Fiamma Nirenstein Blog

Riuscire a vivere nonostante il terrorismo palestinese

lunedì 1 luglio 2002 Diario di Shalom 0 commenti
Mentre scrivo queste righe, il 19 di giugno, sento urlare decine di ambulanze: a trecento metri dalla mia casa, sulla discesa verso l'incrocio, è esploso un autobus dieci minuti fa, davanti al negozio dei miei amici arabi, i fratelli Pardos, da cui faccio la spesa, presso il fioraio dove compro le rose di venerdì, giù per lo stradone dove passo dieci volte al giorno. Dentro la mia vita, e molto, molto di più dentro la vita di tutti quelli che da oggi non saranno più le stesse persone: si parla di quaranta feriti, e al minimo, di dieci uccisi. Fra loro i ragazzi che vanno a scuola in città, i lavoratori che affollano i mezzi pubblici alle otto di mattina. Famiglie spezzate in cui i genitori seppelliscono i figli, persone di ogni età che resteranno mutilate per sempre. Ormai la prassi ha un carattere rituale: la televisione e la radio cominciano quasi subito dopo lo scoppio a computare numeri, le decine di feriti, molti cashè (gravi), molti cashè meod (molto gravi), molti anush, in condizioni disperate. Presto questi feriti, secondo i bollettini, si riveleranno in realtà uccisi. Mentre scrivo, proprio adesso, i dieci morti sono già diventati 14. Poco dopo, 19. Quante madri impazzite di paura stanno correndo giù lungo la discesa per cercare i loro figli? Quante mogli e mariti lasciano il lavoro per precipitarsi agli ospedali Sharei Tzedek o Hadassa Ein Karem a cercare fra i feriti i loro cari? La prassi consueta prosegue: in cielo gli elicotteri, i poliziotti verificano che non ci sia un altro terrorista in zona, decine di ambulanze urlanti occupano il terreno in un attimo; ci sono volontari di ogni età, ragazzini che hanno fatto continui corsi di aggiornamento fin dall'età di 15 anni. Sanno perfettamente, davanti a ferite e amputazioni disumane, come comportarsi. Niente fa loro paura: sotto la direzione di medici e paramedici sgombrano il campo dai feriti in pochi minuti, suddividendoli secondo le tipologie, e trovando il tempo anche per una buona parola. La prima cosa che imparano ai corsi è: "ricordatevi che avete a che fare con esseri umani". Una volta sgombrato il campo dai feriti, gli uomini con i grembiuli gialli cominciano la loro opera santa di ricomposizione dei morti. Stasera di nuovo le strade di Gerusalemme saranno popolate, i ristoranti e i bar - anche se a ritmo ridotto - lavoreranno. Le automobili cominciano già a marciare di nuovo. Ehud Olmert, il sindaco di Gerusalemme, dice con le lacrime agli occhi: "I cittadini di Gerusalemme sono i più coraggiosi del mondo, nessuno è forte come loro". Anche dall'altra parte c'è una prassi: la mattina presto un autista è prescelto dai Tanzim o da Hamas e va a prendere il terrorista suicidia. E' lui stesso che ha scelto il posto più adatto per l'attacco terrorista: secondo le parole di uno di loro, tale Sarahna, che ho intervistato in un carcere israeliano, deve essere "tranquillo, più affollato possibile, possibilmente inedito così che si possa capire che siamo in grado di arrivare dappertutto". Il viaggio in macchina in genere evita i check point oppure l'auto passa mentre il terrorista con la sua cintura o la sua borsa entra da un sentiero secondario. I terroristi, che ho intervistato varie volte, parlano della loro scelta come di una parte di loro stessi, " qualcosa di indispensabile per "liberare la loro terra", "vendicarsi di Sharon", "uccidere gli ebrei". La base culturale della loro scelta, al colloquio, appare, per strano che possa sembrare, affondata in un fango conformistico, starei per dire "perbenista". Le classi sociali cui appartengono i terroristi è ormai molto varia, la loro cultura mista, religioso-nazionalista. Il terrorista suicida sa per certo che la sua società approva con tutto il cuore la sua azione, che i suoi ritratti saranno affissi su tutte le mura, il suo video di commiato applaudito, la sua famiglia ricompensata; la sua società intende emulare la sua scelta, intende che la emulino i suoi figli, glielo insegna la scuola, glielo insegnano la tv e la radio. La demonizzazione degli ebrei prima ancora che di Israele è circostanziata, parte dalla negazione dell'Olocausto, arriva fino ai "figli di cani e scimmie", tocca l'idea che la loro stessa esistenza come nazione sia illegittima, e ancor più la dimensione territoriale di questa nazione, che secondo loro è semplicemente destituita di ogni fondamento storico, ed è macchiata in origine da orribili colpe morali. La terrorista o il terrorista suicida, riflette un fatto centrale di questa cosiddetta Intifada (che Intifada non è, come invece lo era prima, molto più rispettabile e sensata nella sua rivendicazione laica e territoriale): il suicida, e questo forse non è sufficientemente compreso da noi, non è visto come un estremista, ma è invece l'eroe riconosciuto di questa guerra, Arafat e l'autonomia palestinese in tutte le sue componenti e nelle sue espressioni lo hanno esaltato senza sosta, ogni condanna è stata debole e soprattutto mai seguita da fatti. Il terrorismo è il senso comune di questo scontro. Ad ogni accenno di proposta di accordo, come quello che proviene dagli USA o dall'Arabia Saudita, risponde una salva di attentati, tutti puntati al ventre di Israele, ai suoi figli più indifesi. Il rifiuto che proviene da questi attentati è molto diretto, proprio perché è sempre connesso con l'apertura di nuovi tavoli di trattative. Ed è quindi nostro dovere chiederci con coscienza, con durezza verso noi stessi: quale aiuto ogni ebreo può dare al Paese dei suoi fratelli, investiti su base quotidiana da un fenomeno senza precedenti di terrorismo suicida, la nuova arma letale della nostra era? E in secondo luogo farsi la più scomoda e difficile delle domande: e se Arafat non fosse interessato a nessuna forma di accordo? Se uno Stato non fosse nei suoi programmi, ma desiderasse solo un allargamento del conflitto?

 Lascia il tuo commento

Per offrirti un servizio migliore fiammanirenstein.com utilizza cookies. Continuando la navigazione nel sito autorizzi l'uso dei cookies.