Fiamma Nirenstein Blog

Il Giornale

La delusione da Obama spinge a cercare nuove alleanze

domenica 12 aprile 2009 Il Giornale 14 commenti

Il Giornale, 12 aprile 2009

È la nostra prima Pasqua nel mondo post americano, e da Gerusalemme si vede molto bene. Mentre tutti i media si entusiasmano a un punto tale dell’impostazione pacifista di Obama da averlo gratificato di un applauso alla conferenza stampa di Londra, il mondo intero cerca di affrontare una realtà percorsa, per motivi ideologici o di interesse, da invincibili correnti di ostilità in cui tuttavia l’America sembra posare lo scettro. Si conquistano postazioni, il mondo cambia alleanze e molti cercano di mettere il cappello sulla sedia adesso che l'atmosfera prescritta è ottimista. È dunque uno strano tempo di brutalità e minuetti, un ponte sospeso e dondolante. Un esempio mediorentale: ieri Hassan Nasrallah, il capo degli Hezbollah, dopo che cinquanta uomini ritenuti suoi sono stati accusati dai servizi segreti di Mubarak di preparare attentati sul suolo egiziano e passaggio d’armi iraniane verso Gaza, ha ammesso, persino attaccando con foga Mubarak perché non aiuta “la resistenza” di Hamas, che Sami Shehab, uno degli arrestati è un leader Hezbollah in azione sul territorio egiziano. Se ne è vantato. Ovvero: il Cairo cerca di fermare la sovversione iraniana sulla sua terra e nella Striscia di Gaza e Hezbollah gonfia il petto e afferma di essere fiero di diffondere l’egemonia sciita iraniana con il terrorismo.
È uno scontro di esplicita violenza che mostra senza veli la faglia sciita-sunnita. Tutto ciò mentre gli inglesi, certo consigliati dagli Usa, cercano pubblicamente un colloquio con Nasrallah, che pone condizioni. [...]

Con Barak e Netanyahu Israele è in buone mani

venerdì 27 marzo 2009 Il Giornale 6 commenti

Il Giornale, 27 marzo 2009

Sull’ala di un aereo della Sabena alcune figure in tuta bianca si schiacciano contro la parete del velivolo per evitare di essere visti dai finestrini dai terroristi palestinesi che lo hanno sequestrato con tutto il carico di passeggeri. È una foto in bianco e nero del 1972. In un attimo gli uomini appostati sull’ala con le armi in pugno, balzeranno all’interno e libereranno gli ostaggi. Fra loro si identificano Ehud Barak, comandante dell’unità Sayeret Matchal, e Bibi Netanyahu, uno dei suoi uomini. Una coppia di eccellenza, di idee completamente diverse, intellettuali e guerrieri, l’uno bravo economista, l’altro stratega eccezionale, che quali che siano le critiche nei loro riguardi, ogni Paese vorrebbe avere nella sua classe dirigente.
Adesso la squadra la guida Netanyahu, ed è quella del governo. Ma Barak è ancora insieme a lui, nel ruolo di ministro della Difesa, con l’intenzione di difendere Israele. Proponiamo l’immagine della Sabena non certo per sollevare inutili emozioni, ma per spiegare quello che sta succedendo oggi in Israele evocandone la storia e cercando così di evitare che si strologhi su destra e sinistra in maniera tutta europea e disadatta a quel Paese. [...]

L'Onu "dimentica" i crimini palestinesi

mercoledì 25 marzo 2009 Il Giornale 3 commenti

Il Giornale, 25 marzo 2009

Mentre alcuni soldati israeliani dichiaravano i loro compagni colpevoli di crimini di guerra compiuti a Gaza sullo sfondo di un potente coro di accuse che occupava l’etere e la carta stampata, l’Onu arrivava puntualissimo all’appuntamento. Il rapporto della commissione incaricata del rapporto su Gaza ha dedicato a quel mostro dello Stato ebraico il lavoro presentato dalla signora Radika Coomaraswamy. Essa, accusando Israele di crudeltà contro i civili, fra l’altro racconta che un bambino ha testimoniato di essere stato usato come scudo umano da alcuni soldati: certo questo è molto brutto, anche se l’opinione ci pubblica è abituata, e adesso Israele aprirà un’inchiesta con conseguenti incriminazioni e punizioni. E questo è giusto.
Solo, chi si domanda, invece, come la mettiamo con le migliaia di bambini di Gaza che Hamas ha usato come scudi umani? Ecco come ne parlano gli stessi genitori di Gaza secondo un reportage di Lorenzo Cremonesi: «"Andatevene, andatevene via di qui" dicevano agli uomini di Hamas... "Volete veder morire sotto le bombe i nostri bambini? Portate via le vostre armi e i vostri missili…” E poi: (a sparare fra gli uomini di Hamas) “Erano spesso ragazzini di 16 e 17 anni, armati di mitra… Volevano che sparassero sulle nostre case per accusarli di crimini di guerr"». Qui si va oltre addirittura l’uso dello scudo umano per passare a quello del civile sacrificato tout court. I camici dei medici e degli infermieri venivano usati dai terroristi di Hamas che si fingevano civili, e gli ospedali, difesi da ogni convenzione che riguarda i civili, venivano usati per nasconere i capi di Hamas e per torturare i militanti rivali. E soprattutto: lo scopo di Hamas era risucire a tirar fuori un lanciamissili per sparare non all’esercito, cui ha sparato pochissimo, ma alla gente di Sderot. [...]

La nuova strategia Usa umilia i Paesi arabi moderati

domenica 22 marzo 2009 Il Giornale 15 commenti

Il Giornale, 22 marzo 2009

È stato molto interessante osservare il linguaggio corporeo del presidente Obama mentre mandava il suo messaggio di pace all’Iran e quello di Alì Khamenei mentre gli rispondeva. Il primo fervoroso, intento, con le mani e con gli occhi, a mostrare la maggiore simpatia possibile; il secondo ieratico, alieno dalle forme, occupato solo dal suo scopo divino. E lo ha snocciolato calmo e lento, spiegando in sostanza che gli Usa devono mostrare nei fatti, e non con le parole, rispetto.
Ciò vuol dire che Obama, per essere amico dell’Iran, deve smettere di ostacolare la costruzione della bomba atomica, ormai allo stadio ultimo dell’arricchimento o al primo di assemblamento, a seconda di fonti americane o israeliane.
Comunque ormai basta poco tempo perché tutto il mondo sia sotto la minaccia atomica degli ayatollah. Essere amico dell’Iran, dice inoltre in sostanza Khamenei, significa abbandonare l’insopportabile abitudine di difendere l’esistenza di Israele e lasciare che si compia sul popolo ebraico la soluzione finale più volte annunciata da Ahmadinejad.
Vuole anche dire abbandonare, come del resto si legge già nel discorso di Obama, ogni distinzione tra il governo teocratico e autoritario, che impicca gli omosessuali e rinchiude i dissidenti, e il nobile popolo iraniano che ha dato molte volte segno di volersi ribellare. [...]

Conferenza sul razzismo, così l’Italia ha vinto

giovedì 19 marzo 2009 Il Giornale 3 commenti

Il Giornale, 19 marzo 2009

La vittoria politica è evidente, anche se c’è ancora un trucco politico seminascosto che deve essere smascherato. Il documento di preparazione della «conferenza dell’Onu contro il razzismo», prevista per il 20 di aprile a Ginevra, è stato modificato cedendo alla pressione internazionale. Come si sa gli Usa, il Canada, Israele, e, ultima ma certo non meno importante, l’Italia avevano dichiarato che il documento di preparazione della conferenza «contro il razzismo» era moralmente osceno e che non avrebbero partecipato. Poi, i 27 Paesi dell’Unione Europea, seguendo l’esempio dell’Italia e sulla base di un documento olandese, hanno dichiarato in coro che o si cambiava il documento o nessuno sarebbe andato. Infatti il documento preparatorio, stilato dalla commissione presieduta dalla Libia, si accaniva su Israele in termini di autentico antisemitismo, chiamandolo Stato di apartheid, accusandolo di razzismo, definendolo solo lui e non, che so, l’Iran o la Corea del Nord, «un grave pericolo per la pace».
Insomma, si abbandonava all’estremismo che nel settembre 2001, durante la prima conferenza di Durban applaudiva Arafat, Mugabe, Fidel Castro, condannava Israele e l’America (mentre le ong fiancheggiatrici marciavano sotto i ritratti di Bin Laden, bruciavano le bandiere americana e israeliana), minacciava di distruggere l’Occidente «imperialista e schiavista». Fu un’autentica ondata di odio nel nome dell’Onu mentre il tema del razzismo veniva del tutto ignorato: quattro giorni dopo le Twin Towers venivano attaccate. Durban fu il manifesto ideologico dell’11 settembre e un inno alla distruzione di Israele. Ora, il documento di preparazione di Durban 2, ripercorreva fino a ieri la stessa strada: Israele uno Stato mostro, proibita la critica alle religioni (basta ricordare le vignette su Maometto per capire di cosa stiamo parlando), l’omofobia non ritenuta una forma di discriminazione. Il tutto in 47 pagine per 200 paragrafi di blaterazioni anti-occidentali. Ora, dopo la defezione americana e la richiesta europea, sull’onda italiana, di cambiare tutto minacciando il ritiro, il documento consta di 17 pagine, elimina i riferimenti a Israele stato razzista, non parla più di religione. [...]

Quando antirazzismo fa rima con antisemitismo

domenica 1 marzo 2009 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 1 marzo 2009

Obama non ci andrà, ed è una grande notizia. Chi c’era, come è capitato a questa cronista, sa che cosa è stato e quanto sia importante che gli Usa abbiano fatto la cosa giusta. A Durban, in Sud Africa, nel 2001, giusto alla vigilia dell’11 settembre, la scena stessa era paradossale: una selva di follie antiamericane e antisemite celebrava quella che avrebbe dovuto essere una conferenza contro il razzismo... Cortei di Ong che affiancavano la conferenza dell’Onu marciavano sotto ritratti di Bin Laden urlando slogan jihadisti e bruciando bandiere americane, se appariva un ragazzo che indossava una kippà la caccia all’uomo si faceva inseguimento; nei corridoi dello stadio, sede delle Ong, poco lontano dal Palazzo dei Congressi, si distribuivano volantini in cui gli israeliani venivano chiamati nazisti, gli americani boia e sfruttatori; Israele era divenuto uno Stato di apartheid con astuto riferimento al Sud Africa in cui ci trovavamo.
Nei corridoi del palazzo dei congressi le folle dei giornalisti seguivano Arafat, Fidel Castro, Mugabe, che nei loro interventi disegnavano un mondo in cui la giustizia era dipinta alla rovescia, i diritti umani seguivano lo schema dello scontro “antimperialista”, il dittatore Mugabe diventava un santo protettore dei figli degli schiavi deportati dall’Occidente capitalista (per carità, mai dagli arabi), e ora reclamanti risarcimenti dagli Usa per i loro regimi oppressivi. Israele era senz’altro definito come un’entità del tutto illegittima, avida di sangue, la costruzione di uno Stato ebraico, espressione della volontà nazionale del popolo ebraico eguale a ogni altro popolo e approvata da tutto il mondo, un muro di apartheid pari a quello che aveva separato bianchi e neri in Sud Africa fino alla rivoluzione di Mandela. Il terrorismo appariva una legittima, addirittura indiscutibile lotta per la libertà. La delegazione canadese fu la prima ad andarsene, poi seguirono, incerti e stupefatti, Israele e gli Usa. [...]

Il no della Livni a Netanyahu

lunedì 23 febbraio 2009 Il Giornale 1 commento

Il Giornale, 23 febbraio 2009

Incontro all’Hotel Inbal nel pomeriggio gerosolimitano, una specie di convegno sull’uscio di casa, niente pompa e circostanze come quando si va al King David. La situazione infatti è fluida, incerta. Bibi Netanyahu, incaricato da Shimon Peres di formare il governo, ha offerto a Tzipi Livni (che di seggi ne ha 28, mentre lui 27, ma anche la possibilità accertata di formare un governo di destra) piena partnership, stesso numero di ministeri fondamentali. E lei, durissima, ha spiegato ai giornalisti fuori della porta che, se Kadima venisse bloccata sulla strada della pace da un governo con Netanyahu, che senso avrebbe farne parte? Meglio restare all’opposizione, ripete, del resto ve lo avevo già annunciato. E fa vedere le lettere e i telegrammi di centinaia di membri del partito, sindaci, leader, che le chiedono di andare all’opposizione. Dunque, tutto concluso? Non si può ancora dire.

Guardiamo bene lo sfondo. Netanyahu non ha nessun desiderio di formare un governo di destra. Nel '96, quando era primo ministro, ha già pagato prezzi altissimi ai settler che non lo lascerebbero fare il minimo sgombero, alle famiglie delle vittime del terrorismo che chiedono senza tregua severità e sicurezza, si ricorda bene che quando era al governo a detronizzarlo furono le trappole interne e le proteste di piazza della destra che lo odiava per aver ceduto Hevron ad Arafat e per avere firmato con lui accordi a Wye Plantation. Si ricorda anche che quando Sharon decise per  lo sgombero di Gaza, è stata la destra a trattarlo da traditore e vigliacco fino alla scissione del Likud, senza pietà. Bibi sa che, come diceva Sharon, “ma she roim mi khan lo roim mi sham”, quello che si vede da qua non si vede da là e che anche se l’Iran ha completato il programma di costruzione della bomba, Hezbollah spara dal Libano, Hamas giura la distruzione di Israele, pure il terreno della trattativa non può essere chiuso. [...]

L’odio irrazionale nutre i fautori dell’antisemitismo

domenica 22 febbraio 2009 Il Giornale 8 commenti

Il Giornale, 22 febbraio 2009

Nella grande sala delle riunioni della Lancaster House, il ministero degli Esteri inglese, con noi 120 membri di 40 Parlamenti seduti tutto intorno al tavolone, fra specchi, marmi, stucchi, e dietro di noi gli esperti, professori, giornalisti, capi di organizzazioni internazionali, si alza per parlare Abe Foxman, il presidente dell’Anti Diffamation League, e chi lo conosce sa che farà un discorso pieno di dati, deciso e ironico, da mastino abituale della lotta all’antisemitismo. Siamo alla «London Conference on combating antisemitism», tenutasi dal 15 al 17 febbraio. Invece quando Abe si alza, parla lento e strano. In realtà piange: «Sono un sopravvissuto dell’Olocausto, e vi devo dire che dagli anni Trenta, quando si preparava la Shoah, mai, fino a oggi, è stata cosi brutta». Ha ragione: nei giorni in cui il deputato laburista John Mann preparava questo incontro, da cui è nata la «Carta di Londra», si è acceso un fuoco nella delegittimazione di Israele e degli ebrei, nei giornali, nelle istituzioni, nel discorso pubblico, nella crescita del 300 per cento degli attacchi a uomini e proprietà che abbiano a che fare con l’ebraismo e con Israele. E’ un odio irrazionale che non sente spiegazioni, che attacca l’autodefinizione maggiore dell’ebreo contemporaneo, Israele, ma non solo. In Europa il 35 per cento delle persone attribuiscono agli ebrei la crisi economica e li considerano traditori della patria. È difficile oggi indossare una kippah nelle strade di Londra o di Stoccolma, o di Madrid, o di Parigi. Di Israele si ripetono disperanti menzogne, si usano foto e informazioni false, si ignora il tema centrale dell’uso degli scudi umani e delle stragi di Hamas, l’ipotesi della sua sparizione è ormai corrente. [...]


Irrational Hate Feeds the Proponents of Anti-Semitism
 
Il Giornale, 22 February 2009

In the great meeting hall at Lancaster House, the Foreign and Commonwealth Office, with us, 120 members of 40 Parliaments, all sat around a huge table, between mirrors, marble, stucco, and behind us experts, professors, journalists and heads of international organizations, Abe Foxman, President of the Anti-Defamation League, gets up to speak. Those who know him expect that he will give a speech full of data and be decisive and ironic – the habitual mastiff in the fight against anti-Semitism. We are at the “London Conference on Combating Antisemitism”, held 15-17 February. But this time when Abe got up, he speaks slow and strange. This time he cries: “I am a survivor of the Holocaust, and I must say that from the 1930s, when the Shoah was prepared, never, until today, have things been so bad”. He's right: in the days in which the British Labor MP John Mann prepared this meeting, where the “London Declaration” was born, a fire has been lit in relation to the de-legitimization of Israel and of the Jews, in newspapers, in institutions, in public discussions and in the astonishing increase of the 300 percent in attacks on men and property that have to do with Judaism and with Israel. It is an irrational hatred that doesn't listen to explanations, which attacks the major self-definitions of the contemporary Jew and Israel, but not only this. In Europe, 35 percent of its citizens attribute the economic crisis to the Jews and consider them traitors to their countries. It is difficult today to wear a kippah in the streets of London, Stockholm, Madrid or Paris. About Israel, they repeat despairing lies, they use photos and false information, they ignore the central theme of the use of human shields and of Hamas' bloodbath, and the hypothesis of its disappearance is by now frequently heard. [...]

Nel futuro una instabile coalizione

mercoledì 11 febbraio 2009 Il Giornale 6 commenti
Il Giornale, 11 febbraio 2009

Israele seguita a sognare la pace, ma con cautela, e teme alquanto i passi falsi. È questa la prima conclusione che possiamo trarre dalle proiezioni che danno la vittoria a Kadima, ma in un testa a testa tale con Netanyahu, che si potrebbe dire che ambedue hanno vinto le elezioni. Adesso Peres non ha davvero un compito facile nel conferire l’incarico di governo, che in Israele si dà a chi ha più possibilità di formare una coalizione. E una coalizione di destra oggi conterebbe 63 seggi contro 57.
Con un graffio finale da grande tigre, porta a porta, telefonata dopo telefonata, macinando chilometri e sforzandosi di spremere la sua scarsa giovialità, Tzipi Livni ha strappato per due punti la vittoria a Bibi Netanyahu. E Bibi, investito dalla sfortuna di trovarsi appiccicata addosso la destra fondamentalista di Feiglin e poi di vedersi contendere i voti da Lieberman, adesso deve inghiottire una sconfitta inaspettata, se si pensa che solo un mese fa aveva almeno cinque punti in più. Lieberman, il concorrente novità, considerato di estrema destra, prende 14 seggi, un numero che ne fa l’ago della bilancia, ma con minore forza del previsto. Barak con 13 seggi registra un insuccesso, ma riporta l’altalena in equilibrio, e così accade con Shas a destra, 9 seggi, e con i 5 del Meretz, di estrema sinistra. [...]

Perché la destra di Netanyahu non deve far paura

martedì 10 febbraio 2009 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 10 febbraio 2009

Oggi, nel solito clima febbricitante, Israele vota e già molti giornali nel mondo hanno pronto un coccodrillo per la pace, giudicando Netanyahu, il primo nei sondaggi, un pericolo pubblico. Un’idea primitiva e poco lungimirante, che è già diventata un ritornello. Le elezioni israeliane devono essere guardate senza spirito bigotto, perché la pace non sta, almeno in Medio Oriente, dove la si va a cercare, e i fatti lo hanno dimostrato senza equivoci. I fatti di oggi: Netanyahu col Likud e Tzipi Livni con Kadima sono testa a testa; tutti e due hanno chance di vincere. Ma i partiti di destra prenderanno la maggioranza, anche se non è detto che essa si trasformi in governo. Avigdor “Yvette” Lieberman, capo di Israel Beitenu, cavalcando in primis la minaccia arabo-israeliana, ha fatto a Bibi il pessimo scherzo di conquistare molto rapidamente una gran fetta di elettorato di destra portandogli via voti: ciò disegna all’orizzonte sia una consistente coalizione di destra, sia però, in caso di qualche voto in più di Livni su Netanyahu, la possibilità che “Yvette”, laico e assistenzialista oltre che favorevole a concessioni territoriali, accetti una coalizione con Kadima. [...]

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