Sterminare tutti gli ebrei è l’obiettivo del nuovo terrorismo globale.
Shalom, dicembre 2008
Uno dei luoghi colpiti dagli attentati di Mumbai è stato il centro ebraico Chabad a conferma dell’odio antiebraico della jihad islamica
Quando queste parole appariranno su Shalom lo shock del grande attacco terroristico di Mumbai sarà già parte di quei ricordi dolorosi che scacciamo dalla mente per non avere paura, per non soffrire. Ma nella mattinata successiva all’attacco, quando ancora i terroristi sbarcati in gran parte sul glorioso fronte della città più vitale dell’India la cingevano di assedio in dieci diversi punti, un sondaggio che chiedeva agli italiani se avessero paura che qualcosa di simile potesse accadere anche a loro, rispondevano “si, abbiamo paura”. In tanto, molti commentatori si affrettavano a spiegare che i problemi locali dell’India, il suo scontro sia ideologico che pratico (ovvero la contesa per il Kashmir), la vicinanza con un Afghanistan in cui allignano forze terroriste antimperialiste, la frizione fra hindu fondamentalisti e le altre confessioni locali, tutte questi problemi specifici avevano portato al grande disastro. Molti invece, e prima di tutti la gente che ha dichiarato le sue preoccupazioni, hanno capito che ci si trovava di fronte a un nuovo undici di settembre, un’azione di guerra legata al grande obiettivo complessivo della jihad islamica, ormai ben più unita nelle sue due componenti sunnita e sciita che nel 2001. Solo il minimalismo impaurito di alcuni commentatori riportava le cose alla dimensione locale. Ci sono invece molte prove della pregnanza dell’azione nell’ambito di una guerra mondiale di cui purtroppo scriviamo da molti anni, da quando Osama Bin Laden nel 1998 la dichiarò, globale e puntata alla vittoria totale, contro “I crociati e gli ebrei” di tutto il mondo.
Scriviamo di una nuova guerra mondiale da quando il terrorismo ha colpito obiettivi che nessuno si sarebbe mai aspettato, dalle Twin Towers alla metropolitana di Londra alle ambasciate in Kenia, da quando il terrore si è trasformato in guerra guerreggiata secondo i canoni degli eserciti di massa, ma con una grande differenza: gli obiettivi degli Hezbollah e di Hamas, con le loro katiushe e kassam, e dell’Iran, con la preparazione della bomba atomica e la promessa di sterminio, sono i civili innocenti. A Mombay che il gioco fosse quello della grande sfida prima ancora delle confessioni dei terroristi (‘volevamo uccidere 5000 persone’) ce l’ha confermato la complessità e l’ambiziosità di un’operazione di guerra condotta con precisa conoscenza del terreno (dal labirinto dei grandi hotel ai meandri della stazione e degli ospedali attaccati), con varietà di alleanze (fino alla mafia locale) anche internazionali, con dovizia nella scelta delle armi e con la devozione totale dei terroristi tutti determinati a morire per la vittoria dell’Islam.
Molto significativa della cultura di provenienza della strage, la sofisticazione nella scelta precisa della vittima sacrificale Mumbai, la città ritenuta dai fondamentalisti peccaminosa perché produce ‘Bollywood’, l’industria cinematografica odiata, con le sue danze e le sue belle donne.
I fondamentalisti islamici hanno attaccato simbolicamente la città che ama i suoi turisti occidentali, che ospita tutte le religioni e tutte le etnie, che in definitiva rappresenta benissimo l’eroica nuotata dell’India attraverso le onde della sua cultura orientale sempre verso il faro della democrazia e di un sorprendente sviluppo. Ma al di là di ogni altra considerazione, toglie ogni dubbio a chi immagina che si possa essere trattato di un attacco a caratteristiche locali, toglie ogni speranza che chi immagina che con un accordo sul Kashmir, un’atteggiamento più gentile verso i mussulmani locali possa evitare per il futuro simili disastri, la confessione del terrorista sopravvissuto che ha confessato: cercavamo gli israeliani per vendicare la sorte dei palestinesi.
Ora, è ben lontano da ogni interesse indiano o pakistano il tema del conflitto israeliano palestinese, e la dichiarazione dello scopo preminente della caccia agli israeliani, appare come la consueta foglia di fico per coprire un odio antiebraico senza fine, che infatti si è espresso nel modo più bestiale: una strage di 8 israeliani (fra 24 stranieri uccisi), fra cui un rabbino di 28 anni (Gabriel Holtzberg) e la moglie Rivka di 27, mentre il loro bambino di due anni, come nell’iconografia più classica dei pogrom viene salvato dalla tata coraggiosa che fugge con la creatura in braccio. I terroristi là cercavano gli ebrei, perché ai Chabad, nella loro casa per pecorelle smarrite in India, dove si accoglie generosamente chiunque cerchi un po’ di calore ebraico, non importa nulla dell’origine del passaporto. Seguitiamo anche noi a ignorare che la caccia agli ebrei da quando vige la jihad islamica è aperta in tutto il mondo, che il passaporto israeliano o anche soltanto quello con un cognome ebraico sono molto più ristretti nella libertà di movimento di qualsiasi altro. Da Monaco a Entebbe, da Roma a Mombasa passando per mille altre destinazioni, puoi essere un obiettivo specifico anche se sei un bambino, perché sei ebreo. Specifico, perché come obiettivo generico ciascuno può essere vittima del terrorismo. Di nuovo si riproduce una situazione concettualmente connessa alla seconda guerra mondiale: in quella guerra, dove l’obiettivo di Hitler era l’annichilimento della civiltà giudaico cristiana per istaurate il suo dominio, morirono decine di milioni di persone, coinvolti in un mostruoso disegno generale. Gli ebrei però erano le vittime sacrificali prescelte per simboleggiare la potenza sterminatrice del nuovo regime incombente, la sua minaccia, il suo odio più mirato. Così è oggi: il terrore odia l’occidente intero, ed è deciso a dominarlo. Ma da Ahmadinejad a Bin Laden a Nasrallah a Mashaal, tutti vogliono innanzitutto sterminare gli ebrei. Se l’occidente comprendesse quanto per difendere se stesso sia importante schiacciare questo disegno fin nella sua insanguinata culla, aiuterebbe se stesso.
