Un mondo globalizzato dall’odio verso Israele
Shalom, luglio 2010
Dall’Iran alla Turchia, dalla Siria ai gruppi Hezbollah, Hamas e di Al Qaeda, passando per alcuni paesi in Africa, in Asia, in America Latina: si allarga il fronte di chi vuole delegittimare o, peggio, distruggere lo Stato ebraico.
di Fiamma Nirenstein
Appena ritornata da Israele penso che, per tutto il tempo che vi sono rimasta, nonostante le tante cose da fare, ho avuto la sensazione di avere vicino un bambino che debba essere aiutato ad attraversare la strada, o che avrei voluto prendere in braccio per evitare che affronti da solo tutte le minacce di un mondo grande e terribile. Non voglio dire con questo, come è piaciuto a molti scrivere, che il Paese stia attraversando un momento di crisi soggettiva profonda, ma piuttosto che è stupefatto dal livello raggiunto dalla delegittimazione subita in seguito alla vicenda della flottiglia. Parlando con gente delle più svariate posizioni, ho avvertito un senso di afflizione, di spossatezza… ma come, il giorno dopo già tutto il mondo aveva visto le immagini della violenza che era stata preparata scientemente sulla Marmara, aveva sentito le registrazioni del gruppo IHH che prometteva la ricerca del martirio e il compimento della jihad islamica, aveva anche sentito le testimonianze dei soldati che si erano fatti scivolare lungo quella corda per poi trovarsi di fronte a un tentativo di linciaggio. Ma come, tutti sanno che abbiamo offerto alle navi di fare tranquillamente ispezionare ad Ashdod i loro doni per Gaza, ma che ai naviganti tanto poco importava del benessere dei cittadini di Gaza, che nemmeno ci hanno pensato ad accettare. Insomma, chiedevano i miei amici disorientati, com’è possibile che la verità debba essere un elemento del tutto secondario nell’opinione pubblica, che dalle varie capitali europee, da Strasburgo a Bruxelles, si assista a una precipitosa corsa a chi condanna di più Israele?
Negli stessi giorni sono stati volontariamente uccisi dai turchi decine di curdi, la Corea del Nord ha appena mandato a fondo una nave della Corea del Sud uccidendone i marinai, in Afghanistan le stragi sono all’ordine del giorno, e non si ha notizia della convocazione del Consiglio di Sicurezza, puntualmente invece convocato contro Israele anche in questa occasione. Alcuni miei colleghi parlamentari, che si sono appena recati in delegazione in Irlanda, sono tornati da una visita al Parlamento stupefatti della carica d’odio antisraeliana (in Irlanda!) espressa negli interventi delle varie parti politiche, senza distinzione. Nel frattempo, l’aggressività, come sempre, si tramutava in attacchi antisemiti in Italia, in Olanda, in Francia, in Inghilterra…
Che cosa sta succedendo? Per quel che mi appare, siamo di fronte a due grandi nubi che si addensano assommandosi in un ciclone. La prima ha un carattere pratico, strategico: i nemici di Israele sono aumentati e hanno trovato un modo di attaccarlo molto più sofisticato e astuto di quello tradizionale. Le flottiglie dirette a Gaza, di cui solo per fortuna sono state ora sventate quelle nuove dalla Turchia e dall’Iran, o in generale gruppi organizzati sotto forma di combattenti per i diritti umani, che in realtà sono formati da kamikaze jihadisti, sono un’invenzione nuova e particolare. Sotto il pretesto del pacifismo, essi sono per contro capaci di trascinare Israele in scontri armati e sanguinosi, gettando su di esso tutto il biasimo e cercando in questo modo l'occasione per scontri più larghi, persino scontri bellici. Le provocazioni sono all’ordine del giorno e sempre costruite in modo da colpevolizzare Israele.
Per mettere in atto questo tipo di strategie ormai il fronte è molto forte, elastico, articolato. Ci sono ormai alcuni colossi che ne prendono cura, fra cui soprattutto l’Iran e adesso anche la Turchia, poi viene di concerto la Siria e, come fanti in una partita di scacchi, ma armati di missili, gli Hezbollah, Hamas, alcuni gruppi di Al Qaeda che agiscono anche in terre lontane, in Africa, in Asia, in America Latina. Sullo sfondo di questo schieramento si staglia di bel nuovo appunto l’America Latina in stile Chavez, la stessa che ha detto a Bashar Assad, in visita pochi giorni fa, che essi hanno due nemici in comune, gli Stati Uniti e Israele.
La nave Marmara portava una banda jihadista turca, di una Turchia di cui oggi l’Iran è il principale interlocutore, ricambiato con entusiasmo con una serie di trattati in comune anche con la Siria, accompagnato dall’impegno degli Hezbollah e dalle sempre più alte pretese di Hamas. L’intreccio è micidiale e ben funzionante e produce una vasta luce nera jihadista che non conosce nemmeno più i tradizionali limiti della divisione fra arabi e non arabi (ovvero i turchi e i persiani) o fra sunniti e sciiti.
Questo nuovo importante ponte egemonico approfitta delle debolezza strategica e soprattutto egemonica degli Stati Uniti, espande il suo disprezzo per l’Occidente attraverso le grandi organizzazioni internazionali come l’ONU e derivati e attraverso le organizzazioni di monitoraggio dei diritti umani, quasi tutte allagate da un discorso politico ormai inquinato dall’odio.
Ed eccoci dunque al secondo motivo, al di là dell’odio islamista: una deriva tutta occidentale di pensiero radicale, che vuole purificare il mondo, che vuole ripulire l’Occidente, i cui intellettuali vedono se stessi come esseri macchiati da tutti i mali del nostro tempo, che necessita secondo loro di una purificazione totale. E’ la grande tradizione comunista e anche quella fascista. Israele è un magnete di formule, di messaggi di un minculpop rifondato in onore dello Stato Ebraico. E’ una pattumiera ideologica in cui c’è di tutto, un armamentario completo che viene sbatacchiato e fatto risuonare contro Israele: i bambini palestinesi affamati a Gaza, l’apartheid, i muri che devono cadere, i crimini di guerra, i bulldozer, l’occupazione come male supremo del mondo, quei mostri dei coloni, Gerusalemme che non aveva mai visto un ebreo in quattromila anni prima di una subitanea e incomprensibile invasione sionista qualche anno fa, e chi se ne importa, nel pensiero purificazionista, di Sderot, di Gilad Shalit, del terrorismo e anche della, figuriamoci, bomba atomica iraniana.
E’ un mondo senza causa ed effetto, è un clima che spinge alla palingenesi cui ogni frequentatore del salotto buono ama partecipare perché “that shitty little country will bring us all to war”, come disse l’Ambasciatore francese nel salotto dei suoi amici britannici nel 2002. Sì, la responsabilità del male universale, la guerra che sarà e che distoglierà gli intellettuali dalla loro contemplativa bontà, è tutta colpa di Israele. Anzi, alla fine, degli ebrei con le loro lobby ben organizzate e ben strutturate. Lo dicono importanti studi, lo sostengono per centinaia di pagine anche Walt e Mearsheimer, professori americani, e come loro tanti altri professori, spesso ebrei, che si dedicano a dimostrare soprattutto che il popolo ebraico è in crisi, che sbaglia tutto, che sta per sparire per i suoi propri errori insopportabili, in genere frutto di pensiero malversato. E questo ce lo conferma, in una quadratura del cerchio che purtroppo è già avvenuta, anche la promessa di sterminio di Ahmadinejad.
In un suo articolo apparso recentemente, il mio amico David Grossman ha scritto, e mi dispiace perché è un grande scrittore, che la vicenda della Marmara è stata “un crimine” ingiustificabile. Un crimine... un giudizio davvero purificazionista. E’ un vocabolo che gli intellettuali comunisti applicavano sempre ai “crimini” del capitalismo.
