Serve una nuova strategia. Il cuore della crisi in Medio Oriente non è la questione palestinese, ma il terrorismo
giovedì 27 luglio 2006 Panorama 0 commenti
Adesso che sugli scogli dell’attacco degli hezbollah dal Libano è finito il mito della centralità dello scontro israeliano- palestinese come origine di tutti i mali del Medio Oriente, bisognerebbe che i leader europei si decidessero a cambiare il dischetto. Una svolta nella testa dei nostri leader è indispensabile, pena una posizione sempre più irrilevante in una crisi che può allargarsi a valanga; pena soprattutto che la guerra si allarghi fino a coinvolgerci in quello scontro di civiltà che seguitiamo a non volere vedere. Ed è triste che il ministro degli Esteri Massimo D’Alema, a fronte del figlio del leader assassinato di Rafik Hariri che chiede all’Iran e alla Siria di fare le loro guerre con Israele senza mettere di mezzo il Libano tramite gli hezbollah, suggerisca che non ci sono prove del coinvolgimento nell’attuale conflitto di quei due stati. Ce ne sono, eccome. Il confine con il Libano da tempo era di fatto divenuto un confine con l’Iran, ovvero con l’integralismo islamico in guerra, senza ragioni territoriali, contro l’Occidente. Gli hezbollah ne erano i custodi, riforniti di armi balistiche sofisticate, con l’impegno logistico e politico costante della Siria. L’ideologia, l’estremismo religioso, l’odio contro lo stato ebraico, visto come un’imperdonabile frattura della umma islamica, come Gamal Abdul Nasser lo vedeva quale intrusione nella comunità panaraba del Medio Oriente, ha preso il posto dello scontro territoriale. Le aspirazioni nazionali palestinesi si sono dimostrate un simulacro delle speranze occidentale: l’odio totalizzante, antisemita, antiamericano ne ha preso il posto. L’hubris antisraeliana si è trasformata in un eccitato simulacro di realtà alimentato dall’11 di settembre, da Al Qaeda, dalla vittoria di Hamas, organizzazione integralista sunnita, e soprattutto dalla chiamata alle armi del presidente iraniamo Mahmoud Ahmadinejad. Questo processo non è stato solo ideologico, è stato organizzato con incontri ai massimi livelli a Damasco, a Teheran, a Beirut, con movimenti bancari importanti, grossi trasferimenti di armi, piani, uomini. Hezbollah è un vero esercito agli ordini di Teheran. Hamas una vera organizzazione internazionale con sede a Damasco e legami iraniani. Quanto a Israele, non è stato il suo ruolo di occupante quello che ha eccitato gli animi, ma il ritiro senza trattativa dal Libano nel 2000 e da Gaza nel 2005, fino all’ultimo centimetro, secondo le misurazioni dell’Onu. Per fare la pace. Ma la pace non è nei programmi di Hamas, di Hezbollah, e più di ogni altro dell’Iran. Lo è solo la vittoria. E per fare la pace bisogna essere in due. Quindi la risposta a questo conflitto (il vero conflitto mediorentale, è bene che ne prendiamo atto) richiede una nuova strategia che metta innanzitutto fine alla minaccia integralista islamica su Israele e sul mondo. Questo significa puntare la nostra attenzione, la nostra forza, sull’obiettivo di evitare che l’Iran raggiunga l’atomica.
