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Una pace definitiva?

venerdì 1 ottobre 1999 Diario di Shalom 0 commenti
Per l'ennesima volta le pietre e la sabbia del Medio Oriente vedono giorni fatali; il sorriso non è il loro forte, ma se avessero fattezze umane dedicherebbero almeno un'alzata di sopracciglia alle fanfare con cui si aprono i colloqui per lo 'Stato Definitivo' della zona. Definitivo! Chi può immaginare che davvero si dicano nel corso di cinque mesi - tanto è il tempo previsto per i primi risultati - parole 'definitive' su quella metafisica pietra bianca bagnata di sangue che è Gerusalemme; oppure sull'ipotetico ritorno in Palestina di più di un milione di profughi; o anche sullo sradicamento, da insediamenti che sono pezzi di cuore (oltre che un problema politico per tutti), di decine di migliaia di persone che non se ne vogliono andare; o sulle poche gocce d'acqua che sgorgano per grazia di Dio dalla terra arida e che dai tempi degli Assirobabilonesi sono oggetto di mortale contesa. Definitivo non è parola adatta a questa zona, e neppure alla storia degli ebrei, che nei millenni si inabissa e risale. Non saranno le strette di mano o le firme a interminabili 'papielli' che garantiranno Madeleine Albright e l'universo che da qui a cinquant'anni (più avanti non guarderei, nonostante le parole dei politici) la zona resterà tranquilla, se non in pace. Conforta di più, per esempio, che nelle scuole israeliane o alla televisione si insegni la storia della guerra del '48 vista anche dalla parte degli altri, con la fuga dei palestinesi ormai universalmente vissuta anche (se non esclusivamente, come proditoriamente vorrebbero alcuni) come una cacciata; conforta l'aperta e controversa abolizione delle "moderate pressioni fisiche" dello Shin Bet sui terroristi delle "bombe ticchettanti" da parte della Corte Suprema, che immola parte della sicurezza sull'altare della democrazia. Conforta l'aria buona di intrapresa e sviluppo che si respira in Israele, e anche le molte costruzioni e industrie che nascono nell'Autonomia Palestinese. Sconforta invece moltissimo la cultura sciovinista che i bambini palestinesi apprendono a scuola, dove ancora è un "non detto" il destino di condivisione con gli ebrei: i giovani e la gente della strada seguitano a rivendicare tutto per sé; la mentalità della rinuncia e della spartizione - che ormai è senso comune in Israele, dove giorno dopo giorno si impara a mollare un pezzo, a lasciare un segmento - qui (comprensibilmente) riempie invece la sofferenza con false promesse, inutili illusioni, parole aggressive e roboanti. Intanto, con poche eccezioni fra cui quella del giovane re Abdullah e della ripresa della politica marocchina di rapporti economici con Israele (la settimana scorsa era presente una delegazione di 230 importanti uomini d'affari) tocca vedere il vecchio spettacolo della Lega Araba che, riunitasi nei giorni della discussione sullo 'Stato Definitivo', si inventa come unico elemento di coesione strane battaglie antisraeliane: la proibizione a Burger Ranch di costruire una succursale a Maalei Adumim, una zona che si trova senz'altro nei Territori occupati nel '67, ma che non è in discussione per la restituzione ai palestinesi; o lo scontro con la Disney che, pensa un po', voleva disegnare Gerusalemme come la capitale d'Israele in una mostra di fine Millennio. E ancora di più, non fa bella impressione che Arafat (in un coro di consensi) si sia fatto, sempre alla riunione della Lega Araba, primo paladino (proprio ora) di una piena riconciliazione con quel dittatore aggressivo e non pentito che è Saddam Hussein. Che bisogno c'era di abbracciare un simbolo di continua lotta contro l'Occidente, di un uomo che non ha mai ammesso di aver compiuto alcuno sbaglio nell'aggressione al Kuwait, che costruisce armi di orribile distruzione chimica e biologica? Forse è perché il mondo arabo, quando porge il ramoscello della pace, deve pur sempre crearsi coi suoi uomini un alibi di durezza, di mascolinità, affinché la pace non sia interpretata come una scelta da rammolliti, da paurosi? Così facendo, invece, si legittima (dandogli soddisfazione) soprattutto l'integralismo islamico, quello che, seduto fra le dune, guarda ai colloqui di questi giorni come a un evento passeggero, transitorio.

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