Prove tecniche di difesa chimica
giovedì 6 febbraio 2003 Panorama 0 commenti
Maschere, rifugi, farmaci, strategie per continuare la produzione delle imprese anche in caso di attentato. Manca solo un piano per il dopo Saddam. Politico.
Non mettete la maschera antigas al vostro cane quando la sirena suonerà. Potrebbe innervosirsi fino a soffocare. Conducetelo dolcemente con voi dentro il rifugio. Se ha paura abbracciatelo, carezzatelo; semmai, potete dargli pillole calmanti, ma che siano adatte, leggere». L’esperto veterinario parla alla radio con voce da psicoanalista, lento, distaccato. La giornalista incalza: «Lo si deve trattare proprio come se fosse un bambino?». «Proprio così» conferma il dottore «state calmi e infondetegli la vostra calma, proprio come fate con i bambini». Calma, precisione nei particolari, understatement, quieto coraggio civile: è la tecnica generalizzata che Israele cerca di usare nella probabile imminenza della guerra contro Saddam Hussein. Certamente questo è il paese più in pericolo del mondo, un autentico avamposto di frontiera: Saddam, anche se è in possesso di un numero limitato di missili, può cercare di recapitare in vari modi in Israele le sue armi di distruzione di massa. Una bottiglia di botulinus, uno spray di vaiolo o di antrace possono essere trasportati da terroristi suicidi di cui l’area abbonda e di cui Saddam è scoperto finanziatore (i suoi 25 mila dollari per ogni famiglia dei «martiri» palestinesi sono solo la punta visibile di un’attività molto più ampia, bene organizzata e complessa): essi sono la vera, nuova arma strategica rispetto al 1991. Saddam può colpire Israele sia per suscitare un movimento solidale in tutto il Medio Oriente, come cercò di fare nel 1991 lanciando 40 missili su Tel Aviv, sia per provocare un grande fuoco d’artificio finale all’approssimarsi della propria fine. Shaul Mofaz, ministro della Difesa israeliano, qualche giorno fa alla cerimonia finale di ammissione dei cadetti piloti dell’aviazione militare ha detto: «La nostra gente non deve perdere il sonno sull’Iraq». Molto elegante, e probabilmente Mofaz, da ex capo di stato maggiore, si riferisce al successo del sistema antimissilistico Arrow che, sperimentato, ha dato buoni risultati. Inoltre sa che l’esercito sta sperimentando tutti gli scenari possibili, compreso quello di una risposta massiccia a qualsiasi tentativo di colpire Israele. Come dice Mofaz: «Israele è lo stato più preparato del mondo all’eventualità di una guerra con l’Iraq». Ciò non toglie che tutti gli esperti lascino aperta la possibilità che Saddam aggredisca lo stato ebraico. Il fronte interno cerca freneticamente e in silenzio di riparare il problema scoperto da poco dell’inefficienza di circa 1,7 milioni di maschere antigas; e lo Yamam, la polizia antiterrorista, si organizza velocemente in funzione dei nuovi scenari: terroristi forniti di armi biologiche e chimiche. La Difesa ha preparato per Yamam una dottrina di combattimento mai sperimentata prima e speciali esercizi per l’ipotesi in cui un terrorista proveniente dai Territori o dall’estero recapiti epidemie o morti paurose di ogni genere. Le notizie di questo genere abbondano. Qualcuno cerca di cavalcare la paura: la Lachish Tour, un’agenzia di viaggio, ha ripetutamente chiesto ai lettori dei giornali da un’inserzione: «Dove sarete quando cadranno i missili?» e ha fornito la sua risposta: «Noi, saremo all’estero». Il pacchetto comprende volo e albergo a Cipro o sulle isole greche. Dopo la pubblicità sul Ma’ariv, un quotidiano popolare, sono arrivate 632 telefonate: molti volevano solo esprimere disprezzo per l’invito ad abbandonare il campo. Però 92 persone hanno prenotato: tutte giovani e single. In generale, comunque, anche se giornali, tv e radio sono pieni di spiegazioni su tutto ciò che occorre sapere per cercare di evitare una morte orrenda, la gente è estremamente calma: secondo una indagine della radio israeliana dei primi di gennaio, il sentimento è indifferenza per il 30,7 per cento, preoccupazione per il 41, paura per il 17,2, ansietà per il 7,1, panico per il 3,6. La gente, invece di sfilare con cartelli contro la guerra per le strade, compra acqua e scatolette, verifica lo stato dei rifugi, comincia a sigillare con la plastica porte e finestre, verifica i telefonini, le radio, i computer. Si lavora molto per evitare il collasso o lo stravolgimento delle infrastrutture democratiche: si studia in segreto e in fretta a chi debbano andare i poteri locali (vigili urbani, pompieri, ospedali) nel caso di attentati disastrosi nelle città. Anche l’economia si attrezza: agenzie specializzate studiano per incarico delle grandi imprese le priorità d’intervento immediato in caso di collasso bellico, così da evitare il blocco della produzione: quali i computer da ripristinare per primi, quali le catene da rimettere in moto per non restare privi di beni essenziali, pane, elettricità, comunicazioni. Chi produce pane accumula in questi giorni riserve di acqua, farina, prepara forni di ricambio, sistema i generatori e la benzina per farli funzionare. Anche industrie più sofisticate, come la Bezec, la maggiore impresa di telefonia, o le banche o i centri di comunicazione elettronica si attrezzano con tecnologie di sostituzione. La situazione è, comunque, ben lontana dall’essere perfetta: si teme il collasso del sistema scolastico, l’inefficienza comprovata di molti vecchi rifugi. La mancanza di luoghi di difesa adeguati, secondo il quotidiano Yedioth Aharonot, riguarda il 37 per cento della popolazione. Ma un anziano residente di Givataym, David Ben Artzi, risponde significativamente così alla domanda se si trasferirà da sua figlia a Gerusalemme in caso di guerra: «La gente di Londra non lasciò le sue case durante i bombardamenti. Dobbiamo essere pronti ad affrontare perdite. La gente che non sa sacrificarsi probabilmente non si merita uno stato». L’atteggiamento sionista di difesa della casa è sempre per Israele la riserva basilare di coraggio, anche nello stillicidio di morti dell’intifada corrente: ma con l’Iraq gioca la convinzione che la guerra rappresenterà l’inizio di un mondo migliore, e non solo per Israele. La forza di resistenza che mantiene la vita normale e impedisce una fuga di massa è la convinzione della bontà della struttura dell’Occidente di fronte a un mondo corrotto e violento, la fiducia che la libertà debba vincere sui regimi arabi dittatoriali, l’idea che l’avvio di un processo democratico in Iraq possa cambiare l’area e addirittura il rapporto fra Islam e democrazia, forse anche mettere fine alla disastrosa fase del terrorismo suicida. In tutto ciò, come un presbite, Israele, che guarda bene lontano, non è capace di vedere vicino al proprio naso: a quanto si sa, infatti, il paese seguita a snobbare la resistenza irachena all’estero, a ignorarne l’importanza proprio come ha fatto in lunghi anni di alzate di spalle sulla scia degli Usa. Rischia così che anche un nuovo Iraq a governo soprattutto sciita possa usare il sentimento anti israeliano per ottenere il consenso delle masse. Racconta il famoso commentatore israeliano Ehud Yaari di aver dovuto penare parecchio perché la seconda rete della tv gli consentisse di parlare brevemente, nel suo usuale commento nel telegiornale, dell’incontro di Londra in cui tutta l’opposizione irachena ha stabilito un programma per il futuro iracheno. Israele non riesce a superare i pregiudizi e il vecchio gelido comportamento di sfiducia. Un nuovo Iraq potrebbe voltarsi da una parte o dall’altra rispetto all’atteggiamento verso Israele, e giocare un ruolo fondamentale nell’area mediorientale tutta intera.
Non mettete la maschera antigas al vostro cane quando la sirena suonerà. Potrebbe innervosirsi fino a soffocare. Conducetelo dolcemente con voi dentro il rifugio. Se ha paura abbracciatelo, carezzatelo; semmai, potete dargli pillole calmanti, ma che siano adatte, leggere». L’esperto veterinario parla alla radio con voce da psicoanalista, lento, distaccato. La giornalista incalza: «Lo si deve trattare proprio come se fosse un bambino?». «Proprio così» conferma il dottore «state calmi e infondetegli la vostra calma, proprio come fate con i bambini». Calma, precisione nei particolari, understatement, quieto coraggio civile: è la tecnica generalizzata che Israele cerca di usare nella probabile imminenza della guerra contro Saddam Hussein. Certamente questo è il paese più in pericolo del mondo, un autentico avamposto di frontiera: Saddam, anche se è in possesso di un numero limitato di missili, può cercare di recapitare in vari modi in Israele le sue armi di distruzione di massa. Una bottiglia di botulinus, uno spray di vaiolo o di antrace possono essere trasportati da terroristi suicidi di cui l’area abbonda e di cui Saddam è scoperto finanziatore (i suoi 25 mila dollari per ogni famiglia dei «martiri» palestinesi sono solo la punta visibile di un’attività molto più ampia, bene organizzata e complessa): essi sono la vera, nuova arma strategica rispetto al 1991. Saddam può colpire Israele sia per suscitare un movimento solidale in tutto il Medio Oriente, come cercò di fare nel 1991 lanciando 40 missili su Tel Aviv, sia per provocare un grande fuoco d’artificio finale all’approssimarsi della propria fine. Shaul Mofaz, ministro della Difesa israeliano, qualche giorno fa alla cerimonia finale di ammissione dei cadetti piloti dell’aviazione militare ha detto: «La nostra gente non deve perdere il sonno sull’Iraq». Molto elegante, e probabilmente Mofaz, da ex capo di stato maggiore, si riferisce al successo del sistema antimissilistico Arrow che, sperimentato, ha dato buoni risultati. Inoltre sa che l’esercito sta sperimentando tutti gli scenari possibili, compreso quello di una risposta massiccia a qualsiasi tentativo di colpire Israele. Come dice Mofaz: «Israele è lo stato più preparato del mondo all’eventualità di una guerra con l’Iraq». Ciò non toglie che tutti gli esperti lascino aperta la possibilità che Saddam aggredisca lo stato ebraico. Il fronte interno cerca freneticamente e in silenzio di riparare il problema scoperto da poco dell’inefficienza di circa 1,7 milioni di maschere antigas; e lo Yamam, la polizia antiterrorista, si organizza velocemente in funzione dei nuovi scenari: terroristi forniti di armi biologiche e chimiche. La Difesa ha preparato per Yamam una dottrina di combattimento mai sperimentata prima e speciali esercizi per l’ipotesi in cui un terrorista proveniente dai Territori o dall’estero recapiti epidemie o morti paurose di ogni genere. Le notizie di questo genere abbondano. Qualcuno cerca di cavalcare la paura: la Lachish Tour, un’agenzia di viaggio, ha ripetutamente chiesto ai lettori dei giornali da un’inserzione: «Dove sarete quando cadranno i missili?» e ha fornito la sua risposta: «Noi, saremo all’estero». Il pacchetto comprende volo e albergo a Cipro o sulle isole greche. Dopo la pubblicità sul Ma’ariv, un quotidiano popolare, sono arrivate 632 telefonate: molti volevano solo esprimere disprezzo per l’invito ad abbandonare il campo. Però 92 persone hanno prenotato: tutte giovani e single. In generale, comunque, anche se giornali, tv e radio sono pieni di spiegazioni su tutto ciò che occorre sapere per cercare di evitare una morte orrenda, la gente è estremamente calma: secondo una indagine della radio israeliana dei primi di gennaio, il sentimento è indifferenza per il 30,7 per cento, preoccupazione per il 41, paura per il 17,2, ansietà per il 7,1, panico per il 3,6. La gente, invece di sfilare con cartelli contro la guerra per le strade, compra acqua e scatolette, verifica lo stato dei rifugi, comincia a sigillare con la plastica porte e finestre, verifica i telefonini, le radio, i computer. Si lavora molto per evitare il collasso o lo stravolgimento delle infrastrutture democratiche: si studia in segreto e in fretta a chi debbano andare i poteri locali (vigili urbani, pompieri, ospedali) nel caso di attentati disastrosi nelle città. Anche l’economia si attrezza: agenzie specializzate studiano per incarico delle grandi imprese le priorità d’intervento immediato in caso di collasso bellico, così da evitare il blocco della produzione: quali i computer da ripristinare per primi, quali le catene da rimettere in moto per non restare privi di beni essenziali, pane, elettricità, comunicazioni. Chi produce pane accumula in questi giorni riserve di acqua, farina, prepara forni di ricambio, sistema i generatori e la benzina per farli funzionare. Anche industrie più sofisticate, come la Bezec, la maggiore impresa di telefonia, o le banche o i centri di comunicazione elettronica si attrezzano con tecnologie di sostituzione. La situazione è, comunque, ben lontana dall’essere perfetta: si teme il collasso del sistema scolastico, l’inefficienza comprovata di molti vecchi rifugi. La mancanza di luoghi di difesa adeguati, secondo il quotidiano Yedioth Aharonot, riguarda il 37 per cento della popolazione. Ma un anziano residente di Givataym, David Ben Artzi, risponde significativamente così alla domanda se si trasferirà da sua figlia a Gerusalemme in caso di guerra: «La gente di Londra non lasciò le sue case durante i bombardamenti. Dobbiamo essere pronti ad affrontare perdite. La gente che non sa sacrificarsi probabilmente non si merita uno stato». L’atteggiamento sionista di difesa della casa è sempre per Israele la riserva basilare di coraggio, anche nello stillicidio di morti dell’intifada corrente: ma con l’Iraq gioca la convinzione che la guerra rappresenterà l’inizio di un mondo migliore, e non solo per Israele. La forza di resistenza che mantiene la vita normale e impedisce una fuga di massa è la convinzione della bontà della struttura dell’Occidente di fronte a un mondo corrotto e violento, la fiducia che la libertà debba vincere sui regimi arabi dittatoriali, l’idea che l’avvio di un processo democratico in Iraq possa cambiare l’area e addirittura il rapporto fra Islam e democrazia, forse anche mettere fine alla disastrosa fase del terrorismo suicida. In tutto ciò, come un presbite, Israele, che guarda bene lontano, non è capace di vedere vicino al proprio naso: a quanto si sa, infatti, il paese seguita a snobbare la resistenza irachena all’estero, a ignorarne l’importanza proprio come ha fatto in lunghi anni di alzate di spalle sulla scia degli Usa. Rischia così che anche un nuovo Iraq a governo soprattutto sciita possa usare il sentimento anti israeliano per ottenere il consenso delle masse. Racconta il famoso commentatore israeliano Ehud Yaari di aver dovuto penare parecchio perché la seconda rete della tv gli consentisse di parlare brevemente, nel suo usuale commento nel telegiornale, dell’incontro di Londra in cui tutta l’opposizione irachena ha stabilito un programma per il futuro iracheno. Israele non riesce a superare i pregiudizi e il vecchio gelido comportamento di sfiducia. Un nuovo Iraq potrebbe voltarsi da una parte o dall’altra rispetto all’atteggiamento verso Israele, e giocare un ruolo fondamentale nell’area mediorientale tutta intera.
