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PENA MORTE: NIRENSTEIN (PDL), IRAN TOTALMENTE INAFFIDABILE 
(ANSA) - ROMA, 1 MAG - 'La notizia dell'avvenuta esecuzione oggi della giovane pittrice iraniana Delara Darabi, condannata per l'omicidio di un parente con un processo di dubbia attendibilita', e' un'ennesima dimostrazione della totale inaffidabilita' dell'Iran'. Lo dichiara in una nota Fiamma Nirenstein, deputata del Pdl e vicepresidente della commissione Esteri della Camera.
'Il 19 aprile scorso, anche grazie alla mobilitazione di Amnesty International, che oggi ha reso nota la notizia dell'esecuzione - ricorda Nirenstein -, era stata garantita all'imputata, minorenne all'epoca del reato, una sospensione di due mesi della pena. L'improvvisa esecuzione della giovane, per altro avvenuta senza darne comunicazione neppure al suo avvocato, e' una chiara mossa di aggiramento della mobilitazione internazionale che si era fatta sentire in questi giorni e che aveva contribuito ad ottenere la sospensione'.
'Dall'inizio del 2009 - conclude - la Darabi e' il secondo minorenne al tempo del reato giustiziato in Iran. Cio' porta il bilancio generale delle esecuzioni nel solo 2009 a 140: l'Iran si guadagna cosi' il record mondiale, secondo solo alla Cina'.(ANSA).
COM-KVI 01-MAG-09 19:36 NNNN 

Il Giornale, 29 aprile 2009

Oggi compie 61 anni, ancora non lo vogliono chiamare per nome e dicono che non aveva diritto a nascere. Ha perso 22.570 soldati in guerra, 3.000 cittadini in attentati terroristici, ma la popolazione non ha abbandonato le case di pietra, i vicoli, i ristoranti di Gerusalemme, né sono rimasti spopolati spiagge e pub di Tel Aviv; nessuno ha smesso di frequentare le scuole o le università; l’high-tech è settore di eccellenza, la musica della Filarmonica fra le più apprezzate del mondo, la medicina, la fisica, l’agricoltura producono premi Nobel, l’Alta Corte è un esempio di correttezza. Eppure, secondo alcuni, a 61 anni lo Stato ebraico è lì per caso, paracadutato in un’area con cui non ha niente a che fare, solo per realizzare un vasto disegno colonialista e razzista, oppure, secondo altri, è stato edificato per riparare ai sensi di colpa degli Europei dopo la Shoah, che per altro non è esistita. Insomma, deve sparire: lo dicono Ahmadinejad, Hamas, gli Hezbollah, e altri lo pensano. Ad Abu Mazen, Netanyahu propone di ricominciare a discutere su «due Stati per due popoli» purché il rais riconosca Israele come Stato Ebraico, ma egli ha ripetuto anche lunedì che non accetta, e il motivo è evidente: non vuole permettere che ciò diventi un ostacolo per il «diritto al ritorno» o per l’idea di Israele come «Stato dei suoi cittadini». Arafat a Camp David rifiutò la Spianata delle Moschee pur di non riconoscere quella che è un’affermata verità storica registrata in tanti testi musulmani, ovvero che sotto la Spianata giacciono le memorie del Grande Tempio ebraico di Erode distrutto nel 70 d.c. dai Romani. Flavio Giuseppe descrisse da cronista le fiamme e la rovina. [...]


Israel? For its enemies is not the Jewish State

Il Giornale, April 29, 2009


Today Israel celebrates 61 years, and still there are those who don't want to call it by name and say that it had no right to be born. It has lost 22,570 soldiers in war, 3,000 citizens in terrorist attacks, but the population has not abandoned the stone houses, alleys and restaurants of Jerusalem, nor have beaches and bars of Tel Aviv remained deserted; no one has stopped attending schools or universities; its high tech sector is among the first, its Philharmonic Orchestra is among the most esteemed in the world, its medicine, physics and agriculture produce Nobel Prizes, its Supreme Court is an example of propriety. And yet at 61, the Jewish State would be there by accident, it was parachuted into an area that it has nothing to do with, it is in the Middle East only in order to fulfill a vast colonialist and racist design, or else it was built to make up for the European's guilt after the Shoah - which however has never happened. In short, it must disappear: Mahmoud Ahmadinejad, Hamas and Hezbollah say it openly while others think it. To Abu Mazen, Benjamin Netanyahu proposes to start to talk again of “two states for two peoples,†provided that the Rais recognizes Israel as a Jewish State, but he repeated again last Sunday that he does not accept it, and the reason is clear: he does not want to allow that to become an obstacle for the “right of return†or for the idea of Israel as a “State of its citizens.†At Camp David, Yasser Arafat refused the Temple Mount in order not to recognize what is a stated historical truth registered in many Muslim texts, or rather that under it lie the memories of the Second Great Jewish Temple of Herod, destroyed in 70 CE by the Romans. Josephus Flavius described like a reporter the flames and ruin.. [...]

La reazione alla notizia del salvataggio della nave Melody da parte del capitano e del servizio di sicurezza formato da cinque israeliani è stata davvero strana. Probabilmente è stata una pulsione spontanea, una incontenibile preferenza per il politically correct, il quale insiste in genere su quanto sia cattivo e dannoso per il mondo lo Stato d’Israele e tutto ciò che ne promana. Perché non possiamo pensare che sia invece una mancanza di consapevolezza delle più elementari regole del giornalismo, che, certo, non espungerebbero mai dall’informazione il dato che una nave carica di italiani sia stata salvata prevalentemente da giovani israeliani. Anche per la suggestione che comporta la storia del valore dei ragazzi di quelle parti in azioni straordinarie, come Entebbe o tante altre imprese di salvataggio dal terrorismo internazionale.
Invece ieri il tg1 delle 13,30 e anche delle 17 e il tg2 delle 13 hanno citato i salvatori della Melody, appunto, come i “ragazzi della sicurezza†o gli “uomini della sicurezzaâ€, mentre il dato indispensabile alla completezza dell’informazione, ovvero che la sicurezza era composta da ex soldati israeliani, non c’era. Anche il sito di Repubblica non riportava l’elementare dato di cronaca e sinceramente non posso fare a meno di pensare che se la squadra della sicurezza fosse stata formata da cinque, che so, bulgari, o cinesi, tutti avrebbero esclamato: “Duecento italiani salvati da cinque bulgariâ€. O cinesi.

      

Cari amici,

mercoledì scorso ho partecipato a Ginevra a una manifestazione in un luogo altamente simbolico: alle mie spalle il grande palazzo dell’Onu con le sue 192 bandiere, appena insozzato dall'indecenza del discorso del presidente iraniano Ahmadinejad. Davanti a me, invece, un pubblico che gridava il proprio sostegno alla vita e all’unica democrazia in Medio Oriente. La manifestazione è stata convocata da numerose organizzazioni internazionali che protestavano contro l’impostazione dei lavori della "Conferenza dell’Onu contro il razzismo e le discriminazioni", la ormai nota "Durban 2", che si è conclusa ieri, boicottata da 10 paesi (Italia, Polonia, Olanda, Germania, Repubblica Ceca, Canada, Stati Uniti, Israele, Australia, Nuova Zelanda). L'evento voleva anche ricordare il sessantesimo anniversario della Risoluzione 273 che ammetteva Israele all'Onu come uno Stato amante della pace (peace-loving state). Su quel palco rappresentavo l'Italia nella sua coraggiosa scelta che ha fatto da apripista a una maggiore consapevolezza dell'Unione Europeasulla farsa che si stava nuovamente per compiere sotto l'egida delle Nazioni Unite e, questa volta, nel cuore dell'Europa, a Ginevra. [...]

Dear friends,

last Wednesday, April 22, I participated in a rally in Geneva in a very symbolic location: behind me the huge UN building with its 192 flags, that has just been soiled by Iranian president Ahmadinejad's indecent speech. In front of me, a public showing its support for life and for the only democracy in the Middle East. The rally was promoted by a large number of international organizations protesting against the works of the "UN conference against racism and discrimination", better known as "Durban 2", which eventually ended last Friday being boycotted by 10 countries. The rally was aimed also at celebrating 60th Anniversary of UN Resolution 273, which admitted Israel to the UN as a peace-loving state.
On that stage, I, as Vice-president of the Committee on Foreign Affairs of the Italian Parliament, represented Italy in its courageous choice not to attend the Conference, being thus the first European country to pull out of it and paving the way for a major European Union consciousness of this umpteenth farce in the name of human rights, which was taking place within the UN frame and this time in the core of Europe, Geneva. [...]

Il ruggito del Rais
giovedì 23 aprile 2009 -  commenti

Panorama, 20 aprile 2009, pag. 66

«Lo sceicco scimmia»: è solo uno degli epiteti che in questi giorni la stampa egiziana ha attribuito a Hassan Nasrallah, il grande capo degli hezbollah, venerato stratega sciita della guerra senza fine contro Israele e, soprattutto, l'uomo dell'iran fra gli arabi. Gli attacchi di A1-Ahrarn e di radio e tv includono esplicitamente l'Iran. E uno scontro diretto senza precedenti fra sunniri e sciiti, fra moderati e radicali, e l'insieme del mondo arabo guarda sbigottito a quanto è accaduto al Cairo. Tutto si è svolto in tre puntate. Dapprima la scoperta di 50 terroristi egiziani, libanesi, siriani, sudanesi, e di Gaia, agli ordini dello 007 di Nasrallah, Sami Shehab: avevano 2 milioni di dollari e ville in punti strategici del Cairo, del Sinai e di Suez. Poi il loro arresto, largamente pubblicizzato e accompagnato da minacce all'Iran. Infìne l'orgogliosa rivendicazione da parte di Nasrallah della presenza degli hezbollah su territorio straniero e le dure parole di accusa a Hosni Mubarak trattato come un agente israeliano o americano che ha tradito la «resistenza». Perché Mubarak, rais duro ma paziente, ha reagito così drasticamente? La risposta è che l'attacco di Nasrallah voleva, nel quadro di un'ampia strategia, mettere in discussione l'esistenza stessa del suo paese. L'Iran aveva deciso di violare la santità araba della terra dei faraoni. L'Egitto è il pi grande e il pi antico fra i paesi arabi, è il guardiano del crocevia fra Asia e Africa, ha l'esercito pi grande e meglio armato del Medio Oriente. L'idea degli hezbollah era quella di suscitare, attraverso una serie di attacchi terroristici contro turisti, popolazione, rappresentanze straniere e istituzioni, il caos. L'ira di Mubarak è nata proprio dal pianodi attaccare il Canale di Suez, la maggiore fonte di potere e di ricchezza del- e l'Egitto, la via d'acqua che ne fa un indispensabile giocatore sulla scena mondiale. [...]

Il coraggio dell’Europa dura 12 ore
mercoledì 22 aprile 2009 -  commenti

Il Giornale, 22 aprile 2009

Avevano un’aria dignitosa e unita i rappresentanti dell’Ue, quando martedì hanno lasciato, a Ginevra, la sala in cui Ahmadinejad delirava sugli ebrei e sullo Stato Ebraico. È stato bello, ed è subito finito. Nel corridoio subito dietro la porta la piccola assemblea ha consumato il suo momento di chiarezza morale aspettando semplicemente i 20 minuti del discorso del presidente iraniano. Poi, chi prima chi dopo, tutti gli europei sono rientrati fuorché la Repubblica Ceca e i veterani del no: noi italiani, la Polonia, la Germania, l’Olanda. La giornata di ieri ha visto l’Iran, insieme all’Albania e al Belgio, presiedere come niente fosse il comitato per il documento finale. E il documento finale di nuovo indelebilmente inquinato dalla riconferma delle conclusioni di Durban 1 che nominava solo i palestinesi come vittime del razzismo secondo loro derivante dal sionismo.
Nel testo c’è anche una parte dedicata, senza nominare Israele, alle conseguenze razziste dell’occupazione. E di fronte agli occhi dell’Europa ritornata alle sedie, si è svolto il solito teatro (con cui la lotta al razzismo c’entra poco, e l’aggressione a Israele e all’Occidente parecchio) messo in scena dai Paesi chiamati a parlare: Siria, Qatar, Palestinesi, Pakistan, Sudan, Yemen. Conserviamo ancora oggi, dal 2001, gli appunti fotocopiati del discorso di Arafat che stabiliva come Israele fosse nato dall’imperialismo razzista giusto per opprimere e sfruttare i palestinesi. Questa era allora la linea, ed essa si ripresenta peggiorata dalle promesse di sterminio dell’Iran. È fonte di tristezza che Bernard Kouchner (nella foto) abbia parlato di «vittoria», della speranza di una conclusione che porti finalmente a un bagno di diritti umani condivisi, di lotta ai genocidi, di difesa delle donne. Con chi, con Ahmadinejad? L’intera scena della grande uscita europea seguita dal grande rientro è triste perché compulsiva, inevitabile, incapace di mettere a nudo i problemi della struttura madre della moralità internazionale, l’Onu. [...]

Il Giornale, 21 aprile 2009

E adesso, per favore, non rientrate in quella sala, rappresentanti della Francia, della Norvegia, dell’Ungheria. Restate fuori dalla trappola antisemita di Durban 2, lasciate per sempre la marea nera delle parole di Ahmadinejad, che in apertura ha di nuovo predicato odio e distruzione. E perdonate, ma l’Italia non può che dirvi oggi: ve l’avevamo detto. E può anche aggiungere: non era facile superare il tabù dell’Onu, la vacca sacra che quando chiama a raccolta esige sempre una risposta conformista, uno scatto sull’attenti in nome della retorica universalista; e qui, l’Onu seguitava a suonare, per chiamare tutti a raccolta, il campanello della battaglia contro il razzismo, una battaglia così importante per tutti noi.
Ma noi chi? Era chiaro che per le commissioni che preparavano il documento introduttivo, per i violatori seriali di diritti umani Iran e Libia, il razzismo era una pura scusa, come lo era stato ai tempi di Durban 1. Noi che ci crediamo, che viviamo nelle democrazie, che davvero pensiamo che il diritto e l’integrità morale debbano illuminare la strada, volevamo una conferenza contro il razzismo, condivisa anche dal resto del mondo, ma esso non ci crede. Quel mondo è infatti dominato da dittature e violenza e pratica il razzismo, sia etnico che religioso. L’Italia, però ha avuto coraggio. A Ginevra, che dal tempo del primo diritto internazionale umanitario del 1864 ha lavorato duro a tante convenzioni per aiutare a far luce nel mondo, si stava preparando una conferenza di confusione e di odio, contro Israele e anche contro gli Usa nonostante Obama, come si è visto ieri nel discorso di Ahmadinejad. La conferenza è in realtà, sia chiaro, una fanfara di guerra in favore del terrorismo, quello dell’era nuova di Ahmadinejad. L’Italia ha letto la storia e il presente, e ha compreso che andare a Ginevra era un grosso rischio morale e politico. [...]

ONU: NIRENSTEIN (PDL), LUNGIMIRANTE SCELTA ITALIANA DI NON PARTECIPARE.
NESSUNO RIENTRI IN CONFERENZA CONTAMINATA DA RAZZISMO AHMADINEJAD

Roma, 20 apr. (Adnkronos) - Fiamma Nirenstein interverra', come unica rappresentante dall'Italia e insieme, tra gli altri, a Nathan Sharansky, Irwin Cotler e David Harris, alla grande manifestazione organizzata per questo mercoledi' a Ginevra da tutte le organizzazioniche si oppongono all'obbrobrio di Durban 2 che si sta inscenando in questi stessi momenti presso la sede dell'Onu di Ginevra. "La decisione italiana -ha dichiarato la vice presidente della commissione Esteri della Camera- di non partecipare alla pseudo-conferenza contro il razzismo, presa dal ministro Frattini con grande coraggio e inizialmente in grande solitudine nel contesto europeo, si e' dimostrata non solo corretta, ma anche di lungimirante intelligenza politica e strategica".
"Infatti -prosegue- oggi, all'apertura dei lavori della conferenza, il discorso di Ahmadinejad, in cui accusava Israele e gli Stati Uniti di essere la causa dei mali del mondo e impartiva lezioni
di antirazzismo, mentre nel suo Paese i dissidenti politici vengono incarcerati, gli omosessuali impiccati e le minoranze religiose come i Baha'i perseguitate, ha portato decine e decine di delegati di vari paesi ad uscire dalla sala. Una sala contaminata dall'indecenza di un discorso antisemita e razzista, nella quale -conclude l'esponente Pdl- nessuno dovrebbe piu' fare rientro".

Il Giornale, 17 aprile 2009

Sarà comunque strano che, lunedì prossimo, giorno della Shoah in tutto il mondo e data in cui avrà inizio a Ginevra la famosa conferenza delle Nazioni Unite detta «Durban 2» contro il razzismo, il podio venga offerto a un razzista negazionista che ha più volte dichiarato di voler distruggere Israele come Mahmoud Ahmadinejad: il premier iraniano, alla ricerca di un palcoscenico adatto a lui, ha infatti annunciato la sua partecipazione alla conferenza. Nonostante molte polemiche e cambiamenti della piattaforma, essa rischia dunque ancora di più di essere il doppione di Durban 1, e comunque una sua versione ancora più pericolosa, dato che l’Iran finanzia gran parte del terrorismo mondiale (compresi gli Hezbollah e Hamas) e prepara le sue postazioni nucleari. La Germania, che capisce cosa potrebbe accadere, si prepara in queste ore a seguire il piccolo coscienzioso corteo di chi a Ginevra non intende farsi vedere. Nel 2001, si riunirono in Sudafrica centinaia di delegazioni e migliaia di Ngo che trasformarono una conferenza contro il razzismo in una conferenza razzista contro Israele e contro gli Usa. Si sprecarono le marce sotto gli striscioni inneggianti a Bin Laden, le grida di «morte all’America» e le accuse di apartheid a Israele. Durban 2 può diventare la replica in versione attivamente antisemita e guerrafondaia contro Israele dell’evento che precedette di pochi giorni l’attacco alle Twin Towers. A cominciare dall’evento previsto per il fine settimana: una riunione di organizzazioni non governative che porta il nome «Conferenza di esame (review) di Israele», completa di un rally antisraeliano il 18 aprile. [...]

Il Giornale, 12 aprile 2009

È la nostra prima Pasqua nel mondo post americano, e da Gerusalemme si vede molto bene. Mentre tutti i media si entusiasmano a un punto tale dell’impostazione pacifista di Obama da averlo gratificato di un applauso alla conferenza stampa di Londra, il mondo intero cerca di affrontare una realtà percorsa, per motivi ideologici o di interesse, da invincibili correnti di ostilità in cui tuttavia l’America sembra posare lo scettro. Si conquistano postazioni, il mondo cambia alleanze e molti cercano di mettere il cappello sulla sedia adesso che l'atmosfera prescritta è ottimista. È dunque uno strano tempo di brutalità e minuetti, un ponte sospeso e dondolante. Un esempio mediorentale: ieri Hassan Nasrallah, il capo degli Hezbollah, dopo che cinquanta uomini ritenuti suoi sono stati accusati dai servizi segreti di Mubarak di preparare attentati sul suolo egiziano e passaggio d’armi iraniane verso Gaza, ha ammesso, persino attaccando con foga Mubarak perché non aiuta “la resistenza†di Hamas, che Sami Shehab, uno degli arrestati è un leader Hezbollah in azione sul territorio egiziano. Se ne è vantato. Ovvero: il Cairo cerca di fermare la sovversione iraniana sulla sua terra e nella Striscia di Gaza e Hezbollah gonfia il petto e afferma di essere fiero di diffondere l’egemonia sciita iraniana con il terrorismo.
È uno scontro di esplicita violenza che mostra senza veli la faglia sciita-sunnita. Tutto ciò mentre gli inglesi, certo consigliati dagli Usa, cercano pubblicamente un colloquio con Nasrallah, che pone condizioni. [...]

Panorama, 3 aprile 2009, p. 102

Gli orologi israeliano e americano sullo stato dei progressi nucleari dell'iran non sono sincronizzati. Il capo di Aman, il servizio segreto dell'esercito israeliano, Amos Yadlin, la settimana scorsa ha affermato che la bomba è praticamente pronta, ma l'Iran frena volutamente per non accendere la reazione dell'Occidente. Con lui altre fonti di sicurezza israeliane spiegano che il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad non sbandiera il risultato già ottenuto (una bomba) perché vuole prima accumulare un arsenale composto da una dozzina di ordigni. Per questo scopo gli occorre pi uranio arricchito e quindi pi tempo. Yadlin pensa pure che ormai Teberan non teme pi l'attacco americano o israeliano, e che in questo momento di cambiamenti strategici mondiali gioca con l'Occidente per vedere come sfruttare al meglio sul terreno economico e diplomatico l'era Obama. Yadlin suona dunque un allarme rosso: l'Iran è già arrivato al momento fatale, ma La strategia del colloquio scelta dagli Stati Uniti abbassa la guardia dell'Occidente e di fatto favorisce il rafforzamento degli ayatollah. E, all'incertezza sul che fare di fronte all'evidente determinazione di Ahmadinejad, si aggiunge la differenza fra i due orologi americano e israeliano che ticchettano a velocità diverse. Se Yadlin sostiene che «l'Iran ha superato la soglia della realizzazione del nucleare», il direttore della National intelligence americana Dennis Blair ha detto al comitato per le Strutture armate del Senato che «l'Iran non ha ancora deciso di accelerare verso una bomba atomica sulla testata di un missile». [...]

CONFERENZA STAMPA: 1 APRILE, ORE 11.30

Insieme a un gruppo di giovani promotori del neo-costituito “Comitato per gli studenti Iranianiâ€, i deputati Fiamma Nirenstein, Gianni Vernetti, Beatrice Lorenzin e Benedetto Della Vedova hanno tenuto oggi una conferenza stampa nel ricorrere del trentennale dalla proclamazione della Repubblica Islamica dell'Iran. Da trent'anni la Repubblica Islamica dell'Iran continua a perpetrare sistematiche violazioni dei diritti umani contro la propria popolazione e ripetute aggressioni alla pace mondiale.

Iran, appello bipartisan: Piu' sanzioni e sostegno ai dissidenti
Roma, 01 APR (Velino) - Rinnovare e irrigidire le sanzioni contro la Repubblica islamica dell'Iran, sostenere "a distanza" i giovani dissidenti, costruire una coalizione di paesi arabi moderati che contrasti il rischio di egemonia del paese degli ayatollah nella regione mediorientale. Sono obiettivi ambiziosi quelli che parlamentari come Fiamma Nirenstein, Gianni Vernetti, Benedetto Della Vedova e Beatrice Lorenzin, vogliono raggiungere. Per spiegarne le ragioni i quattro hanno tenuto una conferenza stampa alla Camera dei deputati, insieme al giornalista Ahmed Rafat,
Francesco Parisi della direzione nazionale dei giovani democratici e Daniele Nahum, presidente dell'unione giovani ebrei d'Italia. "Bisogna dire chiaramente all'Iran che deve fermare il programma di arricchimento dell'uranio, impedendo al regime di disporre di armi atomiche" dice la Nirenstein. "Poi dobbiamo lavorare per far cessare le esecuzioni capitali e per dire basta alla tortura dei dissidenti politici". L'Iran, secondo la parlamentare del Pdl, rappresenta una "minaccia", infatti ha come obiettivo "l'eliminazione di uno Stato democratico come Israele". E la mano tesa del presidente americano Barack Obama non pare produrre risultati soddisfacenti: "Obama balla da solo - dice la Nirenstein -, per ballare il tango bisogna essere in due, ma dal versante
iraniano non c'e' risposta".       
L'Iran, secondo Gianni Vernetti (Pd), ex sottosegretario agli Esteri, e' "la principale fonte di instabilita' nell'area mediorientale e ha un obiettivo ben preciso: il cambio di regime dei paesi arabi moderati". Intanto, il presidente Ahmadinejad "incarcera i dissidenti, ad esempio i giovani blogger". Per questo, aggiunge l'ex dielle, "ho chiesto al presidente della commissione Esteri di
istituire una commissione d'indagine sulla Repubblica islamica, che approfondisca le questioni, ad esempio, dei diritti civili". Ma con l'Iran si devono attivare solo i canali diplomatici? "L'intervento militare non e' auspicabile - spiega Vernetti -, ma rimane come ultima opzione una volta saltati i canali di dialogo. Diciamo che e' un'alternativa che fa da sfondo alle trattative". Per Della Vedova, deputato del Pdl e presidente dei Riformatori liberali, bisogna "evitare la logica del 'comunque le cose alla fine si sistemano'. E serve far capire all'opinione pubblica iraniana che l'Occidente libero non sta dalla parte del regime". (udg) [...]

Mediorientale
lunedì 30 marzo 2009 -  commenti

 

Il Giornale, 27 marzo 2009

Sull’ala di un aereo della Sabena alcune figure in tuta bianca si schiacciano contro la parete del velivolo per evitare di essere visti dai finestrini dai terroristi palestinesi che lo hanno sequestrato con tutto il carico di passeggeri. È una foto in bianco e nero del 1972. In un attimo gli uomini appostati sull’ala con le armi in pugno, balzeranno all’interno e libereranno gli ostaggi. Fra loro si identificano Ehud Barak, comandante dell’unità Sayeret Matchal, e Bibi Netanyahu, uno dei suoi uomini. Una coppia di eccellenza, di idee completamente diverse, intellettuali e guerrieri, l’uno bravo economista, l’altro stratega eccezionale, che quali che siano le critiche nei loro riguardi, ogni Paese vorrebbe avere nella sua classe dirigente.
Adesso la squadra la guida Netanyahu, ed è quella del governo. Ma Barak è ancora insieme a lui, nel ruolo di ministro della Difesa, con l’intenzione di difendere Israele. Proponiamo l’immagine della Sabena non certo per sollevare inutili emozioni, ma per spiegare quello che sta succedendo oggi in Israele evocandone la storia e cercando così di evitare che si strologhi su destra e sinistra in maniera tutta europea e disadatta a quel Paese. [...]

L'Onu "dimentica" i crimini palestinesi
mercoledì 25 marzo 2009 -  commenti

Il Giornale, 25 marzo 2009

Mentre alcuni soldati israeliani dichiaravano i loro compagni colpevoli di crimini di guerra compiuti a Gaza sullo sfondo di un potente coro di accuse che occupava l’etere e la carta stampata, l’Onu arrivava puntualissimo all’appuntamento. Il rapporto della commissione incaricata del rapporto su Gaza ha dedicato a quel mostro dello Stato ebraico il lavoro presentato dalla signora Radika Coomaraswamy. Essa, accusando Israele di crudeltà contro i civili, fra l’altro racconta che un bambino ha testimoniato di essere stato usato come scudo umano da alcuni soldati: certo questo è molto brutto, anche se l’opinione ci pubblica è abituata, e adesso Israele aprirà un’inchiesta con conseguenti incriminazioni e punizioni. E questo è giusto.
Solo, chi si domanda, invece, come la mettiamo con le migliaia di bambini di Gaza che Hamas ha usato come scudi umani? Ecco come ne parlano gli stessi genitori di Gaza secondo un reportage di Lorenzo Cremonesi: «"Andatevene, andatevene via di qui" dicevano agli uomini di Hamas... "Volete veder morire sotto le bombe i nostri bambini? Portate via le vostre armi e i vostri missili…†E poi: (a sparare fra gli uomini di Hamas) “Erano spesso ragazzini di 16 e 17 anni, armati di mitra… Volevano che sparassero sulle nostre case per accusarli di crimini di guerr"». Qui si va oltre addirittura l’uso dello scudo umano per passare a quello del civile sacrificato tout court. I camici dei medici e degli infermieri venivano usati dai terroristi di Hamas che si fingevano civili, e gli ospedali, difesi da ogni convenzione che riguarda i civili, venivano usati per nasconere i capi di Hamas e per torturare i militanti rivali. E soprattutto: lo scopo di Hamas era risucire a tirar fuori un lanciamissili per sparare non all’esercito, cui ha sparato pochissimo, ma alla gente di Sderot. [...]

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