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Vecchio continente, vecchio pregiudizio

giovedì 1 gennaio 2004 Diario di Shalom 0 commenti
Il balletto della Comunità Europea sulla Conferenza sull’antisemitismo e le ripicche di Prodi non sono state un bello spettacolo: di nuovo, come se la Conferenza, che alla fine tuttavia si farà, dovesse essere intesa come un premio per il buon comportamento degli ebrei oppure la sua cancellazione come un ammonimento per chi pretende di alzare la voce, ohibò. Ma, di contro, le piccole bombe che sono esplose negli ultimi giorni di dicembre sul viso della Comunità Europea stessa, e innanzitutto a casa di Romano Prodi (ringraziamo il cielo che non si sia fatto neppure un graffio) e poi da Troche, presidente della Banca Centrale, e infine all’Europol dell’Aja non avrebbero potuto essere più simboliche.

Il fatto è che l’Europa ha sbagliato i suoi calcoli e la sua linea culturale e politica verso gli ebrei la sta sommergendo delle sue proprie scorie. L’abbandono di Israele che inziò nel 1967 l’ha via via avvolta in un torrente di bugie giustificatorie e al contempo aggressive, di esagerazioni, di cinismo che ha un potenziale distruttivo di cui cominciamo a avvertire la potenza nelle indagini statistiche e negli attacchi antisemiti in continuo aumento. Sappiamo benissimo tutti, purtroppo, la storia dell’antisemitismo europeo, di quello teologico, di quello razzista, e quindi non ci soffermeremo qui su di esso, salvo che per ricordare come all’ultima sua riemersione abbia trascinato con sé il Vecchio Continente nella rovina. .

Oggi, antisemitismo europeo ha repugnanti punti di contatto con quello dell’estremismo islamico quando Israele e gli ebrei in genere vengono visti come una nazione egoista, complottarda e avida di dominio, e anche incurante o addirittura desiderosa del sangue altrui. .

L’attuale antisemitismo in Europa è frutto della resistenza di Israele, ovvero dello Stato degli Ebrei a non accettare il destino riservato, appunto, dall’Europa agli ebrei: essere perseguitati oppure confarsi a regole altrui. In altre parole, l’antisemitismo odierno ha un’origine strettamente politica e si avvia dunque ad avere conseguenze politiche di corruzione del dialogo e del linguaggio, di spazio per il terrorismo. Nel 1967 Charles De Gaulle abbandonò Israele priva di difese stabilendo un embargo in un momento in cui nessuno avrebbe certo giurato che lo Stato Ebraico sarebbe uscito vittorioso dalla Guerra dei Sei Giorni, al contrario; nel 1973 fu proibito agli aerei americani che portavano aiuto a Israele attaccata dalla Siria e dall’Egitto durante la Guerra del Kippur di sorvolare lo spazio aereo di quasi tutti gli Stati europei. Questa politica ebbe un imponente seguito e si munì come contenuto ideologico della colpevolizzazione indispensabile dello Stato contro cui si attuava una così ingiusta politica. Da allora, Israele è stata sempre ritenuta dall’Europa preventivamente colpevole, persino del rifiuto di Arafat a Camp David e a Taba, persino delle centinaia attacchi terroristici che la nuova Intifada ha lanciato contro autobus e caffè. Per giustificare questa bizzarra azione morale per cui la vittima è il colpevole, l’Europa ha prescelto di accusare Israele di peccati monumentali. Il nome “Jenin” è diventato molto più significativo di quello di “Degania” per caratterizzare lo spirito di Israele. .

Inoltre, la sempre crescente immigrazione mussulmana in Europa ha giocato un ruolo basilare per accellerare un processo di delegittimazione morale e anche fisica di Israele, e ha incoraggiato le scelte antisraeliane soprattutto dell’universo di sinistra e antiglobal. .

La situazione ha lievitato a tal punto, una tale quantità di follie sono state proferite, tali violenze sono state compiute, tutto quanto ha preso un andamento così vergognoso che l’Europa non ce la fa più a seguire la sua politica. Deve correre ai ripari, e sarà interessante vedere come lo fa. L’Italia con l’Inghilterra e la Spagna ha tenuto un comportamento dignitoso e gli Stati della nuova europa che entreranno a maggio a far parte della comunità non hanno intenzione sembra di abbracciare l’antisraelismo antiamericanismo dell’Europa carolingia. Questo certamente anche a causa del fatto che il contesto internazionale della guerra in Iraq, la cattura di Saddam Hussein, i movimenti di Gheddafi, della Siria, dell’Iran, dell’Egitto, il ridisporsi delle forze in Medio Oriente, mostrano una situazione in cui la politica europea non fa in genere bella figura, e al contrario, si mostra miope e perdente. L’estremismo antisemita che incendia, che fa dire all’ambasciatore francese a Londra “quel piccolo Paese di merda”, che fa premiare con l’elegante premio annuale dei cartoonist britannici una vignetta apparsa sull’Independent in cui Sharon nudo mastica un bambino palestinese mentre sullo sfondo elicotteri bombardano una città, che definisce “muro di apartheid” una barriera di difesa certo discutibile ma non criminalizzabile, è stata la conseguenza diretta della maniera in cui è stata letta nella maggior parte dell’Europa la guerra di difesa di Israele dopo l’attacco violento e del tutto inaspettato dell’Intifada, dopo, soprattutto, l’operazione Muro di Difesa che seguì la strage di Pasqua del 2002. La società israeliana e gli ebrei che sostengono Israele sono diventati dei paria morali, la politica israeliana una pura espressione di dominazione. Le accuse comprovate ad Arafat sono state lette dai dignitari europei come una mossa astuta quanto incauta del governo Sharon, da bypassare con una visita alla Mukata; l’esercito israeliano invece di essere impegnato in una difficile e talora tragica guerra contro il terrorismo in cui talvolta i civili pagano, è diventato una fonte di atroce volontaria persecuzione, la persecuzione degli ebrei contro i poveri e gli oppressi, l’espressione della volontà ebraica di dominare il mondo e anche la dimostrazione del fatto che gli ebrei “sono il male del mondo” (Theodorakis) e anche che sono come i nazisti (Saramago). Lo stesso, dicono gli Hezbollah, o Hamas, o gli striscioni delle dimostrazioni che si svolgono nelle città europee cui partecipano i noglobal e i movimenti filopalestinesi di origine mediorentale ma anche forze che in teoria dovrebbero mantenere una visione più chiara della situazione come il sindacato, o la sinistra tradizionale.

Adesso si avvicina la conferenza sull’antisemitismo della CE; Chirac ha dichiarato dopo l’ennesimo attacco antisemita che la Francia è con gli ebrei, schiere di politici specie di sinistra si preparano a celebrare con noi il giorno della Memoria. Perché in Europa essere antisemita, con quel che ha fatto il vecchio Continente agli ebrei, è inaccettabile, scorretto politicamente, rischioso alle elezioni, maleducato socialmente. E noi, che faremo noi ebrei? Non possiamo più credere che chi dice “il mio migliore amico è ebreo”, chi piange al nostro fianco per quello che è accaduto durante gli anni del nazifascismo sia per questo scevro da responsabilità nella crescita dell’antisemitismo: non parliamo della legittima critica a Israele che comunque a noi non da nessun fastidio, ma del palese doppio standard, di pregiudizi privi di fondamento storico o logico. In questa situazione, non dobbiamo e non possiamo rilasciare patenti di credibilità per ulteriori bugie, dopo che ne abbiamo visto tante. Se “il loro migliore amico è ebreo”, che almeno Israele non sia uno degli obiettivi più colpiti dalla loro malizia, dal loro pregiudizio, dal sospetto ontologico verso lo Stato degli ebrei.

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