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Sindrome del figliol prodigo. Sul Medio Oriente il presidente Usa non deve ammorbidire troppo la sua politica

giovedì 10 novembre 2005 Panorama 0 commenti
Scott McClellan, portavoce di George W. Bush, sbagliando ha detto la cosa giusta. Poco dopo che un terrorista suicida aveva sbriciolato cinque persone in Israele, al mercato di Hadera, ha dichiarato: «Bisogna spiegare all’Autonomia palestinese che finché Hamas continua non ha posto sulla scena politica». Ovvero, non può presentarsi alle prossime elezioni di gennaio. McClellan credeva che gli autori della strage fossero di Hamas, invece erano della jihad islamica, ma il ragionamento non cambia. Pochi giorni prima Bush aveva congedato Abu Mazen, dopo un’amichevole visita, con l’autorizzazione a far partecipare Hamas alle elezioni. Il presidente palestinese gli aveva spiegato sia la forza del gruppo sia la sua necessità di mostrarsi indipendente da Israele, che non vuole vedere gli autori di tante stragi nel futuro stato palestinese. Ora invece Bush sembra dire: armati non si entra in un governo democratico. Sarebbe coerente con la sua politica in Medio Oriente. Del resto gli ultimi eventi gli danno ragione: lo sgombero da Gaza, il voto iracheno per la costituzione, l’indagine Onu sulla Siria e la conseguente crisi del regime, l’uscita allo scoperto dell’Iran con il presidente Mahmoud Ahmadinejad che annuncia di volere «cancellare Israele dal mondo» e minaccia i paesi arabi moderati con «le fiamme della furia della nazione islamica»… Ma il presidente Usa, oggi più forte sul piano internazionale, ha seri guai in casa. E sembra soffrire della sindrome del figliol prodigo: si sente a proprio agio fra le nazioni di tutto il mondo che ora gli danno ragione e non vuole più perderne il consenso. Primo sintomo della sindrome è stato la tacita approvazione della presenza degli hezbollah nel governo libanese, un gentile scambio con la Francia. Il secondo, dopo il rapporto Onu, quando si chiede alla Siria di cooperare, ma non si perseguono sanzioni. Il terzo è la posizione sull’Iran, dura solo fino al punto che l’Europa può accettare. Quanto a Israele, dopo che il premier Ariel Sharon ha lanciato un’azione contro la ripresa del terrorismo, Bush si barcamena chiedendogli senso di responsabilità. Ma di responsabilità per i palestinesi non parla. Hamas e la jihad islamica possono così seguitare ad appoggiarsi agli hezbollah e, tramite loro, alla Siria e all’Iran che così rafforzano la loro presa sul Medio Oriente. Basterebbe invece spingere un po’ il pedale sull’Onu per ottenere grandi risultati.

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