Terrorismo: una degenerazione dell'Islam che minaccia il mondo
domenica 1 giugno 2003 Diario di Shalom 0 commenti
In questi giorni di furioso attacco terroristico non solo a Israele ma a tutto il mondo, gli opinionisti, la tv, e di conseguenza la gente, seguitano a proporre due domande. La prima suona grosso modo così: potrebbero gli attacchi in Arabia Saudita, in Marocco, in Israele, essere frutto della guerra in Iraq? Potrebbe la rabbia del mondo islamico essere tale da creare una rinnovata ondata di energia che recluta giovani terroristi suicidi, e li manda a farsi esplodere contro obiettivi che appartengono all'odiato occidente? La seconda domanda invece è di questo tenore: "Santo cielo, non sarà che l'ondata di terrore bloccherà la road map, il tanto sospirato sentiero aperto dal quartetto con un nuovo piano per un accordo israelo-palestinese?". Prima risposta: il terrorismo non è affatto aumentato con la guerra in Iraq, come capirà subito chiunque dia un'occhiata ai titoli dei giornali nei giorni e nei mesi che la precedono: Bali, Mombasa, Gerusalemme, le Filippine, lo Yemen... è un autentico strabismo quello di chi guarda solo agli ultimi uomini (e donne) bomba. Al contrario, in seguito alle guerre antiterrorismo è di sicuro in corso una crisi delle strutture di Al Qaeda, degli Hezbollah, di Hamas, dovuta al restringimento dei fondi, delle possibilità di essere assistiti quanto a campi di addestramento e a rifornimento di armi. Semmai, c'è proprio a fronte di una situazione di crisi, la decisione strategica e locale di mandare un segnale: esistiamo ancora, non crediate di averci sconfitti. E nessuno si illudeva di averlo fatto: sempre, fin dalla guerra in Afghanistan, il Presidente degli Stati Uniti, George Bush aveva avvertito: sarà una guerra lunga e dolorosa che comprende svariate tappe. Fra queste, la guerra in Iraq è una soltanto. La più significativa, e in parte conseguente alle guerre stesse o alle operazioni di sicurezza e di repressione del terrore, è quella enunciata nel discorso del 24 di giugno: non esiste effettiva vittoria sul terrorismo che scaturisca dall'esterno. Sono i mondi in cui esso nasce che, riformatisi attraverso processi democratici, bloccheranno il terrorismo stesso. Perché esso, e questo è un punto molto importante, non è una superfetazione dell'Islam, che addirittura proibisce il suicidio, ma il prodotto combinato della perversione delle dittature che danno libero sfogo all'estremismo pur di distrarre l'attenzione dai propri insuccessi, e di una sorta di malattia dell'Islam, uno scisma, se vogliamo chiamarlo così. Anzi, due: quello che nasce con la rivoluzione iraniana degli Ayatollah e che configura un modello di dittatura islamica mai conosciuta prima dal mondo sciita; la seconda quella di Bin Laden che proclama la conquista del mondo al califfato islamico (stavolta wahabita) e la sconfitta di tutti i cristiani e gli ebrei, considerati nemici mortali. Il terrore, lungi dall'essere una reazione di carattere sociale, come tanti si illudono che sia, sperando così che migliori condizioni economiche e gesti di pacificazione riescano a fermarlo, ha una sua dinamica tutta interna, che si nutre di sé stessa, della orribile propaganda per il terrorismo suicida e contro America e Israele che infesta con toni genocidi una quantità di televisioni, giornali, discorsi di leader religiosi nel mondo arabo. Solo il contenimento con misure di sicurezza e soprattutto il cambiamento di regime del mondo arabo, oltre che una decisa opposizione all'Islam malato di quello sano, potrà cambiare la situazione. Sarà lunga, sarà difficile, ma è indispensabile che si cessi di cercare di dar la colpa a questo o a quello del terrorismo in cui ci imbatteremo: diamo, per favore, colpa soltanto al terrorismo stesso. Seconda risposta: peccato che Sharon non sia andato a trovare George Bush nel giorno in cui l'appuntamento era fissato, ma probabilmente nel giorno in cui i lettori si imbatteranno in queste righe, l'incontro sarà già avvenuto, o George Bush avrà visitato Gerusalemme. Insomma, la road map andrà avanti, la pace - se solo i palestinesi sapranno fermarsi dal terrorismo almeno per un po' - per una parte farà qualche passo. Il fatto è che incontri, trattati, mappe stradali di ogni genere, non sono "la pace". La pace si raggiunge quando il terrorismo non c'è: in presenza del terrore, anche se la road map avanza, anche se finalmente (e noi l'auspichiamo) uno Stato palestinese sarà stabilito, c'è la guerra. È per questo che il terrorismo non è considerabile una merce di scambio, qualcosa che si abolisce in cambio dello sgombero da un qualche settlement: è una precondizione indispensabile, che garantisce che l'interlocutore ti riconosca a tua volta come tale, che ti voglia vivo, seduto davanti a lui, e non morto, inesistente. La garanzia che Sharon ha dato che procederà a un accordo di pace in assenza di terrore (o per lo meno, quando almeno un piccolo segno di contenimento verrà dato), viene continuamente messa in discussione, ed è difficile capire perché. Non solo Sharon ha l'opportunità storica (sempre, e lo ripetiamo per chiarezza, che il terrorismo venga contenuto) di diventare un pezzo encomiabile di storia patria, un uomo di destra come Begin che come lui porta inaspettatamente alla pace; ma anche di diventare un pezzo di storia mondiale, ovvero il rappresentante di quel mondo occidentale destinato a far pace dalla grande svolta mondiale della guerra contro il terrorismo, con la prima autarchia araba, quella di Arafat, che si sta (speriamo) democratizzando. Ovvero, il vero dopo Iraq è affidato a Sharon e ad Abu Mazen, e anche il nuovo Primo ministro palestinese ha un grande e difficile compito. Se non riesce l'incontro fra questi due pezzi di mondo che hanno tanto bisogno di pace, che ne sarà dell'intero scontro fra terrorismo suicida e mondo occidentale? Se la prospettiva della democratizzazione e quindi dello smantellamento delle infrastrutture e dei finanziamenti del terrorismo non riesce in una piccola area, come può investire tutto il Medio Oriente ed oltre? Sharon è consapevole dell'arduo compito, ma certo non può sacrificare Israele all'ideale su cui concorda con l'amministrazione americana. Quando dice "sicurezza innanzitutto" è ben strano che il mondo occidentale prenda questa affermazione come una scusa per tenersi, che so, Jenin, o Gaza. Israele ambisce a lasciarle. Le ha già lasciate tante volte: desidera farlo anche adesso.
