Una rivoluzione per Sharon. Il ritiro da Gaza fa parte di un progetto con Usa ed Egitto. Che metterà Arafat nell’angolo
giovedì 17 giugno 2004 Panorama 0 commenti
Anche se la decisione dello sgombero è passata, la risoluzione del governo israeliano del 6 giugno può apparire, a ragione, pasticciata. Il giuoco delle mediazioni ha dettato formule oscure. Solo dopo una prima pagina che annuncia l’uscita da Gaza e da quattro insediamenti nella Cisgiordania si usa la parola «sgombero». E oltretutto l’inizio dello sgombero è previsto soltanto dopo una seconda votazione il 5 marzo 2005. Tutto questo perché il premier Ariel Sharon, dopo un primo schiaffo del partito Likud, che gli ha votato contro al referendum, ha deciso di perdere per strada meno pezzi possibile. E anche perché come gesto dimostrativo gli è bastato avere licenziato due ministri del Partito di unità nazionale (destra estrema) il giorno prima della riunione di governo. Ma non bisogna farsi ingannare dal polverone politico. La scelta di Sharon è una novità nella storia israeliana; e poiché le strade vecchie non sono servite, almeno qui c’è il buon auspicio della novità. La maggioranza degli israeliani (il 59 per cento) vuole andarsene da Gaza e da parte della Cisgiordania. Ma non per motivi ideologici: la demografia, l’economia, l’umanità d’Israele sono minacciate da luoghi in cui i palestinesi hanno la grande maggioranza e nessuno vuole vedere i figli morire per un pezzo di terra che comunque verrà restituita. Sharon vuole lasciare la terra quanto la sinistra, sì, ma solo per quello che serve alla sicurezza di Israele. E, dopo il tentativo fallito della road map, senza cercare un interlocutore, visto che non c’è altro che Yasser Arafat dall’altra parte. Perché la scelta di Sharon è rivoluzionaria? Anzitutto perché lui è lui: il generale considerato il maggiore protettore dei coloni, colui che solo pochi mesi fa diceva che Netzarim (segnata oggi sul documento come uno dei primi insediamenti da sgomberare) è come Tel Aviv. La formula «alla fine del 2005 non ci sarà un solo ebreo a Gaza» è volutamente terribile: Sharon sa come spaventare il nemico e come attrarre la sinistra. Questo cambierà la scena politica fino a trasformarla. Immaginiamo le elezioni oggi: con la sinistra a favore e parte della destra contro, Sharon è il perno di una rivoluzione che crea un partito di centro ed elimina potenzialmente coloni e radicali dalla partita. Inoltre, Sharon ha scombinato sia l’idea che la destra non voglia fare concessioni territoriali sia quella che esse debbano avvenire secondo canoni prefissati, ovvero lungo le linee del 1967. L’accordo con George W. Bush le ha spostate sui più realistici confini della demografia e della rinuncia al diritto al ritorno dei palestinesi. Infine: il migliore amico di Sharon in questa vicenda è Hosni Mubarak. L’Egitto, interessato a evitare che Gaza diventi una sentina di integralismo islamico sul suo confine, sta occupandosi apertamente di preparare le milizie palestinesi a mantenere l’ordine dopo lo sgombero e, sotterraneamente, a unificarle sotto un potere che non sia quello di Arafat, di cui l’Egitto non si fida più da tempo. Mubarak nel giuoco (anche se a lungo termine la sua affidabilità è molto dubbia) significa oggi una forza interessata, con Israele e gli Usa, e in fondo anche con l’Europa che però non lo vuol dire, a un cambiamento del potere palestinese.
