Il Giornale
Gli ipocriti dell'uso sproporzionato della forza
Nessun paradigma fra quelli usati oggi per dimostrare che Israele deve affrettarsi verso una tregua è più ambiguo e moralmente dubbio di quello della “forza sproporzionata” usata a Gaza. Che la garanzia di pietas, per favore, non si creda proprietà di chi parla di sproporzione, che il senso di responsabilità non venga scambiato per insensibilità.
Sarà bene ricordare, in primo luogo, che Hamas dal 1994 ha fatto col terrorismo suicida, di cui è il maggiore responsabile, più di mille morti israeliani.
Israele protegge con sforzo enorme, non minore di quello bellico, la sua popolazione da parecchie decine di missili al giorno: Kassam, Katiusha e Grad. Un comando speciale (Pikud ha Oref), tutti i mezzi di comunicazione, l’esercito, migliaia di volontari si occupano solo dei rifugi, ne spiegano e favoriscono l’uso, li puliscono, li riforniscono per bambini e vecchi e, dove non esistono, insegnano varie tecniche per proteggersi quando suona la sirena. Non ci si riunisce in edifici esposti, le scuole, le sinagoghe vengono chiuse se c’è pericolo. Niente che non sia una struttura militare dichiarata viene usato per lo stoccaggio di armi o come caserme. I missili palestinesi cadono su strutture evacuate alla sirena: infatti molti sono gli edifici distrutti, comprese le scuole, ma pochi caduti. Hamas dice “noi amiamo la morte mentre Israele ama la vita”. Vero. Per questo la protegge. Invece Hamas piazza le strutture militari dentro quelle civili o in mezzo alle città, usa le famiglie come scudi umani: la società di Hamas è jihadista, la vita umana è uno strumento a fine di conquista e distruzione del nemico, e a questo scopo si serve parimenti di militari e civili. Tutti, per Hamas, qualunque sia l’età o il ruolo, sono possibili shahid. [...]
Osservatori Ue, ma con mandato armato
L’Europa può spesso permettersi, o almeno lo crede, di essereirresponsabile e di fare la morale. Di fronte allo scontro di Gaza,l’Europa con una proposta di tregua umanitaria coniata dal ministrofrancese degli Esteri Bernard Kouchner, ha subito optato per la piùfacile delle posizioni. Alla tregua, seguirebbe un accordo con alcentro i soliti osservatori internazionali fra i due contendenti.
L’Italia fa bene a promuovere iniziative di pace, ed è stata la piùpuntigliosa e chiara nel ribadire, come ha fatto il ministro Frattinimartedì, che comunque si deve partire dall’idea che Hamas èresponsabile della guerra col lancio di missili sulla popolazionecivile e il rifiuto, richiesto da Israele, della conferma della passatatregua. Hamas, dice Frattini, è un’organizzazione terrorista nellalista Ue, se ne tiene ben conto.
Kouchner e il responsabile della diplomazia britannica Millibandpuntano soprattutto sulla crisi umanitaria, glissando sulla natura delferoce gruppo islamista che ieri ha promesso, mentre faceval’occhiolino sulla tregua, la vittoria totale e ha ribadito per boccadi Ismail Haniyeh, il capo, che lo scopo è sempre quello promesso:distruggere Israele, che secondo la sua Carta «esisterà finché l’islamlo oblitererà». [...]
L'Europa capisca, è una guerra al terrorismo
Perché Israele ci mette tanto a decidere quale strada prendere? Per quale ragione i suoi uomini oliano i motori dei tank sul confine ma non li mettono in moto per cercare di tagliare la Striscia così da impedire ai Kassam e ai Grad di transitare? Perché Israele, salvo che per tre personaggi non di primissimo piano, non ha scelto subito la strada delle eliminazioni mirate dei leader di Hamas, come invece accadde dopo l’ondata terrorista dello Sceicco Yassin e di Abed el Aziz Rantisi?
Semplicemente perché è difficile guardare nel futuro di Gaza. Hamas ha giurato di distruggere Israele, e non ha nessun interesse a trattare. Ogni tregua è solo un regalo perché si riorganizzi. Occorre uscire da Gaza con risultati che non consentano a Hamas di proclamare,come fecero gli hezbollah nel 2006, una vittoria divina. Sarebbe un’incitazione sconsiderata per tutti i terroristi del mondo. Occorre una conclusione che abbia il carattere della chiusura di un’epoca ma anche che salvaguardi la possibilità per i Paesi Arabi moderati come l’Egitto di apparire salvatore dei palestinesi. [...]
Ma molti arabi fanno il tifo contro Hamas
Le immagini più significative della guerra in corso ieri si sono viste sul confine fra Gaza e l’Egitto, con tutta la tessitura degli arabeschi che il Medio Oriente è in grado di comporre. I soldati egiziani sorvegliano la frontiera col fucile impugnato da Rafiah lungo lo Tzir Philadelphi; dalle ore della tarda mattinata si svolge l’assedio dei palestinesi che vogliono passare di là dal confine mentre i soldati dall’altra parte hanno l’ordine di impedire comunque alla marea integralista di penetrare nel Paese di Mubarak, il moderato; poco più in là, la paradossale scena dei camion pieni di aiuti umanitari e le ambulanze, che sono i palestinesi a non lasciar passare mentre gridano agli egiziani: «Lasciate entrare i vivi invece di occuparvi dei morti».
Verso le cinque del pomeriggio, mentre il sole tramonta sul mare Mediterraneo, entrano in scena gli F16 che sfrecciano veloci e in quattro minuti distruggono 40 tunnel sotto il confine. Pare che fossero i più importanti tra i 600 scavati per trasportare dentro Gaza merci di qualsiasi genere dall’Egitto, quelli che hanno rimpinzato Gaza di missili. Ma ieri di missili, contro ogni previsione, non ne sono piovuti molti, e la popolazione del sud di Israele ha passato una giornata relativamente tranquilla: segno che gli obiettivi colpiti dall’aviazione sono stati scelti con una operazione di intelligence precisa, e che le strutture di Hamas stentano a riaversi da un’operazione paragonata qui in Israele a quella che nel 1967 colpì a terra i Mig egiziani. [...]
"Mai più esitazioni contro il nemico" Gerusalemme dice basta al terrore
Siamo stati testimoni di tutta la storia di Hamas. C’eravamo, quando dall’87 il movimento, costola della Fratellanza Islamica comandata dallo sceicco Ahmad Yassin, si dette una carta costitutiva che prometteva morte ai cristiani e agli ebrei. E anche mentre cresceva prendendo sempre la strada della violenza. E quando nel ’94 innovò la guerra contro Israele con l’uso massiccio del terrorismo suicida; quando Yassin chiese pubblicamente a uomini e donne di Gaza di uccidere gli ebrei con le cinture esplosive, ed essi seminarono distruzione in misura ancora sconosciuta. Quando nel ’96 stabilì la base di Khaled Masha’al a Damasco così da costruire l’alleanza strategica che oggi dona a Hamas molto denaro e armi iraniane e il ruolo di protagonista nella jihad mondiale. C’eravamo quando Hamas si è opposta a ogni compromesso con Israele, compresi gli accordi di Oslo; quando ha sottolineato in rosso sangue la politica di Arafat rendendo la jihad e il terrore contro civili innocenti la parte più attiva di tutta la politica palestinese. Quando ha cominciato a costruire un vero esercito devoto alla distruzione di Israele, allenato e armato da hezbollah e iraniani. [...]
Il ricatto di Hamas, proclamare la jihad usando i palestinesi come scudi umani
Le ore che passano, il cielo che si sgombera dalle nubi sono forse passi verso la guerra con Hamas. Forse gli F16 scaldano i motori. Non c’e’ piu’ nessuno, da Tzipi Livni a Amos Oz, che ha fatto un proclama di guerra proprio ieri, a Olmert a Netanyahu, proprio nessuno che non si sia ormai rassegnato all’idea di un’impresa militare per far smettere il bombardamento di Hamas sul sud d’Israele. La posta in gioco e’ variamente interpretata: chi vuole semplicemente che Hamas sia disponibile per una tahdia, una tregua immediata che tranquillizzi Sderot e le citta’ vicine. Chi pensa che la feroce leadership che predica la distruzione di Israele, ma anche di Abu Mazen e dei cristiani, e spara missili sulla centrale di Ashkelon che le fornisce elettricita’ e sui camion che le portano il cibo, debba smettere di ammorbare la gente palestinese. Chi cerca la messa fuori gioco (temporanea o definitiva) di Hamas in quanto organizzazione terrorista integralista islamica che prende ordini da Damasco e Teheran. [...]
I cristiani cacciati da Betlemme
«L’Europa deve capire due cose, e decidersi a reagire: il mondo palestinese rischia di restare vuoto di cristiani, la forza di Hamas ci mette in pericolo ancora più di prima (e non eravamo certo in una situazione invidiabile); e in secondo luogo, però, la gente di buona volontà sappia che qui non troverà la solita paura: il nuovo patriarca ci dà una forza nuova». Tuttavia, sono occorsi diversi giorni per trovare alcuni cristiani che ci raccontassero l’angoscia dei cristiani palestinesi e specialmente di quelli di Betlemme.
Alla vigilia della festa per eccellenza, quella della nascita di Gesù, sulla soglia della Chiesa della Natività dove con emozione i pellegrini scendono nella grotta, c’è la consapevolezza che il futuro potrebbe essere ancora più buio: sulla piazza l’albero di Natale, si prepara la solita Messa solenne, ma nella città di Cristo, i cristiani oggi sono appena il 20 per cento; nel 1990 rappresentavano il 90 per cento degli abitanti. Ramallah ed El Bireh, sempre nel West Bank hanno subìto un attacco. E Gaza è addirittura sotto la minaccia continua e presente di assassinii ed esplosioni da parte delle organizzazioni estremiste islamiche che la dominano: Hamas e al suo fianco la Jihad Islamica e i gruppi salafiti Jaish al Islam e Jaish al Umma. [...]
I paesi arabi moderati a Israele: «Uccidete i capi di Hamas»
A perdere la pazienza sono soprattutto ormai i paesi arabi moderati: una notizia bomba fa rumore fra le decine di missili Kassam e Grad che hanno terrorizzato e ferito gli israeliani di Sderot e dei kibbutz vicini a Gaza alla vigilia della fine della tahadiyeh, la tregua con Hamas, che si conclude oggi.
Israele è incerta sull’intervento, ha di fatto già lasciato che la copertura della tregua lasciasse che Hamas si munisse di armi di lunga gittata e di un sistema di difesa efficiente, e consolidasse un grande sistema di tunnel. Il ministro della difesa Ehud Barak insiste nel dire «decideremo stadio dopo stadio qual è la strada migliore», mentre i cittadini di Sderot invocano l’intervento dell’esercito che li salvi dalle bombe. Ma certi Paesi arabi non sono della stessa opinione del mondo politico israeliano: scrive sul quotidiano Ma’ariv il famoso commentatore Ben Caspit che certi messaggi di leader arabi chiedono a Israele di eliminare i capi di Hamas. Uno di questi messaggi dice: «Tagliategli la testa». I leader temono che Hamas ricominci una guerra terroristica capace di infiammare tutta l’area. [...]
La polemica sul discorso di Fini: un nodo ancora irrisolto della nostra civiltà
L’impossibilità che si è manifestata in qualche commento di fronte alle affermazioni del presidente della Camera Gianfranco Fini di ammettere che il cattolicesimo non assunse un ruolo salvifico al tempo delle leggi razziale e, quindi, più avanti, della Shoah, spiace dire che somiglia un pò alla difficolta degli eredi del comunismo di venire a capo dei problemi ontologici della loro scelta d’origine, e quindi della loro identità odierna. Le leggi razziali presero ben concreto piede (mia madre e mia zia furono espulse da scuola, mio nonno dal lavoro, poi persero la casa, e i loro beni, poi i miei zii finirono a Auschwitz) tra istituzioni e popolazioni cui spetta storicamente la qualifica di civiltà cristiana. Nessuno protestò drammaticamente, o solidarizzò pubblicamente. Così era l’Italia.
Quali che siano stati i tentativi, gli afflati altamente apprezzabili insieme anche alle parole sia dei Papi che dei cattolici italiani e tedeschi e di altri cristiani di salvare gli ebrei, o meglio una parte di essi, nessuna confessione scomunicò, vietò con presa di posizione ufficiale le leggi che discriminavano i loro fratelli maggiori, gli uomini che come Cristo recitavano lo Shemà Israel e il Padre Nostro; così andò anche con la Shoah. Anche le siocietà cristiane aggredite dal nazifascismo, pure coprirono sorprendentemente tutti i fatti che portarono ad Auschwitz. La denuncia del Papa dell’antisemitismo è un piccolo gesto rispetto a quello che stava accadendo. Non si trattava di una bestia appena svegliatas,i ma della storica montagna di pregiudizi e di persecuzioni che si frapponevano fra i cristiani e gli ebrei. Della civiltà cristiana che aveva spesso calpestato la sua parte ebraica. [...]
Hamas e il trucco della «tregua senza tregua»
Il Giornale, 17 dicembre 2008
Sarà per Hamas una semi-tregua non dichiarata e non ammessa, sotto la quale seguiterà a scorrere una determinazione indomabile e anche l’aspettativa segreta che presto una nuova occasione darà fuoco alle polveri. Venerdì è il giorno della scadenza del cessate il fuoco in atto con Israele dal 19 giugno. Tale tregua ha diminuito per sei mesi il carico di missili sulla città di Sderot (da dieci a tre di media) e frenato l’esercito nelle sue incursioni.
Ha, però, anche permesso che Hamas si armasse di missili molto più potenti capaci di arrivare a Ashkelon e a Ashdod, ben oltre Sderot, sempre arrostita a fuoco lento, e se le cose si scaldassero ne vedremmo una grande salva, fino alla perdita di pazienza di Israele, che è pronta a entrare, ma non riesce a decidersi a causa del soldato rapito Gilad Shalit nella mani di Hamas e della pressione internazionale. Cosa deciderà Hamas, dato che comunque Israele non mette in discussione la tregua e Amos Gilad, responsabile per il governo di ritorno dal Cairo, dice che non era prevista una data di scadenza?
Hamas in queste ore alza il prezzo: più apertura di passaggi, di merci, di vantaggi vari, ma Israele è adamantina: si resta come siamo, Shalit non è con noi, sparate su Sderot, siete amici di Iran, Hezbollah, Siria. Se ci sparerete, risponderemo. Ma Hamas gioca razionale: la sua scelta, tregua senza tregua, è parte della natura irriducibile che ha abbracciato e della sua strategia. [...]
