Quando al fronte il soldato è solo. Sono migliaia i giovani che
giovedì 24 agosto 2006 Panorama 0 commenti
AGerusalemme pochi luoghi sono belli come il settore militare del cimitero sul Monte Herzl. Sopra sono seppelliti Yitzhak Rabin e gli altri padri della patria; poco sotto, all’ombra fresca tra le tombe fiorite, va e viene in questi giorni di guerra una piccola folla di genitori, giovani in divisa e in blue jeans: ricordano, sistemano i fiori, depongono un sassolino sulla terra fresca. Non ci sono parole quando la guerra uccide i giovani: se si guardano le tombe, le date di nascita e morte sono troppo vicine. La settimana scorsa, davanti alla tomba vecchia di appena sette giorni di Michael Levin, 21enne paracadutista caduto in Libano, non c’erano i suoi genitori per la tradizionale cerimonia di benedizione e memoria, l’askarà. C’erano solo alcuni ragazzi come lui, «soldati soli ». In Israele si dice «haial boded» ed è un’istituzione tipica dello Tzahal, l’esercito: ragazzi che da tutto il mondo corrono a combattere per Israele. Soldato solo era Michael Levin e di soldati soli questa guerra ne ha presi altri due, Yonathan e Roy. I feriti gravi sono otto: «Quando si svegliano dopo l’operazione non c’è nessuno di famiglia a bagnare loro le labbra, anche se qualche volta chiamano senza saperlo la mamma. Ma guai se sapessero che glielo racconto » testimonia un medico dell’ospedale Hadassa Ein Karem, dove è ricoverato il soldato solo Jonathan. Di ragazzi così nell’esercito israeliano ce ne sono 4.800, oltre 500 altri stanno arrivando. Se si chiede loro perché lasciano vite tranquille in America o in Australia per rischiare di morire, la risposta è sempre la stessa: «Vivere è credere fortemente in un ideale e cercare di farlo vero». La grande maggioranza finisce nelle unità combattenti: pochi soldi, ospitati quasi sempre dai kibbutz, al venerdì sera ospitati a cena da famiglie adottive, a volte tutti insieme in un appartamento, perché costa meno. «Al pub Mickey e i suoi amici ordinavano una birra in tre e se la dividevano. Per mantenerli, compreso vitto e alloggio, lo stato stanzia 3-400 dollari al mese. Vita difficile, grandi ideali, altruismo: questo fa la felicità, glielo giuro. Mickey sorrideva sempre. A me disse: “Non ho paura di morire, sono solo preoccupato per i miei”». Così racconta Tziki Aud ritto davanti alla tomba fresca di Michael Levin. Lavora all’agenzia che si occupa degli ebrei che da tutto il mondo emigrano in Israele ed è diventato il padre putativo dei soldati soli. A lui in questo compito si accompagna un altro che i soldati chiamano «abba », babbo, un duro pieno di vitalità, Zvica Levi, ufficiale di 58 anni, che insieme con i suoi quattro figli si è preso in casa sei haial boded: uno viene dallo Zimbabwe, un altro è della Florida, due sono beduini. Michael Levin veniva da Filadelfia. «Michael non ha perso la vita» dice Shui, uno dei suoi quattro amici per la pelle, in divisa e basco viola, davanti alle foglie di alloro che appassiscono sulla tomba: «È la vita che ha perso lui». Perché, fuori di retorica, Mickey era un tipo troppo buffo e divertente. Se parlano di lui, i suoi amici o piangono o ridono, senza mezzi termini. Era arrivato così mingherlino, sempre sorridente, e nessuno pensava che potesse fare il paracadutista. La prima volta che è saltato giù dall’aereo gli avevano dovuto mettere i pesi perché era così folletto che l’aria se lo portava via. Quando la guerra è cominciata era in vacanza a Filadelfia, con la famiglia: ha preso il primo aereo ed è corso alla sua unità. «Gli chiesi se non gli dispiacesse di aver lasciato la famiglia: ”No pain no gain”, non c’è guadagno senza sofferenza, rispose ridendo. Ora siamo rimasti Aron, che abitava con lui ed è americano, Lucas, brasiliano, io e Josh, inglesi. Ciascuno dice di lui “era il mio migliore amico”». Zvica, l’ufficiale che fa da padre a sei soldati soli, riceve di continuo telefonate: genitori che chiamano dall’estero e che da giorni non sanno più niente dei loro figli; altri, israeliani, che vogliono mandare pacchi ai ragazzi; un altro è un soldato solo che vuole pacchi per tutto il battaglione. «Mickey voleva diventare medico, sapeva tutto, non aveva mai bisogno di niente. Quando questi ragazzi mi dicono che vogliono andare nelle unità combattenti, quando un altro come lui, Jehuda, ora pieno di schegge all’ospedale, mi supplica di lasciarlo tornare alla sua unità che opera dentro il Libano, mi dico:”Zvica, sei sicuro che stai facendo bene?”. Ma non c’è scelta di fronte alla decisione di un haial boded».
