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Scommettiamo che l’esperto Faraone...

giovedì 1 luglio 2004 Panorama 0 commenti
Hosni Mubarak potrebbe rafforzare il proprio ruolo, ottenere armi e denaro dagli Stati Uniti e risolvere il problema dell’integralismo interno. Come? Garantendo i confini di Gaza.

Quando Menachem Begin e Anwar el Sadat nel 1979 firmarono la pace, il presidente americano Jimmy Carter pregò invano il premier israeliano di lasciare che l’Egitto tenesse a Gaza alcuni «ufficiali di collegamento». Niente da fare: Begin considerava la presenza degli egiziani a pochi chilometri da Ashdod, Ashkelon, Tel Aviv, troppo rischiosa. Adesso invece Ariel Sharon, sogghigna il Medio Oriente, ha un nuovo amico che gli è indispensabile tenersi vicino: Hosni Mubarak, presidente egiziano, detto «il Faraone», cui il primo ministro israeliano ha chiesto da tempo di rientrare in gioco a Gaza nonostante le condizioni fisiche che molti dicono precarie. Così, da quando Sharon ha deciso di usare la forza dei bulldozer nello sgombero della Striscia e di parte della Cisgiordania, i due si sono scritti e inviati emissari più volte, rendendone partecipi anzitutto l’amministrazione Usa e il resto del Quartetto. Molte limousine hanno condotto avanti e indietro dal Cairo a Ramallah, a Gerusalemme il capo dell’intelligence egiziana, generale Omar Suleiman. Gaza è un territorio esplosivo. Qui Hamas è una forza dominante e il confine della Philadelphia road è considerato dagli israeliani un’autentica strada maestra per il contrabbando di armi per i terroristi, attraverso tunnel sotterranei: solo l’Egitto può controllare il caos a Gaza e il contrabbando dal suo territorio. Adesso i giochi sono quasi fatti, l’accordo quasi raggiunto, anche se permangono alcune incognite. La prossima settimana Suleiman sarà di nuovo in Israele per discutere il piano di sgombero e il proprio ruolo. Subito dopo partirà per gli Usa. L’Egitto vuole risposte a quesiti decisivi e sa di giocarsi il ruolo di paese leader del Medio Oriente. Mubarak ha puntato sullo sgombero di Gaza e sulla democratizzazione del Medio Oriente: proprio la formula inventata da George W. Bush nel giugno 2002. Oggi anche l’Europa è convinta che le riforme siano indispensabili a combattere la guerra contro il terrorismo e che lo sgombero unilaterale sia un’ottima iniziativa: il G8 a Savannah ne ha fatto una bandiera. Mubarak sa che l’amministrazione americana è pronta a spendere per questo uomini, armi, denaro. Di fatto, coordinare lo sgombero con l’Egitto e con una speciale forza multinazionale (si comincia a discutere in questi giorni, con la tacita approvazione di Gerusalemme) significherebbe per Israele accettare il fatto che il ritiro non è più unilaterale. Esso verrebbe in realtà discusso con la forza multinazionale, già sul terreno in questi giorni per verificare il da farsi, e con l’Egitto, che parla a sua volta con i palestinesi. Sul terreno ci sono questioni di case, lavoro, acqua, elettricità, banche, passaggio di molti denari e knowhow. Ma soprattutto ci sono armi e terrore. Insomma c’è molto da fare e Israele è interessato a che non gli si rovesci tutto addosso. Tanto più che molte organizzazioni palestinesi ripetono di non gradire né lo sgombero in sé, né la presenza egiziana. Anche a Gerusalemme non tutti sono d’accordo. Per esempio, l’ex ministro della difesa israeliano Moshe Arens afferma: «Un paese che nonostante la pace non ha mai stabilito rapporti amichevoli, e i cui giornali e tv sono pieni di odio antisemita, non dà fiducia. Inoltre il 30 per cento del pil egiziano è destinato a spese militari, la stessa quota dell’era Breznev». A preoccupare Arens è soprattutto il fatto che l’esercito egiziano sia equipaggiato con armi americane di ultima generazione, inclusi missili Harpoon, aerei F16, carri armati M1-A1. Così il gap strategico con Israele si è molto ridotto. Ultimamente, inoltre, gli esperti strategici israeliani hanno notato movimenti che mostrerebbero la volontà dell’Egitto di allargare la presenza militare nel Sinai, contro gli accordi presi. E un accordo basilare è già stato violato con il ritiro dell’ambasciatore egiziano da Tel Aviv all’inizio dell’intifada. In realtà Mubarak ha capito che, favorendo lo sgombero da Gaza e sostenendo la pace fra Israele e Palestina, può diventare un eroe della linea americana di democratizzazione senza rinunciare al suo potere e mantenendo una presa autocratica sul proprio paese. Uno dei suoi compiti nelle trattative su Gaza è convincere Yasser Arafat ad abbandonare il controllo assoluto sull’Anp e sugli uomini armati. Se ci riuscisse sarebbe un grande regalo a Bush proprio alla vigilia delle elezioni presidenziali e servirebbe a dimostrare al mondo che, proprio con l’aiuto del maggiore fra i paesi mediorientali, la road map si è rimessa in moto con un Arafat ridimensionato. Il regalo agli amici europei, invece, sarebbe l’ingresso nel gioco di una forza internazionale, la bestia nera degli israeliani che non hanno mai voluto arbitraggi esterni. Un successo, inoltre, avrebbe una positiva ricaduta anche in Egitto: qui gli integralisti islamici sono legati a doppio filo con i palestinesi di Hamas e una situazione più calma a Gaza potrebbe evitare l’espandersi del contagio. Suleiman sa che l’Egitto non può permettersi un Arafat che espande la propria ben amministrata debolezza da Gaza fino al Cairo. Quindi chiede che cessino di esistere le 12 milizie armate di Al Fatah, sregolate e scoordinate, che possono scegliere di volta in volta se allearsi o combattere contro Hamas. Il capo dell’intelligence egiziana vuole tre sole milizie, non legate ad Arafat, e intende condurre la trattativa con i due capi militari palestinesi: Mohammed Dahlan per Gaza e Jibril Rajoub per la Cisgiordania. Il risultato sarebbe una destituzione di fatto di Arafat. In cambio Sharon dovrebbe ridare ad Arafat la libertà di spostarsi fra Ramallah e Gaza. L’Egitto ha invitato tutte le fazioni dell’Autorità nazionale palestinese al Cairo perché cerchino un accordo per una tregua gestita insieme con un Al Fatah riveduto e corretto. Lo scopo è anche quello di aumentare la pressione su Hamas per indurla a più miti consigli. Del resto l’Egitto ha sempre giocato su molti tavoli: nel 1995 fece pressione su re Hussein di Giordania perché non firmasse la pace con Israele e nessun rappresentante egiziano era presente alla cerimonia a Taba. Anche negli anni del processo di pace che ha coinvolto i palestinesi, i giordani, i paesi del Golfo e altri, il Cairo non ha mai cercato di migliorare il gelido rapporto con Gerusalemme. Quando, poi, Bill Clinton chiese ad Arafat di distruggere Hamas, Mubarak si adoperò perché ciò non avvenisse. Oggi, dopo la guerra dell’Iraq e i cambiamenti avvenuti in Medio Oriente, le cose sono cambiate. Per sopravvivere la migliore strategia per la leadership egiziana è far parte del cambiamento. Una sola cosa rimane costante: gli aiuti di Washington al Cairo. Nell’aprile di quest’anno nel corso della sua visita a Bush, Mubarak ha ricevuto una promessa da 1,8 miliardi di dollari, di cui 1,3 miliardi destinati a spese militari. Dal 1979, anno della pace con Israele, l’Egitto ha ottenuto finanziamenti per 50 miliardi di dollari, offrendo in cambio assai poco. Però Mubarak probabilmente dovrà cambiare politica.

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