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Quel grande leader incompiuto

lunedì 1 gennaio 2001 Diario di Shalom 0 commenti
In tutta la vicenda della candidatura di Shimon Peres a Primo Ministro vi è il segno della confusione di sentimenti che la crisi attuale ha portato in Israele: con tante difficoltà sociali (la povertà ha raggiunto livelli inusitati), con la guerra - o quasi - in atto, col processo di pace - o quasi - in atto, con Ariel Sharon alle porte, è ben strano che il premio Nobel per la Pace, il 76enne il cui volto si è lungamente sovrapposto a quello di Rabin, abbia voluto sfidare da vicino, quasi con i pugni sotto il naso, un Primo Ministro come Barak. In fondo uno della sua famiglia, il pupillo di Rabin, anche se ci sono stati fra loro molti contrasti. Perché Barak è un uomo solitario, certo, un ex Capo di Stato Maggiore che tutti accusano di essere incapace di comunicare e di agire da prepotente con i suoi uomini, ma che si è sforzato di fare del suo meglio per la pace, che ha davvero "rivoltato ogni sasso", come usa dire, per arrivarvi, e che si è trovato davanti l'ostacolo imprevedibile di un Arafat deciso a riconquistare a sue spese la fama di leader duro e puro. Certo Barak ha mancato di rispetto a Peres: è difficile capire come abbia potuto tenere fuori dal processo di Pace, da ogni delegazione incaricata delle trattative con i palestinesi, il Premio Nobel per la Pace, l'unico israeliano rispettato a fondo da Arafat; come abbia potuto dargli un ministero senza importanza, come non abbia sentito il bisogno di appoggiarsi a lui. E d'altra parte è difficile anche penetrare la rabbia profonda di Peres, un uomo che ha avuto dalla vita alcune sconfitte personali ma anche tante soddisfazioni in tutto il mondo che è ormai la sua casa, come abbia potuto concepire di dividere il campo della pace perché "Barak è un uomo malvagio", uno statement davvero incomprensibile, oppure perché "Barak è del tutto incapace di fare la pace", anche questa una dichiarazione audace, dato che la pace non si fa mai da soli. Dunque, in questo scontro che comunque resterà un brutto ricordo, la tensione l'ha fatta da padrona: nell'avventura di Peres verso la leadership c'è una specie di nostalgia per la storia passata che testimonia quanto sia difficile il presente, un tentativo di resuscitare i fasti dell'accordo di Oslo 'prima maniera', un desiderio di quelle sale in cui Rabin e Arafat si sorridevano sotto lampadari di cristallo, fra i leader del mondo intero festanti. Persino Jacques Chirac era filoisraeliano, persino il governo italiano, forse anche Dini. Era bello allora: Peres sorrideva, e nonostante dopo abbia dovuto subire tante sconfitte quel sorriso è sempre rimasto nascosto in un taschino; il sorriso della pace senza problemi, quella che non c'è più. Conturbante anche l'immagine speculare dei due leader che avrebbero guidato governo e opposizione in caso di una vittoria di Peres come Primo Ministro: Peres e Sharon l'uno di fronte all'altro, i due grandi vecchi della politica israeliana incatenati, come marito e moglie, l'uno all'altro. Tutte le memorie del passato, tutto Ben Gurion, tutto Begin, d'improvviso calate nel presente: una specie di incarnazione inaspettata e quindi un po' paurosa del disperato bisogno di protezione che Israele sente di fronte a un Medio Oriente sempre più grande e terribile, del disperato bisogno di un padre, anzi due. Insomma, tutta la discussione sulla candidatura del grande Shimon Peres, padre della bomba atomica e della pace, Premio Nobel e risanatore dell'economia israeliana, pacifista e organizzatore dell'esercito sin dai suoi inizi, gli sta davvero piccola: parla di fantasmi e non di realtà. In tempi migliori non sarebbe avvenuta. L'unica consolazione, è che forse il trauma di questo scontro potrà risolversi con una grande riconciliazione, ovvero - se Barak vincerà - con la reintegrazione di Peres nel ruolo che gli spetta, un ruolo evidentemente primario in qualsiasi processo di pace.

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