Quando la jihad nuoce anche ai palestinesi. L’affermazione degli estremisti di Hamas e di Barghouti non è un problema solo di Israele
giovedì 26 gennaio 2006 Panorama 0 commenti
Due eventi basilari marcano in questi giorni la storia del conflitto mediorientale in direzione negativa. Il primo è la scomparsa di Ariel Sharon dalla scena politica; il secondo le elezioni palestinesi. Subirà una frenata la speranza rappresentata da Abu Mazen dopo la morte di Yasser Arafat: la campagna elettorale è stata marcata dall’uso delle armi soprattutto in scontri interni che hanno mandato in pezzi Al Fatah, e fra i diversi gruppi. Il binomio armi-elezioni è una contraddizione in termini. Al Fatah, che avrebbe dovuto raggrupparsi dietro la leadership che ha mostrato sinceri segni di voler percorrere la via della pace, di fatto l’ha rifiutata, divorata dalla corruzione e dallo scontro interno. Oltretutto le liste di Mahmoud Abbas (Abu Mazen) hanno accolto molti personaggi opposti all’attuale leadership: Abbas non può contare neppure sui suoi. I ribelli di Marwan Barghouti, in cella con cinque ergastoli per terrorismo, si presentano come campioni contro la corruzione ma, con le Brigate di al- Aqsa, seguitano a esaltare gli «shahid», i terroristi suicidi. La lotta alla corruzione è condita dalla possibilità di conquistare i palestinesi con l’opzione violenta, nonostante l’evidente intenzione di Israele di proseguire con la road map. Il maggiore allarme viene però dalla crescita di Hamas. Durante la campagna elettorale, di settimana in settimana, ha acquistato consensi su due temi: l’onestà contro la corruzione di Al Fatah e la violenza come arma di vittoria contro Israele. Fino a oggi Hamas non aveva mai partecipato alle elezioni perché pensava che il suo atteggiamento potesse essere scambiato per un’adesione alla politica di pace di Oslo. Ma adesso Hamas vede nella debolezza di Abu Mazen la possibilità di rovesciare il regime. La campagna elettorale di Hamas a Nablus è stata presentata in casa di Yehye Ayash, il terrorista che negli anni Novanta massacrò centinaia di passeggeri sugli autobus, e che insegnò al suo popolo come preparare bombe con materiali di comune uso. A Gaza la sede di partenza è stata la casa di Ahmed Yassin, lo sceicco poi ucciso da Israele, che ha teorizzato il terrore come via maestra. E lo sgombero della Striscia è stato presentato come una vittoria dell’intifada armata. Hamas, a detta del portavoce e leader Ismail Haniyeh come di molti altri, rivendica il diritto a perseguire la distruzione dello stato di Israele e di costituire un potere autonomo, come quello degli Hezbollah in Libano. Lo statuto di Hamas, stilato nel 1988, auspica di «alzare la bandiera dell’Islam su ogni centimetro della Palestina» e sostiene che «non c’è soluzione per la questione palestinese se non con la jihad». Senza contare le dichiarazioni antisemitiche che proclamano l’odio e lo sterminio degli ebrei come dovere di ogni buon musulmano. Questa piattaforma, accompagnata da liste formatesi intorno al rifiuto e al disgusto dei palestinesi per la vecchia leadership, lasciano prevedere un nuovo governo in cui la volontà negoziale di Abu Mazen sarà boicottata. L’illusione che il processo di pace possa contare su un interlocutore moderato svanirà rapidamente e le armi e gli uomini infiltrati dall’Egitto e dal Libano nei quattro mesi dallo sgombero di Gaza verranno velocemente attivati con l’aiuto delle strutture di potere appena acquisite da Hamas. In buona sostanza, la partecipazione di Hamas al governo e la sua crescita esponenziale, insieme con la popolarità della fazione di Barghouti, saranno un danno grave per i palestinesi prima ancora che per Israele.
