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Il Giornale, 10 aprile 2010

Che cosa commenta meglio la gigantesca ondata di cambiamento strategico cui Obama sta sottoponendo il mondo intero ispirandosi alla cultura del disarmo ricevuta con gratitudine e dedizione alla Columbia university? Fra le tante parole dette e scritte, il paradosso è che colpiscano (alla rovescia, si capisce) le parole di Ahmadinejad, presidente iraniano, che nella sua orrida aggressività, commentando l’annuncio della nuova strategia nucleare di Obama annunciata martedì, gli ha lanciato, mentre peraltro lo minacciava di rompergli i denti, un avvertimento: «Mr Obama - gli ha detto - sei nuovo in politica. Aspetta finché il sudore si asciuga e fai esperienza». Di certo il primo ministro iraniano cercava di spaventare Obama sull’ipotesi di nuove sanzioni ma, d’altra parte, la politica di Obama si sbraccia verso un premio Nobel che ha già ricevuto. L’elemento iraniano, cioè l’idea che le scelte di Obama fossero dirette soprattutto a creare una coalizione con Russia e Cina per affrontarlo, non è che un aspetto minore di un piano rivoluzionario che conta in questi giorni tappe fondamentali verso la sovversione del ruolo americano nel mondo. [...]

Il Giornale, 7 aprile 2010

Un serial mette in mostra la cattiveria dei soldati israeliani. Ma la scena inventata di uno stupro scatena persino lo sdegno di Fatah.

Zelo traditore, che brutta figura si fa quando si cerca di essere più realisti del re. Se ci si poteva aspettare che la Turchia inciampasse sulla strada iperislamica e antisraeliana intrapresa recentemente, che fossero i palestinesi, bandiera di Erdogan, a sbugiardare la Turchia non si sarebbe mai potuto prevedere. La storia è semplice: a ottobre la tv turca ha trasmesso un serial che ad ogni puntata mostrava la mostruosa cattiveria dei soldati israeliani. I soldati uccidevano e tormentavano con mostruosi sghignazzi bambini e donne palestinesi. Ok, fa parte della nouvelle vogue turca, la stessa che ha portato Erdogan a gridare insulti a Shimon Peres durante l’incontro di Davos.
Il serial in questi giorni è in onda su due tv del network saudita Mbc. Israele aveva già protestato, ma si sa, il diritto alla libera espressione fa si che né gli Usa né gli europei alzino mai un dito specie quando si incita all’antisemitismo. Diverso è con l’islamofobia, si capisce. Ma al tredicesimo episodio, in cui una famiglia palestinese torna dalla Giordania per trovare la sua casa distrutta dalle solite carogne, c’è anche una scena molto espressiva in cui una prigioniera del carcere israeliano, Miriam, viene violentata dalle guardie. Uscita dalla galera la ragazza nel film viene uccisa dalla famiglia, ed è sempre ovvia colpa degli israeliani. [...]

Roma, 7 apr - Costruire un ponte, resistente e duraturo, tra la comunità cristiana e quella ebraica, tra Italia e Israele, in difesa dei valori della pace e della democrazia. È lo scopo del neonato Knesset Christian Allies Caucus (Kcac), organismo presentato oggi presso la Biblioteca del Senato al termine di un incontro promosso dal segretario di Presidenza di Palazzo Madama, il senatore del Pdl Lucio Malan. Malan, che non ha potuto partecipare all'incontro, ha inviato un messaggio di benvenuto: "Le tre più importanti ideologie totalitarie degli ultimi cento anni: fascismo, comunismo e fondamentalismo islamico, hanno avuto la Nazione Ebraica come prima vittima - scrive Malan -. Gli ebrei e lo Stato di Israele sono stati la loro prima ma non ultima vittima. Dopo è il turno della civiltà occidentale, che si basa su libertà e democrazia e sull'eredità giudaico-cristiana. Questo dovrebbe essere un motivo sufficiente per stare dalla parte di Israele" scrive ancora Malan che esorta Israele e Italia a "lavorare insieme, come fratelli, con questo nuovo strumento che è il Christian Allies Caucus".
Uno strumento che nasce oggi in Italia ma che è già attivo non solo in Israele, dove si è costituito nel 2004 (all'interno della Knesset, il parlamento monocamerale, dove conta 17 deputati israeliani appartenenti a 5 differenti gruppi parlamentare), ma in altri 18 Paesi sparsi in tutti i continenti, dall'Asia all'Africa, dall'America all'Europa, per sviluppare relazioni giudaico-cristiane e sostenere Israele.
"Il motivo per cui questo comitato è così importante è perché ebrei e cristiani condividono i principi e i valori della democrazia" ha detto durante l'incontro Giuseppe Platania, giovane italiano che vive e lavora in Israele e che ricopre il ruolo di mediatore tra le due comunità, di ambasciatore del Christian Allies Caucus Italia. "Dobbiamo proteggere i valori della democrazia dalla minaccia di un integralismo islamico che cresce ogni giorno in tutta Europa e io spero che i leader europei riconoscano questa minaccia" ha detto Platania.
Minaccia dell'integralismo islamico sottolineata anche dal presidente del Kcac presso la Knesset, David Rotem che esorta la comunità internazionale ad "assicurarsi che Ahmadinejad non costruisca armi di distruzione di massa" perché Israele "è solo il primo dei suoi bersagli e il cristianesimo è un altro". Presente all'incontro anche Rocco Buttiglione, vicepresidente della Camera, che ribadendo "il diritto di Israele di vivere in pace e sicurezza" ricorda però anche il dramma palestinese. "Siete spaventati e avete buone ragioni per essere spaventati - dice Buttiglione alla rappresentanza israeliana -, ma non possiamo dimenticare che ci sono uomini e donne palestinesi che stanno soffrendo ed è necessario lavorare per una riconciliazione" ha affermato. Sottolinea il forte legame tra Israele e l'Italia anche Fiamma Nirenstein, vicepresidente della Commissione Esteri della Camera per il Pdl, che afferma: "Difendere la democrazia significa difendere Israele che oggi si trova in prima linea". L'incontro si è concluso con un appello di Orit Noked, vice ministro per l'Industria Commercio e Occupazione per Gilad Shalit, militare israeliano da più di tre anni ostaggio dei miliziani palestinesi "pregate per Gilad e fate tutto il possibile per lui". (Clr)

Il Giornale, 2 aprile 2010

Sì, la Cina andrà a Washington al summit del 12 e 13 aprile: il presidente Hu Jintao sulla via del Sud America, dopo molti corteggiamenti, parteciperà all’incontro sulla sicurezza nucleare e Iran. Il tema chiave, il Tema. Nei giorni scorsi annunciando che i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza e la Germania avevano stabilito di preparare nuove sanzioni avendo la Cina abbandonato l’opposizione, il segretario di Stato americano Hillary Clinton aveva aggiunto, soddisfatta che ci sarebbe stata un’ulteriore tornata di consultazioni non solo fra i 5 più uno, ma anche con gli altri membri del Consiglio. Insomma, la Clinton segnala con clamore che la promessa fatta da Barack Obama martedì, forte anche del patto con Nicolas Sarkozy («siamo inseparabili sulle sanzioni iraniane», ha detto in visita al presidente americano) di procedere con nuove misure economiche nel giro di qualche settimana ha buone possibilità di riuscire ora che la Cina ha detto a mezza bocca: è inaccettabile un Iran nucleare. Ma quanto è disposta a marciare? Nessuno lo sa veramente, ed è anche difficile mettere in fila le variabili dipendenti delle decisioni cinesi, in genere ispirate da uno spietato realismo. [...]

Mediorientale
venerdì 2 aprile 2010 -  commenti



Sintesi degli argomenti di questa settimana:

Siamo nella settimana di Pesah, la pasqua ebraica, la ricorrenza che ricorda la liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù d'Egitto.
Anche Obama ha celebrato l'apertura della festività, con la cena rituale del Seder, in cui si legge l'Hagadà, il testo che ricorda appunto l'uscita dall'Egitto. Si discute sulla stampa israeliana e americana sull'interpretazione che il Presidente ha dato a questa lettura, a chi e cosa si riferiva parlando di "un mondo diviso tra oppressi e oppressori".
La percezione in Israele di un Presidente non troppo amico e le difficoltà nei rapporti con il grande alleato storico.
Il precedente di Begin-Carter.
Ma Netanyahu non ha interesse a delegittimare Obama e le sue azioni dimostrano che gli sta cercando di andare incontro: il sì a "due popoli, due stati", il congelamento degli insediamenti (non a Gerusalemme Est, in quanto le costruzioni lì non sono considerate "insediamenti" e questo punto è sempre stato accettato nei precedenti colloqui di pace).
La vera controversia tra Obama e Israele è l'Iran e il suo programma nucleare, non il conflitto israelo-palestinese. L'Amministrazione americana, con la sua over-reaction sulla questione di Gerusalemme Est, ha lanciato un messaggio a Netanyahu: non azzardatevi a pensare di poter attaccare l'Iran.

Nuovi dossier della CIA sul nucleare iraniano presentati al Congresso e alla stampa, dopo l'annuncio da parte di Ahmadinejad riguardo alla costruzione di due nuove centrali. I dossier segnalano che l'Iran si è dotato anche di una serie di sistemi balistici in grado di portare testate nucleari.

La Cina è sospettata, insieme alla Russia, di aver contribuito sostanzialmente al programma nucleare iraniano. La Russia ha fatto un passo indietro, mentre la Cina tituba ancora. Il volume di affari tra questi due paesi è veramente ingente. Ma qualcosa sembra stia cambiando: il 12 aprile la Cina, nella persona del Presidente Hu Jintao, ha annunciato che parteciperà al prossimo incontro del 5+1 che dovrebbe concordare una nuova tornata di "sanzioni ragionevoli" nei confronti del regime iraniano.

La contropartita che la Cina potrebbe volere in cambio dell'appoggio alle sanzioni all'Iran sarà probabilmente il rapporto dell'America verso la questione Tibet e Taiwan.

Arabia Saudita: l'imminente condanna a morte di un uomo, libanese sciita, accusato di "stregoneria" perché si occupava di astrologia (categoria da rubricarsi sotto la voce "idolatria").

Il Giornale, 26 marzo 2010

Forza, diamoci giù. Quale migliore occasione per un attacco mondiale contro gli ebrei, pardon, contro Israele, di questo momento di frizione fra gli Usa di Obama, il presidente che con tutti i dubbi risultati ottenuti in politica mediorientale (Iran con i suoi mortali sberleffi, Siria e di conseguenza Libano che cadono in ambito iraniano, Turchia che passa all’islamismo, palestinesi sempre più radicalizzati...) non può tuttavia mai sbagliare.
L’ultima ad essersi unita alle azioni diplomatiche antisraeliane è l’Australia, che con mossa inusitata si associa all’Inghilterra che ha cacciato il capo del Mossad (e pare che i Servizi agli ordini di Sua Maestà non siano per niente contenti) per dire che è allo studio un’azione fotocopia se risulterà che sono stati falsificati dagli israeliani anche passaporti australiani.
Intanto ci pensano i quotidiani britannici a sollevare l’opinione pubblica in favore di Miliband e del suo partito laburista fortemente antisraeliano e della notevole porzione elettorale dei musulmani immigrati. Il Daily Mail sottolinea per esempio come «Nessuno ha più bisogno di alleati di Israele circondata da nemici», e poi lo stigmatizza proibendogli di fatto di reagire agli attacchi: «Tuttavia invadendo il Libano (sgomberato nel 2000, ndr) e costruendo insediamenti nelle aree disputate di Gerusalemme... Tel Aviv (Tel Aviv?, ndr) sembra determinata a alienarsi ogni governo che le sia amica». [...]

By Stefan Frank, March 26, 2010, Pajamas Media

The Italian journalist Fiamma Nirenstein is the author of numerous books on anti-Semitism, Israel, and the Middle East conflict, including (in English) "Israel is Us" (JCPA, 2009) and "Terror: the New Anti-Semitism and the War against the West" (Smith & Kraus, 2005).

In April 2008, she was elected to the Italian Chamber of Deputies as a member of Silvio Berlusconi’s People of Freedom (PDL) party. She is presently the vice-president of the chamber’s Committee on Foreign Affairs. In February, she accompanied Prime Minister Berlusconi on a three-day visit to Israel.

Stefan Frank spoke with Fiamma Nirenstein about Israeli construction in East Jerusalem, anti-Semitism on the left, European criticism of Israel, and the significance of Berlusconi’s recent visit. [...]

Netanyahu da Obama, gelo tra alleati
mercoledì 24 marzo 2010 -  commenti

Il Giornale, 24 marzo 2010

Resteranno delusi sia quelli che avrebbero voluto vedere un incontro di pugilato fra il presidente Obama e Benjamin Netanyahu, sia quelli che avrebbero desiderato assistere a un abbraccio durante l’incontro di ieri notte. Alla fine delle giornate del congresso dell’Aipac, la maggiore fra le associazioni americane filoisraeliane, l’incontro fra i due leader rimarca amore e odio: un disaccordo che pure non può permettersi di distruggere un rapporto strategico fuori discussione. Israele e gli Stati Uniti, come ha esordito Netanyahu nel suo discorso, hanno davvero molto in comune e questo nemmeno l’infastidito Obama può ignorarlo. Sono davvero due Paesi di frontiera in senso morale e fisico, anche se le loro dimensioni sono tanto diverse, in cui la realtà storica e l’immaginario collettivo disegnano sempre un John Wayne o un Moshè Dayan campioni di libertà e di democrazia in un mondo turbato da ideologie violente, autocratiche, terroristiche. Essi sono davvero due Paesi fratelli perché credono in Dio senza essere clericali. E ancor più forse, Obama ha certo visto le statistiche per cui dieci americani contro uno ritengono che gli Usa debbano sostenere Israele. [...]

Il Giornale, 20 marzo 2010

Sarebbe un incubo tornare ad essere l’Italia della politica estera che ha caratterizzato il nostro paese fino a qualche anno fa, quella andreottian-comunista, quella in cui la faceva da padrone, e non parlo solo del Medio Oriente, l’“equivicinanza”: essa era il necessario derivato di una visione della diplomazia italiana barocca e circonvoluta, tutta interna alle logiche della Guerra Fredda, in cui l’Italia era atlantista, perbacco, che altro, ma sempre caratterizzata da una particolare tenerezza per il mondo arabo, per tutti i movimenti di liberazione antiamericani, per il Sudamerica guevarista, per tutti i Paesi che si autodenominavano repubblica democratica, laddove democratico era un aggettivo fatto apposta per schiacciare un occhiolino d’intesa; la tenerezza era estesa sovente anche ai movimenti armati, naturalmente ritenuti di resistenza, compreso da ultimo quello degli Hezbollah. [...]

Mediorientale
venerdì 19 marzo 2010 -  commenti

Conversazione settimanale sull'attualità dal Medioriente con il Direttore di Radio Radicale Massimo Bordin.

Ascolta la registrazione: 



Sintesi degli argomenti di questa settimana:

Missili fatali dalla Striscia: nove lanci nel corso della settimana, un missile ha ucciso un lavoratore tailandese di un Moshav nei pressi dei confini con la Striscia di Gaza.
Il "giorno dell'ira" indetto da Hamas a seguito della vicenda di Ramat Shlomo.
La propaganda mussulmana che dipinge una volontà di Israele di "ebraicizzare" l'intera città di Gerusalemme.
La crisi israelo-americana: Obama, in un'intervista a Fox News, ha fatto dietro front sulla vicenda di Gerusalemme.

Il concetto di "insediamenti" a Gerusalemme: del tutto distinto da quelli della Cisgiordania.
Nel dicembre scorso, Netanyahu ha annunciato un congelamento, molto lodato dall'amministrazione USA, delle costruzioni negli insediamenti della Cisgiordania, specificando che questo non riguardava Gerusalemme. Perché no? La situazione di Gerusalemme è decisamente più complessa. Prima della dominazione giordana nel 1948, per esempio il quartiere di Shekh Jarrah, che è stato a sua volta al centro delle polemiche prima della vicenda di Ramat Shlomo, era un quartiere ebraico, dal quale gli ebrei vennero espulsi per mano giordana. Dopo il '67, gli ebrei hanno cercato di tornarvi. Ramat Shlomo è un quartiere del tutto ebraico, con una popolazione principalmente ortodossa. In tutti gli accordi su una possibile divisione della città, come quelli tra Arafat e Barak nel 2000, o tra Abu Mazen e Olmert nel 2007, questo quartiere veniva inserito nella parte ebraica di Gerusalemme. Anche per il fatto che è inserito del tutto in una zona ebraica.
Eli Ishai, il Ministro dell'Interno, forse alla ricerca di consensi, ha veramente usato un tempismo pessimo per annunciare la costruzione di queste 1600 unità abitative.
Il viaggio di Netanyahu in America per il discorso all'AIPAC. La possibilità di un incontro estemporaneo con Obama.

La possibilità di una coalizione di Netanyahu con Kadima.
Il documento di Kadima su Gerusalemme (contro il blocco delle costruzioni nella capitale).

Il tentativo di spaccare Kadima e di far riaggregare al Likud la fazione che si rifà a Shaul Mofaz.

La predominanza della questione iraniana rispetto a quella palestinese per i vertici israeliani.

Curiosità: gli iraniani hanno richiesto alle infermiere di un ospedale boliviano di indossare il velo islamico, a fronte di un finanziamento iraniano di un milione di dollari.
Un fiore per Neda
giovedì 18 marzo 2010 -  commenti



Giovedì è stata una giornata molto importante per noi alla Camera. Abbiamo infatti invitato, per essere audito in Commission Esteri, Caspian Makan, dissidente iraniano che fu il fidanzato di Neda Soltan, uccisa dalle milizie del regime iraniano il 20 giugno scorso, la cui morte, ripresa da un cellulare, ha fatto il giro dei media mondiali, diventando il tragico simbolo della lotta per la libertà del popolo iraniano.
In serata abbiamo poi invitato il pubblico ad ascoltare la testimonianza di Caspian al Cinema Trevi, una sala messaci a disposizione dal Ministero dei Beni Culturali, dove abbiamo proiettato il film "Il Cerchio" di Jafar Panahi, vincitore del Leone d’Oro a Venezia nel 2000, un film molto crudo sulla condizione della donna in Iran. La scelta del film voleva essere una denuncia non solo delle continue violazioni di diritti umani in Iran, ma anche un omaggio al regista, che è stato arrestato il 1 marzo a Teheran. E’ la seconda volta che Panahi viene arrestato da quando sono iniziate le violente proteste di piazza dopo le elezioni presidenziali del giugno scorso. La prima è stata l’estate scorsa proprio per aver preso parte ai funerali di Neda. Dal giorno del suo arresto, non si hanno più sue notizie, e questa è purtroppo la sorte di centinaia, alcune fonti dicono anche migliaia, di detenuti politici. [...]

RIASCOLTA TUTTI GLI INTERVENTI

UN'AMICA CI HA SEGNALATO QUESTA CANZONE SCRITTA DA PAOLO PREITE:
"She was Neda (don't forget your past)"


Il Giornale, 17 marzo 2010

L’ha spiegato molto bene il consigliere diplomatico che gestì la crisi fra Rabin e gli Usa nel 1975: «Gli Stati Uniti non devono mai creare una situazione in cui Israele si senta abbandonata: questo infatti incoraggia lo spirito bellicista della parte avversa e l’inflessibilità israeliana. Se gli Usa vogliono far avanzare il processo di pace, non devono mettere Israele in un angolo chiamando Ramat Shlomo “insediamento”. Ciò che occorre da ogni parte è una costruttiva ambiguità». Ed era quanto si era avuto fino ad oggi, con lo stop alle costruzioni nel West Bank per dieci mesi e la ripresa dei rapporti fra le parti tramite interposta persona. Poi, Obama ha protestato duramente su un accordo mai fatto, per il quale secondo lui Israele non dovrebbe più costruire a Gerusalemme est prima che sia stato fatto nessun accordo. Ma è noto che a Gerusalemme est abitano da sempre decine di migliaia di ebrei insieme agli arabi, e nessuno ha mai immaginato che in vista di un accordo su Gerusalemme tale presenza potrebbe essere obliterata. [...]

Cari amici, questa mattina la signora Navanethem Pillay, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, è stata ascoltata dal Comitato permanente sui diritti umani della Commissione Esteri, della quale sono vicepresidente. Voglio comunicarvi brevemente la mia sorpresa, e l’ho espressa molto chiaramente anche alla Pillay, che comunque ringrazio di nuovo per l’istruttiva visita. La signora ha interpretato l’incontro come un’occasione per rivolgere all’Italia molti rimbrotti sulla nostra politica verso l’immigrazione e su quella che lei considera una criminalizzazione dell’immigrazione clandestina. Lo stesso ha detto sui Rom, e ha invitato i deputati a giustificarsi, anzi a discolparsi. L’invito non è stato accolto né a destra né a sinistra, anzi, parecchi hanno sentito il bisogno di rivolgere domande alla Commissaria di un’organizzazione che definire problematica è dir poco, sia per la sua scarsa incisività che per la sua intollerabile partigianeria. Personalmente ho ricordato alla signora che il Consiglio  per i Diritti Umani dell'Onu, organismo sottoposto alla Commissaria Pillay, nasce dalla screditata Commissione per i Diritti Umani, che vide tra i suoi presidente anche un campione del rispetto del diritti umani come la Libia e che fu sciolta da Kofi Annan nel 2006, dopo che aveva dedicato gran parte del suo lavoro a difendere, invece che i dissidenti, quasi tutti i dittatori del mondo. [...]

A strange encounter with human rights

Dear friends,
this morning Mrs Navanethem Pillay, U.N. High Commissioner for Human Rights, spoke before the Permanent Committee on Human Rights of the Foreign Affairs Committee, where I sit as Vice President.
I would like to voice my surprise for what I heard from Mrs Pillay - a feeling that I expressed very clearly to her – still thanking her for her informative visit.
The Commissioner interpreted the meeting as an opportunity to harshly criticize Italy’s policies on immigration and what she considers as the criminalization of illegal immigration.
She voiced the same criticism on the policies concerning the Roma people and invited the Members of the Chamber of Deputies to justify themselves, indeed to clear themselves. This request was rejected by both the right and the left wing. Indeed, many mambers felt the need to ask the Commissioner some questions about the Organization where she serves, because it is deemed to be extremely problematic for its poor performace and its intolerable partisanship. I reminded the Commissioner that the UN Human Rights Council, which reports to her, stems from the discredited Commission on Human Rights. This Commission from 2003 was also chaired by a human rights champion such as Libya and was dissolved by Kofi Annan in 2006 after having devoted much of its work to defend almost all dictators in the world rather than dissidents. [...]

Il Giornale, 9 marzo 2010

È l’otto marzo, ed è molto triste ma significativo che l’Europa lo debba festeggiare con l’oltraggiosa riflessione sul burqa che, nella ricorrenza, Thomas Hammarberg ha presentato sul giornale più liberal d’Inghilterra, il Guardian, il solito che sostiene soprattutto i diritti degli estremisti e dei terroristi. Di Hammarberg ho un recente ricordo personale: una visita nella sua stanza della delegazione italiana al Consiglio d’Europa in cui gli furono porte forti rimostranze per una sua visita in incognito sul nostro terreno nazionale ai campi rom e per le sue aggressive conclusioni consegnate direttamente a Repubblica in un’intervista invece di elaborarle e discuterle, come si usa, in sede politica prima di pubblicizzarle. Fu gelido e formale, ceruleo, corretto e scostante quanto si può immaginare possa un tipo come lui con l’Italia d’oggi, anche se la delegazione era bipartisan; ricordo di essere rimasta ipnotizzata per alcuni secondi dai suoi piedi, infilati, forse per dimostrare un fiero rifiuto del cuoio, invece che nelle scarpe, in pantofole di stoffa. Il suo commento adesso potrebbe essere che ho violato, parlando dei suoi piedi, la sua privacy, perché è quella che sembra stargli molto a cuore quando ne parla come uno dei principali diritti umani violati se si proibisse alle donne musulmane di indossare il burqa. [...]

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