Verrà la guerra
giovedì 13 febbraio 2003 Panorama 0 commenti
Il vincitore Sharon vuole un esecutivo di coalizione con i laburisti e Shinui. Per non avere ostacoli al piano di pace americano.
Che ci fa Ephraim Ha Levy, ex guida del Mossad, oggi capo della sicurezza nazionale di Israele a Washington, da Condoleezza Rice, proprio in giorni cruciali per Israele come quelli del dopo elezioni? Discute della guerra con l’Iraq, certo, ma anche del nuovo governo. E parla della prossima visita che Ariel Sharon vorrebbe fare a George Bush: l’ottava da quando è premier. Perché una così intensa frequentazione? Perché il fronte su cui l’anziano primo ministro, forte di 38 seggi (la Knesset ne ha 120), costruisce il suo nuovo governo è largo quanto dal Mediterraneo al di là dell’oceano; e il programma di Sharon guarda molto lontano, molto oltre i confini. E la bella casa nel quartiere di Talbje, dietro il Teatro di Gerusalemme, dove il presidente della repubblica Moshe Katzav ha aperto le consultazioni, non è in realtà che una tappa minore. La geografia delle trattative è altra: il deserto del Negev, nella fattoria di Sharon, a Tel Aviv nell’ufficio di Shimon Peres (molto più che nella sede del Partito laburista) e a Washington, alla Casa Bianca. Tutto il resto, settler, religiosi, Pace adesso, persino il grande vincitore, Tommy Lapid, capo di Shinui (15 seggi), si agita sullo sfondo. Il governo che Sharon sta cercando di comporre in questi giorni, dopo il trionfo elettorale, trova un ostacolo micidiale nel rifiuto di Amram Mitzna, il segretario laburista sconfitto (19 seggi) e convinto che la sua unica possibilità di ripresa sia l’opposizione. Sharon non sente con piacere il canto delle sirene che gli innalza la destra in questi giorni, promettendogli un governo forte e stabile. Per Sharon, a meno che non debba cambiare idea per forza, in questo momento il governo di destra, benché sia il più facile da formare e conti fra 65 e 70 seggi, non è desiderabile. Sharon vuole più di ogni altra cosa avere le mani libere dalle pastoie dei coloni e dei partiti religiosi; vuole con sé la sinistra e il partito laico di Shinui. Perché? Prima di tutto, Sharon sente che il pubblico non ama le posizioni oltranziste della destra; che vuole la pace, non la guerra. Una politica dura di punizione non è il mandato degli elettori, che vogliono solo essere difesi dal terrorismo, non occupare i Territori. Sharon ha mandato segnali chiari: durante la campagna elettorale e persino nella rischiosa fase delle primarie ha più volte dichiarato la sua disponibilità a uno stato palestinese (purché disarmato) e a tornare alle trattative purché il terrorismo cessi. Ha anche avviato lavori intensi, non così segreti, fra un suo gruppo guidato dal ministro Dan Meridor e una delegazione di notabili palestinesi: si discute la cosiddetta «Road map» che l’amministrazione americana ha accettato di non gettare sul tavolo finché Israele non abbia un governo. O magari finché non finisce la guerra con l’Iraq. Perché è allora che George Bush avrà bisogno di tutta la flessibilità di Israele, quando si tratterà di non irrigidire l’Islam e di dimostrare che ci si prende cura del fronte palestinese. Sharon dunque si sforza ora di creare le condizioni per un regalo a Bush: un governo malleabile, che sia pronto a sgomberare almeno parte dei Territori, a fronte di un cambiamento di regime fra i palestinesi. Bush ha promesso a Sharon che le «penose concessioni» non verranno prima che una qualche democratizzazione dell’Autonomia palestinese, e cioè il tramonto di Yasser Arafat, in un modo o nell’altro fornisca garanzie a Israele. Tutto lo scenario va verso un nuovo Medio Oriente postbellico, in cui un governo di destra, con nazionalisti e religiosi, diventerebbe una palla al piede. Di fronte al diniego di formare un governo di coalizione con Sharon, Amram Mitzna, il segretario dei laburisti, nel partito comincia ad avere molti critici: nel primo momento di guerra, da quando il 15 di febbraio verrà dichiarato lo stato d’emergenza, fare l’opposizione diventerà impossibile. «E soprattutto » dice Shimon Peres, che con Fuad Ben Eliezer, ex ministro della Difesa, è visto come la quarta colonna di un eventuale governo di coalizione, «ascoltiamo anzitutto cosa propone Sharon e poi prendiamo una decisione. Se Sharon è pronto a sgomberare Gaza, a rinnovare le trattative con i palestinesi, a muoversi velocemente verso la separazione con un muro, non vedo perché non dovremmo rifletterci su». Peres non si limita a sperare che questo avvenga, e magari di poter diventare ministro degli Esteri, ma sta anche segretamente cercando di formare un blocco di centrosinistra che includa i laburisti, Shinui (i laici di Lapid), Am Ehad (il partito di ispirazione social-sindacale) e Meretz, lo stropicciato partito di estrema sinistra, che ha visto dimezzati i suoi voti. Il blocco conterebbe 43 deputati e potrebbe portare Sharon a cedere su molti punti, stabilendo così un sentiero praticabile per un governo di unità nazionale. Sharon d’altra parte, sapendo che Peres non è disposto a forzare fino in fondo i rapporti con il suo partito, semmai aspetterà che la situazione di emergenza prossima ventura costringa tutti a un ripensamento. Intanto, parla con piacere col suo amico Tommy Lapid, il capo del nuovo partito laico, e lo vede come partner ideale, quello che ricondurrà i religiosi a più miti consigli, costringendoli ad abbandonare sogni di egemonia politica sullo stato, portandoli a fare il servizio militare e a pagare le tasse. Con Lapid, Sharon potrebbe formare governi di sinistra e di destra: il sarcastico giornalista ungherese trasformatosi in politico potrebbe essere il suo asso nella manica: ma ciascuno ha le sue idiosincrasie e Lapid non vuole sedersi negli stessi banchi con i religiosi, che per altro lo odiano. Ma anche questo può cambiare: la guerra e Bush aiuteranno. Quando arriverà l’ordine degli americani alle truppe di stanza in Medio Oriente, forse, arriverà anche la coalizione. ●
Che ci fa Ephraim Ha Levy, ex guida del Mossad, oggi capo della sicurezza nazionale di Israele a Washington, da Condoleezza Rice, proprio in giorni cruciali per Israele come quelli del dopo elezioni? Discute della guerra con l’Iraq, certo, ma anche del nuovo governo. E parla della prossima visita che Ariel Sharon vorrebbe fare a George Bush: l’ottava da quando è premier. Perché una così intensa frequentazione? Perché il fronte su cui l’anziano primo ministro, forte di 38 seggi (la Knesset ne ha 120), costruisce il suo nuovo governo è largo quanto dal Mediterraneo al di là dell’oceano; e il programma di Sharon guarda molto lontano, molto oltre i confini. E la bella casa nel quartiere di Talbje, dietro il Teatro di Gerusalemme, dove il presidente della repubblica Moshe Katzav ha aperto le consultazioni, non è in realtà che una tappa minore. La geografia delle trattative è altra: il deserto del Negev, nella fattoria di Sharon, a Tel Aviv nell’ufficio di Shimon Peres (molto più che nella sede del Partito laburista) e a Washington, alla Casa Bianca. Tutto il resto, settler, religiosi, Pace adesso, persino il grande vincitore, Tommy Lapid, capo di Shinui (15 seggi), si agita sullo sfondo. Il governo che Sharon sta cercando di comporre in questi giorni, dopo il trionfo elettorale, trova un ostacolo micidiale nel rifiuto di Amram Mitzna, il segretario laburista sconfitto (19 seggi) e convinto che la sua unica possibilità di ripresa sia l’opposizione. Sharon non sente con piacere il canto delle sirene che gli innalza la destra in questi giorni, promettendogli un governo forte e stabile. Per Sharon, a meno che non debba cambiare idea per forza, in questo momento il governo di destra, benché sia il più facile da formare e conti fra 65 e 70 seggi, non è desiderabile. Sharon vuole più di ogni altra cosa avere le mani libere dalle pastoie dei coloni e dei partiti religiosi; vuole con sé la sinistra e il partito laico di Shinui. Perché? Prima di tutto, Sharon sente che il pubblico non ama le posizioni oltranziste della destra; che vuole la pace, non la guerra. Una politica dura di punizione non è il mandato degli elettori, che vogliono solo essere difesi dal terrorismo, non occupare i Territori. Sharon ha mandato segnali chiari: durante la campagna elettorale e persino nella rischiosa fase delle primarie ha più volte dichiarato la sua disponibilità a uno stato palestinese (purché disarmato) e a tornare alle trattative purché il terrorismo cessi. Ha anche avviato lavori intensi, non così segreti, fra un suo gruppo guidato dal ministro Dan Meridor e una delegazione di notabili palestinesi: si discute la cosiddetta «Road map» che l’amministrazione americana ha accettato di non gettare sul tavolo finché Israele non abbia un governo. O magari finché non finisce la guerra con l’Iraq. Perché è allora che George Bush avrà bisogno di tutta la flessibilità di Israele, quando si tratterà di non irrigidire l’Islam e di dimostrare che ci si prende cura del fronte palestinese. Sharon dunque si sforza ora di creare le condizioni per un regalo a Bush: un governo malleabile, che sia pronto a sgomberare almeno parte dei Territori, a fronte di un cambiamento di regime fra i palestinesi. Bush ha promesso a Sharon che le «penose concessioni» non verranno prima che una qualche democratizzazione dell’Autonomia palestinese, e cioè il tramonto di Yasser Arafat, in un modo o nell’altro fornisca garanzie a Israele. Tutto lo scenario va verso un nuovo Medio Oriente postbellico, in cui un governo di destra, con nazionalisti e religiosi, diventerebbe una palla al piede. Di fronte al diniego di formare un governo di coalizione con Sharon, Amram Mitzna, il segretario dei laburisti, nel partito comincia ad avere molti critici: nel primo momento di guerra, da quando il 15 di febbraio verrà dichiarato lo stato d’emergenza, fare l’opposizione diventerà impossibile. «E soprattutto » dice Shimon Peres, che con Fuad Ben Eliezer, ex ministro della Difesa, è visto come la quarta colonna di un eventuale governo di coalizione, «ascoltiamo anzitutto cosa propone Sharon e poi prendiamo una decisione. Se Sharon è pronto a sgomberare Gaza, a rinnovare le trattative con i palestinesi, a muoversi velocemente verso la separazione con un muro, non vedo perché non dovremmo rifletterci su». Peres non si limita a sperare che questo avvenga, e magari di poter diventare ministro degli Esteri, ma sta anche segretamente cercando di formare un blocco di centrosinistra che includa i laburisti, Shinui (i laici di Lapid), Am Ehad (il partito di ispirazione social-sindacale) e Meretz, lo stropicciato partito di estrema sinistra, che ha visto dimezzati i suoi voti. Il blocco conterebbe 43 deputati e potrebbe portare Sharon a cedere su molti punti, stabilendo così un sentiero praticabile per un governo di unità nazionale. Sharon d’altra parte, sapendo che Peres non è disposto a forzare fino in fondo i rapporti con il suo partito, semmai aspetterà che la situazione di emergenza prossima ventura costringa tutti a un ripensamento. Intanto, parla con piacere col suo amico Tommy Lapid, il capo del nuovo partito laico, e lo vede come partner ideale, quello che ricondurrà i religiosi a più miti consigli, costringendoli ad abbandonare sogni di egemonia politica sullo stato, portandoli a fare il servizio militare e a pagare le tasse. Con Lapid, Sharon potrebbe formare governi di sinistra e di destra: il sarcastico giornalista ungherese trasformatosi in politico potrebbe essere il suo asso nella manica: ma ciascuno ha le sue idiosincrasie e Lapid non vuole sedersi negli stessi banchi con i religiosi, che per altro lo odiano. Ma anche questo può cambiare: la guerra e Bush aiuteranno. Quando arriverà l’ordine degli americani alle truppe di stanza in Medio Oriente, forse, arriverà anche la coalizione. ●
