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Un harem a Tel Aviv

martedì 1 giugno 1999 Diario di Shalom 0 commenti
Sarà soddisfatto Alef Bet Yehoshua nel verificare la proverbiale capacità profetica degli artisti: il suo libro ormai famosissimo "Viaggio alla fine del Millennio" racconta il dissenso sociale e la "disapprovazione" come lui la chiama, suscitata da un episodio di bigamia. Yehoshua racconta la storia come un segno dei tempi, addirittura un paradigma del passaggio del millennio, e adesso, dopo l'elezione a Primo Ministro di Ehud Barak e lo scavalcamento d'epoca che questo segna, ecco che arriva un episodio di bigamia che si incunea nella polemica fra religiosi e laici. Un segno del passaggio, un segno della crisi che Israele è necessariamente destinato a superare scrivendo finalmente una Costituzione che definisca la fede una libertà del cittadino senza influenza civile. La storia è semplice, e se ne sa piuttosto poco: l'Alta Corte di Giustizia ha intimato alla Corte Rabbinica di spiegare come mai abbia permesso ad un residente di Tel Aviv di prendere una seconda moglie senza avere divorziato dalla prima. L'ordine della Corte segue una petizione sottoposta dalla prima moglie contro l'Alta Corte Rabbinica e il distretto rabbinico di Tel Aviv. La coppia originaria si era sposata circa vent'anni fa e risiedeva a New York. Dopo una ventina d'anni i due sono tornati in Israele. Nel frattempo il loro matrimonio era fallito. Il marito, una volta giunto nella Terra dei Padri, si è risposato, forte di un permesso concessogli prima dalla Corte Rabbinica di New York senza nemmeno invitare la donna all'udienza (secondo quello che lei dice), e poi con la ratificazione della Corte Rabbinica israeliana, che ha preso per buona senza tante storie la dichiarazione del 'promesso secondo sposo', il quale sosteneva di non potere avvisare la moglie perché mancava il suo indirizzo. Ecco dunque che il nostro sultano ebreo si è trovato marito di due signore, senza che i rabbini avessero niente da dire, anzi. Perché questa vicenda, apparentemente solo paradossale e persino un po' comica, ha invece un tono epocale? Perché essa riflette la dispettosità, l'incomprensione, lo stato di conflitto esistente fra il potere religioso e quello secolare, la rottura quasi volontaria che giorno dopo giorno l'una cultura compie dei principi dell'altra parte, anche i più sacrosanti. Che cosa infatti può esserci di più basilare nell'Occidente democratico della preservazione della dignità della donna come essere intero ed eguale; e che cosa le è più nemico della poligamia, che la relega al ruolo di un oggetto di scambio, di una pedina intercambiabile, checchè Yehoshua non abbia fantasticato nella sua sublime ispirazione sefardita? Mettiamo pure che la Corte Rabbinica di Tel Aviv non fosse in grado di trovare l'indirizzo della prima moglie: niente era più facile che sospendere ogni operazione, aspettare fino a che il divorzio fosse stato realizzato. La poligamia è il peggiore di tutti i segni di arretratezza, si può dire quello che svela tutte le arretratezze della religione ebraica. Esiste nella nostra religione un potenziale vaso di Pandora carico di ginofobia, di razzismo, di maschilismo trionfante. I migliori interpreti dei Testi, i migliori rabbini, sono sempre molto attenti a fornire le interpretazioni più morbide di testi anche faticosi, ostili per le donne. Ma qui in Israele adesso non è così. Sono sicura che il rabbino che ha permesso al signor X, su cui non voglio spendere nemmeno un a parola per quanto lo ritengo inqualificabile, di diventare bigamo, ha fatto un sorrisino di soddisfazione al momento dell'emissione della 'bolla': avrà pensato alla faccia storta che avrebbe fatto uno di quei giudici dell'Alta Corte, chissà, magari quello che aveva imposto l'apertura della 'sua' strada di sabato.

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