Una soluzione inaccettabile
giovedì 1 novembre 2001 Diario di Shalom 0 commenti
La guerra degli Stati Uniti contro il terrorismo sarà lunga: è difficile oggi prevedere quali ne saranno i risultati finali. Poiché si tratta di un grande Paese democratico che combatte una guerra giusta, ho una sincera fiducia che dopo i terroristi di Al Qaida cadano come carte anche molte altre organizzazioni terroristiche, persino quelle incastonate nelle finanze e negli edifici della Siria, dell'Iran, dell'Iraq, della Libia, dell'Africa maghrebina, del Sudan, del Libano, dell'Egitto, dell'Autonomia Palestinese e quant'altro. Non è del tutto evidente, dato che alcuni dei Paesi nella coalizione ospitano, finanziano e approvano, e altri invece soffrono da anni (come l'Egitto) le loro organizzazioni terroriste senza riuscire a sconfiggerle. Ma gli USA propongono un ordine mondiale diverso, in cui il terrorismo venga lentamente ma sicuramente espulso e sconfitto, e per farlo hanno anche intrapreso una politica molto audace di avvicinamento, a momenti sorprendente, con quei Paesi che fino a prima dell'attacco terroristico alle Twin Towers e al Pentagono erano guardati con sospetto e severità. Ma ogni epoca ha regole nuove. Soltanto, è davvero difficile accettare il fatto che da quando è in corso la Guerra al Terrore con la T maiuscola, quello di Bin Laden, invece il terrorismo (certo più piccolo quantitativamente) che ha colpito così crudelmente Israele, che ha lasciato sul terreno quest'anno più di duecento persone, sia diventato un Terrorismo con giustificazione. Ho sentito il Ministro della Cultura, Urbani, che con voce molto accorata diceva che per carità, non si confonda il terrorismo di Bin Laden con quello antisraeliano, che è tutta un'altra cosa! Ora, la definizione generalmente accettata parla chiaro, esistono biblioteche su di essa. Dopo la Guerra Fredda in cui i comunisti avevano fatto del tuo terrorista il mio combattente per la libertà, un generale consenso che nasce dalla accettazione della primogenitura dei diritti umani definisce il terrorismo come un attacco deliberato a civili, con lo scopo di uccidere. Il fine politico viene ritenuto dagli studiosi completamente irrilevante: anche i più appassionati della causa palestinese, anche quelli che ritengono che Arafat abbia ragione su tutta la linea, non possono pensare, se il tema della libertà e dei diritti civili non è per loro irrilevante, che Hamas e la Jihad non compiano attentati terroristici, ma qualcos'altro. Che per esempio facciano politica. Perché il terrorismo è la violazione ultimativa dei diritti dell'uomo, il diritto di vivere tranquilli nelle strade della propria città, quello di portare i bambini a scuola, di mangiare al ristorante, di andare al concerto; alla fine, di vivere. Dunque Israele si aspettava di essere finalmente compresa almeno per questo aspetto, per questo incredibile, minuto attacco quotidiano, fra bombe, terroristi suicidi, agguati per le strade. Non solo questo non è successo, ma proviamo a enumerare invece quello che è accaduto: la Siria (che ospita undici organizzazioni terroriste e dichiara ad ogni istante che Israele non ha nessun diritto a proclamare gli attacchi di Hamas "terrorismo" in quanto sono atti di giustizia) è entrata nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU. L'ONU stessa, dopo aver tenuto a Durban una conferenza contro il razzismo che invece ha ospitato soprattutto i segni terrificanti di un antisemitismo senza precedenti, ha avuto il premio Nobel per la Pace. Senza contare che l'UNIFIL, la forza dell'ONU che dovrebbe sovrintendere alla legalità internazionale fra Libano e Israele, ha consentito e velato di oscure trame il rapimento di tre soldati israeliani di cui i genitori non sanno neppure se sono vivi o morti. Arafat è stato invitato da Tony Blair con tutti gli onori prima che si decidesse a mettere in prigione qualche terrorista di Hamas o della Jihad; le due suddette organizzazioni che hanno compiuto quasi tutti gli attentati in Israele nell'ultimo anno, non sono state incluse nella lista delle organizzazioni indicate come nemico pubblico in questa guerra. Israele ha dovuto andarsene dal quartiere di Abu Sneina a Hevron e sollevare le sanzioni (la chiusura dei blocchi militari fra Autonomia e Israele) senza ricevere un vero impegno di fermare il terrorismo da parte di Arafat; Bush e Colin Powell hanno annunciato un piano americano di pace per l'area che sarà certamente ottimo, ma sempre prima che, secondo i piani Mitchell e Tenet, Arafat abbia fatto osservare un vero cessate il fuoco e per il quale di certo gli israeliani non sono stati consultati. Israele in sostanza viene zittito ad ogni istante, perché non disturbi una dinamica che lo prescinde e talvolta di sicuro lo scavalca. Come si dice ai bambini difficili: "E' per il tuo bene". Mi ha particolarmente impressionato un dibattito tenuto nell'apparentemente gelido salotto della BBC: un gruppo di giornalisti, arabi, americani, inglesi, afgani, tutti concordavano su un punto solo. Che questa crisi porterà finalmente a una svolta dei rapporti degli USA con Israele. L'America, dicevano convinti tutti gli intervenuti, abbandonerà Israele. Io non ci credo. Perché ritengo l'America un Paese con un forte senso morale, anche se molto fiera e determinata nella sua supremazia. Ad Israele infatti, non veniva più attribuito nel corso di questo dibattito, ed era del tutto evidente, un valore morale e vitale nel senso della continuità ebraica, del diritto degli ebrei a un loro Stato, e tantomeno veniva dato valore al fatto che si trattasse di uno Stato democratico nel Medio Oriente. Penso che invece gli Stati Uniti abbiano sempre dato importanza a questi valori. Non sono tanto certa che sia lo stesso per un'Europa che non ha mai amato Israele, e che ne ha sempre temuto il valore perturbante. Ma se si vuole coltivare l'illusione che davvero esista la possibilità di calmare il moloch dell'integralismo islamico col sacrificio di Israele, questo è un grandissimo errore. I motivi fondamentali dell'odio antisraeliano non risiedono solo in una complessa questione territoriale, ma soprattutto nella sua identificazione con l'Occidente. All'interno dello stesso mondo arabo l'enfasi sulla questione israeliana viene posta soltanto quando si fa politica di fronte al mondo occidentale, altrimenti il vero punto è il senso di disprezzo, di invidia e di disgusto che l'integralismo islamico prova verso un sistema di valori di cui Israele fa parte. Si chiama: sistema delle libertà.
