Quel sapore dolce e amaro per una parola mancata
Shalom, febbraio 2010
Dall’incontro in sinagoga ho tratto due sensazioni contrapposte, una positiva e una negativa.
di FIAMMA NIRENSTEIN
Che cosa è rimasto della visita del Papa in Sinagoga?
Certamente qualcosa di buono, qualcosa di problematico, un sapore dolce amaro. E’ difficile sommare, sottrarre, misurare il bene e il male dopo che i media hanno scrutato le espressioni, soppesato i sorrisi e le alzate di sopracciglia, una massa di carta e di immagini, una virgola nella storia plurimillenaria che ha visto tante drammatiche ondate, speranze, delusioni, paura, riscossa. A me sono rimaste due sensazioni, una positiva e una negativa: quella positiva è fatta della luce dorata delle lampade del Tempio, dell’atmosfera di benvenuto e di affettuosità della risposta degli occhi del Papa, che ogni tanto compensano il suo rigido atteggiamento fisico, imparato certo nella gioventù tedesca.
Non c’è dubbio che la folla ebraica promanava un calore, un tepore umano che si toccava, che si respirava. Ine ma tov u ma naim shevet ahim beyahad: il coro l’ha cantato, il rabbino Di Segni e il Papa lo hanno ripetuto, e si è avuta la sensazione di come l’uomo possa, con passo lento ma sicuro, modificare la storia. Nel caso del rapporto fra la Chiesa e gli ebrei una storia di sopraffazioni, di diffamazione, di dileggio e anche di morte.
Eppure ecco qua il rispetto reciproco, lo scopo comune di forgiare un mondo più buono, basato su quello che altre religioni non hanno saputo individuare come lo scopo basilare della loro dimensione terrena, ovvero la democrazia, la società dei diritti umani. Anche il grande problema del giudizio storico su Pio XII, un personaggio che un ebreo non può che guardare con stupore e riprovazione per il suo essere sfuggito a evidenti responsabilità nei confronti della più grande fra tutte le stragi, è stato mitigato dalla ripetuta considerazione positiva dei tanti cristiani che invece rischiarono la vita per salvare gli ebrei. In fondo, dopo il discorso ispirato di Riccardo Pacifici, la presenza nel Tempio della suora della compagnia che salvò suo padre nascondendolo in convento era più importante della polemica, l’intenso attacco del Papa al negazionismo e il suo insistere con una sorta di “take the best forget the rest”, la questione della beatificazione quel giorno è un po’ passata in cavalleria. E, del resto a tutti, e anche e soprattutto a noi ebrei, spetta il giudizio storico, in questo caso severo; e alla Chiesa valutare chi sceglie come santo o beato: noi non abbiamo santi o beati, e quindi nessun criterio per occuparsene.
Questo Papa non ha un istinto di socializzazione immediata, è timido, non è mediatico come sapeva esserlo col suo fascino slavo Papa Woytila. Eppure ha trovato quando si è alzato in piedi a salutare i nostri sopravvissuti un momento di inusitata simpatia, straordinaria nell’insieme del suo comportamento anche fuori da questa circostanza, e anche quando ha saputo salutare con affetto Rita Levi Montalcini. Al Tempio si è avuto la sensazione di come sia possibile far girare l’orologio della storia imponendogli uno iato, un salto, una sosta; come non tutto debba sempre essere sempre caricato di passato indelebile, ma come invece si possa sempre almeno lavorare per voltare pagina, anche quando il lavoro è incompiuto. E incompiuto lo è: chi scrive si era illusa che il segnale teologico più importante del cambiamento nel rapporto fra Chiesa e Ebrei lo si fosse avuto prima nel viaggio in Israele e nel riconoscimento dello Stato Ebraico da parte di Giovanni Paolo II, e poi nella prosecuzione dell’opera da parte di questo Papa.
La Chiesa per secoli ha cercato di cancellare l’esistenza degli ebrei come Verus Israel, e le teorie di sostituzione sono variegate, molteplici, terribili. La mia lettura dei viaggi era troppo semplice: il Verus Israel è Israele, i Papi ne hanno dato finalmente conto calcandone la terra e stringendo la mano ai suoi dirigenti, oltre che riconoscendolo formalmente. Una bella svolta da quando Paolo VI vi entrò dalla Giordania e schivò ogni incontro ufficiale. L’incontro con l’Israele vivente è sempre apparso ai miei occhi più importante di mille scuse per i comportamenti passati. Ma ecco, e qui è la mia delusione, che Benedetto XVI benché per ben quattro volte abbia citato il suo viaggio in Israele e il suo desiderio di pace per quella terra, lo ha fatto parlando del suo “pellegrinaggio in Terra Santa”, e Terra Santa è rimasta fino all’ultimo, mentre tutti aspettavano che dicesse la parola magica. Peccato. Il discorso del Papa è stato addirittura audace nell’affettuosità, nello scorgere analogie e identità, perché non ce l’ha fatta a dire “Israele”, il nome più caro al cuore di tutti gli ebrei del mondo? Certo non pensa che di questo nome gli ebrei non siano degni, certo oggi non immagina che esso appartenga alla Chiesa. E’ stata, secondo me, una debolezza, una preoccupazione di carattere diplomatico minore, come portata, al momento storico.
Quindi, mentre dobbiamo ringraziare l’ospite, dobbiamo anche chiedergli che al più presto rimedi a questa mancanza: che dica forte e chiaro “Israele”, lo Stato del popolo ebraico.
