Fiamma Nirenstein Blog

Tace l'usignolo d'Israele

giovedì 1 luglio 2004 Diario di Shalom 0 commenti

Niente avrebbe potuto commemorare Theodoro Herzl meglio del lutto nazionale, dai bambini, alle madri e le nonne, ai soldati, ai veterani di tutte le guerre d'Israele, per la grande poetessa e musicista nazionale israeliana Naomi Shemer. Al kibbutz Kinneret alle 6 del pomeriggio del 27 giugno, una grande folla a pochi passi dalla tomba dell'altra poetessa nazionale, Rachel, portava fiori e lacrime sotto gli eucalipti, in vista del lago, alla tomba di Naomi, morta a 74 anni dopo una lunghissima malattia. Quando la incontrai, spesso ma brevemente, poco più di 10 anni fa, benché le sue canzoni fossero già, quasi tutte, quieti, ironici, allegri, tragici inni nazionali, una a una, mi apparve come una delle più affettuose maestre nella scuola di mio figli Beniamino, la Beit Sefer le Umaniot di Tel Aviv. Aveva un sorriso da cinese, allegro e manierista, con gli occhi stretti e allungati in su dagli zigomi alti, e ti scrutava interessata, quell'aria di superiorità e curiosità nello stesso tempo che hanno le persone di klibbutz, depositarie di un'etica superiore e insieme come spaventate dalla società caotica del consumo, grande, desiderabile, spregevole. Poiché Benny era approdato alla scuola senza nessuna conoscenza dell'ebraico, Naomi mi chiese varie volte come andava nel cortile confusionario, dipinto di tutti i colori, con il canestro della pallacanestro sopra di noi unica inesistente ombra sul selciato sconnesso. Va bene, le dicevo, comunque se non lo avessi detto mi avrebbe certo poi incalzato "Yiè be seder", andrà bene, in Israele non poteva per Naomi Shemer che andare bene. Non c'era confidenza fra noi, ma io la guardavo come un affettuoso monumento nazionale, un mito,era lei la magica Naomi di "Jerushalaim shel zahav", di "Lu Yehi"di Kinneret", di "Kurshat Ha'eucaliptus", di "Lashir zeh kmo l'hiot Yarden", "No'a", e anche di canzoni molto più facili e allegre che tutti sanno "Shlomi bona succah", o "Ha col patuah"dove i nuovi immigrati cantano "tutto è aperto, l'umore migliorerà domani, tutto è possibile..". In realtà, anche se i critici hanno tante volte detto che il suo vero apice poetico fu negli anni Cinquanta e Sessanta, non c'è israeliano, o forse non c'è ebreo nel mondo, che non sappia le sue canzoni o almeno parte di esse o che almeno non si commuova sentendole. E per me, come credo per milioni di ebrei in tutto il mondo, Gerusalemme e la sua luce sono tutte contenute dentro il colore d'oro che Naomi ha saputo rinnovare. Mi viene voglia di dire che non c'è canzone israeliana veramente famosa che non sia sua, anche se so di esagerare un pochino.

Il giorno del funerale di Naomi molti eventi da prima pagina hanno tentato di strapparle l'attenzione: un grande attacco terrorista a Gaza ha fatto saltare per aria una grossa postazione militare a Kissufim, con una bomba da 150 chili depositata in una galleria scavata in silenzio, un soldato è stato ucciso, cinque feriti. La mattina dopo, mentre proseguivano le rimembranze e i ricordi, un missile Kassam sparato sul giardino d'infanzia di Sderot ha colpito a morte un bambino di tre anni ferendo gravemente sua madre e ha ucciso anche un adulto di cinquant'anni. Il cielo era splendente, il bambino andava all'asilo; e la notte avanti, i ragazzi-soldati invece che riposare nei loro letti, se ne stavano di guardia o nelle cuccette in un polveroso scuro avamposto nella striscia di Gaza, forse le ultime veglie prima di una prossima evacuazione. Gli attacchi di Hamas e delle Brigate dei Martiri di Al Aqsa, del Fatah, che hanno rivendicato le operazioni, sono forse oggi volti, più che a qualunque altro scopo, a quello di evitare che l'Egitto prenda il controllo di Gaza una volta che Israele sia uscito, affermano che Hamas e le altre organizzazioni terroristiche non consegneranno mai le armi, e anche che Arafat non è affatto disposto a cedere alle richieste di Omar Suleiman, l'inviato di Mubarak d'Egitto, che chiede a Arafat di lasciare che le sue milizie, ormai trasformatisi in selvaggi gruppi di armati fuori controllo fino al richiamo del rais, passino, riunificati in tre corpi soltanto, sotto un controllo attendibile, che non sia il suo.

Naomi Shemer aveva tutta la vita navigato nel paesaggio del conflitto, il suo immenso successo probabilmente consiste in qualcosa che non ha nulla a che fare coi sogni cui in genere si associano le canzoni, ma con il senso della realtà in cui sapeva trasfondere poesia. Sapeva anche la bellezza dell'esperienza vitale degli ebrei nel sionismo e non la dimenticava mai. Sapeva la gioia di avere finalmente una patria dopo tante persecuzioni e tanta dispersione. Sapeva la gioia della solidarietà e della democrazia. Quando giunse con gli anni 90 e il periodo dopo la prima guerra in Iraq degli americani, il sogno della pace con Arafat, il post sionismo assediò il suo mondo: non erano l'immagine, la narrativa, come si ama dire oggi sottintendendo che la realtà non esiste, a essere assediate, ma la realtà stessa. L'ammirata osservazione del senso di sacrificio di centinaia di migliaia di giovani soldati e la dedizione dell'esercito vennero ridicolizzati, il sionismo fu ritenuto un'ideologia inutile perché l'antisemitismo apparve come un retaggio del passato, e dall'altra parte ci si illuse che Israele non avesse più bisogno della diaspora (ricordo l'incredibile discorso di Yossy Beilin per annunciare che l'aiuto degli ebrei del mondo non era nemmeno gradito), la storia di Israele fu rivisitata in chiave ideologica, i "Nuovi Storici", che semplicemente dimenticarono che nel 1948 Israele era stata attaccata da 5 eserciti, si figurarono la guerra come un piano di transfer e di occupazione sionista. Il post sionismo portò a una delegittimazione del sionismo anche interna, che seguiva in realtà all'arruolamento leninista degli intellettuali israeliani alla "guerra di popolo" contro il proprio Paese, la cui ideologia di fondazione era stata definita dall'ONU nel '77 "razzista". Il post sionismo invece che vedere l'occupazione come conseguenza dell'attacco arabo all'esistenza stessa dello Stato d'Israele e come una questione da affrontare di concerto con quella della cessazione o della diminuzione dell'attacco violento e continuo contro Israele, la vide come l'origine prima di ogni male, il punto focale dei problemi. Il dilemma dei territori divenne agli occhi del postsionismo il risultato naturale di un'intima natura colonialista dello Stato degli ebrei, la conseguenza morale di una sua ubriacatura militarista. Israele diventò oggetto soprattutto di critica: non fu più bella, desiderabile, un sogno realizzato. Per il postsionismo la critica sorpassò l'ammirazione e l'orgoglio. L'idea del fallimento, quella del successo. Questo nonostante la resistenza della popolazione all'attacco terrorista, nonostante la densità e la consistenza del suo potere giudiziario, della sua democrazia parlamentare, della scienza e dell'high tech.

Naomi Shemer è stata un'autentica resistente, ha sopportato sorrisini di compatimento intellettuale, ha tenuto duro nel guardare alla sua poetica realtà con la certezza del supporto della sua musica e della gente. Certo il premio Israele non fu mai più meritato. Ha seguitato a praticare una posizione molto difficile in tempi di boriosa presunzione morale: quella di amare il suo popolo e la sua terra, ciò che era di per sé evidentemente amabile, la magnifica capacità del popolo ebraico di costruire anche dopo la Shoah e sotto un attacco continuo, una società democratica e secolare. La minuta descrizione del paesaggio, la luce che promana dai versi di Naomi Shemer si entusiasma di ogni semplice movenza di vita, sia essa un fiore, una festa come Succot, l'immensa solidarietà che si crea fra fratelli costretti a combattere fianco a fianco, l'apprezzamentro della frutta, dei fiori, delle stagioni, dell'amore, la capacità di vivere; la capacità di esprimere il lutto che la guerra porta e lo sforzo di resistere contro la disperazione, ai miei occhi non hanno una stilla di retorica. La retorica viene dall'ideologia, la verità porta solo emozione.

Al funerale di Naomi Shemer c'erano i suoi compagni di Kibbutz e i suoi amici intellettuali di Tel Aviv, dove viveva da tanti anni; c'era Ariel Sharon seduto nel caldo bollente, anziano e triste che cantava a mezza bocca le canzoni di Naomi, con tutti gli altri. C'erano i cantanti e gli artisti più famosi di Israele, quasi tutti militanti della sinistra pacifista, come usa qui come in quasi tutti i Paesi occidentali.

C'erano politici di tutte le parti politiche, bambini delle scuole, gente con la chitarra, molti accademici, militari, Giudici dell'Alta Corte di Giustrizia, settler, attivisti di sinistra, romanzieri amici del marito Mordechia Horowitz, premi Israele. Bella, bella gente, per la dignità dell'atteggiamento, la modestia dell'abbigliamento, per l'espressione di affetto che univa gente che la pensa in modo diverso ma che vive lo stesso destino, per il senso di orgoglio di chi sta facendo un buon lavoro, per le rughe di dolore che conferisce a ogni volto la tragedia di chi non riesce a trovare la pace che desidera e persegue, a qualsiasi parte politica appartenga, da così tanto, così tanto tempo.

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