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Trump smaschera il bluff. E non cede sulla libertà

lunedì 13 aprile 2026 Il Giornale 0 commenti
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Il Giornale, 13 aprile 2026

Trump ha trovato ieri il mezzo per smascherare le vere intenzioni dell’Iran, e di gettare la palla nel loro campo senza riprendere l’azione bellica: la porta ha uno spiraglio aperto mentre le questioni basilari sono di nuovo sulla tavola, al di là delle strane pretese dell’Iran, Paese di fatto ridotto al lumicino da ogni punto di vista, fuorché da quello del suo fanatismo ideologico, più forte di ogni realtà. Trump ha chiuso i colloqui e ripreso in mano le due questioni principali negate, che riguardano da una parte il futuro economico del mondo, cioè il passaggio da Hormuz, e dall’altra parte il futuro della vita dell’Occidente, anche se l’Europa non sembra rendersene conto, la bomba atomica iraniana. Hormuz e uranio arricchito: senza una soluzione, non ci può essere pace vera, solo chiacchere pacifiste. Le vie d’acqua fondamentali devono stare libere, una via difficile e pericolosa, mentre il prezzo del petrolio sale, ed è difficile eliminare le mine di cui l’Iran ha seminato il Golfo.

Ogni momento può partire il colpo fatale che porta all’escalation, ma come permettere, per esempio che sulla scia dell’Iran i Houty occupino Bab el Mandeb, o qualche altro pirata si appropri di Gibilterra o delle altre grandi porte della navigazione mondiale? Vance, che invece era sempre stato il più ben disposto verso il dialogo, ha seguitato a telefonare a Trump che non c’era apertura sui due punti importanti, e ha dovuto poi abbandonare il campo. E poi Trump ha giocato la sua sorprendente carta, inaspettata, chiudendogli insieme la strategia internazionale e le entrate nazionali più importanti.  Della libera navigazione degli oceani gli USA hanno fatto la loro grande politica sin dalla Prima Guerra Mondiale, che ha anche segnato la crescita immensa del ruolo americano nel mondo, ponendolo alla testa della civiltà al posto di un’Europa che in quella guerra sarebbe stata dilaniata e degradata. Vance ha cercato invano di convincere gli iraniani alla rinuncia al blocco e a concludere l’avventura atomica. L’uranio arricchito è all’origine del conflitto e Trump ha ripetuto che mai l’Iran deve diventare una potenza atomica. Netanyahu sabato ha detto che era ormai accertato che l’orlo della costruzione della bomba era stato raggiunto: che l’Iran avrebbe ricattato tutto il mondo e avrebbe costituito una minaccia definitiva, e da qui nasce, con la complessa speranza di liberare il popolo iraniano dai nazisti che seguitano a impiccare diciottenni innocenti, la decisione americana e israeliana di scaldare i motori e bombardare Khamenei e i suoi.

Trump ha spiegato che il rapporto fra USA e Israele è quello “di un fratello maggiore con il suo fratello più piccolo”, e questo fa capire perché Netanyahu sa che deve eventualmente accettare la tregua americana se continuerà, e tuttavia non può ignorare il disastro che gli Hezbollah portano su Israele, un tifone continuo che crea il deserto in tutte le città del nord. E tuttavia ieri gli attacchi non si sono avventurati oltre il sud del Libano, su cui si aprono i colloqui domani. Trump ora deve affrontare nella pratica i due temi che ha sollevato, atomica e Hormuz. Come li risolverà? Una cosa è certa: la parola pace non ha niente di buono se espone i propri figli alla furia e alla pazzia di chi vuole ucciderli per motivi ideologici. Lo sa bene Israele, stanca di guerra come nessun’altro al mondo, con 400mila riserve al fronte, i soldati di diciotto anni che di nuovo muoiono sulle montagne del Libano, a Bin Jebel, il luogo dove il 26 agosto 2006 il capitano Roy Klein si immolò su una bomba a mano per salvare i suoi, gridando “Shema Israel” la preghiera ebraica basilare, e dove Nasrallah lanciò la teoria che Israele è debole come il filo di una tela di ragno. Da allora, i tentativi di distruggere Israele si sono ripetute, i sacrifici e le maledizioni come quella di ieri di Erdogan, che minaccia l’invasione, si sono moltiplicate: ma c’è invece chi nel mondo arabo e nel mondo, in India, in Argentina, persino in Uganda, in tanti altri Paesi, al di là delle mura ideologiche dell’Europa, capisce finalmente che il mondo senza Hezbollah, senza Assad, soprattutto senza l’Iran della dittatura shiita, ha qualche opportunità di diventare un mondo migliore per tutti.

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