Fiamma Nirenstein Blog

Una pesante ipoteca

sabato 1 ottobre 2005 Diario di Shalom 0 commenti

Il ruolo di Hamas grava sul futuro dell'Autonomia palestinese
A quanta pazienza, a quanto pregiudizio positivo hanno diritto i palestinesi? Il mio sospetto è che la sua quantità probabilmente è quella del pregiudizio negativo che cade su Israele. Dopo il ritiro da Gaza, si facevano molti scenari. Certo. Si paventava l'avverarsi delle previsioni dell'ex capo dei "Servizi" Avi Dichter e di altri alti rappresentanti dei vari apparati di sicurezza, ci si preparava alla pioggia dei missili Kassam e al ringalluzzirsi di Hamas allo scopo di dimostrarsi legittimo padrone di Gaza e causa di una pretesa "fuga" di Israele.

E tuttavia alzi la mano chi non aveva sognato che, una volta che Gaza fosse per intero nella mani di quel milione e duecentomila palestinesi che erano costretti a vivere fra i check point e l'angustia della loro misera e affollata vita quotidiana, le cose avrebbero mostrato un volto nuovo e meno arcigno. Si sognava che i palestinesi avrebbero cominciato forse, fra l'altro, a lavorare nelle belle serre dei settler comprate da un consorzio internazionale per 14 milioni di dollari e donate all'Autonomia; che la gestione di una porzione di territorio relativamente vasta, avrebbe spinto alla creazione responsabile di infrastrutture gestite con un nuovo senso di rispetto per il pubblico; che i germi di una nuova democrazia avrebbero mostrato la necessità di educare i bambini e i giovani a valori diversi da quelli della guerra senza quartiere agli ebrei, dell'ideologia antisemita che invade le scuole; che sarebbe stato almeno dato il via a una politica antiterroristica, in cui Abu Mazen cominciasse a mettere in galera i criminali, desse il via al sequestro delle armi, impedisse le parate terroriste come attività sociale privilegiata; desse almeno un segnale, se la battaglia non si può vincere tanto rapidamente, che comunque quella era la strada.

Il silenzio è stato assordante. Quello che è successo l'abbiamo visto tutti. Mentre si sgomberava, già dentro Gaza le rese dei conti facevano fuori l'intoccabile Moussa Arafat, e altre sparatorie davano il segno della incredibile diffusione della violenza e della corruzione anche interna. Abu Mazen non riusciva a dire più che qualche timida parola di condanna, così come, a fronte della rivendicazione di Hamas di aver cacciato Israele con gli attentati terroristi, si associava, invece di prendere una posizione ideale nettamente diversa, all'idea che lo sgombero era stato ottenuto con gli shahid. E anzi, annunciava: "Dopo la piccola Intifada adesso è il momento della Grande Intifada"; "Dopo Gaza, Gerusalemme".

E allora Hamas ha capito che non correva grandi rischi se avesse proseguito sulla sua strada: e abbiamo avuto il bestiale rogo delle sinagoghe, la distruzione e il saccheggio delle stesse serre che, appartenendo ormai ai saccheggiatori, sparivano in un atto di selvaggia ignoranza quasi patetica; la pioggia di Kassam, 40 in una sola notte; lo scoppio di un camion di esplosivo nel centro di Gaza, di nuovo con il risultato di 21 morti e 80 feriti fra i palestinesi stessi; le continue parate di armi; la creazione di un museo "dei martiri", delle loro cinture, dei loro kalaschnikov, a Kfar Darom ribattezzata Città Sceicco Yassin; l'orribile rapimento con video in stile Al Qaeda che il 27 di ottobre ha gettato Israele nello sconcerto, l'uso del nuovo confine con l'Egitto per un enorme ingresso d'armi e di personaggi poco pacifici. Dopo 1061 morti e 6080 feriti nel corso dell'Intifada iniziata il 29 settembre 2000, si poteva credere di aver visto tutto, e invece le pessime sorprese continuano. E Abu Mazen seguita a restare immobile di fronte alle forche caudine di una scelta seria: o decretare una situazione di autentico scontro dentro l'Autonomia, un grande rischio che però comprende almeno la possibilità di vincere, o trovarsi in men che non si dica davanti a una terza Intifada che distrugge la possibilità di tornare alla Road Map che tutto il mondo auspicava e prevedeva dopo il disimpegno, e che quindi ne fa uno sconfitto di fronte alla storia e al suo popolo.

Non è di buon auspicio il suo invito a Hamas a partecipare alle elezioni e la sua grande insistenza sul fatto che le affermazioni di Sharon relative alla inaccettabilità di questa scelta, siano tentativi di ingerenza in fatti che riguardano solo l'Autorità palestinese. Non è vero: l'ammissione di una milizia armata e religiosa nell'ambito istituzionale le dona grande legittimità e maggiore potere di uccidere, le conferisce una forza politica molto concreta, fatta di posti di lavoro, insegnamento nelle scuole, uomini armati. Hamas non è un gruppo politico come tanti, sta sulla lista delle organizzazioni terroristiche sia negli Usa che anche nella Comunità Europea in tempi di guerra mondiale contro il terrore. La sua diffusione sempre maggiore, la sua collusione con altre organizzazioni terroristiche come gli Hezbollah e adesso anche Al Qaeda (per ammissione di alcuni suoi stessi membri a Gaza) è una minaccia evidente per qualsiasi processo di pace.

E' ridicolo che un'organizzazione con una Carta programmatica e teorica come quella di Hamas, che esprime un odio teologico disumano verso gli ebrei, promette di distruggere Israele, afferma il suo disprezzo verso tutto ciò che non sia l'Islam come Hamas se lo dipinge, pone tutto il suo onore nelle armi, sia oggi fantasticato dall'Europa, che ha già mandato parecchi suoi messi a incontrarlo, come un'organizzazione riassorbibile e gestibile per un processo di pace. Il contributo che noi possiamo dare alla pace è quello di spingere Abu Mazen a non tradire con patti spuri con Hamas la sua propria leadership, che ha promesso democrazia e pace (l'Europa gli ha destinato adesso 612 milioni di dollari, gli Usa hanno votato grandi aiuti speciali e quindi non mancano le leve su cui premere) e dargli una mano cosicché a Hamas vengano a mancare le risorse per ulteriori attentati terroristici. Sostenendo la partecipazione alle elezioni di Hamas, e lo si è visto bene nell'occasione dei giorni terribili successivi allo sgombero, l'Europa perderebbe la solita scommessa della ricerca della "stabilità", la tradizionale politica estera del vecchio continente: essa porterebbe solo a una maggiore, sanguinosa destabilizzazione del medioriente.

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