Una scommessa in cui Israele si gioca il futuro
martedì 1 ottobre 2002 Diario di Shalom 0 commenti
Una scommessa - così grande che talvolta il suo peso risulta difficile da sopportare - divide il mondo. Si è svolta qualche settimana fa sotto le mura di Mukata, il palazzo fortezza di Arafat, e presto potrebbe assediare altri palazzi, altre fortezze. L'attuale situazione si capisce solo in vista di un largo scontro, che include la guerra che Bush promette a Saddam Hussein e che potrebbe indurre sia la Siria che l'Iran e gli altri stati autoritari dell'area a un cambiamento interno e, contestualmente, a una politica meno aggressiva. Il rischio di non farcela c'è: ma la contropartita si vede dal rischio che corre il mondo occidentale oggi, a fronte dell'uso massiccio del terrorismo dell'integralismo islamico, del suo finanziamento da parte di vari Stati, della sofferenza di una vasta porzione del mondo sotto il tallone di dittatori senza scrupoli, della preparazione di armi di distruzione di massa in Iraq, in Iran e altrove. Il rischio di chi gioca questa scommessa di non essere capiti, e quindi condannati dall'opinione pubblica internazionale, è grande. In gioco infatti non è l'oggi, o il domani, ma un lungo periodo di tempo, per il quale occorre pazienza, capacità di affrontare il pericolo, senso morale, convinzione della bontà sostanziale della nostra civiltà. E dal 1945 la parola guerra è, soprattutto in Europa, innominabile; combattere il male talora sembra peggio di ogni male in se stesso. L'attacco a Mukata è venuto dopo due anni interi di quella che lo scrittore e storico libanese Fouad Ajami ha chiamato non "l'Intifada di Al Aqsa" ma, tout court, "la guerra di Arafat": una guerra che si è ricordata solo in ritardo che il suo argomento basilare era l'occupazione israeliana; se n'è ricordata ex post, quando la guerra era esplosa senza ragioni evidenti se non per un profondo, interiore rifiuto; dopo che l'occupazione stessa era già in parte cessata in base all'accordo di Oslo e stava per essere completata in base a quegli accordi di Camp David basati sul rientro quasi completo di Israele dentro i confini del 67, con territori sostitutivi in cambio della piccola percentuale non restituita. Una guerra nata dopo tentativi di pace forse sinceri, che tuttavia non hanno cancellato la vis ultima di Arafat: negare Israele in sé, per le sue essenziali caratteristiche di Paese occidentale, inaccettabile ai suoi occhi nella zona. Una guerra combattuta con l'arma del terrore, sulla quale niente può essere detto che rientri nell'ambito dell'umano discorso che include la pietà e il senso di decenza; connessa all'insorgenza dell'integralismo islamico al galoppo nel mondo; nutrita da un odio coltivato capillarmente nelle scuole, nei media, nel discorso pubblico. Mentre Arafat era assediato a Mukata, si concludevano i campi estivi dei bambini palestinesi in cui creature di meno di dieci anni avevano avuto insegnamenti teorici e pratici di terrorismo suicida e istigazioni ad aborrire il nemico sionista; si svolgeva il processo di tre giovani palestinesi che avevano tentato di avvelenare gli avventori del caffè Rimon a Gerusalemme, dove lavoravano; si sventava il tentativo di avvelenare le acque di un ospedale. Questo va ben oltre l'accettabilità di un civile conflitto. Tuttavia, i giornali palestinesi portavano ancora traccia delle dimissioni del governo Palestinese indotte da Arafat per evitare di essere messo in minoranza l'11 settembre scorso; si parlava della possibilità di un primo ministro nella persona di Abu Mazen oltre al presidente Arafat; la sofferenza della gente dopo due anni di guerra si concretizzava in una improvvisa discussione interna, che non ha mai osato mettere in questione a fondo il terrorismo suicida, ma che ha dato pieno conto dell'ira sulla corruzione della leadership, sulla Intifada pagata col depauperamento e il lutto della popolazione. Mentre questo accadeva e Tzahal nelle città palestinesi sferrava una serie di attacchi tesi a distruggere le infrastrutture del terrore, gli attentati sono tuttavia (in misura minore) ripresi. Le rivendicazioni dell'attentato maggiore, sei morti su un autobus di Tel Aviv, sono state di Hamas ma l'assedio ha preso di mira Arafat: forse per la prima volta dall'inizio dell'Intifada, Mahmoud Dahlan, il suo luogotenente a Gaza, si è allora rivolto a Hamas per chiedergli di cessare dagli attentati terroristi suicidi. Ciò che è apparso come un tentativo di indurre Arafat all'esilio (pur senza toccarlo) equivale di fatto a segnare a dito le responsabilità profonde del momento: finché Arafat sarà ritenuto il leader dei palestinesi, ha segnalato lo smantellamento delle mura di Mukata, non ci sarà modo che una nuova leadership si faccia avanti; non ci sarà modo di veder concludersi o rallentare l'uso dell'arma strategica di questa guerra, il terrorismo; finché Arafat avrà un ruolo fondamentale, la guerra, la incapacità di trovare un compromesso, la connessione stabile con Stati finanziatori e sostenitori del terrore come l'Iraq l'Iran e la Siria, l'autocrazia e la corruzione avranno un ruolo centrale nell'Autorità Palestinese. Dicevamo che la scommessa è grande: la scommessa è più che grande, è globale. E' una scommessa molto simile a quella che George Bush ha fatto sostenendo l'indispensabilità di deporre Saddam Hussein. L'idea di fondo è quella che l'aggressività totale e terrorista del mondo arabo sia legata, molto più che alla sua antica civiltà o alla sua religione, alla politica di potere interno e ideologico dei suoi dittatori. Indicare un uomo, smantellarne il potere, è indicare la strada della democrazia. Immaginiamo per un attimo che nuove forze, nuovi uomini si facciano liberamente avanti a governare l'Autonomia Palestinese: c'è da scommettere che, quale sia il loro orientamento, la sofferenza di questi due anni di guerra, il fallimento del terrore come arma strategica, la diminuzione di ruolo sull'arena internazionale, ha probabilmente portato loro consiglio. Certo, per essere coerenti, avendo gli israeliani imboccato la strada di spingere con tutte le loro forze verso il ricambio, se esso ci fosse non potrebbero ignorare che con la democrazia deve indispensabilmente andare la libertà. Ed essere tanto coerenti da trovare la via verso il tavolo delle trattative in questo labirinto.
