Scenari di guerra
venerdì 1 dicembre 2000 Diario di Shalom 0 commenti
Nizar Kabani, un famoso poeta arabo, qualche anno fa, durante una riunione dell'OIC, l'Organizzazione dell'Unione Islamica, scriveva che era un bel miracolo vedere insieme i leader algerini che uccidono i mussulmani sunniti, e i leader dell'Irak che uccidono i mussulmani sciiti. L'amara risata di Kabani era del tutto pertinente alla riunione dell'OIC della settimana scorsa in Qatar: il mondo mussulmano non ha affatto concluso le sue guerre interne. L'Irak continua combattere gli sciiti, il Bahrain a sua volta li perseguita e l'Iran, che è sciita, sostiene i mussulmani sunniti della Cecenia e del Pakistan in modo da evitare che il Pakistan (sunnita) gli contenda il ruolo di leader mondiale dell'Islam. E in Medio Oriente prosegue l'infinito scontro per il primato politico che si gioca fra l'Egitto, in pole position, e gli altri grandi Stati come la Siria, ma anche l'Iraq e l'Iran. E tuttavia, a Doha un elemento nuovo muoveva la deriva del continente islamico in direzioni inusitate, iniziava un riposizionamento complessivo dei Paesi arabi appena intravisto nella conferenza di Sharm el Sheik: questo elemento nuovo si chiama crisi mediorentale, e porta il cappello di Yasser Arafat. Se questa ridefinizione giungesse a un risultato pieno, secondo gli esperti militari e di intelligence, potremmo vederne delle belle: persino una guerra a valanga, che non lascerebbe pietra su pietra in tutto il Medio Oriente e oltre. Innanzitutto, i fatti: la conferenza dell'OIC, in sé e per sé, non regala ad Arafat risultati straordinari, anche se il tema degli scontri con gli israeliani è al centro del dibattito. Come risultato Arafat porta a casa soltanto una forte condanna di Israele: l'Iraq e il Sudan avevano chiesto che si proclamasse una jihad di tutti i Paesi presenti contro Israele, la Turchia, l'Egitto e la Giordania - fra mille solenni dichiarazioni di sostegno a Arafat - avevano confermato senza ombra di dubbio i loro rapporti di pace con Israele, stati come l'Azerbaijan il Kyrgystan e persino l'Indonesia e il Gambia avevano annunciato il loro sostegno alla lotta palestinese senza rinunce, però, a comprare sistemi di irrigazioni e armi israeliane. La Turchia si era spinta a dire che se fossero state prese decisioni drastiche, non le avrebbe comunque rispettate. Arafat si doveva contentare dei 200 milioni di dollari conferitigli dalla Lega araba pochi giorni prima, e dalle decisioni della Tunisia, del Marocco, dell'Oman e del Qatar di tagliare i rapporti diplomatici con Israele. E tuttavia, non è l'apparenza che conta: dopotutto non bisogna dimenticare che gli USA, fonte di affari e finanziamenti e baluardo militare della pur durissima Arabia Saudita (custode dei luoghi santi dell'Islam, vera dispensatrice di legittimità nel mondo arabo) ha gli occhi puntati su consessi come la Lega o l'OIC. Guardiamo invece a quel che accade sullo sfondo. Due stati guadagnano terreno nel Medio Oriente dell'Intifada di Al Aqsa: Iraq e Iran. Saddam Hussein è salito con grande abilità sull'onda della rabbia palestinese e ne fa un'occasione per rientrare in pompa magna nel consesso arabo da cui era stato espulso a causa della sua aggressione al Kuwait: chiede a Giordania e a Siria di farlo passare con le sue divisioni e di lasciare che sia lui a farla finita con "la sporca entità sionista", come a Sharm il suo inviato chiama Israele. Diventa un eroe della strada palestinese che torna a invocare i suoi missili ed erge il suo ritratto negli scontri. Ad ogni occasione di incontro per aiutare i palestinesi, a Sharm come a Doha, i Paesi mussulmani si sentono moralmente obbligati a stilare documenti in suo sostegno, perché Saddam, che pure possiede minacciose armi non convenzionali, chimiche e biologiche, oltre a un discreto arsenale convenzionale che può minacciare dall'Iran ai Sauditi, venga liberato dalle sanzioni. Saddam accumula dieci divisioni, fra cui quelle addette alla sua difesa personale, al confine della Giordania proprio nei giorni in cui il primo ministro Giordano Ali Abu al Ragheb compie una storica visita a Baghdad. Anche la Siria nel frattempo ha compiuto storiche visite a Baghdad, e non solo. Il suo giovane rais, Bashar Assad ha usato parole durissime nei confronti di Israele, al limite della irragionevolezza: ha chiamato Israele 'nazista', ha invocato da tutti gli Stati riuniti nei consessi arabi una "creatività" che in realtà è un appello a comportarsi come gli hezbollah, la forza di guerriglia e terrorismo estremista islamica che agisce solo quando la Siria dà loro la luce verde dal Libano e persegue la distruzione di Israele. Bashar sembra essere, in questa fase, molto più militante di suo padre: la sua ricerca di un'identità di leader lo mette in posizione da consentire qualsiasi gesto di provocazione da parte degli hezbollah (che invece Assad in parte conteneva), con imprevedibili conseguenze. Dietro agli hezbollah, oltretutto, compare nell'ombra, nuovo possibile attore sulla scena mediorientale, l'Iran dell'ayatollah Khamenei, che rifornisce di armi e denaro, tramite Damasco, gli hezbollah. Dunque, di fronte alla ragionevolezza dell'Egitto e della Giordania, si ergono a nuovo ruolo altri Paesi mediorientali: quelli estremisti. E tutti alla ricerca di leadeship. Una scena davvero poco rassicurante.
