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Yassin: un veto per la pace

giovedì 1 aprile 2004 Diario di Shalom 0 commenti
L'ultima vicenda che si riporta per descrivere lo sceicco Yassin è un colloquio fra il leader "spirituale" di Hamas e il fratello di un sospetto collaborazionista: l'uomo ha chiesto a Yassin indicazioni sul da farsi, e il capo gli ha risposto "Seppelliscilo vivo": pare che l'ordine sia stato rispettato. Ma senza avventurarsi in vicende non facilmente controllabili, sono nelle cronache centinania di suoi discorsi in cui l'incitamento a uccidere più ebrei possibile è il tema principale, il rifiuto dell'esistenza di Israele e la promessa di genocidio e la cacciata degli ebrei da tutto il sacro territorio dell'Islam la linea politica da attuare col legittimo uso del sangue.

Le operazioni terroriste suicide in cui lo sceicco ha avuto parte dirigente sono certamente una cinquantina, di più ancora gli attacchi alle persone in generale, centinaia i morti da lui fatti direttamente, con i suoi ordini; la fondazione e la conduzione di Hamas come organizzazione eminentemente terrorista è sua, suo l'allevamento di personaggi indottrinati secondo l'idea politico-religiosa di sterminare gli ebrei e riconquistare così all'Islam non uno stato palestinese, ma la terra intera d'Israele, ritenuta sacra proprietà dell'Islam.
Una scelta teologica di cui l'Islam moderato certamente è il primo a vergognarsi. Yassin non si era tuttavia limitato alla direzione ideologica, e neppure alla conduzione dei suoi propri uomini verso la strage degli innocenti: era riuscito a trascinare tutta l'Autonomia palestinese e verso una direzione estrema, aveva creato una politica di forti legami anche con Fatah di Arafat, che non aveva osato se non per un brevissimo periodo la contrapposizione, e con cui peraltro gareggiava sul terreno del potere a Gaza e anche nell'Autonomia Palestinese in genere; aveva assicurato al terrorismo un ruolo tale nella conquista e la legittimazione del consenso popolare, che i tanzim e le Brigate di Al Aqsa del Fatah di Arafat non si erano potute né volute districare da questo dictat.
Una viscida politica di "unità nella diversità" quando si trattava dell'uso del terrore ha caratterizzato la vita di Yassin nel suo rapporto con l'Autonomia in generale. Ogni giorno della vita di Yassin è stato un contributo mortale alla proibizione per tutta la popolazione palestinese di fare la pace con Israele, ogni suo gesto trascinava la guerra palestinese per la terra dentro, una dimensione di generale odio anti occidentale e religioso, in cui uccidere gli ebrei era un ordine dal cielo prima ancora che una strategia, e la "intifada delle moschee" veniva prima di quella per la patria indipendente. Yassin era un veto per la pace.

Eppure, lo sappiamo bene, quando la sua eliminazione è avvenuta nell'ambito di una tragica guerra contro il terrorismo che pretende senza remissione la difesa della popolazione civile, pena altri morti innocenti sugli autobus e nelle pizzerie, abbiamo di nuovo sentito il coro europeo di disprezzo e condanna unirsi a quello del mondo arabo: ambedue hanno giustificato il proprio disappunto sulla linea della illegitimità dell'azione "extragiudiziaria": come se la legittima difesa, la necessità e il dovere immediato di salvare vite umane non avesse alcun valore, mentre lo ha ben chiaro, in qualsiaso contesto democratico di legge; come se fosse legittimo tanto cinismo, tanto rifiuto di responsabilità, tanta menzogna ("Un povero vecchio tetraplegico, un leader spirituale"!) quando a essere destinati a morire sono gli ebrei. Nessuno ha osato portare giustificazioni morali al proprio sdegno; ma oltre all'argomento legalistico, si è fatto grande uso di un'altro tipico inganno concettuale: "così si genera altro odio, altra vendetta, ogni reazione suscita un ciclo di violenza in crescita".

Questa, purtroppo, è una pura menzogna. Purtroppo, perché altrimenti davvero sarebbe possibile interagire col terrorismo e, forse, placarlo come hanno pensato gli spagnoli quando hanno risposto all'attentato di Madrid alzando le mani; putroppo, perché è un vero peccato essere obbligati a battersi contro un nemico tanto crudele e senza norme come il terrorismo, è rischioso per la democrazia, costringe a abbandonare la logica virtuosa del mondo occidentale, che considera che ogni gesto abbia una sua causa, ogni violenza una sua possibile pacificazione.
Non è così: essendo più gentili con i terroristi non li convinceremo a essere meno aggressivi, o persino a concedere una tregua, né, tantomeno, la pace. Il terrorismo islamista ha uno scopo scritto a chiare lettere nei discorsi e negli scritti dei suoi leader militari e spirituali che siano: è una guerra totalitaria di conquista, decisa a procedere fino alla vittoria, formatasi negli anni della guerra dei talibani in Afghanistan, quando Bin Laden e gli altri immaginarono di essere stati loro e solo loro ad aver causato la sconfitta sovietica.
"Abbiamo sconfitto una delle due potenze mondiale, l'abbiamo portata al collasso completo e al crollo del regime sovietico. Adesso tocca agli USA e ai suoi alleati". Fu allora che Bin Laden dichiarò la sua guerra ai "crociati e agli ebrei", allora che senza scherzare chiese a tutti gli infedeli di farsi mussulmani, pena l'annientamento e la sconfitta totale.

Quando si preparava l'attentato dell'11 di settembre il più pacifista dei presidenti americani, Bill Clinton, porgeva al mondo intero i suoi rami d'olivo; quando si preparava l'Intifada del terrorismo, Barak siedeva con Arafat a Camp David e poi a Taba offrendogli il 97% dei territori. Non c'è interazione col terrore, non c'è pacificazione possibile se non nell'avvento della democrazia nei Paesi che lo ospitano, lo nutrono, lo allenano.

Il fatto che Abu Ala, il Presidente palestinese, avesse come interlocutore-antagonista politico Yassin, ne faceva un ostaggio del terrorismo, e quindi un uomo incapace di combatterlo e di venire a qualsiasi compromesso di pace. Chi ama la pace deve desiderare che i terroristi vengano battuti innanzitutto: il terrorismo ne distrugge ogni accordo, e anche ogni desiderio.
E la cosa più ripugnante è forse che per cercare giustificazioni alla nostra pusillanimità, si cerchi di schiacciare Israele sotto responsabilità immaginarie e propagandistiche: se prendiamo per esempio l'episodio del bambino con la cintura di tritolo, il cui viso terrorizzato è apparso su tutte le televisioni del mondo, ho visto le più importanti reti di informazione, come la CNN, pretendere di spiegare il perché della sua scelta suicida e omicida descrivendone la vita nei campi profughi come "una vita che non è tale" a causa dell'occupazione, una vita che non vale la pena di essere vissuta, e a cui quindi si desidera porre termine. La disperazione è la chiave preferita per spiegare il terrore, perché laddove c'è disperazione qualcuno deve averla pur causata, e quindi è lecito tornare al solito pattern delle responsabilità di Israele.

La realtà per chi la conosce, è completamente diversa: non che non ci sia disperazione e pena nel mondo palestinese trascinato in questa follia da capi indegni di guidarlo. C'è, e speriamo che la leadership attuale riesca ad emanciparsi dal terrorismo e torni a sedersi con Israele a parlare di due stati per due popoli.

C'è anche la difficoltà da parte di Israele a combattere una guerra che talora trascina con sé innocenti e bambini, dato che la si combatte (in tutto il mondo) non fra due eserciti convenzionali, non con le regole della convenzione di Ginevra, ma cercando di catturare o fermare civili, i terroristi, che si annidano, si nascondono fra i civili e se ne servono abbondantemente. La verità tuttavia è che spesso i terroristi, anche bambini, non vengono reclutati sulla base della disperazione: la loro appartenenza sociale lo dimostra secondo tutti gli studi statistici.

La verità è che lo shahid è una figura simbolo per la quale la tv palestinese, la radio, i giornali, i libri di testo, il discorso sociale corrente, ha creato un'aura di alta considerazione, una venerazione che si riverbera nei manifesti sui muri, nella parole di Arafat, nei nomi di terroristi che vengono dati ai campi estivi e a altre istituzioni pubbliche in cui si crescono i bambini, nell'intera piramide sociale e culturale palestinese. I bambini sono un'arma strategica di questa Intifada.

Gli esempi di indottrinamento sono infiniti, i videoclip che alla tv vengono mandati e rimandati in onda mentre affascinanti canzoni descrivono il paradiso che aspetta lo shahid bambino, o mentre un padre legge la lettera del figlio che gli chiede di non piangere sono all'ordine del giorno. Eppure la chiave che a noi occidentali è più cara, è quella della cornice concettuale colonialista, in cui la sofferenza del popolo è causata da un bieco sfruttatore: Israele. E' difficile sopportare tanta ingiustizia informativa, tanto cinismo concettuale.

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