Uniti dalla guerra, divisi dalla pace
giovedì 31 marzo 2005 Panorama 0 commenti
Soldati che si rifiutano di attaccare i coloni e altri che non vogliono combattere nei Territori. Per evitare la crisi dell’esercito Sharon sceglie la linea dura.
Nelle alte sfere dell’esercito nessuno vuole ammettere che la crisi è la più pericolosa che sia mai stata fronteggiata, molto di più dell’obiezione di coscienza di sinistra, che rifiuta di combattere nei Territori palestinesi. Questa volta è un’altra cosa, il numero degli obiettori molto maggiore, la determinazione tenace quanto può esserlo una scelta a sfondo religioso. Gli alti ufficiali seguitano a negare in pubblico che il mitico Tzahal, l’esercito israeliano, il tessuto connettivo del popolo e la sua trincea di difesa, davvero sia attraversato da una ferita. Eppure, è stato l’esercito stesso a denunciare la sua gravissima preoccupazione addirittura codificandola: il 15 marzo è stato emanato un vero e proprio codice di autodifesa di Tzahal contro le reclute e gli ufficiali che rifiutino di operare l’evacuazione dei coloni da Gaza nel luglio prossimo, quando circa 8 mila persone dovranno abbandonare case e strutture sociali che occupano, talora, da tre generazioni. Il pubblico è venuto a conoscenza del documento malgrado la discrezione di Tzahal. Un soldato che rifiuti di seguire gli ordini verrà «rapidamente e severamente punito» dopo che si sia tentato di farlo recedere dalle sue posizioni. Un ufficiale, poi, verrà chiamato a colloquio e invitato a rinunciare alla sua scelta. Se rifiuterà, verrà privato del grado e processato dalla corte marziale. Il giorno precedente il capo di stato maggiore Moshe Yaalon aveva dichiarato testualmente: «Abbiamo una politica ben chiara nell’esercito: chi rifiuta non è più con noi. Non ci impiglieremo nella trappola delle petizioni politiche. Sono minoritarie. Sul campo, del resto, non trovo segno di tanta obiezione». E ha aggiunto, a ogni buon conto, che ai soldati è proibito firmare petizioni. In realtà 10 mila firme sono state già raccolte sotto il nome di «Operazione defensive shield», scudo di difesa, un’ironica citazione dell’attacco lanciato dal premier Ariel Sharon nell’aprile del 2002 contro il terrorismo: si tratta di circa un sedicesimo dell’esercito, escluse le riserve (poco più di 400 mila uomini). Gli episodi si moltiplicano: fra i 36 ufficiali che hanno firmato una personale lettera di rifiuto, sei sono stati privati del grado. E anche una minoranza di soldati laici non se la sente di sradicare i coloni. Ma sono i religiosi, ovviamente, a essere i protagonisti del rifiuto. Un’indagine del quotidiano Maariv calcola che il 36 per cento dei soldati con la kippà non vogliano operare lo sgombero, e la spaccatura fra laici e religiosi è stata sempre lo spauracchio del sionismo, fin dal tempo di Ben Gurion. Il loro rifiuto è dunque un trauma distruttivo per l’esercito, anche perché essi sono tra i soldati migliori. La speranza è nel fatto che i rabbini sono schierati su sponde opposte. Uno dei più importanti, rabbi Aviner, ha dichiarato che non obbedire agli ordini per un soldato israeliano è come mettere a rischio la vita di tutti. E la vita per l’Ebraismo è sacra. Altri temono che molti non rifiuteranno ma si daranno malati: per non creare ulteriori spaccature, l’esercito non andrà a cercarli a casa.
Nelle alte sfere dell’esercito nessuno vuole ammettere che la crisi è la più pericolosa che sia mai stata fronteggiata, molto di più dell’obiezione di coscienza di sinistra, che rifiuta di combattere nei Territori palestinesi. Questa volta è un’altra cosa, il numero degli obiettori molto maggiore, la determinazione tenace quanto può esserlo una scelta a sfondo religioso. Gli alti ufficiali seguitano a negare in pubblico che il mitico Tzahal, l’esercito israeliano, il tessuto connettivo del popolo e la sua trincea di difesa, davvero sia attraversato da una ferita. Eppure, è stato l’esercito stesso a denunciare la sua gravissima preoccupazione addirittura codificandola: il 15 marzo è stato emanato un vero e proprio codice di autodifesa di Tzahal contro le reclute e gli ufficiali che rifiutino di operare l’evacuazione dei coloni da Gaza nel luglio prossimo, quando circa 8 mila persone dovranno abbandonare case e strutture sociali che occupano, talora, da tre generazioni. Il pubblico è venuto a conoscenza del documento malgrado la discrezione di Tzahal. Un soldato che rifiuti di seguire gli ordini verrà «rapidamente e severamente punito» dopo che si sia tentato di farlo recedere dalle sue posizioni. Un ufficiale, poi, verrà chiamato a colloquio e invitato a rinunciare alla sua scelta. Se rifiuterà, verrà privato del grado e processato dalla corte marziale. Il giorno precedente il capo di stato maggiore Moshe Yaalon aveva dichiarato testualmente: «Abbiamo una politica ben chiara nell’esercito: chi rifiuta non è più con noi. Non ci impiglieremo nella trappola delle petizioni politiche. Sono minoritarie. Sul campo, del resto, non trovo segno di tanta obiezione». E ha aggiunto, a ogni buon conto, che ai soldati è proibito firmare petizioni. In realtà 10 mila firme sono state già raccolte sotto il nome di «Operazione defensive shield», scudo di difesa, un’ironica citazione dell’attacco lanciato dal premier Ariel Sharon nell’aprile del 2002 contro il terrorismo: si tratta di circa un sedicesimo dell’esercito, escluse le riserve (poco più di 400 mila uomini). Gli episodi si moltiplicano: fra i 36 ufficiali che hanno firmato una personale lettera di rifiuto, sei sono stati privati del grado. E anche una minoranza di soldati laici non se la sente di sradicare i coloni. Ma sono i religiosi, ovviamente, a essere i protagonisti del rifiuto. Un’indagine del quotidiano Maariv calcola che il 36 per cento dei soldati con la kippà non vogliano operare lo sgombero, e la spaccatura fra laici e religiosi è stata sempre lo spauracchio del sionismo, fin dal tempo di Ben Gurion. Il loro rifiuto è dunque un trauma distruttivo per l’esercito, anche perché essi sono tra i soldati migliori. La speranza è nel fatto che i rabbini sono schierati su sponde opposte. Uno dei più importanti, rabbi Aviner, ha dichiarato che non obbedire agli ordini per un soldato israeliano è come mettere a rischio la vita di tutti. E la vita per l’Ebraismo è sacra. Altri temono che molti non rifiuteranno ma si daranno malati: per non creare ulteriori spaccature, l’esercito non andrà a cercarli a casa.
