Stretti fra attentati e realpolitik
giovedì 5 dicembre 2002 Panorama 0 commenti
Fine delle «eliminazioni mirate», minimo uso dei tank, per evitare inutili sofferenze alla popolazione. Ma la nuova ondata di attacchi potrebbe rimettere tutto in discussione.
"Cambiamento nelle scelte operative" è un’espressione gelida, di cui il capo di stato maggiore Moshe «Boogy» Ya’alon si serve con poco entusiasmo. Gli eserciti, come i governi, preferiscono sostenere che non sono stati commessi errori strategici, che la linea era ottimale. In realtà, però, l’esercito israeliano ha compiuto dall’inizio dell’intifada, nel settembre 2000, una quantità di giravolte. E ora, di nuovo, è su una strada sconosciuta. La rivoluzione di Tzahal, l’esercito di Israele, è cominciata in seguito alle critiche internazionali e alle nuove speranze, ai nuovi condizionamenti e al genuino sogno di pace che ispira ogni paese democratico. E sta tutta nelle cronache delle ultime terribili giornate, dure per i palestinesi e per i soldati: incursioni in tutte le città del West bank e a Gaza, niente aerei, pochi elicotteri, ma assedi casa per casa dei sospetti, decine di prigionieri (19 in una nottata, dopo l’attentato di giovedì 21 a Gerusalemme, che ha fatto 12 morti fra cui diversi bambini). Di nuovo i carri armati sono entrati nelle città della Cis g i o r d a n i a , esclusa Gerico. Nelle settimane scorse, invece, c’era stata una forte svolta di alleggerimento: troppa miseria nei campi palestinesi, troppi morti civili, troppa sofferenza nei coprifuoco e nei check-point. Di lato, la necessità di tenere quieto il campo secondo le richieste di George W. Bush, che prepara lo scontro con Saddam Hussein. Ariel Sharon aveva affermato di essere pronto ad accettare lo stato palestinese. Circolava la speranza che potesse aver luogo una qualche trattativa sulla «road map», il piano che avrebbe dovuto entrare nel vivo della discussione questa settimana. E, infine, il malcontento palestinese verso Yasser Arafat, la sua politica, le sue scelte con il conseguente tentativo di incontro fra Hamas e Al Fatah al Cairo per dichiarare insieme un cessate il fuoco. Su questo sfondo già ad agosto, per iniziativa di Fuad Ben Eliezer, laburista, ex ministro della Difesa, era stato varato un piano chiamato «Betlemme per prima», che prevedeva l’evacuazione dell’esercito israeliano dalla città natale di Gesù, accompagnata da mosse identiche a Hebron e a Gerico. A questo il nuovo capo di stato maggiore Moshe Ya’alon ha accostato sin dall’inizio del suo mandato una serie di misure tese a mitigare l’impatto e gli errori di un esercito come quello israeliano: «Certamente uno dei migliori e dei più motivati del mondo» sottolinea uno stratega di Tzahal (che non può essere citato) «forte del senso della sua guerra di sopravvivenza e per le sue tecniche avanzate, ma anche per primo di fronte a un grande punto interrogativo: come affrontare una guerra non convenzionale come quella contro il terrorismo, una guerra di civili armati e protetti da civili?». All’inizio di novembre è cominciata l’ondata di orribili attentati che nei giorni scorsi ha portato l’esercito a rientrare quasi ovunque: preso di mira era stato il kibbutz pacifista Metzer (morta una madre con i suoi piccoli, in casa, più due adulti corsi in aiuto); subito dopo, un manipolo di terroristi ha fatto 12 morti a Hebron, cittadini e soldati all’uscita della preghiera nella grotta di Machpelà dove è sepolto Abramo; poi è stata uccisa in un agguato, per strada, la mamma di sette bambini nella zona di Rimonim, nei Territori; quindi l’attacco terrorista suicida di giovedì 21 all’autobus numero 20 a Gerusalemme (12 morti), famiglie e ragazzi che andavano a scuola. Il terrorista proveniva proprio da Betlemme, dove, nei giorni in cui al Cairo Hamas e Fatah avrebbero dovuto sventolare bandiera bianca, si organizzavano per nuovi attentati i dissidenti, in parte passati alla jihad islamica. In Israele un’opinione pubblica disperata e oltraggiata, che protestava per non essere stata difesa abbastanza, si è scatenata. «È logico» dice il ministro dell’Interno Uzi Landau «appena lasciamo ai palestinesi la gestione del loro territorio e dei loro terroristi ci rimettiamo la vita di centinaia di persone, Adesso consideriamo cancellati gli impegni “Betlemme per prima” e quant’altro: resteremo nei territori quanto sarà necessario per prendere i terroristi». «In realtà» sostiene l’esperto di cose militari Allon Ben David «il profilo tenuto è basso, non sono state richiamate le riserve, l’esercito conserva le stesse indicazioni di cautela dei mesi scorsi». Un esempio del nuovo corso è Jenin, la città più famigerata per l’infinita serie di terroristi che ne sono usciti. Anche a Jenin, fino al 21 ottobre, quando due terroristi suicidi avevano di nuovo portato strage in Israele, era stato tolto il coprifuoco. Era stato reimposto e ricancellato il 9 novembre, dopo che erano stati presi prigionieri i ricercati, i complici o i capi dei terroristi suicidi. La situazione è rimasta sospesa fino a giovedì 21, quando è stato arrestato l’ultimo, apparentemente, del gruppo degli attuali ricercati, uno dei mandanti della strage di Kar Kur (un autobus esploso, 14 morti). Lunga caccia, lunghe attese, truppe avanti e indietro nella città, con un obiettivo: prendere i colpevoli. Il cambiamento strategico: catturare piuttosto che eliminare i ricercati. Anche per non esasperare l’opinione pubblica locale mentre i palestinesi seguitano a vivere una vita di sofferenze. A Betlemme gli affari erano ripresi, la normalità tornava a riaffacciarsi dopo tanto patire. Ma le organizzazioni terroriste non hanno esitato a colpire e, di nuovo, l’esercito è tornato a usare la mano dura. Eppure dentro Hebron, fino agli ultimi avvenimenti, sono entrati 675 camion in sei giorni (dal 3 al 9 novembre), con cibo, materiale da costruzione e merci varie, e ne sono usciti 143. A Betlemme (città molto più piccola) 236 in entrata e 46 in uscita. Poco, ma un miglioramento rispetto allo stato d’assedio completo che prima veniva usato per bloccare ogni pericolo di infiltrazione. Un segnale di considerazione verso la popolazione, anche se un segnale da tempi di guerra. Per limitare il numero di morti e feriti, nelle settimane scorse l’esercito ha preso alcune misure nuove: riguardano il traffico delle ambulanze, che a Jenin e altrove fu ostacolato per motivi di sicurezza. È stato anche posto un deciso altolà ai soldati nell’uso di scudi umani: i vicini possono essere usati solo per chiamare le persone nascoste nelle case. Poco? Forse, ma l’esercito combatte in condizione di pericolo, con tritolo che scoppia ovunque, dentro casbah fittissime e nemiche. Nelle ultime settimane per evitare di coinvolgere i civili l’esercito aveva ricevuto nuove direttive: uso minimo di carri armati, così da evitare che i ragazzi palestinesi salgano con sassi o bottiglie molotov sui veicoli spaventando i soldati che poi rispondono sparando; diminuzione drastica, se non in caso di «bomba ticchettante» e in casi non risolvibili altrimenti, delle eliminazioni mirate di terroristi (i «targeted killings», duramente condannati dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani), con grande incremento degli arresti. Ma dopo l’assassinio di Metzer, l’esercito è entrato con carri armati coperti da elicotteri a Nablus e ha arrestato 30 persone; Hebron è stata virtualmente rioccupata e si parla di un passaggio libero da palestinesi nella zona fra Kiriat Arba (l’insediamento ebraico) e la grotta di Machpelà, Tomba dei patriarchi. A Betlemme rientrano i tank. Ariel Sharon, mentre Benjamin Netanyahu lo morde ai garretti in vista delle prossime elezioni, comincia a passare per colomba. Bisogna vedere quanto potrà sopportare questa fama, senza rischiare il posto di premier alle elezioni prossime, molto prossime.
"Cambiamento nelle scelte operative" è un’espressione gelida, di cui il capo di stato maggiore Moshe «Boogy» Ya’alon si serve con poco entusiasmo. Gli eserciti, come i governi, preferiscono sostenere che non sono stati commessi errori strategici, che la linea era ottimale. In realtà, però, l’esercito israeliano ha compiuto dall’inizio dell’intifada, nel settembre 2000, una quantità di giravolte. E ora, di nuovo, è su una strada sconosciuta. La rivoluzione di Tzahal, l’esercito di Israele, è cominciata in seguito alle critiche internazionali e alle nuove speranze, ai nuovi condizionamenti e al genuino sogno di pace che ispira ogni paese democratico. E sta tutta nelle cronache delle ultime terribili giornate, dure per i palestinesi e per i soldati: incursioni in tutte le città del West bank e a Gaza, niente aerei, pochi elicotteri, ma assedi casa per casa dei sospetti, decine di prigionieri (19 in una nottata, dopo l’attentato di giovedì 21 a Gerusalemme, che ha fatto 12 morti fra cui diversi bambini). Di nuovo i carri armati sono entrati nelle città della Cis g i o r d a n i a , esclusa Gerico. Nelle settimane scorse, invece, c’era stata una forte svolta di alleggerimento: troppa miseria nei campi palestinesi, troppi morti civili, troppa sofferenza nei coprifuoco e nei check-point. Di lato, la necessità di tenere quieto il campo secondo le richieste di George W. Bush, che prepara lo scontro con Saddam Hussein. Ariel Sharon aveva affermato di essere pronto ad accettare lo stato palestinese. Circolava la speranza che potesse aver luogo una qualche trattativa sulla «road map», il piano che avrebbe dovuto entrare nel vivo della discussione questa settimana. E, infine, il malcontento palestinese verso Yasser Arafat, la sua politica, le sue scelte con il conseguente tentativo di incontro fra Hamas e Al Fatah al Cairo per dichiarare insieme un cessate il fuoco. Su questo sfondo già ad agosto, per iniziativa di Fuad Ben Eliezer, laburista, ex ministro della Difesa, era stato varato un piano chiamato «Betlemme per prima», che prevedeva l’evacuazione dell’esercito israeliano dalla città natale di Gesù, accompagnata da mosse identiche a Hebron e a Gerico. A questo il nuovo capo di stato maggiore Moshe Ya’alon ha accostato sin dall’inizio del suo mandato una serie di misure tese a mitigare l’impatto e gli errori di un esercito come quello israeliano: «Certamente uno dei migliori e dei più motivati del mondo» sottolinea uno stratega di Tzahal (che non può essere citato) «forte del senso della sua guerra di sopravvivenza e per le sue tecniche avanzate, ma anche per primo di fronte a un grande punto interrogativo: come affrontare una guerra non convenzionale come quella contro il terrorismo, una guerra di civili armati e protetti da civili?». All’inizio di novembre è cominciata l’ondata di orribili attentati che nei giorni scorsi ha portato l’esercito a rientrare quasi ovunque: preso di mira era stato il kibbutz pacifista Metzer (morta una madre con i suoi piccoli, in casa, più due adulti corsi in aiuto); subito dopo, un manipolo di terroristi ha fatto 12 morti a Hebron, cittadini e soldati all’uscita della preghiera nella grotta di Machpelà dove è sepolto Abramo; poi è stata uccisa in un agguato, per strada, la mamma di sette bambini nella zona di Rimonim, nei Territori; quindi l’attacco terrorista suicida di giovedì 21 all’autobus numero 20 a Gerusalemme (12 morti), famiglie e ragazzi che andavano a scuola. Il terrorista proveniva proprio da Betlemme, dove, nei giorni in cui al Cairo Hamas e Fatah avrebbero dovuto sventolare bandiera bianca, si organizzavano per nuovi attentati i dissidenti, in parte passati alla jihad islamica. In Israele un’opinione pubblica disperata e oltraggiata, che protestava per non essere stata difesa abbastanza, si è scatenata. «È logico» dice il ministro dell’Interno Uzi Landau «appena lasciamo ai palestinesi la gestione del loro territorio e dei loro terroristi ci rimettiamo la vita di centinaia di persone, Adesso consideriamo cancellati gli impegni “Betlemme per prima” e quant’altro: resteremo nei territori quanto sarà necessario per prendere i terroristi». «In realtà» sostiene l’esperto di cose militari Allon Ben David «il profilo tenuto è basso, non sono state richiamate le riserve, l’esercito conserva le stesse indicazioni di cautela dei mesi scorsi». Un esempio del nuovo corso è Jenin, la città più famigerata per l’infinita serie di terroristi che ne sono usciti. Anche a Jenin, fino al 21 ottobre, quando due terroristi suicidi avevano di nuovo portato strage in Israele, era stato tolto il coprifuoco. Era stato reimposto e ricancellato il 9 novembre, dopo che erano stati presi prigionieri i ricercati, i complici o i capi dei terroristi suicidi. La situazione è rimasta sospesa fino a giovedì 21, quando è stato arrestato l’ultimo, apparentemente, del gruppo degli attuali ricercati, uno dei mandanti della strage di Kar Kur (un autobus esploso, 14 morti). Lunga caccia, lunghe attese, truppe avanti e indietro nella città, con un obiettivo: prendere i colpevoli. Il cambiamento strategico: catturare piuttosto che eliminare i ricercati. Anche per non esasperare l’opinione pubblica locale mentre i palestinesi seguitano a vivere una vita di sofferenze. A Betlemme gli affari erano ripresi, la normalità tornava a riaffacciarsi dopo tanto patire. Ma le organizzazioni terroriste non hanno esitato a colpire e, di nuovo, l’esercito è tornato a usare la mano dura. Eppure dentro Hebron, fino agli ultimi avvenimenti, sono entrati 675 camion in sei giorni (dal 3 al 9 novembre), con cibo, materiale da costruzione e merci varie, e ne sono usciti 143. A Betlemme (città molto più piccola) 236 in entrata e 46 in uscita. Poco, ma un miglioramento rispetto allo stato d’assedio completo che prima veniva usato per bloccare ogni pericolo di infiltrazione. Un segnale di considerazione verso la popolazione, anche se un segnale da tempi di guerra. Per limitare il numero di morti e feriti, nelle settimane scorse l’esercito ha preso alcune misure nuove: riguardano il traffico delle ambulanze, che a Jenin e altrove fu ostacolato per motivi di sicurezza. È stato anche posto un deciso altolà ai soldati nell’uso di scudi umani: i vicini possono essere usati solo per chiamare le persone nascoste nelle case. Poco? Forse, ma l’esercito combatte in condizione di pericolo, con tritolo che scoppia ovunque, dentro casbah fittissime e nemiche. Nelle ultime settimane per evitare di coinvolgere i civili l’esercito aveva ricevuto nuove direttive: uso minimo di carri armati, così da evitare che i ragazzi palestinesi salgano con sassi o bottiglie molotov sui veicoli spaventando i soldati che poi rispondono sparando; diminuzione drastica, se non in caso di «bomba ticchettante» e in casi non risolvibili altrimenti, delle eliminazioni mirate di terroristi (i «targeted killings», duramente condannati dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani), con grande incremento degli arresti. Ma dopo l’assassinio di Metzer, l’esercito è entrato con carri armati coperti da elicotteri a Nablus e ha arrestato 30 persone; Hebron è stata virtualmente rioccupata e si parla di un passaggio libero da palestinesi nella zona fra Kiriat Arba (l’insediamento ebraico) e la grotta di Machpelà, Tomba dei patriarchi. A Betlemme rientrano i tank. Ariel Sharon, mentre Benjamin Netanyahu lo morde ai garretti in vista delle prossime elezioni, comincia a passare per colomba. Bisogna vedere quanto potrà sopportare questa fama, senza rischiare il posto di premier alle elezioni prossime, molto prossime.
