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Un mondo alla rovescia: è colpevole chi si difende

martedì 1 giugno 2010 Diario di Shalom 0 commenti

Shalom, giugno 2010

Israele può avere commesso degli errori, ma il vero scandalo è nei titoli dei giornali, nelle condanne automatiche, nelle menzogne e bugie volte a persuadere e a manipolare l’opinione pubblica internazionale.

di Fiamma Nirenstein

A un paio di giorni dall’evento, come fosse una voce dal sen fuggita, la verità è uscita finalmente dal petto del vicepresidente americano, Joe biden: “what’s the big deal”, ha ripetuto tre volte, “che cosa è questa storia?”. israele ha diritto all’autodifesa e ha il dovere verso i suoi cittadini di verificare i carichi che giungono sul territorio di Gaza, perché Hamas le ha tirato 5000 missili.

Tanti intellettuali, politici, studiosi, si esprimono con onestà e in modo chiaro in favore di israele. non siamo così soli come abbiamo temuto in questi giorni in cui la furia antisraeliana si è prontamente trasformata nel solito odio verso tutti gli ebrei, ed ha addirittura assediato il ghetto. ma non spaventiamoci. non lasciamoci tormentare, non lasciamoci umiliare, non scusiamoci, non ripieghiamo. israele può avere sbagliato la tecnica di abbordaggio della nave mavi marmara, sarebbe certo stato meglio se avesse calcolato meglio l’opportunità di non calare i soldati uno a uno su un ponte pieno di gente con spranghe di ferro e pugnali e forse anche pistole; è brutto, ci dispiace assai umanamente che ci siano 9 morti. ma israele sta già divorandosi abbastanza su questo tema, non importa che dimostriamo con una critica piuttosto generica, e comunque sul latte versato, tutta la nostra scienza strategica. e’ più interessante notare come una quantità di bugie stia di nuovo, come d’abitudine, rovesciandosi sull’opinione pubblica internazionale. israele può aver fatto degli errori tecnici, può avere avuto delle falle nel sistema di informazione su chi erano i veri passeggeri della nave marmara, l’unica della flottiglia turca su cui erano stati raccolti tutti i personaggi pericolosi, dato che le altre cinque navi hanno scelto di recarsi pacificamente al porto di ashdod. il vero scandalo si sta stratificando nei titoli dei giornali, nelle condanne automatiche dei vari organi dell’onu come il consiglio di sicurezza e il consiglio dei diritti umani con sede a Ginevra, negli atteggiamenti accigliati e saccenti degli stati uniti e del consiglio d’europa oltre che, naturalmente nelle maledizioni dei turchi e del mondo arabo che non lesina le più bombastiche demonizzazioni. e’ un mondo alla rovescia: la vicenda ha le sue cause scatenanti nella decisione della turchia di gestire in modo molto deciso il suo nuovo ruolo nel mondo islamico, un ruolo caratterizzato dalla nuova alleanza con l’iran e la siria e dal sostegno a Hamas.

Per rafforzare la sua nuova presenza in medio oriente erdogan, il premier turco, ha attivamente promosso la partenza di un convoglio marittimo dal dubbio carico umano (del resto non sappiamo), ma certamente molto antisraeliano, la migliore delle bandiere del consenso islamista: il fatto che il gruppo, specie dopo lo scontro si sia autodichiarato pacifista, non toglie che invece fosse in gran parte formato da organizzazioni come l’iHH note per il loro rapporto con Hamas e persino con al Qaeda e per i loro traffici nel campo del terrorismo, anche traffici di armi. e non toglie neanche che quando i soldati sono discesi sulle navi, i naviganti di una di esse abbiano assalito i soldati con una violenza incredibile, tentandone il linciaggio come si può verificare sui video. molti politici si sono lamentati delle aggressioni a “civili”: ma purtroppo questa parola ha cambiato significato da quando esiste la guerra asimmetrica in cui i civili, persino i bambini, diventano scudi umani e anche guerrieri. le navi erano dirette a Gaza, e israele non può permettersi di fare arrivare a Gaza beni e personaggi incontrollati. israele infatti aveva offerto alla flottiglia di ispezionare i suoi beni e consegnarli successivamente ai destinatari, e la sua proposta è stata respinta.

Questo dimostra che l’intento politico era più forte di quello umanitario. e infatti, alla partenza svariati fra i partecipanti avevano espresso la loro affezione politica per la parte che andavano ad aiutare, molto più di una preoccupazione umanitaria. una donna aveva addirittura detto al porto: “abbiamo due scopi di cui realizzeremo certamente uno: o il martirio o le coste di Gaza”. l’opinione pubblica ripercorre nelle istituzioni mondiali, sui giornali internazionali e nazionali, sugli schermi delle tv, la solita strada pavloviana che abbiamo già sofferto al tempo della battaglia di Jenin, nel 2002, quando passò l’universale condanna per una strage mai avvenuta, o prima ancora al tempo di mohammed al dura, quando la morte del bambino palestinese fu subito attribuita con clamore mondiale agli israeliani. la criminalizzazione è minuta e precisa, si avvale della corte internazionale che trasforma la costruzione del recinto di difesa israeliano in un gesto di apartheid; inventa le due conferenze contro il razzismo dette durban uno e due per dichiarare israele stato razzista; usa la commissione Goldstone per arrivare sempre al medesimo punto: israele, stato svuotato del diritto di esistere, non ha dunque il diritto di difendersi. neanche quando nello specchio delle sue difficoltà si scorge Hamas, e tutti sappiamo dei suoi missili e dei suoi rapporti con l’iran. ma è impossibile chiedere al mondo di essere sensato e giusto nei confronti dello stato ebraico: non si conoscono risoluzioni del consiglio di sicurezza dell’onu che sanzionino le azioni americane che colpiscono i civili in afghanistan, quando la guerra ve li conduce, né che condannino la turchia per i 32mila morti curdi di cui parla amnesty international; non si è fatto nulla per bloccare la strage che pare sia di 300mila persone in darfur, né la cina è continuamente sorvegliata per le stragi e le repressioni di tibetani e uiguri. israele è la fissazione, l’ossessione del mondo occidentale pungolato dall’odio islamista. ci aspettano di nuovo tempi in cui lavorare per cercare di ristabilire la verità, e con la verità di seguitare a tentare ancora la strada della pace.

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