Una sconfitta per il sionismo
venerdì 1 settembre 2000 Diario di Shalom 0 commenti
Joe Lieberman, vicepresidente candidato come 'secondo' di Al Gore, rappresenta la banalità del bene, e insieme una fantastica innovazione: è un bravo, normalissimo politico ebreo che può invece cambiare soprattutto la storia di alcuni concetti, in particolare di quello del sionismo. Joe è un ebreo americano come si deve, la cui appartenenza etnico-cultural-religiosa non ne fa per niente uno spostato o un genio, la cui appartenenza nazionale è indiscutibilmente quella del Paese in cui vive da fedele cittadino, gli USA, e per il quale il punto interrogativo se trasferirsi in Israele deve essere stato molto lieve. E' sposato da sempre con la medesima (simpatica) moglie, e benché sia il candidato a vicepresidente degli Stati Uniti per la parte democratica, è un falco in politica internazionale: avrebbe voluto mandare le truppe di terra in Serbia e armare il Kosovo, vorrebbe farla finita con Saddam Hussein e per quanto riguarda Israele, l'avrebbe aiutata più di Clinton nel conflitto con il mondo arabo. Anche su altre questioni che definiscono se un uomo appartiene alla destra o alla sinistra, come l'aborto, o l'affirmative action, o l'educazione, Joe è sceso a patti con se stesso ed ha preso posizioni abbastanza liberali, ma il suo cuore non è quello di un rivoluzionario. Benché non porti la kippà, incita gli ebrei ad andare alla sinagoga, va sempre a fare minian se ce n'è bisogno, ed è shomer mitzvot. Insomma, rappresenta di per sé un fatto rivoluzionario, perché mai c'è stato un candidato vicepresidente ebreo nella storia degli USA. Soggettivamente un conservatore moderato e un americano medio, niente affatto posseduto da quegli afflati da geniale esule di sinistra che caratterizzano la mitologia dell'ebreo errante, Lieberman non è un ebreo diasporico ma un ebreo americano, frutto della forza dell'immensa colonia locale di ebrei provenienti dall'Europa per lo più dopo la Seconda Guerra Mondiale. Lieberman è un superamericano che vive l'America come Terra di salvazione, proprio come tanti ebrei approdanti in Israele vivono questo Paese, e ciò pone per converso una quantità di problemi teorici non piccoli all'ebraismo sionista. Infatti un personaggio con una carica di integrazione così evidente, di certo seguiterà ad essere un amante di Israele, ma sancirà con il suo ruolo (se vincerà) che, una volta per tutte, esiste un mondo ebraico per cui "sionismo" è un parola che appartiene alla storia senza remissione, che lo "Stato degli ebrei" è lo Stato di una parte degli ebrei, e così sia. Questa è un'idea che ancora pochi, dalla Shoah in avanti, hanno teorizzato se non con un senso di snobismo che Aleph Beth Yeoshua stigmatizza quando dice: "Non è che gli ebrei siano stati costretti all'esilio: ci sono rimasti per loro volontà e per loro pigrizia, e sarebbe ora che diventassero parte del loro popolo, di una nazione normale". Se Lieberman diviene vicepresidente degli USA, dunque, sancirà che la sua normalità è quella di americano: sarà da una parte certamente un bene per gli ebrei, qualcosa di cui rallegrarsi perché la sua accettazione da parte del Paese più importante del mondo segnerà un avanzamento del nostro ruolo nella generale battaglia per l'eguaglianza, ma sarà anche un evidente smacco per il sionismo, ciò che invece per gli ebrei non è certo un fatto positivo. Sarà come un accento posto sul fatto che agli ebrei il mondo si apre ovunque essi si trovino e che il valore d'Israele non è oggettivo, ma può essere soggettivamente valutato e prescelto. E in questo c'è qualcosa di artificiale e di illusorio.
