Un nuovo ultimatum che inquieta Teheran. Regime spalle al muro
martedì 7 aprile 2026 Il Giornale 0 commenti

Il Giornale, 07 aprile 2026
Nonostante le chiacchiere, non ci sono molti segnali che ci sia un interesse a trovare un accordo fra le parti. Donald Trump si è rallegrato dell’operazione di salvataggio dei piloti dell’F15 abbattuto dagli iraniani, mentre a qualche migliaio di chilometri di distanza Netanyahu sorrideva per aver dato una robusta mano nell’operazione. «Ci siamo parlati oggi e congratulati» ha detto il primo ministro israeliano, ma certamente le cose che si dovevano dire erano tante e fatali. Il clima è più che infuocato.
Dopo che Trump ha esteso il suo ultimatum fino a questa mattina, dopo che l’Iran aveva segnalato una certa apertura rispetto a Hormuz subito rientrata, ieri una gragnuola di missili da Teheran ha mandato tutta Israele nei rifugi e ha portato quattro morti e distruzione ad Haifa, mentre i caccia israeliani colpivano in Iran la maggiore struttura petrolchimica. Trump parla di notte (questa) decisiva. Non vuole minacciare, intanto in Iran ascoltano ogni virgola. E restano nel dubbio. E forse pensano a proporre un coniglio dal cappello.
Mentre si svolgeva l’operazione di salvataggio dei piloti americani l’Iran discuteva con Islambad i termini per un cessate il fuoco di 45 giorni. Intanto, i punti che gli iraniani hanno in mano sono i 15 su cui devono dare risposta: l’apertura di tutto il traffico a Hormuz; la consegna dell’uranio arricchito al 60%; la fine dell’uso e della costruzione dei missili e la destrutturazione dell’esercito di proxy che assedia il Medioriente. Se la devono essere rigirata in mano la lista impossibile, per poi rispondere un chiaro «No». Hanno consegnato a loro volta 10 punti che respingono il cessate il fuoco e rispondono che Hormuz resta chiuso.
Trump non può certo accettarlo: la bizzarria di un Paese distrutto nelle strutture, nelle armi, nella leadership che rifiuta l’accordo, gli viene certo spiegata dai suoi esperti in islam sciita: il regime degli ayatollah ha una sola ambizione. La sopravvivenza. Vuole seguitare a combattere l’Occidente anche con morti e feriti, anche al buio e senz’acqua, con pochi leader accaniti e feriti, con le Guardie della Rivoluzione e i Basiji infuriati. È l’unica cosa importante per il regime:e la repressione violenta del proprio popolo non viola principi democratici che non esistono, la sfida dei punti vuole complicare il gioco, invitare Trump alla danza. Ma la massa Maga ha dato il suo placet, Trump di nuovo ieri ha ricordato le 50mila vittime innocenti del regime; ha anche dichiarato che armi sono state consegnate ai resistenti. La distruzione del regime torna in ballo e gli esperti dicono che anche senza consegna dell’uranio arricchito, le strutture per renderlo operativo sono fuorigioco per decenni. E fantomatici nuovi leader baluginano all’orizzonte.
Intanto i 20mila uomini in divisa che gli Usa hanno portato rappresentano in pratica una divisione. Bin Salman promette mare e monti con gli altri Paesi sunniti offesi e preoccupati se il nemico iraniano non viene battuto. Lo scontro è sempre tutto là, evidente, il nodo basilare è che c’è un regime che impicca ragazzi di 18 anni per «offesa a Dio». Che terrorizza il mondo con armate di terroristi. Trump finge vaghezza, ma pensa a questo: alla svolta.
