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Quando il disimpegno colpisce l'ebraismo

domenica 1 aprile 2001 Diario di Shalom 0 commenti
"Siete terribilmente impreparati a trattare con le sfide che vi stanno di fronte". Non ci sono stati ne proteste né applausi in platea, solo un imbarazzato silenzio, quando poche settimane or sono David Harris, direttore esecutivo dell'American Jewish Commitee, si è rivolto così alla platea di leader ebrei riuniti a Berlino da 18 paesi europei. Harris ha elencato ancora una volta le questioni sul tappeto: la xenofobia che cresce, l'immigrazione islamica con accentuati tratti antiebraici in rampante ascesa e con tassi di nascite incomparabilmente maggiori a quella degli ebrei, negazione dell'Olocausto ed odio crescente su Internet, una diffusa tolleranza dell'antisemitismo e, forse il punto più importante, un crescente spirito di incomprensione e anche di antipatia in Europa verso Israele da quando è scoppiata la nuova Intifada. "Ormai l'antisemitismo non risuona solo nelle strade, ma anche ai cocktail party" ha detto Michel Friedman vicepresidente del Consiglio Centrale degli Ebrei in Germania. Molto modestamente chi scrive è rimasta alquanto sorpresa dal distacco intellettuale e politico dalla condizione ebraica (intesa come identità personale e collettiva) e da Israele di alcuni - per altro cortesi, volenterosi e intelligenti - giovani ebrei italiani incontrati durante un incontro semideserto. Il tema del dibattito era la situazione attuale di Israele, di cui ho verificato che non si avverte la drammaticità e direi persino la fatalità non solo per il destino dello Stato Ebraico, ma per la vita stessa della Diaspora. La corrente incomprensione-disprezzo, specie fra i giovani italiani amici dei nostri ragazzi nei licei e nelle Università, dello scontro attuale in Medio Oriente, e anche del sionismo stesso, mi sembrava che fosse considerato dai nostri ragazzi un fatto naturale, un'inevitabile seccatura più o meno come viene considerato l'antisemitismo. Il sionismo è una parola che appartiene al passato, un "ismo" del secolo scorso. Sarei curiosa di sapere come vedono la conferenza per la negazione dell'Olocausto che si doveva tenere a Beirut pochi giorni fa: questo li riguarda (dato che la Shoah è pur sempre un vento europeo) o no? La spaventevole mistura di antisemitismo e odio mediorientale verso Israele li intriga, li fa soffrire, oppure è anch'esso lontano e nebbioso come il conflitto che riguarda Israele? Eppure, come gli ebrei americani, gli ebrei europei dovrebbero avere due principali interessi: rinforzare la propria presenza, vivere pienamente i propri diritti di minoranza con un'opinione e una vita autonoma, con il diritto a cercare di influenzare la vita e l'opinione pubblica; e in secondo luogo, consapevoli di quanto Israele sia l'autentico elemento vitale - anche perché la Diaspora non si trasformi in un parco naturale o in un pretenzioso album di ricordi sia pure ornato delle migliori tradizioni religiose e culturali - far sentire all'Europa che è impossibile mantenere una posizione così pregiudizialmente antisraeliana senza pagare nessun prezzo morale e pratico ai suoi cittadini ebrei. Gli italiani esclamano spesso che sono pochi, che la loro influenza è scarsa. Ma è un modo per scansare le proprie responsabilità, specie adesso che l'Europa è una realtà: oggi è possibile una politica europea, una presa d'atto aperta e coraggiosa del fatto che Israele ha di nuovo bisogno degli ebrei e viceversa, non in teoria, ma nella drammatica pratica contro l'antisemitismo odierno. Gli ebrei in Europa sono più di due milioni, e il loro peso morale e culturale è molto grande. Sono loro stessi a minimizzarlo limitandolo a testi antichi, a libri raffinati, a belle mostre, a dibattiti che in realtà non sfidano mai l'opinione pubblica corrente. Ne propongo subito uno: il Congresso di Beirut per la revisione dell'Olocausto. Come la mettiamo con un argomento così spinoso come l'antisemitismo mediorientale?

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