programma nazista di espellere gli ebrei dal Vecchio Continente. Il fatto che la maggior parte degli ebrei sia oggi raccolta in una piccola area circondata da nemici, suscita la fantasia realistica di poter condurre a un fine concreto il più lungo odio del mondo, e più volte infatti l’Iran ripete che spazzerà via Israele con un solo colpo, che per l’Iran e per il mondo musulmano, così grandi, vale comunque la pena. Ahmadinejad, il cui fine ultimo è far giungere su questa terra il Dodicesimo Imam, il Mahdi, per portare il mondo alla redenzione, non è affatto pazzo nonostante la sua convinzione messianica: l’antisemitismo totale è una chiave egemonica molto efficace per gli sciiti e i sunniti tutti.
Non c’è bambino musulmano che non venga allevato nell’idea che gli ebrei sono «cani e scimmie»: basta accendere una qualsiasi tv orientale. La piccola Basmallah, in Iran, lo ripete all’intervistatore, che la loda entusiasta; le strade di Gaza mostrano, filmati dalla Bbc, bambini che ripetono che gli ebrei sono mostri assetati di sangue e che vogliono farsi martiri della guerra per distruggere Israele; a un dibattito televisivo in Bahrein famosi intellettuali dibattono perché «il tradimento sia parte della natura di quella razza», in Egitto, in Siria, in Libano, le tv mandano in onda serial in cui la teoria della cospirazione e quella del sangue vengono plasticamente rappresentate per decine di puntate, con ebrei che tagliano il collo ai bambini per ricavare sangue per le azzime di Pasqua, e Theodoro Herzl che raccoglie soldi nei bordelli; I Protocolli dei Savi di Sion sono ovunque best seller. Ahmadinejad non si limita alla propaganda: il Daily Telegraph ha riportato ieri che un accordo con la Corea del Nord gli consentirà di sperimentare la bomba atomica entro un anno; l’acquisto di missili antiaerei russi Tor M-1 dimostra che il Paese degli ayatollah si prepara alla guerra, mentre pare sia completato il riarmo degli hezbollah e l’esercito privato di Hamas, ambedue organizzazioni impegnate a distruggere lo Stato d’Israele.
Una schiera di intellettuali e politici occidentali partecipa alla propaganda di delegittimazione: il sindaco di Londra Ken Livingstone, dice che Israele non deve esistere; Steve Walt e John Mersheimer, due professori di Yale, firmano uno studio per cui la lobby ebraica guida la politica estera americana; Jostein Gaarder l’autore di Il segreto di Sofia, vuole vedere Israele sparire; i politici europei non si peritano di affermare che Hezbollah e Hamas non sono realtà terroriste anche se da soli si dichiarano antisemiti militanti (rimando alla Carta di Hamas)...
Nel Giorno della Memoria di quest’anno le riunioni e i discorsi forse hanno qualche significato in più rispetto al consueto reciproco certificato di buona condotta che i vari partecipanti alle cerimonie attribuiscono l’una all’altra: le ragioni sono due. Quella della discussione sulla proibizione della negazione della Shoah, e le affermazioni del presidente Giorgio Napolitano sull’identificazione di parte dell’antisemitismo contemporaneo con l’antisionismo. Su questo, chi per anni ha sudato a dimostrare l’evidenza del teorema, non può che sentirsi un po’ meno solo.
Quanto al negazionismo, le discussioni sulla libertà di opinione sembrano inutili: non di opinioni sulla Shoah si tratta, non si chiede se fu bella o brutta, ma se avvenne. E mai evento storico fu più provato, i testimoni sono ancora, grazie al Cielo, con noi; le foto, i documenti, non si limitano a parlare, gridano: il negazionismo, specie quello delle scuole chiamate «madrasse», è una forma di incitamento; una bugia, non un’opinione. Oggi è l’arma strategica che minaccia tutto l’Occidente, strumento di una guerra non solo contro gli ebrei.
Se vogliamo davvero dunque dire «mai più», se la Memoria deve sopravvivere e guidarci, il compito è duro. La strada è quella della politica e della diplomazia al momento; e domani, non sappiamo. Comunque, è semplice: si tratta di combattere Ahmadinejad e i suoi.
Katzav, il sogno di Israele diventato vergogna
Scandalo, stato di choc, disgusto, è dir poco quando si parla dell’angoscia di Israele da quando ieri l’Avvocato dello Stato Dani Masus ha prospettato l’incriminazione del presidente della Repubblica Moshe Katsav addirittura per stupro oltre che per molestie sessuali con abuso di potere nel posto di lavoro, frode nell’acquisto col denaro pubblico di doni privati, ostruzione della giustizia. È da luglio che i giornali corrono dietro a Aleph, la prima delle impiegate della Presidenza che ha accusato Moshe Katzav di malcomportamento sessuale, e dopo di lei se ne sono aggiunte ben altre nove, fra cui una segretaria che lavorava al ministero del Turismo quando nel 1998-99 Katsav siedeva in quel ruolo, che l’ha accusato di averla proprio stuprata. Delle dieci che sono andate alla polizia, quattro sono state ritenute credibili. Gli avvocati del Presidente dicono che egli combatterà fino all’ultimo, che il pubblico non deve giudicare prima di sapere bene che cosa dicono le accuse, che si ignora se le donne di cui non si conosce l’identità siano credibili, e che il Presidente combatterà fino all’ultimo per provare che tutte le accuse contro di lui sono una fabbricazione malvagia. Gli avvocati del presidente David Lib’ai, un ex ministro principe del foro, ha ripetuto ieri che ancora l’avvocato dello Stato Mazouz non ha deciso fino in fondo se incriminare il presidente, e che potrebbe ancora ricredersi. Ma data l’accuratezza della lunga indagine di Mazouz, l’insistenza con cui per ben sei volte gli inquirenti sono tornati a interrogare l’accusato nella casa presidenziale nel centro di Gerusalemme del presidente, sempre più triste e sola via via che i mesi passavano, Katzav che domani parlerà, ha un bel dire: la gente, laCamera dei Deputati, si aspettano quasi disperatamente che finalmente, dopo aver resistito sulla sua sedia per più di sei mesi da quando si è aperta la vicenda, il presidente si decida a dimettersi così da permettere alla giustizia di compiere il suo corso. Se questo non dovesse accadere, occorrono novanta firme dei 120 membri del Parlamento per dimettere il presidente. Ma tutti, e specialmente la gente d’Israele, si aspetta che l’uomo sgomberi il posto di rappresentanza così importante per un Paese sempre attaccato, sempre controverso, spesso in guerra con nemici che fra l’altro in queste ore trasmettono con tono sprezzante e satirico le notizie su Katsav. «Vorrei chiedergli nel nome dei miei figli di dimettersi quanto prima, che smetta di riempire la nostra vita con tutta questa oscenità, con queste volgarità senza senso» mi dice al telefono un’amica che ha quattro figli di cui due nell’esercito. Questa richiesta risuona nei mercati, nelle scuole, nelle strade. Tutti si guardano l’un l’altro e dicono: «Che vergogna. Speriamo che si dimetta subito ». Per capire quale dolore porti la vicenda all’israeliano medio, bisogna comprendere sostanzialmente due punti: il primo riguarda Katsav stesso, che divenuto nel 2000 presidente a soli 54 anni, era nato nel ’45 in una città iraniana, aveva patito la fame con i suoi fin da bambino (era immigrato con la famiglia fuggendo alle persecuzioni a sei anni), aveva lavorato per costruire con le sue mani, insieme agli altri poveri immigranti pieni di fede nel futuro nella nuova nazione ebraica, le case e le strade di Kiryat Malachi, la cittadina di cui era diventato sindaco a soli 24 anni, eletto nelle file del Likud. Da allora, in un coppia che sembrava di ferro insieme a Ghila, un’insegnante piccola e grassoccia, che ha sopportato tutto con dignità e poche cadute di tristezza, che non ha mai abbandonato il suo uomo, ha ricoperto varie cariche ministeriali, ha incarnato il sogno di emancipazione di tanti ebrei mediorentali profughi dai Paesi d’origine, un sefardita quieto e signorile, una figura pacificante, un religioso senza fanatismi. Forse il suo basso profilo, il suo tono troppo basso, e qui veniamo al secondo punto, strideva tuttavia con la storia di grandi anime che sono state nel passato presidenti dello Stato di Israele, leader originali, speciali, simbolici della creativa del nuovo stato: i primi nomi che vengono in mente sono quelli di Chaim Herzog, una figura torreggiante come intellettuale e fondatore del sionismo, Yzchak Ben Zvi o Zalman Shazar, pionieri e saggisti autori di libri di storia e di teoria; oppure scienziati, politici, soldati, come Ephraim Katzir, Yzchak Navon, Ezer Weizman. Katsav con la sua storia di sacrifici che piaceva al popolo aveva battuto 67 voti a 53 la candidatura di Simon Peres, a sua volta un gigante, e aveva lasciato tutti stupefatti. Che dire oggi? Quando la storia esplose, era fresca la delusione per una classe dirigente che non aveva saputo vincere la guerra del Libano, e Katsav si è come confuso, mimetizzato nel senso di crisi generale che ha offuscato il Paese per diversi mesi. Adesso quel tempo ha ceduto il passo a un’accanita determinazione di emendarsi per prepararsi alle prossime sfide, come si vede dalla sostituzione rapida del capo di Stato Maggiore appena dimessosi con quello nuovo, Gabi Ashkenazi, e dalla dura messa in discussione anche di Olmert e di Amir Peretz. Israele chiede a gran voce che il Presidente metta via la maschera del business as usual che ha mantenuto fin qui, e che ceda alla richiesta della gente, che si lasci processare. Che si dimetta. Quando avrà luogo, non sarà un processo facile, si svolgerà probabilmente a porte chiuse, ma in Israele tutte le porte chiuse sono aperte alla stampa, e del giovane presidente che aveva tanto sofferto e che rappresentava una speranza per tanti che come lui hanno sudato e sanguinato per costruire Israele, si parlerà molto ancora, nei particolari certo, e inmodoscioccante. È ironico e triste ricordare il suo augurio all’inizio del suo mandato: «Con l’aiuto di Dio, cercherò di influenzare per il bene».
Chi gode dei crampi di Israele
Un paio di dibattiti, qualche articolo e si capisce in fretta che i crampi di Israele danno una certa soddisfazione, una specie di punizione cosmica a un Paese spesso colpevolizzato e anche criminalizzato: il Capo di Stato Maggiore Dan Halutz si è dimesso, il grande esercito israeliano, Tzahal, chi l’avrebbe detto, ha mostrato con la Guerra contro gli Hezbollah una serie di falle. E non solo l’esercito, ma anche la leadership politica è in profonda crisi, e se ne chiedono le dimissioni. Ehud Olmert non gode più della fiducia che portò al potere Kadima con 29 seggi; il suo ministro della Difesa Amir Peretz, laburista, secondo i cittadini israeliani, deve volare via. Era il segretario del sindacato, dice la gente, doveva accettare un ministero sociale o economico. Ogni sua uscita, anche in questi giorni in cui si sceglie il nuovo Capo di Stato maggiore, appare impropria. Tzipi Livni, la ministra degli Esteri, un tempo pupilla di Sharon, è stata a sua volta molto ridimensionata. Come se non bastasse, Olmert sta per essere interrogato per l’eventuale favoreggiamento dell’acquisto da parte di suoi amici di una grande banca. E il presidente dello Stato di Israele Katzav è sospettato addirittura di stupro. Non c’è dunque dubbio alcuno che la classe dirigente israeliana sia in stato di sofferenza; qualcuno racconta che appoggiato a un muro alla Camera dei deputati Olmert mormorasse: «Mi uccidono». Di fatto la tv, i media tutti, molti politici fra cui il trenta per cento del suo stesso partito, il controllore dello Stato, il pubblico, la commissione Winograd che sta concludendo le sue indagini sulle responsabilità della guerra dello scorso agosto, chiedono che la presa di responsabilità non si fermi a Halutz.
La massa di pressione porterà presto a altre dimissioni. Vedremo senz’altro rotolare la testa di Peretz, e probabilmente anche quella di Olmert. E se non sarà lui a scegliere la strada del ritiro dalla scena, le primarie del suo partito ve lo costringeranno. Per Tzipi Livni, è difficile prevedere: dipende molto da quanto risulterà fruttuosa la sua politica della mano tesa verso i palestinesi, che ieri ha portato alferimento a Abu Mazen di cento milioni di dollari.
Che cosa tuttavia significa questo crisi? Se l’opinione pubblica europea si immagina forse che Israele sia davvero «un albero ammarcito» come ha detto il presidente dell’Iran Ahmadinejad in uno dei suoi tanti discorsi genocidi che condannano a morte gli ebrei, se immagina una crisi di ripiegamento dopo una sconfitta, un segnale strutturale di sofferenza e di ripiegamento morale della classe dirigente israeliana che potrebbe portare a conclusioni fatali... bene, è molto difficile per chi conosce bene la situazione immaginare che si tratti di questo.
Questo gruppo dirigente, compreso il capo di Stato maggiore, possono essere denominati «la squadra dello Sgombero di Sharon». È infatti sull’ipotesi che lo sgombero di Gaza avrebbe portato a un’apertura di dialogo con i palestinesi e a una loro presa di responsabilità su una porzione di territorio fino allo Stato palestinese, che erroneamente si forma questo gruppo. Difatti la prima grande operazione militare di Halutz fu lo sgombero di Gaza dell’agosto 2006, portata a compimento con «determinazione e sensibilità» come recitava lo slogan dell’esercito, senza feriti o morti nonostante la situazione esplosiva. Il secondo passo del governo fu promettere un largo disimpegno anche dal West Bank, e già si studiavano le mappe quando alcuni fattori determinanti portarono un cambiamento sul campo: Hamas distrusse le sinagoghe e le serre rimaste in piedi a Gaza, piazzò i missili kassam di cui cominciava a fare largo uso, e sulla piattaforma della negazione dell’esistenza dello Stato di Israele lanciò una fase di aggressività che si innestò su altri processi importanti. È infatti allora che Ahmadinejad, già dal dicembre del 2005, lancia la sua politica nucleare esplicitamente dedicata alla distruzione di Israele, mentre i suoi alleati più vicini, gli sciiti estremisti islamici Hezbollah, al servizio anche della Siria che cura il loro rifornimento di missili a lungo e breve raggio, preparano la prossima guerra. L’interesse della Siria nel controllo del Libano si arma del desiderio Iraniano di farne la prossimaa islamica. Insomma, intorno a un gruppo dirigente israeliano formato per la pace quasi esclusivamente da civili, come Olmert, Livni e Peretz, si crea una situazione completamente nuova. La sorpresa di Israele è bruciante, ma soprattutto è fatale perché cade sulla frontiera di un problema mondiale. E non solo Israele ma il mondo intero ancora non ha trovato nessuna risposta convincente a eserciti e armamenti terroristi destinati a un uso integralista islamico.
In secondo luogo, la guerra con gli hezbollah non è stata vinta dal generale Halutz proprio perché mancava la capacità strategica di affrontare la novità del conflitto asimmetrico. L’insuccesso è stato grave: non sapere bloccare la novità dei missili di breve gittata e non riportare a casa i soldati rapiti. Ma guardando più a fondo, i lanciamissili dei proiettili a lunga gittata sono stati tutti distrutti, gli hezbollah hanno perso 500-700 uomini, più di tutti quelli perduti negli ultimi vent’anni; la determinazione nel rispondere in maniera immediata e diretta del governo israeliano ha restaurato un elemento di deterrenza che Nasrallah, il capo degli hezbollah, ha denunciato quando ha detto: «Avessi conosciuto la reazione israeliana, non avrei rapito i loro soldati». Tuttavia, ci sono stati una serie di gravi errori, il più importante quello di puntare sull’aviazione. Ma sullo sfondo di questo errore, soprattutto c’è stato quello costruito nel profondo di questo gruppo dirigente: l’illusione, costruitasi durante i falliti accordi di Oslo, che la guerra non si sarebbe ripresentata. L’esercito era declinato, le riserve non erano preparate, i rifornimenti e le armi erano debolmente usate, e l’uso strategico dei missili a breve gittata non era stata valutata.
Ma con la guerra Israele ha imparato cose molto importanti, e le dimissioni severe e cariche di senso di responsabilità di Dan Halutz, eroe di guerra e anche però dello sgombero, mette in moto la macchina delle responsabilità, della revisione della catena del comando e della ristrutturazione delle strutture di difesa (si è già in fase di costruzione di un sistema di difesa antiaerea per i kassam)istino delle esercitazioni intensive. Ma c’è la classe dirigente per il ricambio?
La democrazia nata e formatasi in una guerra imposta in tutti questi anni ha formato una quantità di quadri specializzati che sono al contempo accademici e militari. Basta prenderne due contrapposti, e oggi messi da parte, ma probabilmente di nuovo presto in giuoco per capire di che cosa si parla. In una foto del 9 maggio 1972 si vedono insieme in tuta bianca, travestiti da tecnici, ritti sull’ala di un aereo Sabena, Ehud Barak, Binyamin Netanyahu, Danny Yatom. Sono impegnati nel salvataggio di cento ostaggi rapiti in un sequestro aereo... Ehud Barak allora colonnello, più tardi è stato capo di Stato maggiore, poi il Primo ministro che tentò il tutto per tutto a Camp David con Arafat, e si trovò di fronte a un rifiuto. Netanyahu, conservatore, anch’egli nella «Sayeret Mathal», l’unità speciale che ha fatto cose impossibili, uomo di destra mentre Barak è di sinistra, è stato a sua volta primo ministro. Danny Yatom, laburista, poi capo del Mossad nel 1996, correrà anche lui per la leadership. Altri nomi di grande spessore come Yuval Steinitz, accademico, ex presidente della Commissione esteri, o Shaul Mofaz, ex capo di Stato maggiore e ex ministro della Difesa, o Avi Dichter, accademico, ex capo dei servizi degli Interni, lo Shin Beth, o i vecchi Shimon Peres e Fuad Ben Eliezer... e ancora tanti altri sono là a formare la solita classe dirigente israeliana, proprio quella che ha fatto fiorire il deserto e ha vinto tutte le guerre. E anche l’esercito si prepara di bel nuovo: e chi è stato al fronte durante la guerra e ha parlato con ufficiali e soldati, sa che sognarsi che la demotivazione prenda possesso del cuore degli israeliani, è fuori luogo. Una democrazia in guerra non può cadere preda della depressione.
Il nuovo esercito imparerà dai troppi errori della guerra
Un capo di Stato maggiore, il Ramat Kal, come si dice con un acronimo, nell’immaginazione collettiva della società israeliana è più di un primo ministro: i soldati di leva affrontano la possibilità di morire sulla sabbia di Gaza o in un bosco del Libano misurando quanto ne valga la pena sul suo modo di parlare, di sorridere, di guardare negli occhi, di camminare, di essere cool e giusto al contempo. Dan Haluz sapeva stare fra i suoi ragazzi con autorevolezza e cameratismo. Ma ieri si è dimesso, e la società israeliana trattiene il respiro. Olmert ha espresso il suo rincrescimento, e in realtà, dopo tante critiche e attacchi, ora che il 58enne Dan Halutz ha deciso di andarsene con poche parole e nel rispetto dei tempi di un’ordinata successione, molti parlano della sua calma, della sua sincerità e purezza d’animo con un respiro di sollievo. Le grandi pulizie sono cominciate, Israele può ricominciare a lavorare sodo per il prossimo match. Halutz era un gran tipo, come si conviene a un aviatore di prima classe, crema della crema dell’esercito: che era stato capo delle schiere degli F16 e 15m, i delicatissimi uccelli che devono sapere discernere fra la prevenzione del terrorismo e la punizione collettiva guardando dalle nuvole e oltre. Era capace di fermare un’operazione in grande stile perché una donna palestinese stava attraversando una strada vicina all’obiettivo, ma anche di rispondere a un reporter «una vibrazione nelle ali del mio F16» quando quello gli chiese che effetto faceva il bum dell’esplosivo lanciato su una casa di Gaza durante un’operazione di eliminazione mirata. Aveva compiuto grandi operazioni (come l’eliminazione dello sceicco Yassin) e qualche guaio serio, quando oltre che all’obiettivo ci sono andati di mezzo dei civili. Durante la guerra, l’abbiamo incontrato cento volte sul campo in prima linea fra le katiushe che piovevano, ma il coraggio non gli è bastato a vincere la guerra. Dan Halutz non ha perso contro gli hezbollah, ma non ha vinto: non ne ha fermato i missili, non ha distrutto la forza di Nasrallah, né il suo rapporto con la Siria e l’Iran. Così, dopo tro mesi e mezzo di angoscia sostenuta con classe, si è dimesso. Israele è sottosopra. Halutz se n’è andato poche settimane prima del rapporto della commissione Vinograd, che mette sotto processo per la guerra sia militari che politici. Può portare alla frana di Ehud Olmert, il suo governo e la sua politica. È certo, come già si sente alle tv arabe, un’occasione di festa per Ahmadinejad, gli Hezbollah, Hamas. Annuisce all’osservazione e si accarezza la barba rispondendoci il generale delle Riserve Yaacov Amidror, che guida la commissione militare di indagine sui servizi segreti prima e dopo la guerra. È l’inizio di un terremoto? «La commissione di indagine concluderà il suo lavoro, e allora anche i leader del governo dovranno saper essere esempio di senso di leadership, come ha fatto il capo di Stato maggiore». Generale, le dimissioni di Halutz mandano ai vostri nemici in fondo un messaggio di confusione, di senso di sconfitta... Si rende conto della caduta di immagine dell’esercito israeliano? «I nostri nemici dopo un giorno di soddisfazione, sapranno riconoscere nelle dimissioni di Halutz il segnale della volontà assoluta di rimediare ai guasti e approntare di nuovo un esercito formidabile. È quello che faremo e che già stiamo facendo». Per arrivare, in Israele, alle dimissioni del Ramat Kal, i suoi errori devono davvero essere stati grandi. «Intanto, il motore primo di queste dimissioni è il fatto che la democrazia si esamina, si critica, si mette in discussione e permette il ricambio, anche in maniera brusca. I leader devono pagare per i loro fallimenti, totali o parziali, la democrazia impone che chi non colpisce l’obiettivo, paghi». Quella del Libano è stata una guerra perduta? «No, gli hezbollah hanno subito anche un duro smacco, ma abbiamo mancato alcuni obiettivi basilari. I missili, come ha visto, hanno seguitato a cadere su Israele fino all’ultimo giorno di guerra, e gli hezbollah non sono stati distrutti. Gli errori che hanno causato questo risultato? Il primo è stato quello di non aver capito che si doveva mobilitare subito gli uomini delle riserve; il secondo quello di non aver usato la fanteria per una penetrazione massiccia, di terra, del sud del Libano. Halutz si è fidato dell’aviazione, ha voluto evitare l’impantanamento delle truppe, e ha sbagliato». Immagino che il prossimo Ramat Kal non apparterrà all’Aviazione. I due candidati, adesso, sono Moshe Kaplinsky, il vice di Halutz, e Gabriel Ashkenazi, oggi direttore del ministero della Difesa. Uno dunque più interno e vicino a Olmert, l’altro al ministro della difesa Peretz, e più distante da Halutz. «Ambedue sono ottimi soldati, ambedue appartengono ai Golani, le nostre migliori divisioni di terra; ritengo che per il capo di Stato maggiore sia utile il suo rapporto operativo con le forze di terra». È stato sorpreso che Halutz abbia deciso di dimettersi dopo quattro mesi e mezzo, visto che varie volte aveva detto che non ne aveva intenzione? «No: la commissione ha quasi finito il lavoro, e anche tutta la progettazione del prossimo budget della difesa è stata terminata in questi giorni. Halutz ci ha lavorato alacremente, ha presentato i suoi risultati, lascia un tavolo ben ripulito dalle scorie del passato, un invito a lavorare ventre a terra per costruire un esercito molto migliorato, guarito. Ha dato con le sue dimissioni un magnifico esempio di responsabilità». Il prezzo è un terremoto. «Il risultato sarà l’opposto di un terremoto. Vede: la guerra di agosto da una parte è stata una disgrazia come tutte le guerre, dall’altra è stata una fortuna. Ci ha permesso di focalizzare quali danni ci aveva portato l’illusione del processo di pace, di guardare in faccia l’operatività dei nostri nemici, e l’assurdo clima di relax in cui ci eravamo messi, con la diminuzione della spesa per la difesa, il declino del lavoro di training delle riserve, la discesa dell’accuratezza della preparazione in tanti campi legati all’esercito. Halutz con le sue dimissioni chiude questa era e resta quel collega intelligente e coraggioso che ho sempre ammirato». Non servirà proprio un grande pilota al comando, se l’Iran non frenerà sul nucleare? «Le ricordo che fu Raful, Raphael Eitan, allora a distruggere il reattore di Osirac in Irak» Non pagate un prezzo troppo grande mentre tutti prevedono una prossima guerra molto vicina? «Anche Churchill si dimise in piena prima guerra mondiale, dopo i Dardanelli. In democrazia si paga, ci si dimette, si migliora, si vince la prossima battaglia». Ma la gente riacquisterà la fiducia nell’esercito? «Ho partecipato ora alle procedure di arruolamento delle leve: i giovani chiedono sempre di più di far parte di unità operative e speciali. E la gente, durante la guerra, nei bunker al caldo e nella paura dei missili, ci chiedeva di andare avanti, non di fermarci».
Religione anti Usa
Non è davvero il caso per il governo di trattare con noncuranza o, peggio ancora, con disprezzo, l’accusa di antiamericanismo che Berlusconi gli ha mosso. L’antiamericanismo non è, in Italia, un’influenza, poche linee di febbre che si trattano con un’aspirina, ma una delle malattie più gravi del nostro secolo e del secolo passato, e il nostro paese ne è affetto storicamente, con gravi risultati identitari e politici. In secondo luogo: una sinistra debole e in crisi come quella odierna, sempre alla ricerca di punti di convergenza e di contatto con una base volatile e sfuggente, rischia continuamente di farne uso strumentale per cementare alleanze e per catturare consensi. In terzo luogo: l’antiamericanismo è diventato una malattia molto popolare specie quando si coniuga col virus dell’antisemitismo travestito da antisraelismo, di cui la sinistra italiana è campione. Spesso questa contaminazione si incentra su teorie cospirative che si sentono ripetere così spesso, per cui gli ebrei in America controllano la stampa, le banche, il Pentagono, le università e suggeriscono all’orecchio di George Bush (i neoconservatori, potenti guerrafondai) la politica internazionale e realizzano così una fantasia degna dei Protocolli dei Savi di Sion: l’America imperialista e colonialista ha portato la guerra in Irak e in genere in Medio Oriente per ispirazione ebraica, ovvero israeliana. Guerra è l’odiata parola chiave che costituisce il distintivo dell’immaginazione europea sugli Usa, la reiterata condanna dello scontro contro un terrorismo pure in piena mobilitazione, l’arma più a buon mercato per mobilitare la nostra affaticata coscienza europea. Il governo può agevolmente chiedere, come del resto ha già fatto alzando le spalle di fronte alle accuse di antiamericanismo, “Cosa c’entriamo noi ? Le nostre critiche sono puntuali, non generali. E semmai, non abbiamo forse il diritto di criticare la politica di George Bush e restare buoni amici degli Usa? Non abbiamo diritto di scegliere una politica diversa? Che colpa ha il governo se la piazza e l’opinione pubblica no-global vogliono chiamare Bush “nazista” ?”. Dopotutto il ministro degli Estero D’Alema afferma mentre l’America agisce contro le Corti islamiche in Somalia che “l’Italia si oppone a interventi unilaterali che possono aggravare la situazione di un’area instabile”. L’Italia aiuta Ugo Chavez a cercare un seggio al Consiglio di Sicurezza dell’Onu… “che c’entra l’antiamericanismo? “E’ una risposta solo apparentemente legittima, di fatto è insincera. Intanto, il mosaico è grande: l’andare a braccetto con gli Hezbollah a Beirut, suggerire che essere un gruppo terrorista non è la caratteristica principale di Hamas, incontrare Bashar Assad o Ahmadinejad come ha fatto Prodi nonostante la loro sponsorizzazione del terrorismo, condannare a a ogni occasione Israele, la tormentosa insistente sottolineatura degli errori americani in Irak, persino il tormentone della condanna alla sentenza di Saddam Hussein, il rifiuto di D’Alema, (da Doha) del piano di Bush, la prosopopea morale con cui la linea del ritiro delle nostre truppe è stata gestita, hanno il fine di comunicare una sostanziale opposizione, un distacco che confina con il disgusto proprio perché l’oggetto del dissenso, intendo l’oggetto di base, ha un fortissimo contenuto morale: la guerra, intesa come anima di quello che invece è il Paese che ha soprattutto due contenuti centrali. La democrazia, la modernità. Nel 2003 un’indagine condotta dalla Comunità europea e celata a lungo rivelava che gli Usa e Israele erano considerati dagli europei la più grande minaccia per la pace. Il governo deve dunque sapere che corrispondenza trova nell’opinione pubblica quando il 12 gennaio condanna il bombardamento delle basi di Al Qaeda; non può ignorare di avere fra le sue componenti una forza che quando Berlusconi andò nel marzo 2006 a parlare al Senato americano trovò la cosa “uno schifo” e dichiarò che le strette di mano intercorse a Washington grondavano sangue. Il governo promana un messaggio che solo la fantasia può allocare esclusivamente sul terreno della critica politica, o della critica a George Bush. Certo, è molto più semplice dire “Odio George Bush” e conservare il simulacro della cosiddetta “altra America”, quella che è invece cara a tutti, Kennedy, Bob Dylan, Martin Luther King: così è stato a lungo più facile dire “odio Sharon” invece di dire “odio Israele”. Ma la verità è che l’antiamericanismo è un’ossessione europea, la sua potenza e il suo senso di identità sono oggetto di disprezzo e di invidia nello stesso tempo; gli americani del discorso popolare sono prepotenti, materialisti, sciocchi, avidi di dollari e incapaci di pulsioni che non siano petrolifere. Questi sono i contenuti che gli italiani rischiano di fare propri se i messaggi vengono gestiti alla leggera o con cinismo, e lo si può facilmente verificare al bar e nei posti di lavoro e allo stadio; indicare gli Usa come una nazione che viola sistematicamente i diritti umani, o la legalità internazionale, mentre si ignorano, che so, la guerra russa in Cecenia, l’oppressione cinese in Tibet, le persecuzioni genocide in Darfur, o spendere tutte le proprie preoccupazioni per i diritti degli iracheni violati dall’”invasione” americana, mentre ai tempi di Saddam gli stessi che ora si sbracciano a difenderli contro gli Usa, li ignoravano… ci priva del senso della giustizia e del nostro migliore amico nella guerra contro il terrorismo che minaccia anche noi. L’antiamericanismo, se praticato e cavalcato, è molto rischioso per noi: ha la sua base storica sia nel fascismo (Mussolini odiava le plutocrazie americane idiote e interessate) che nel comunismo (Togliatti: “L’America non conosce altro Dio che il dollaro”) e in parte del cattolicesimo (ha sempre tacciato gli Usa di materialismo), è una religione diffusa, abbracciata da intellettuali e giornalisti, che ha ancora dentro di noi il pessimo retaggio della sostanziale indifferenza di queste ideologie, così potenti nella nostra storia nazionale, verso la democrazia.
L'unica strada giusta è quella di Bush
Nathan Sharansky, il 58enne dirigente russo che quando uscì dalle carceri sovietiche trovò in Israele un destino di ministro e oggi di direttore del Centro Strategico dell’Istituto Shalem, è uno degli eroei preferiti di George Bush. E la correzione di linea annunciata dal presidente americano ieri è in qualche modo una correzione della linea Sharansky. Fu Bush stesso a spiegare che aveva trattto la sua ispirazione sulla democratizzazione del Medio Oriente dal libro di Sharansky In difesa della democrazia . Il 16 dicembre scorso, proprio nei giorni in cui la memoria irachena era al centro della politica americana, Bush ha conferito a Sharansky la Medaglia del Presidente, un’altissima onorificenza per chi si distingua nel campo della lotta per la libertà e la democrazia. “Mia figlia Rachel, che è venuta con me alla Casa Bianca – ci racconta Sharansky nel suo nuovo ufficio a Gerusalemme – mi ha detto che è rimasta colpita dall’atmosfera di sincerità, di totale mancanza di quel cinismo politico per cui i premi vengono conferiti a seconda della convenienza politca. Il premio conferito a me, alla mia storia e alla mia teoria era evidentemente parte della sua battaglia per costruire una nazione”.
Il presidente Bush ha parlato dei suoi errori in Irak e poi subito ha annunciato l’invio di migliaia di soldati. Non si sente confermato nelle sue teorie a parole e poi sconfessato dal clima generale di fallimento?
Complessivamente credo che il presidente abbia riconfermato la sua convinzione che un mondo sicuro può essere garantito solo dalla democrazia. Bush conferma la sua fiducia nel potere della libertà. Quando parla di errori, non c’è un fallimento concettuale: la democrazia resta lo scopo centrale e l’esperienza cambia le modalità. Occorre controllare il territorio, ma altrettanto importante è che chieda con puntigliosa determinazione alla leadership irachena di impegnarsi. La suddivisione delle responsabilità dona dignità all’interlocutore iracheno.
Non le sembra che l’idea di veder vincere la democrazia sia in Iraq sia tra i palestinesi sia fallita?
Io ho criticato fin dal primo momento le elezioni fatte così, il fideismo con cui sono state considerate. Il voto ha un senso solo quando una società ha sviluppato istanze di libertà, quando il trialismo e i fondamentalismo non determinano il gioco. Nei paesi dove vince la paura la gente ragiona col “pensiero doppio”. Ricordo che subito prima della guerra, la Cnn intervistò una donna irachena che disse: “Darò volentieri tutti i miei figli per Saddam” E il giornalista commentò: “E’ difficile capire questa mentalità, ma questo è il sentimento popolare”. La verità la sappiamo: non ci fu la minima resistenza all’ingresso delle truppe Usa e la gente andò a votare con entusiasmo. Quella donna aveva mentito per paura.
E allora perché questo desiderio di democrazia non ha prevalso?
Perché, ed’è lo stesso errore che facciamo noi con i palestinesi, è mancato il profondo lavoro di promozione di una leadership che desse alla gente speranza, sicurezza. Non bastava, come hanno fatto gli americani, contare all’inizio su un gruppo secolare sostanzialmente sciita, bisognava subito cogliere il buono di sciiti, sunniti, curdi e mettersi in relazione con i religiosi di ogni parte. I leader patriottici, quale che sia la loro appartenenza, sono stati trascurati, e si è creato così lo spazio per l’ingresso della fronda terrorista iraniana.
Che oggi potrebbe essere favorita dal fatto che Saddam Hussein, sunnita,, è stato giustiziato
Questo, se la leadership sciita diventa un fantoccio dell’Iran, e quella sannita dell’Arabia Saudita. La presenza iraniana è diventata letale, e io sono d’accordo con Bush che ritiene l’Iran e la Siria un asse malefico di cui prendersi cura.
Un attimo: lei è un campione dei diritti umani non si è scandalizzato per l’esecuzione di Saddam?
E’ certo preferibile che la pena di morte non esista, ma bisogna riconoscere come positivo che il processo sia stato gestito in una logica e secondo la legge irachena, che uno dei dittatori più feroci abbia trovato in seno al suo stesso popolo il giudizio inappellabile che l’ha condannato. Io sono fiero del fatto che Israele una volta sola abbia condannato a morte un suo prigioniero, ed era Adolf Eichmann, colpevole di genocidio. L’uomo non si deve sostituire a Dio nemmeno con perdonare crimini troppo grandi.
Ma il rischio non è quello di farne un eroe?
Quando le bombe umane facevano centinaia di morti alla settimana, non rispondevamo ad Arafat per questa stessa paura, quella di farne un eroe. Non è andata così. Quando è morto, l’unico che l’ha commemorato come tale, è stato Chirac. I suoi hanno subito cominciato la lotta interna senza guardarsi indietro.
Gaza fu consegnata nel l’illusione di promuovere la democrazia, e invece ha promosso la vittoria di Hamas che si è potuto vantare di aver cacciato gli ebrei col terrorismo.
Ma anche di essere onesto di fronte alla corruzione di Al Fatah. Tuttavia, la sua proposizione di onestà, non aveva un carattere civile, ma religioso. Hamas propone il fondamentalismo islamico, e dunque la Svaria. Non dona ai suoi una prospettiva di pace, ma di furia integralista. E’ il paradiso quello che promette e quindi sono tanto più pericolosi in questa guerra, che vede implicato l’Iran, che in quella a suo tempo con l’Urss: essa odiava l’Occidente, ma voleva realizzare il paradiso in questo mondo, non in quello a venire.
E Abu Mazen? E’ un candidato per lo sviluppo democratico e quindi per la pace?
Non è un candidato per la pace, perché non ha mai dato prova ai suoi di gestire programmi, finanze, cultura, lotta al terrorismo, in maniera da favorire il suo popolo. Ha mai promesso di smantellare i campi profughi? Ha parlato di libera economia ? Fuori di qui, per esempio a Madrid, si cerca di costruire in laboratorio un bambino che invece deve nascere nelle leadership locali…
Abu Mazen rappresenta solo il desiderio dell’Occidente di porre fine a questa storia.
La situazione mediorientale si è molto complicata, l’instabilità è aumentata con la discesa in campo di Hezbollah, di Hamas , dei siriani e soprattutto degli iraniani. Forse il Medio Oriente non ha voglia di democrazia?
Ogni uomo è fatto per una vita fuori della paura, e quindi nella libertà. Magari non ama l’Occidente, ma ama la vita normale. Le forme in cui realizza questi scopi possono essere variegate, ma l’unica strada giusta resta quella intrapresa da Bush. Non si deve discendere dal cielo con la democrazia, ma realizzarla dal basso con l’aiuto e la pazienza, e intanto combattere senza tregua il terrore.
Una lezione esemplare per i satrapi
La vista di Saddam Hussein col cappio al collo, l'ultima paura, quella che non potrà mai essere narrata, negli occhi quando il boia gli spiega la procedura che lo attende, è estrema per l'occhio occidentale; guardarla sullo schermo televisivo, oltre alla sensazione di assistere a un evento storico ci ha dato anche il sospetto non peregrino che la maggioranza di noi occidentali spiasse l'attimo privato della dipartita di un uomo, oltre che di un dittatore. Lo spettacolo dell'esecuzione pubblica ormai è fortunatamente in disuso presso tutti i popoli occidentali, presso quasi tutti è stata eliminata la pena di morte, e questo per ottimi e profondi motivi. Con questo, vogliamo anche affermare che di sicuro, chiunque obbietti all'esecuzione della condanna dal punto di vista della sacralità della vita per motivi di etica religiosa o laica, non può che avere ragione. Eppure questo non ci esime, a meno che non ci si consideri in prima persona ambasciatori del Cielo, dall'osservazione del Medio Oriente e di come l’esecuzione di Saddam Hussein interagisce con le sue dinamiche.
Cercando di schematizzare al massimo, quattro ci sembrano i punti essenziali. Il primo: Nuri el Maliki, il primo ministro iracheno, ha detto una profonda verità quando ha affermato che la condanna di Saddam costituisce una «forte lezione» ai suoi colleghi e ai suoi seguaci, e ha ragione anche quando dice che non bisogna mancare di rispetto alle centinaia di migliaia di vittime della sua dittatura discutendo la scelta del tribunale. Tradotto in politica, è la prima volta che un dittatore arabo ritenuto intoccabile, grondante sangue violenza e guerre, ha subìto una condanna eseguita da un tribunale regolare, quali che possano essere stati i limiti nell'applicazione della legge, così fresca e esercitata in clima controverso.
Tuttavia, avvocati, giudici, guardie, emanazione della novella democrazia che gli iracheni hanno dimostrato disperatamente in mezzo agli attentati di volere, hanno pagato anche con la vita per aver voluto sottoporre alla giustizia pubblica il loro dittatore. Il mondo mediorientale che guarda, adesso sa che fino in fondo, senza scherzi e senza trucchi, un dittatore che uccide, minaccia, taglieggia, trascina il suo popolo in una continua aggressione verso l'esterno, può anche pagare con la vita. Si può essere certi che durante la giornata di ieri parecchi brividi sono corsi lungo le schiene di rais che comunque, anche se la guerra in Irak è stata tanto vituperata, dai tempi dell'intervento americano discutono la democrazia; fra loro alcuni intraprendono riforme (come Mubarak) altri si avventurano in proposte di pace (molto meno credibile, Bashar Assad di Siria). Altri, come Ahmadinejad e i leader di Hamas e degli Hezbollah, preparano una guerra dura. Ma tutti adesso sanno che non si scherza.
Bisogna figurarsi cosa sarebbe accaduto se Saddam fosse stato graziato, o la sua pena fosse stata commutata, ambedue peraltro soluzioni molto difficili a norma della legge irachena: il mondo arabo avrebbe visto in questo un segnale di enorme, ridicola debolezza sia della già molto provata democrazia irachena, che dell'idea della democrazia stessa in Medio Oriente (che pure deve essere riletta correggendo gli errori e le ingenuità dell'Occidente), come anche dei regimi islamici moderati, degli Usa e dell'Occidente in generale. Le risate di scherno avrebbero dato forza a un'ulteriore spallata terroristica contro queste entità.
In secondo luogo: molti temono adesso una recrudescenza del terrorismo. Non è escluso, naturalmente. Non che i rischi di crescita del terrorismo, tuttavia, adesso fossero trascurabili. Rischi impellenti, come quello di un ulteriore impegno iraniano, e rischi straordinari. Per esempio mi dice uno fra i più autorevoli osservatori del Medio Oriente, Uri Lubrani, israeliano di origine iraniana, capo di un prestigioso quanto segreto ufficio al ministero degli Esteri, che non è mai sparita la preoccupazione che Saddam potesse trovare una via di fuga fra le rovine del terremoto iraniano, negli scontri fra sciiti e sunniti. «Era una possibilità verificata come reale, e la temevamo più di ogni altra - ci dice Lubrani -: Saddam non si trovava a Sant'Elena».
In quel caso il bagno di sangue non avrebbe avuto confini: Saddam avrebbe allora rimesso in funzione la più pericolosa fra le sue macchine di potere, ovvero l'ambizione che lo aveva portato a perseguire la bomba atomica, a lanciare 35 missili contro Israele durante la prima guerra del Golfo, a armarsi di armi chimiche e biologiche verificate dalle missioni dell'Onu in fasi successive, a invadere il Kuwait, a minacciare l'Arabia Saudita, a fare una guerra con milioni di morti contro l'Iran, a gasare i curdi nell'88, a ordinare stragi continue e immani di sciiti, a pagare 25mila dollari alla famiglia di ogni terrorista suicida palestinese che portasse sangue ebraico come trofeo, a fare di Bagdad un centro del terrore mondiale. Non bisogna nella pietà, che pure ha tutti i diritti di esprimersi, dimenticare chi fosse Saddam: uno dei personaggi che porta la responsabilità dello stato pietoso del Medio Oriente odierno. La sua scomparsa può, sì, senz'altro creare un periodo di ulteriore terrore; eppure dobbiamo deciderci a smontare l'idea che l'aggressività sia causata prevalentemente dai nostri errori, da quelli americani o israeliani, e a identificare nella enorme insorgenza jihadista del nostro tempo il vero responsabile.
Terzo punto: il regime iraniano ha rilasciato una delle poche dichiarazioni di soddisfazione per l'esecuzione. Non ci si poteva aspettare niente di diverso, dal tempo della guerra Iran-Irak, sanguinosa e orrenda, ogni iraniano odia con sentimento personale il dittatore iracheno. Tuttavia, le ragioni della gioia di Ahmadinejad in prospettiva sono alquanto conturbanti: il presidente iraniano infatti ha già fatto del suo meglio, e con successo, per giuocare il ruolo del grande agitatore contro la democrazia irachena con esportazione di armi e uomini, ha spinto la parte sciita sul fronte antiamericano e antioccidentale come parte del suo disegno egemonico. Di certo vede la scomparsa di Saddam dalla scena come un ulteriore spazio per la sua strategia. Questo ci mostra come nel Medio Oriente tutto si leghi ormai in un nodo gordiano. L'Iran, se non sapremo finalmente comunicare a Ahmadinejad che non gode di impunità, può diventare il beneficiario di una mossa che dovrebbe creare più spazio per la giustizia. Se la morte di un uomo è sempre una tragedia, che almeno quella di un dittatore sia un segno di giustizia.
La debolezza di Israele
Poche immagini, poche battute di un dibattito mandato in onda dalla tv palestinese, e i cittadini israeliani che guardavano martedì sera la tv sono rimasti senza parole. Da una parte il portavoce di Hamas, Ramzi Hamed, dall’altra Jibril Rajoub, un duro, ex capo della sicurezza nazionale, Fatah fino alla cima dei capelli.
Riconoscere o non riconoscere Israele? Ramzi è nettissimo: il regime sionista deve solo essere distrutto, si può, al più, fare una tregua di cinque anni e poi riprendere la guerra totale. Ed ecco Jibril Rajoub che, sorpresa, non chiede di riconoscere Israele: chiede di prenderla meno di petto, swhaie swhaie, piano piano. Bisogna guadagnare tempo e territorio, tanto Israele è già defunto. «Prima Ramallah, poi Gerusalemme est, poi tutta Gerusalemme, poi Haifa e Acco... È solo questione di tempo, la nostra tecnica è più conveniente, abbiate pazienza». E questa, dice giustamente, è oggi la tesi più di moda in Medio Oriente.
Il presidente iraniano Ahmadinejad ha inventato così tanti modi di dichiarare Israele già defunto; gli hezbollah e la Siria non gli sono secondi. Tutti sono uniti da pratici patti di collaborazione stretti a Damasco o a Teheran, firmati dalle parti a partire dall’agosto scorso; i patti si occupano dei temi più svariati, dall’educazione islamista a patti militari di reciproco impegno senza precedenti, come quello fra Siria e Iran.
Al Qaida ha il suo piano, venti anni in sette stadi per creare la patria della guerra islamica in Medio Oriente: il califfato generale sarà stabilito già nel 2013 con l’aiuto della Cina. In Qatar dal 22 al 24 dicembre si è svolto la sesta conferenza islamo-arabo nazionalista, di cui uno degli organizzatori principali è stato Yusuf Qaradaqi, un clerico egiziano che vive in Qatar e che è forse il numero uno dei Fratelli Mussulmani. È un teorico notevole, perché ha intuito che la strada delle elezioni era vincente per l’islamismo; alla conferenza erano presenti dirigenti di hamas e degli hezbollah,
un altro asse strategico completo per questo nuovo campo nazional-islamista, con molte benedizioni degli intellettuali e giornalisti. Anche i loro piani sono di conquista, in una parola, di guerra.
Ovunque si volga lo sguardo, si vedono non solo parole ma un accumulo intensivo di armi, con Ahmadinejad che prepara le strutture atomiche, Hezbollah che sfida la democrazia libanese, e risistema tutti i missili nuovi ricevuti su camion siriani (secondo informazioni dei servizi israeliani) dall’Iran, Hamas che ha collezionato una quantità di armi senza precedenti importata tramite la via di Filadelfia, il confine fra Gaza e l’Egitto, con l’aiuto dei compagni, soprattutto Hezbollah e i loro referenti.
La colomba della pace poveretta dunque, si aggira fradicia nel cielo mediorientale senza sapere dove posare le piume. Eppure, bisogna accendere un canale supplementare della nostra mente: quello delle trattative, degli incontri della pace. Se torniamo al mondo israeliano, nello stesso giorno in cui il cittadino di Tel Aviv o Gerusalemme si grattava la testa per cercare di capire se, infine, c’è una differenza fra Fatah e Hamas, la sua perplessità era già stata esercitata dai baci letteralmente travolgenti che Ehud Olmert aveva dato a Abu Mazen la sera di sabato incontrandolo per la prima volta durante il suo mandato: a cena gli aveva promesso la liberazione di decine, forse centinaia di prigionieri, la rimozione di 27 posti di blocco, 100 milioni di dollari, aiuti pratici per organizzarsi e anche per armarsi.
La volontà di provarci è seria, e può sembrare persino un po’ disperata. Dopo che martedì un missile kassam ha ridotto due ragazzi di Sderot in fin di vita, Olmert ha confermato la prosecuzione del cessate il fuoco, non potendosi tuttavia esimere dal promettere alle famiglie disperate della cittadina che ormai vivono nell’incubo di perseguire chiunque cerchi di sparare i kassam. Sembra un tentativo di guadagnare tempo a favore del consolidamento eventuale di Abu Mazen, incrociando le dita che non la pensi come Jibril Rajoub; o, semplicemente, una campagna per mostrare che Israele resiste quanto può nell’idea della pace. Mentre sa che prima o poi sarà costretta alla guerra.
Anche con il presidente siriano Bashar Assad che dice di voler parlare con Israele, la linea della «democrazia della disperazione» sta prendendo un po’ di spazio. I servizi segreti dell’esercito dicono che è ben intenzionato, il Mossad dice di non sbilanciarsi. Se Assad volesse lanciare un segnale, potrebbe semplicemente segnalare che non gradisce di esser l’ospite preferito di qualsiasi organizzazione terrorista voglia risiedere a Damasco, da Hamas alla Jihad Islamica agli hezbollah. Ma non lo fa, perché un’apertura di credito israeliana lo sfilerebbe momentaneamente dall’asse del male su cui Assad rischia il potere della casata. Questo mostra che alla fine sarà troppo difficile per Assad staccarsi dall’Iran e dal resto della compagnia. Eppure Tzipi Livni, la ministra degli Esteri israeliana, ha cominciato a sussurrare che bisogna verificare senza troppo rumore.
È una scena nebbiosa e un po’ patetica quella della mobilitazione occidentale per salvare la colomba intirizzita, o per fingere che stia benino: le espressioni di soddisfazione per l’accordo aggiunto all’Onu sulla risoluzione del consiglio di sicurezza del 23 dicembre per sanzioni all’Iran sotto la pressione massiccia del rischio di una defezione russa, riguardano in realtà il parto di un topolino di fronte alla montagna del pericolo nucleare. Il consesso internazionale alla fine congela i beni di qualche compagnia coinvolta ed «esercita vigilanza» su 12 membri del programma nucleare quando saranno in viaggio! Possiamo considerare questa una vittoria almeno morale, un segno di unità? Appare di più come il simulacro di un potere di imporre la pace ormai andato perduto nello scontro con la dura volontà estremista. Il guaio è che dai tentativi di pace mal riusciti, il Medio Oriente ne sa qualcosa, nasce sempre la guerra. Oggi, l’appeacement israeliano che non risponde ai missili, può creare una situazione in cui la sensazione che Israele sia debole travolga anche Abu Mazen. In generale, la debolezza dell’Occidente, può distruggere ogni possibilità per l’Islam moderato di prendere il potere.
