Sindrome Gaza, chi sono i nemici dello sgombero
giovedì 28 ottobre 2004 Panorama 0 commenti
La prospettiva del ritiro ha sparigliato i giochi politici su entrambi i fronti. In Israele con una rivolta contro Sharon. Fra i palestinesi con una sorda lotta di potere. Mentre Al Qaeda cerca di infiltrarsi in Cisgiordania.
Sembrava in fondo la soluzione più semplice e sensata per riavviare la pace, un discorso, qualcosa, dopo tanto terrore. Ariel Sharon aveva già avvertito sin dalle primarie testa a testa contro Benjiamin Netanyahu: numero uno, darò uno stato ai palestinesi; numero due, dovete essere pronti a concessioni dolorose; numero tre, il popolo ebraico non può vivere dominando un altro popolo, sia per motivi morali sia per motivi demografici. Da questo presto era venuta la decisione dello sgombero unilaterale da Gaza e da alcuni insediamenti in Cisgiordania. Una mossa clamorosa ma realistica. A Gaza abitano, anche se in insediamenti molto produttivi e abitati ormai da tre o quattro generazioni, solo 5 mila ebrei in mezzo a 1,3 milioni di palestinesi. Una situazione che è costata una quantità di vittime fra coloni, soldati e palestinesi. Dall’altra parte, in Giudea e Samaria, si comincerà, aveva detto Sharon, da alcuni insediamenti particolarmente isolati ed esposti per poi tornare, se il terrorismo abbassa le armi, al tavolo della road map, come chiedono gli americani. In teoria, tutti avrebbero dovuto essere d’accordo, salvo i coloni. Gli israeliani, che al 65 per cento seguitano a esprimersi a favore della scelta di andarsene, in particolare la sinistra, che ha sempre predicato la concessione territoriale. E i palestinesi, che così avrebbero finalmente non solo lo sgombero dell’esercito dalle città, come negli anni Novanta, ma un autentico smantellamento delle colonie, miracolo avvenuto solo a Yamit nel Sinai ai tempi della pace con l’Egitto, all’inizio degli anni Ottanta. Anche l’Egitto, indicato dal consesso internazionale come mallevadore di questa prima parte di un possibile processo di pace, guadagnerebbe benevolenza internazionale e il potere di controllo su una zona delicata come Gaza. E contenti anche gli altri paesi arabi circostanti, per sé o perché i palestinesi otterrebbero finalmente qualcosa. E invece parlare dello sgombero è stato come accendere un fiammifero in un pagliaio, e oggi le due parti in causa come il resto del Medio Oriente sono in furiosa attività contro l’ipotesi di Sharon. Sharon è stato deciso: «Né referendum né elezioni. Lo sgombero di Gaza e di parte della Cisgiordania sarà effettuato entro il 2005. E la prima parte verrà votata entro il 25 ottobre. Decide il parlamento ». Le reazioni non si sono fatte attendere, come dimostra il voto (53 a 44) che la Knesset gli ha sbattuto in faccia dopo il discorso di apertura della sessione invernale, lunedì 11 ottobre. I parlamentari del Likud, i suoi, sono i più accaniti: ben 15 su 40, guidati da Uzi Landau e sostenuti da alcuni ministri come Netanyahu (Finanze) e Silvan Shalom (Esteri), non hanno votato e hanno fatto di tutto per bloccare il provvedimento. La loro posizione: non si danno premi territoriali al terrore, non lo si fa insediare nelle nostre case, altrimenti su quest’onda arriverà fino a Tel Aviv. La sinistra, che avrebbe dovuto fin dal primo momento appoggiare il piano, ora traccheggia, tutta presa dallo scontro per la futura leadership fra Shimon Peres, Ehud Barak redivivo e Amir Perez, capo del sindacato. Perfino la colomba Peres ora gioca a fare il duro leader di opposizione per battere gli avversari interni e alzare il prezzo di un eventuale futuro governo di coalizione, e insiste per il referendum o le elezioni anticipate. L’opposizione più ostinata naturalmente viene dai coloni. Mentre Jonathan Bassi, incaricato da Sharon di trattare i compensi per chi accetta di lasciare le case, afferma che in silenzio già un terzo dei coloni di Gaza è in trattative, alcuni rabbini dei settler, come Avraham Shapira, hanno detto che il ritiro è contro la volontà di Dio. E sui muri compaiono i manifesti di autentici o supposti «refusenik » dell’esercito: «Comandante, siamo ebrei... questo non lo possiamo fare». David Horowitz, nuovo direttore del quotidiano Jerusalem Post, commenta: «Poco tempo fa Sharon annunciava che l’evacuazione sarebbe avvenuta in un periodo di 12 settimane d’estate. Ora si è allargato a tutto l’anno. Se accadrà, comunque sarà in un clima di terribile scontro interno». E tuttavia Sharon insiste a trattare a sinistra con Peres e a destra con il capo spirtuale dello Shas (il partito religoso sefardita, quello meno implicato negli insediamenti), rav Ovadia Yossef. Yossef ha gradito soprattutto la posizione del capo di stato maggiore Shaul Mofaz, che in un colloquio durato ore, con le mappe militari dispiegate sul tavolo, gli ha spiegato che un suo ordine di sgomberare equivarrebbe al dettato ebraico che salvare vite umane è più importante che salvare la terra. Certo le incognite sono molte. Se Sharon non ottiene un voto favorevole alla Knesset il 25 ottobre e non riesce a formare un nuovo governo di coalizione, non c’è altra strada che le elezioni anticipate. Solo la gestione del conflitto contro il terrore gioca a suo favore. Con il recinto di difesa e la dura operazione a Gaza, a Jamalia e a Beit Hanun per fermare i missili kassam, conclusasi giovedì scorso, gli attentati sono diminuiti di oltre il 90 per cento. Ma i costi sono stati alti: in tre settimane i morti sono stati oltre cento e l’opinione pubblica è angosciata in particolare per la vicenda di una ragazzina uccisa per gli ordini apparentemente irragionevoli ed eccessivi di un giovane ufficiale ora sotto accusa. D’altra parte, ha restituito fiducia la cattura a Hebron, in mutande e a mani alzate, di Imad Hawasmeh, importante leader di Hamas che ha organizzato fra i suoi tanti attentati anche l’ultimo, quello di Beersheba in settembre, che su un autobus ha ucciso 16 innocenti. L’uso dell’esercito e della barriera ha aiutato la società israeliana a sperare in una certa serenità e i caffè sono di nuovo pieni. Invece la società palestinese soffre: per i problemi economici e per i lutti. Tanto che i cittadini di Gaza hanno sollecitato Hamas a smettere i lanci dei missili kassam che provocano l’azione dell’esercito. L’idea ad Hamas non sembra essere piaciuta. Dopo aver lanciato i missili che hanno ucciso due bambini alla vigilia del Capodanno ebraico, e dopo aver subito il contrattacco di Tzahal, l’esercito israeliano, Hamas ha indetto una conferenza stampa per dichiarare che non solo non vuole terminare i lanci, ma sta attrezzandosi per avere missili che superino i 7-9 chilometri di gittata, in modo da colpire anche Ashdod e Ashkelon. Intanto emergono altre spaccature all’interno della società palestinese. Mercoledì 13 ottobre Moussa Arafat, cugino di Yasser, che il rais avrebbe voluto come capo della sicurezza a Gaza (idea accantonata dopo un’aperta rivolta), ha subito un attentato a colpi di mortaio mentre in auto lasciava Gaza City. Molti, subito, hanno pensato che dietro potesse esserci il grande aspirante al potere a Gaza: Mohammed Dahlan, un quarantenne con cravatta e gemelli, deciso a contrastare sia il potere di Arafat sia quello di Hamas; un uomo d’armi che il mondo si sforza di definire un democratico. Molte voci parlano di una rivolta ormai palese. Ahmed Qreia (vero nome di Abu Ala), il primo ministro che ha tentato tante volte di dimettersi ma non ne ha avuto il permesso, ha dichiarato: «I servizi di sicurezza non possono fermare il caos. Ci sono problemi interni e assassinii. La grande responsabilità ricade su di noi. La situazione avrebbe dovuto essere gestita in maniera adamantina e dura, ma la situazione palestinese non consente decisioni chiare, così tutto si è deteriorato». Alla sua voce si è aggiunta quella dell’ex primo ministro Abu Mazen al quotidiano giordano Al Rai: l’intifada nel suo insieme, ha detto, è stata un errore, bisogna finirla con la militarizzazione della lotta e tornare a parlare con gli americani e con il pubblico israeliano. Ma non è tutto: sul New York Times il consigliere di Arafat, Michel Terazi, ha riproposto «uno stato per due popoli» in cui i palestinesi diverrebbero la maggioranza del 22° stato arabo. L’esperto Dan Dyker sorride: «Ci sono forze che cospirano contro Arafat, forze che lo combattono attivamente o combattono fra loro per il potere, forze che semplicemente aspettano la sua morte per sostituirlo. Ma nessuna di queste forze è democratica nel senso che diamo noi alla parola. Siamo di fronte solo a una guerra di potere scatenata dalla prospettiva dello sgombero di Gaza». Anche l’attacco terroristico subito dall’Egitto a Taba sembra spegnere speranze: l’integralismo islamico che uccise Anwar Sadat nel 1981 e i turisti a Luxor nel 1994 non gradisce una sia pur parziale situazione di distensione. E lancia al presidente egiziano Hosni Mubarak un avvertimento sul prezzo da pagare per il suo ruolo di garante internazionale a Gaza. Nel frattempo i servizi segreti israeliani segnalano i tentativi di Al Qaeda (finora falliti) di stabilire proprie cellule fra i palestinesi nella Cisgiordania e l’arrivo (riuscito) di armi e ordini iraniani. Gli hezbollah cercano in tutti i modi di aiutare Hamas a Gaza. Hamas, sunnita, resiste in parte alle pressioni del gruppo sciita, ma è ormai interessata alla collaborazione. L’unico elemento positivo in tanto caos è la mano tesa del presidente siriano Bashar Assad: resosi conto che Usa e Francia sono davvero intenzionati a stabilire sanzioni se non si ritirerà dal Libano, avanza una proposta di pace a Israele. E fa votare dal suo parlamento la sospensione della legge che proibisce di parlare con gli israeliani.
Sembrava in fondo la soluzione più semplice e sensata per riavviare la pace, un discorso, qualcosa, dopo tanto terrore. Ariel Sharon aveva già avvertito sin dalle primarie testa a testa contro Benjiamin Netanyahu: numero uno, darò uno stato ai palestinesi; numero due, dovete essere pronti a concessioni dolorose; numero tre, il popolo ebraico non può vivere dominando un altro popolo, sia per motivi morali sia per motivi demografici. Da questo presto era venuta la decisione dello sgombero unilaterale da Gaza e da alcuni insediamenti in Cisgiordania. Una mossa clamorosa ma realistica. A Gaza abitano, anche se in insediamenti molto produttivi e abitati ormai da tre o quattro generazioni, solo 5 mila ebrei in mezzo a 1,3 milioni di palestinesi. Una situazione che è costata una quantità di vittime fra coloni, soldati e palestinesi. Dall’altra parte, in Giudea e Samaria, si comincerà, aveva detto Sharon, da alcuni insediamenti particolarmente isolati ed esposti per poi tornare, se il terrorismo abbassa le armi, al tavolo della road map, come chiedono gli americani. In teoria, tutti avrebbero dovuto essere d’accordo, salvo i coloni. Gli israeliani, che al 65 per cento seguitano a esprimersi a favore della scelta di andarsene, in particolare la sinistra, che ha sempre predicato la concessione territoriale. E i palestinesi, che così avrebbero finalmente non solo lo sgombero dell’esercito dalle città, come negli anni Novanta, ma un autentico smantellamento delle colonie, miracolo avvenuto solo a Yamit nel Sinai ai tempi della pace con l’Egitto, all’inizio degli anni Ottanta. Anche l’Egitto, indicato dal consesso internazionale come mallevadore di questa prima parte di un possibile processo di pace, guadagnerebbe benevolenza internazionale e il potere di controllo su una zona delicata come Gaza. E contenti anche gli altri paesi arabi circostanti, per sé o perché i palestinesi otterrebbero finalmente qualcosa. E invece parlare dello sgombero è stato come accendere un fiammifero in un pagliaio, e oggi le due parti in causa come il resto del Medio Oriente sono in furiosa attività contro l’ipotesi di Sharon. Sharon è stato deciso: «Né referendum né elezioni. Lo sgombero di Gaza e di parte della Cisgiordania sarà effettuato entro il 2005. E la prima parte verrà votata entro il 25 ottobre. Decide il parlamento ». Le reazioni non si sono fatte attendere, come dimostra il voto (53 a 44) che la Knesset gli ha sbattuto in faccia dopo il discorso di apertura della sessione invernale, lunedì 11 ottobre. I parlamentari del Likud, i suoi, sono i più accaniti: ben 15 su 40, guidati da Uzi Landau e sostenuti da alcuni ministri come Netanyahu (Finanze) e Silvan Shalom (Esteri), non hanno votato e hanno fatto di tutto per bloccare il provvedimento. La loro posizione: non si danno premi territoriali al terrore, non lo si fa insediare nelle nostre case, altrimenti su quest’onda arriverà fino a Tel Aviv. La sinistra, che avrebbe dovuto fin dal primo momento appoggiare il piano, ora traccheggia, tutta presa dallo scontro per la futura leadership fra Shimon Peres, Ehud Barak redivivo e Amir Perez, capo del sindacato. Perfino la colomba Peres ora gioca a fare il duro leader di opposizione per battere gli avversari interni e alzare il prezzo di un eventuale futuro governo di coalizione, e insiste per il referendum o le elezioni anticipate. L’opposizione più ostinata naturalmente viene dai coloni. Mentre Jonathan Bassi, incaricato da Sharon di trattare i compensi per chi accetta di lasciare le case, afferma che in silenzio già un terzo dei coloni di Gaza è in trattative, alcuni rabbini dei settler, come Avraham Shapira, hanno detto che il ritiro è contro la volontà di Dio. E sui muri compaiono i manifesti di autentici o supposti «refusenik » dell’esercito: «Comandante, siamo ebrei... questo non lo possiamo fare». David Horowitz, nuovo direttore del quotidiano Jerusalem Post, commenta: «Poco tempo fa Sharon annunciava che l’evacuazione sarebbe avvenuta in un periodo di 12 settimane d’estate. Ora si è allargato a tutto l’anno. Se accadrà, comunque sarà in un clima di terribile scontro interno». E tuttavia Sharon insiste a trattare a sinistra con Peres e a destra con il capo spirtuale dello Shas (il partito religoso sefardita, quello meno implicato negli insediamenti), rav Ovadia Yossef. Yossef ha gradito soprattutto la posizione del capo di stato maggiore Shaul Mofaz, che in un colloquio durato ore, con le mappe militari dispiegate sul tavolo, gli ha spiegato che un suo ordine di sgomberare equivarrebbe al dettato ebraico che salvare vite umane è più importante che salvare la terra. Certo le incognite sono molte. Se Sharon non ottiene un voto favorevole alla Knesset il 25 ottobre e non riesce a formare un nuovo governo di coalizione, non c’è altra strada che le elezioni anticipate. Solo la gestione del conflitto contro il terrore gioca a suo favore. Con il recinto di difesa e la dura operazione a Gaza, a Jamalia e a Beit Hanun per fermare i missili kassam, conclusasi giovedì scorso, gli attentati sono diminuiti di oltre il 90 per cento. Ma i costi sono stati alti: in tre settimane i morti sono stati oltre cento e l’opinione pubblica è angosciata in particolare per la vicenda di una ragazzina uccisa per gli ordini apparentemente irragionevoli ed eccessivi di un giovane ufficiale ora sotto accusa. D’altra parte, ha restituito fiducia la cattura a Hebron, in mutande e a mani alzate, di Imad Hawasmeh, importante leader di Hamas che ha organizzato fra i suoi tanti attentati anche l’ultimo, quello di Beersheba in settembre, che su un autobus ha ucciso 16 innocenti. L’uso dell’esercito e della barriera ha aiutato la società israeliana a sperare in una certa serenità e i caffè sono di nuovo pieni. Invece la società palestinese soffre: per i problemi economici e per i lutti. Tanto che i cittadini di Gaza hanno sollecitato Hamas a smettere i lanci dei missili kassam che provocano l’azione dell’esercito. L’idea ad Hamas non sembra essere piaciuta. Dopo aver lanciato i missili che hanno ucciso due bambini alla vigilia del Capodanno ebraico, e dopo aver subito il contrattacco di Tzahal, l’esercito israeliano, Hamas ha indetto una conferenza stampa per dichiarare che non solo non vuole terminare i lanci, ma sta attrezzandosi per avere missili che superino i 7-9 chilometri di gittata, in modo da colpire anche Ashdod e Ashkelon. Intanto emergono altre spaccature all’interno della società palestinese. Mercoledì 13 ottobre Moussa Arafat, cugino di Yasser, che il rais avrebbe voluto come capo della sicurezza a Gaza (idea accantonata dopo un’aperta rivolta), ha subito un attentato a colpi di mortaio mentre in auto lasciava Gaza City. Molti, subito, hanno pensato che dietro potesse esserci il grande aspirante al potere a Gaza: Mohammed Dahlan, un quarantenne con cravatta e gemelli, deciso a contrastare sia il potere di Arafat sia quello di Hamas; un uomo d’armi che il mondo si sforza di definire un democratico. Molte voci parlano di una rivolta ormai palese. Ahmed Qreia (vero nome di Abu Ala), il primo ministro che ha tentato tante volte di dimettersi ma non ne ha avuto il permesso, ha dichiarato: «I servizi di sicurezza non possono fermare il caos. Ci sono problemi interni e assassinii. La grande responsabilità ricade su di noi. La situazione avrebbe dovuto essere gestita in maniera adamantina e dura, ma la situazione palestinese non consente decisioni chiare, così tutto si è deteriorato». Alla sua voce si è aggiunta quella dell’ex primo ministro Abu Mazen al quotidiano giordano Al Rai: l’intifada nel suo insieme, ha detto, è stata un errore, bisogna finirla con la militarizzazione della lotta e tornare a parlare con gli americani e con il pubblico israeliano. Ma non è tutto: sul New York Times il consigliere di Arafat, Michel Terazi, ha riproposto «uno stato per due popoli» in cui i palestinesi diverrebbero la maggioranza del 22° stato arabo. L’esperto Dan Dyker sorride: «Ci sono forze che cospirano contro Arafat, forze che lo combattono attivamente o combattono fra loro per il potere, forze che semplicemente aspettano la sua morte per sostituirlo. Ma nessuna di queste forze è democratica nel senso che diamo noi alla parola. Siamo di fronte solo a una guerra di potere scatenata dalla prospettiva dello sgombero di Gaza». Anche l’attacco terroristico subito dall’Egitto a Taba sembra spegnere speranze: l’integralismo islamico che uccise Anwar Sadat nel 1981 e i turisti a Luxor nel 1994 non gradisce una sia pur parziale situazione di distensione. E lancia al presidente egiziano Hosni Mubarak un avvertimento sul prezzo da pagare per il suo ruolo di garante internazionale a Gaza. Nel frattempo i servizi segreti israeliani segnalano i tentativi di Al Qaeda (finora falliti) di stabilire proprie cellule fra i palestinesi nella Cisgiordania e l’arrivo (riuscito) di armi e ordini iraniani. Gli hezbollah cercano in tutti i modi di aiutare Hamas a Gaza. Hamas, sunnita, resiste in parte alle pressioni del gruppo sciita, ma è ormai interessata alla collaborazione. L’unico elemento positivo in tanto caos è la mano tesa del presidente siriano Bashar Assad: resosi conto che Usa e Francia sono davvero intenzionati a stabilire sanzioni se non si ritirerà dal Libano, avanza una proposta di pace a Israele. E fa votare dal suo parlamento la sospensione della legge che proibisce di parlare con gli israeliani.
