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Quello scempio di verità commesso dal Sinodo dei vescovi sul Medio oriente

lunedì 1 novembre 2010 Diario di Shalom 0 commenti

Shalom, novembre 2010

Sotto la spinta dell’estremismo islamico, la Chiesa cattolica sta scomparendo in tutti i paesi arabi. Quale soluzione trovare? Accusare Israele di occupazione.

di Fiamma Nirenstein

E' insieme doloroso e in fondo incomprensibile il risultato e l’andamento del Sinodo sul Medio Oriente organizzato dalla Chiesa nella seconda metà di ottobre. I cristiani attraversano nel mondo mussulmano uno dei periodi più difficili: le espulsioni, le persecuzioni, e anche le stragi sono pane quotidiano, l’islamismo estremista ha preso il sopravvento anche laddove sarebbe teoricamente ammessa una sorta di libertà religiosa. Era legittimo aspettarsi che il Papa e i suoi Vescovi insorgessero contro i persecutori dei loro fratelli.

Invece il Sinodo non ha trovato di meglio che diventare un Sinodo antisraeliano e persino antisemita, dimentico del Concilio Vaticano Secondo e di quella commovente lenta avanzata di Giovanni Paolo II verso il Muro del Pianto con il suo carico di tormento e anche di pentimento. Il Sinodo è apparso persino dimentico del fatto che gli ebrei, dopo essere stati per secoli perseguitati con il fondamentale contributo della Chiesa stessa erano divenuti infine “fratelli maggiori” riconosciuti dal Vaticano nella loro Terra, Israele.

Nonostante l’acqua sul fuoco gettata dal francescano Pierbattista Pizzaballa, custode di Terrasanta, che ha insistito che la “Chiesa ha espresso la voce di personalità della Chiesa che vivono in Medio Oriente” e che alla fine “il messaggio finale del Sinodo condanna l’antisionismo e l’antisemitismo”, di fatto le voci più evidenti, sono state quelle di monsignor Cyril Salim Boutros, arcivescovo greco melchita, e il micidiale manifesto “Kairos Palestina” contro Israele che è stato discusso dal Sinodo dopo essere stato stilato già l’anno scorso dal patriarca latino di Gerusalemme Fouad Twal (che poi ha fatto un semi passo indietro, negando che si trattasse di un documento firmato, ma non negando affatto la sua approvazione al testo) e dal suo predecessore Michel Sabbah, uno dei migliori amici che Arafat abbia mai avuto. Butros non si è peritato di cospargere di materiale infiammabile persino le fondamenta dello stato ebraico, dichiarando che “le sante Scritture non possono essere usate per giustificare il ritorno degli ebrei in Israele e l’esilio dei palestinesi, oltre che per giustificare l’occupazione di Terre palestinesi, perché l’avvento di Cristo ha abolito la promessa di Dio agli ebrei di tornare alla Terra Promessa”. Nel messaggio conclusivo i 185 vescovi approvavano un concetto simile e come avulso totalmente dalla conoscenza e dalla valutazione concreta dei fatti: non si può fare uso della Bibbia per giustificare ingiustizie e occupazione, sembra questo l’incredibile posizione della maggioranza della Chiesa.

Il documento di Kairos Palestina firmato oltre che da Twal e Sabbah dal copto Anba Abraham, dell’armeno Torkom Manugian, dall’anglicano Suheil Dawani, dal greco ortodosso Teofilo III parla a nome di “noi cristiani palestinesi”, dice che “l’occupazione militare è un peccato contro l’umanità”, scomunica teologicamente le politiche dello Stato Ebraico usando la parola “peccato”, attacca persino il sionismo cristiano, vede come “occupazione” tutta la presenza israeliana senza distinguere fra i confini del ‘48 e quelli del ‘67 e rifiuta persino al carattere ebraico dello Stato d’Israele, vedendolo come una scelta razzista, anzi, di apartheid. Il documento si duole senza distinzione alcuna per i poveri prigionieri palestinesi di Israele e rende chiara anche la sua posizione sul terrorismo sostenendo, contro ogni evidenza storica, che se non ci fosse occupazione non ci sarebbe nemmeno “resistenza” ovvero terrorismo, appunto.

Questo stravolgimento dispiace moltissimo, pur nell’attesa dell’esortazione apostolica post sinodale del Papa cui adesso Israele chiede di porre rimedio allo scempio compiuto, e non si sa se attribuire l’evento sinodale a una specie di contrazione post Ratisbona, il seguito delle scuse del Papa agli islamici, o a una involuzione post Concilio Vaticano secondo. Ma la scelta compiuta dal Papa di incaricare l’ex patriarca di Gerusalemme Michel Sabbah di rappresentare “i cristiani di Terra Santa” nel consiglio speciale per il Medio Oriente che dovrà attuare le linee emerse dal Sinodo fa sperare ben poco: Sabbah, che dunque in questo ruolo aiuterà il Papa nella stesura del messaggio, ha espresso sempre posizioni di estremismo incredibile: ha sostenuto la legittimità e la positività di Hamas, ha accolto personalmente a Betlemme Arafat con una messa di Natale in cui il leader palestinese veniva circonfuso di atmosfera messianica, ha vituperato il recinto di difesa dal terrorismo come “muro di apartheid” e anche ha sostenuto che Israele è uno stato di apartheid esso stesso, ha reso omaggio ai “martiri” palestinesi ovvero ai terroristi uccisi con le armi in pugno da Israele, ha esaltato la jihad, ha giustificato il terrorismo con chiarissime dichiarazioni di sostegno alla violenza perché “ogni paese è nato nel sangue”. Se non bastasse è anche un sostenitore della degiudaizzazione di Gesù, che per svariate correnti e testi pazzoidi era un palestinese. Insomma, Sabbah è uno che ha proclamato che alla fine a questi ebrei “li cacceremo”. Ora, si può capire che la Chiesa abbia molte preoccupazioni nei confronti dei suoi cristiani, che sono arabi in mezzo agli arabi.

Ma come può pensare che dando Israele in pasto al mondo islamico cesserà una persecuzione così vasta e purtroppo come ha detto con onestà il vescovo di Antiochia dei Siri Beilouni radicata nel Corano che “inculca al mussulmano l’idea di possedere l’unica verità… induce la differenza totale fra uomo e donna facendo di quest’ultima un essere inferiore... dà al mussulmano il diritto di uccidere i cristiani”? “Per questo - ha detto il vescovo suscitando scalpore - i mussulmani non riconoscono la diversità religiosa e non la possono rispettare”.

E’ evidente nei numeri: in Turchia da due milioni di cristiani essi sono diventati 85mila dall’aprile del 2007, quando furono sgozzati tre cristiani che stampavano Vangeli. In Libano dal 55 per cento si è passati al 35, in Egitto dal 20% al 10, in Siria era un quarto della popolazione e ora è il 4,5%. In Iran non esistono quasi più, come del resto in Arabia Saudita. E così via. Per non parlare dei territori palestinesi, dove da quando nel 1994 l’Autorità Palestinese ha preso possesso di tutta le città sono fuggiti quasi tre quarti dei cristiani, con particolare accento su Betlemme, città di Gesù, dove i cristiani perseguitati, uccisi, le loro donne a volte costrette alla conversione, molestate, rapite, se ne vanno quanto più rapidamente possibile. Il recinto certo è una brutta cosa, ma di sicuro meno delle persecuzioni mussulmane. Infatti Israele è l’unico Paese Medio Orientale dove i cristiani, garantiti nella libertà assoluta di culto, ancorché certo aggravati dalle misure di sicurezza che li separano a volte dai loro cari nei Territori, sono cresciuti da 34mila mila nel ‘49 a 163mila. Passeggiando per Gerusalemme si vede un brulicare continuo di pellegrini di ogni tipo, i luoghi santi, quali che possano essere le controversie proprietarie fra cristiani stessi o con Israele, sono aperti come mai lo furono sotto la Giordania, e come lo sono in qualsiasi paese democratico, stanti le misure di sicurezza, che cesserebbero se solo cessasse il continuo pericolo del terrore. Conviene alla Chiesa abbracciare la menzogna che se i palestinesi, compresa Hamas che a Gaza ha ridotto alla disperazione i suoi 3000 cristiani con delitti e esplosioni, saranno pacificati allora andrà tutto bene con i cristiani?

I prelati sanno che non è così, lo sa bene il Papa. Il male è più profondo e per evitarlo si rischia un male maggiore: l’antisemitismo.

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