Se il sogno di pace diventa un incubo
mercoledì 1 novembre 2000 Diario di Shalom 0 commenti
Adesso Israele cerca disperatamente intorno segni di normalità, ma ormai il sogno è svanito. Un mio amico che fondò in anni lontani il movimento pacifista Shalom Achshav è invecchiato di colpo. Ripete: "Siano tornati al 1948, o forse non ci siamo mai mossi di là". Andare a fare la spesa al grande makolet arabo qua sotto casa, al villaggio di Sharafat, è diventato molto difficile e comunque, piuttosto che un gesto quotidiano, è un gesto che rompe il ritmo delle cose normali: un atto di coraggio. Il 'ficus beniamina' che ho comperato per mia sorella Simona è rimasto nella serra del mio giardiniere preferito perché il suo negozio è appena fuori dalla vista del traffico, che dà sicurezza. A un passo dalla mia casa, a Gilo, il bellissimo paesaggio di ulivi e case arabe è diventato all'improvviso estraneo, o comunque pieno di punti interrogativi. Dalle case di Beit Jalla hanno sparato dentro le case degli abitanti proprio nei giorni della tregua. La tregua può funzionare o no, ma quello che si è rotto nell'anima israeliana è ben più profondo, dopo sette anni di processo di pace, dopo che Barak tornò, distrutto, da Camp David senza nulla di fatto, dopo avere offerto ad Arafat più del 90 per cento dei Territori e buona parte di Gerusalemme. Arafat invece fu portato in trionfo mentre faceva il segno della vittoria per avere detto "no"; e indossò in quei giorni di nuovo il volto del rifiuto arabo, quello memore del sogno di liberarsi di questa scheggia di Europa nel cuore del Medio Oriente. Da allora, non l'ha mai più smessa: mai più ha avuto fine la continua diffamazione degli ebrei sui giornali, nei luoghi pubblici, fra i Tanzim e gli uomini di Fatah fino al linciaggio di Ramallah, che non stupisce poi tanto se si è posto orecchio alle prediche del venerdì nelle moschee, come quella dello sceicco della moschea di Gaza che aveva proclamato: "gli ebrei devono essere uccisi ovunque si trovino". Un incubo estremista islamico, di cui il popolo palestinese non era mai stato attore: le sue mire erano territoriali e politiche, i suoi desideri dichiarati quelli di uno Stato nazionale. Fino a Camp David, nessuno si aspettava, e forse neppure Arafat, che il rais palestinese diventasse il leader di una lotta religiosa integralista, con al centro la Moschea di Al Aqsa. In Israele, nei giorni di quella che Arafat e con lui gli Hezbollah, Saddam Hussein, gli iraniani, i sauditi, gli Stati del Golfo e in qualche occasione anche gli egiziani e i giordani hanno chiamato "l'Intifada di El Aqsa", la sensazione generale, non solo a sinistra, è stata di sorpresa totale, oltre che di disperazione. E si può dirlo senza che questo suoni segno di debolezza, ma semmai di forza: Israele ha creduto nella pace con una determinazione che, adesso si capisce, ha sfiorato la cecità. I segni c'erano, eccome, e su queste colonne talvolta ne abbiamo narrato: il doppio registro dei discorsi di Arafat, in inglese quando predicavano la pace e in arabo quando incitavano alla guerra; i contenuti dei libri di testo delle scuole palestinesi, con la geografia che cancella la mappa di Israele sostituendovi una grande Palestina da Eilat al Libano, anche in testi pubblicati dopo l'inizio del processo di pace nel '93; l'ideologia dello shahid, il martire terrorista-suicida, insegnata come ideale di vita ai bambini; l'ammirazione per la presunta capacità degli Hezbollah di cacciare gli israeliani sulla punta del fucile e l'autentica gioia che esplode fra la folla ad ogni loro rapimento, ad ogni attacco, ad ogni loro successo; la ripetuta convinzione sui giornali di tutto il mondo arabo da una parte dell'irriducibile brutalità di Israele, e dall'altra della "debolezza" (vocabolo ripetuto molte volte a ogni concessione territoriale e politica e soprattutto al ritiro dal Libano) dei suoi leader; un costante attacco sui giornali arabi alla storia degli ebrei, la negazione spudorata della Shoah non solo sui giornali siriani, ma anche su quelli egiziani... Tutti questi segni, e altri ancora, sono apparsi alla nostra mentalità e soprattutto alla nostra fame di pace come segni minori rispetto a quelli che siamo abituati a considerare cogenti: le firme ai documenti, le testimonianze di rapporti personali cresciuti nell'ambito dei mille colloqui di pace di questi anni (Leah Rabin con Arafat, Peres sempre con Arafat, Uri Savir con Abu Allah ...) gli investimenti nell'Autonomia Palestinese, l'enorme impegno degli intellettuali israeliani verso l'interlocutore palestinese, la precipitosa corsa a cambiare - in cambio della promessa di un futuro migliore - anche il passato, con la rilettura della Guerra del '48, come se fosse stata una guerra d'aggressione pianificata da Israele invece di una guerra lanciata e voluta dai paesi Arabi; la destrutturazione di tutti i personaggi dell'epopea nazionale, primo fra tutti Ben Gurion... Insomma, dal '93 Israele si è guardata nello specchio di un immenso cambiamento di cultura, di mentalità, è caduta preda di una sorta di vanità pacifista: innamoratasi del bel sogno, lo ha creduto vero. E tutto il mondo insieme a lei. Non si è accorta che qui non si giocava affatto solo uno scontro territoriale, ma una battaglia epocale fra culture: quella della democrazia e quella dell'autocrazia, quella dell'emancipazione femminile e quella della donna reclusa, quella della pluralità di opinioni e dell'high tech contro la frustrazione e il trionfalismo della sfortunata storia di questa zona su cui è caduta, come una grande pioggia, la piaga dell'integralismo islamico.
