Come va la famosa Hudna, la Tregua? Tutti se lo chiedono ansiosamente, e nessuno sa la risposta. Osservare il campo non fornisce nessuna risposta chiara: il numero degli "allarme terrorismo" che la polizia lo shin beth e l'esercito contano ogni giorno è diminuito (il giorno in cui scrivo sono 18, invece della solita cinquantina) ma non cessano. Ogni organizzazione si fa viva di quando in quando facendo qualche morto israeliano; le armi e le infrastrutture delle organizzazioni armate non vengono smantellate e tuttavia ogni tanto dai territori Mohammed Dahlan reagisce come trascinato da un'onda sismica che non ammette repliche alla violenza dei gruppi terroristici. Ma lo fa in modo inefficiente e subito contraddetto, come quando nella zona di Ramallah si e' deciso - dopo il rapimento del tassista israeliano Eliyahu Goral - a far frugare delle case dalla sua polizia, senza risultato alcuno; o a Gaza ha sequestrato qualche arma o messo brevemente in detenzione degli uomini, e poi ha fatto ripetutamente smentire che si trattasse di operazioni "tese a togliere al popolo palestinese i legittimi strumenti della lotta di liberazione". Con lo stesso doppio atteggiamento agisce un pigro e fittizio smantellamento dell'incitamento contro gli ebrei: mentre veniva rimosso qualche grande ritratto di terrorista suicida,di quelli che costituiscono l'esclusivo arredo urbano dell'West Bank e di Gaza e fittamente appaiono sulle mura delle città e dentro le case e i negozi, iniziava una discussione sui giornali sulla possibilità, peraltro chiaramente statuita dalla road map, di cessare dall'incitamento. Proprio così, sull'idea stessa di indicare gli attentati suicidi come comma necessario della lotta dei palestinesi, e l'apologia dei terroristi come indispensabile all'epos e alla cultura nazionale. L'attacco alla cessazione dell'incitamento è cominciata su Al Hayyat al Jedida, il giornale, fra i tre palestinesi, più direttamente controllato da Arafat, quello che attacca più duramente Abu Mazen come un traditore al servizio degli israeliani. L'editorialista Afli Sadeq ha scritto, come è riportato su Ha'aretz del 14 luglio, che "ogni parola che diciamo ai nostri giovani sui crimini dell'occupazione e la nobiltà della resistenza, non crea opposizione nei loro cuori. In realtà l'incitamento è ciò che più di ogni altra cosa fa infuriare gli Israeliani. Né più né meno. Non ci dobbiamo dunque far fuorviare dal (falso) uso della parola incitamento anche se la road map ne parla...è più corretto usare l'espressione (invece di cessazione dell'incitamento) di cessazione dall'istillare nei giovani palestinesi la coscienza della lotta". Ovvero, dal convincerli ad ammirare e emulare i terroristi suicidi. Sempre sullo stesso giornale, l'iniziativa di Sari Nusseibah insieme ad Amy Ajalon per raccogliere firme per la pace nelle strade israeliane e palestinesi, è stata attaccata a più non posso, e descritta, secondo i consueti schemi dietrologici e complottardi (vi ricordate gli attacchi terroristi che Arafat ha descritto più volte come auto inflitti dallo Shin Beth, o l'attacco alle Twin Towers come complotto ebraico, insomma i sempiterni Protocolli dei Savi di Sion, adorati dal mondo arabo) come "un tentativo dei servizi segreti israeliani di creare la base per un colpo di Stato contro Arafat" infiltrandosi nella sua stessa base. Hafez Barghuti, il direttore del giornale, ha intitolato l'articolo "Un nuovo Fatah" e ha suggerito che Nusseibah insieme a Ajalon, utilizzi la rete e le strutture di Fatah, dei Tanzim, per penetrare il cuore stesso dell'organizzazione che appartiene e deve appartenere a Arafat.
Arafat può tuttora permettersi nel campo palestinese (e a quel che sembra inspiegabilmente, anche agli occhi del campo europeo, viste le risposte che ha avuto Sharon dagli inglesi, e la visita del ministro degli Esteri russo alla Mukhata, e le tentennanti risposte di quasi tutta l'Europa esclusa l'Italia e pochi altri) di fare dichiarazioni di disponibilità verso la road map, e al contempo di destabilizzare con tutto se stesso Abu Mazen, spinto con insulti (traditore, cospiratore, servo degli israeliani) e minacce alle dimissioni; di nominare un contropotere militare ai suoi ordini proponendolo a un uomo forte come Jibril Rajub; di riformare il Fatah con un editto che investe un'immensa quantità di fondi e gliene garantisce di fatto, per struttura, il controllo, affidato alle mani amiche di Hani al Hassan, il suo uomo di fiducia. E' difficile pensare che con Arafat ancora saldamente in sella, qualcosa di buono, persino qualcosa di modesto, possa accadere in Medio Oriente. La biografia di Arafat e le sue scelte di questi ultimi tre anni in cui il terrorismo suicida è diventato la fonte e il bacino di raccolta di un'insana eccitazione popolare stimolata senza tregua proprio allo scopo di mantenere il consenso, e la sfida che gli propone la figura di Abu Mazen con la sua implicazione democratica, non possono che farne un centro di opposizione a qualsiasi processo di pace.
Venerdì11 luglio Arafat ha chiamato i bambini palestinesi a seguire l'esempio di un tredicenne, Fares Odeh, ucciso dai soldati israeliani l'8 novembre 2000. Una foto del ragazzino era stata per caso presa qualche tempo prima mentre tirava sassi a un tank.Il ritratto di Fares Odeh appare in molti calendari, graffiti, negli uffici del Fatah. Arafat ne ha fatto in molti suoi discorsi il simbolo del coraggio palestinese, per esempio ha ripetuto che "un popolo che ha i suoi Farah Odeh e altri martiri bambini, non morirà. Il discorso di Arafat è stato dato davanti a un gran pubblico infantile o di adolescenti che si preparavano a quei campi estivi in cui abbiamo visto i piccoli palestinesi allenarsi a rapire soldati, e rappresentare, gloriandole, scene di suicidio assassino in improvvisati teatrini, con maschere e armi finte, ma con esercizi militari e gridi d'odio autentici. Se quest'anno, l'anno della hudna, i campi siano programmati diversamente, non saprei. Ma finché Arafat ne sarà il patron, difficilmente potranno cambiare.